Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

NAPOLI – La sua cultura, il suo popolo … in due strofe.

Posted by on Gen 28, 2017

NAPOLI – La sua cultura, il suo popolo … in due strofe.

In un precedente lavoro (1), sotto la spinta di impulsi che, relativamente all’oggetto, non avevano alcun nesso con argomenti attinenti alla storia, nel descrivere la zona del litorale flegreo ove ho avuto il piacere di vedere la luce, scrissi che non v’era terraneo che non fosse ingentilito da una aiola, anche se di modeste dimensioni, come, per gli alloggi dal primo piano in su, non v’era davanzale, che non fosse allietato da ciuffi di margherite, da rami di gerani, da spinosi cespuglietti di rose o da profumati gruppetti di fresie, che erano le piante da vaso più comuni. Ogni giorno sembrava che balconi e davanzali venissero addobbati per la processione del Corpus Domini.

Questo richiamo risale a quattro anni or sono, ma il quadretto affonda le radici nei ricordi della mia adolescenza: gli anni Cinquanta del secolo scorso.

Ebbene, oggi che i miei interessi sono orientati verso altri argomenti, come il recupero della memoria del nostro passato, la riabilitazione della nostra terra, della sua cultura e della ineguagliabile indole del suo popolo, per non accogliere passivamente le offese, il disprezzo e l’odio che i protagonisti del cosiddetto Risorgimento hanno inculcato nell’animo e nel cuore della maggior parte dei “fratelli”, ho avuto modo di verificare che quei davanzali ricchi di profumati e coloratissimi fiori, se fossero classificabili come una malattia, dovrebbero essere definiti “endemici”, tanto fanno parte del carattere e della filosofia di Napoli e dei suoi figli.

A distanza di quasi settanta anni, l’occasione di questa verifica mi è stata offerta dalle parole di una canzone che, senza alcuna sollecitazione, è emersa dalla messe di informazioni che raccogliamo nel corso dell’esistenza e che si stratificano nel capace serbatoio della memoria. La canzone in questione è “Napule, sole mio”(2), di cui riporto solo due strofe.

Napule nun c’é balcone senza sciure e rrose, nun c’é figliola senza ‘o pizzo a rrisa, nun ce sta core ca nun dice: Trase! E arape ‘e braccia pure a chi è scurtese… Chisto è ‘o paese mio, chisto é ‘o paese! Napule, sole mio, tu luce dint”a ll’uocchie ‘e tutt”o munno! Cosa nun vista maje, na primmavera sì: pure si é autunno! Napule, sole mio, tu lieve ll’odio e miette ‘a passione: sulo cu nu mutivo ‘e na canzone!

 

Nel limitato numero di appena tredici versi – potenza della poesia! – la canzone racchiude tutta la filosofia e la cultura di una città e l’apertura e la cordialità disinteressata di un popolo, ad onta di tutti gli stereotipi e i luoghi comuni messi in circolazione dai tanto celebrati “padri della patria”, che, anziché approfittare (come fecero per le ricchezze delle nostre banche) della millenaria storia di una parte della nazione per partire anche dal punto di vista culturale da una posizione di tutto rispetto, spesero tutte le energie possibili per dipingere a fosche tinte la bellezza di un paese verso cui la natura è stata così benigna che anche l’autunno assomiglia più alla stagione primaverile che a quella che annunzia l’inverno alle porte! (“Cosa nun vista maje, na primmavera sì: pure si é autunno!”).
Per tornare alla citazione iniziale, salta subito all’occhio, più che una somiglianza, una totale uguaglianza fra quanto da me rilevato e i primi due versi della prima strofa, che, da soli, costituiscono già un quadro della solarità e della varietà di Napoli,(Napule, nun c’é balcone senza sciure e rrose). Ovviamente, una città che, quasi come caratteristica genetica, si presenta multicolore e profumata può non essere espansiva, aperta ed accogliente? E’ come l’esplosione di colori e profumi delle piante in primavera, che la natura mette in atto per attirare e non certo per respingere gli insetti bottinatori a cui non viene portato via niente, ma ai quali, anzi, vengono generosamente offerti zuccheri e sostanze mielose … scambio che, come contropartita, comporta il perpetuarsi della vita.

I successivi versi completano il quadro, con l’icastica figura della “figliola” sulle cui labbra c’è sempre un sorriso,(“Nun c’è figliola senza ‘o pizz a ris”) per comunicare al mondo chi sono e come sono veramente i figli di questa terra: gente sempre col sorriso sulle labbra, nonostante tutti i torti di cui viene fatta oggetto, col cuore e le braccia aperte per accogliere anche chi è “scortese”.( “nun ce sta core ca nun dice: Trase! E arape ‘e braccia pure a chi è scurtese… “).“Trase”, infatti, che sta per “entra”, è un invito che viene rivolto dopo di aver aperto e non chiuso la porta, il cuore o di aver allargato le braccia. Affinché i concetti espressi siano intesi senza fraintendimenti, si ribadisce che questo comportamento non è qualcosa di occasionale o di effimero, perché noi siamo così (“Chisto è ‘o paese mio, chisto é ‘o paese!”). L’apertura, l’accoglienza, la cordialità fanno parte del nostro DNA, senza calcolo. Per cui, anche se si è appena messo il piede sulla terra di Partenope, si può stare sicuri che, in un lasso di tempo quanto ne occorre per la degustazione di un caffè, si è stabilito un rapporto come se si fosse amici di vecchia data.

Napoli, per chi l’ha conosciuta dal vivo e non solo per sentito dire da chi, come Cavour, non vi aveva mai messo piede, fa brillare di gioia e di stupore gli occhi delle persone(“Tu luce dint a lluocchie ‘e tutto ‘o munno”)che, non contagiate da operatori turistici interessati, riescono ad immergersi nelle sue strade, nei suoi vicoli e a farsi un rigenerante “bagno di folla”, di umanità e di gentilezza disinteressata, scoprendo, così, un popolo che riesce ad aver ragione anche dell’odio, ricorrendo agli immortali versi e alle melodie del suo sterminato repertorio musicale.

Se questi sono difetti, accettiamo senza ribattere offese e provocazioni. Diversamente, invitiamo i prevenuti a mandare a memoria le due strofe della canzone o a farsi una “iniezione di napoletanità”, come suggerito dal perdutamente estasiato innamorato di Napoli, Lucio Dalla.

Castrese Lucio Schiano

  1. C. L. Schiano – Coroglio e Nisida – I luoghi della memoria, 2013
  2. Napule, sole mio Musica di Nino Oliviero e testo di Domenico Furnò, 1951. Classificata al 3° posto al 5° Festival di San Remo del 1957. Per opportuna conoscenza, si comunica che le prime edizioni del Festival di San Remo furono tutte di matrice napoletana!

 

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