Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Non tutti sanno che…lo scrivono i Carabinieri e…….. si vede

Posted by on Mag 28, 2018

Non tutti sanno che…lo scrivono i Carabinieri e…….. si vede

Pochi esempi offre la storia come quello della situazione in cui venne a trovarsi il piccolo regno sardo-piemontese, che contava poco più di quattro milioni di abitanti, allorché nello spazio di circa due anni dovette affrontare i problemi giganteschi derivantigli dall’assorbimento di oltre 17 milioni di altri italiani (più di 9 milioni dal Regno delle Due Sicilie ed 8 dagli Stati dei centro-nord) in conseguenza del risultato dei plebisciti d’annessione.

Cinque anni dopo s’incorporarono nel Regno d’Italia, a compimento della sua vaticinata unità, le popolazioni del Veneto e finalmente, nel 1870, quelle dello Stato Pontificio.

Il Governo del Regno unitario, prima dalla capitale di Torino, poi da quella di Firenze, si adoperò per affrontare efficacemente tale compito immane. Se i risultati di un’osservanza comune delle leggi dello Stato, di migliori condizioni economiche e di normalità della sicurezza pubblica richiesero quasi tre lustri per essere raggiunti, ciò si dovette all’influsso di vari fattori, quali: l’insufficienza dei quadri della burocrazia piemontese – peraltro integra e competente – da destinare alle nuove province per assicurarvi un omogeneo andamento della cosa pubblica; il sopravvenire delle due campagne del 1866 e del 1870; la frettolosa estensione di talune leggi di prevedibile contenuto impopolare (ad esempio la coscrizione obbligatoria e l’imposizione della carta moneta) nei territori annessi; infine, errori di valutazione come quello, ad esempio, dello scioglimento delle formazioni militari borboniche, dal quale derivò prima sotto pretesto politico, poi per degenerazione ambientale la formazione di una criminalità così imponente da determinare una campagna supplementare per le truppe nazionali, dolorosamente estranea all’epopea del Risorgimento.

Si tenga presente che, nelle province meridionali, 1321 su 1848 comuni erano allora privi di collegamento stradale (ad esempio, 91 su 124 in Basilicata, 60 su 75 nella provincia di Teramo, 92 su 108 in quella di Catanzaro).

Tra i capi briganti “legittimisti” più tristemente famosi sono da ricordare Carmine Donatelli detto “Crocco“, che si proclamava “comandante l’Armata francescana del regno di Napoli“; Vincenzo Nardi, detto “D’Amati“, che asseriva d’essere stato nominato colonnello da Francesco II; Michele La Rotonda, pseudo tenente colonnello; Luigi Alonzi detto “Chiavone”, sedicente tenente generale, che disponeva di 400 uomini a piedi e a cavallo, di 12 spingarde e 2 cannoni di ferro fuso; il sanguinario Giuseppe Nicola Summa, detto “Ninco-Nanco“, autore tra l’altro del proditorio assassinio dei carabinieri della Stazione di Acerenza, (o.d.g. del Comandante le truppe della Basilicata: “… una aureola di gloria circonderà sempre le loro tombe“), poi vendicati dai Carabinieri di Avigliano; e numerose altre bande di criminali, come quella di Giardullo, attaccata alla baionetta e sgominata dai militari dell’Arma del capitano Frau, del brigante Argentieri, catturata da quelli dei luogotenente De Giovannini, dei briganti Falsa, Pischitiello, Martano, De Lellis, Valente, Fuoco, Noce, Cetrone e Capoccia, etc.

Dal confine con lo Stato pontificio, provincia per provincia sino alla Calabria ed alla Sicilia, queste bande si erano ripartite l’intero territorio, mantenendone la popolazione in stato di soggezione e di terrore.

Nella sua pubblicazione “Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863” il conte Alessandro Bianco di S. Joroz, dopo avere enumerato le manchevolezze della pubblica amministrazione così ebbe a scrivere:
“… Ben diversamente debbo dire dei Reali Carabinieri. Ogni encomio sarebbe minore al merito di quest’ Arma benemerita e insigne, la sua condotta morale, il modo urbanissimo col quale disimpegna il suo servizio, il suo contegno sono superiori ad ogni elogio. Queste popolazioni ne sono in ammirazione e ben a ragione, perocché, avendo tuttora presente il modo vile, dispotico, burbero e brutale con cui erano trattate prima non le par vero che il servizio politico e l’ordine pubblico si possano tutelare con tanta moderazione, prudenza e dignità di modi, come ora fanno i nostri Reali Carabinieri … “.

Preceduta dal R.D. 12 marzo 1863 concernente le punizioni a carico dei militari camorristi provenienti dall’esercito dell’ex Regno delle Due Sicilie, la legge sulla repressione del brigantaggio (n. 1409 degli Atti del Governo di Torino) fu emanata in data 15 agosto 1863 e dispose che i colpevoli del reato di brigantaggio venissero puniti con la fucilazione oppure, concorrendo circostanze attenuanti, coi lavori forzati a vita, salvo diminuzione da uno a tre gradi di pena in caso di costituzione volontaria dei rei (G.M. 1863 p. 459).

Con atto n. 1410 del 20 successivo venne stabilito che l’applicazione delle suddette norme repressive comprendesse le province di Abruzzo Citeriore, Abruzzo Ulteriore II, Basilicata, Benevento, Calabria Citeriore, Calabria Ulteriore Il, Capitanata, Molise, Principato Citeriore, Principato Ulteriore e Terra di Lavoro (G.M. 1863 p. 461).

La circolare n. 29 del Ministero della Guerra – Divisione Giustizia ed Istituti militari – diramata il giorno seguente (G.M. 1863 p. 461), confermando la sostituzione della giurisdizione militare a quella dei Tribunali ordinari “per la necessità di rendere più pronta, più esemplare ed energica l’azione della giustizia” stabilì l’istituzione di un Tribunale militare di guerra in ciascuna delle seguenti località: Potenza, per la Basilicata; Foggia, per la Capitanata, Avellino, per la provincia di Avellino e per il circondario di Nola; Caserta, per il circondario di Caserta, Piedimonte e per la provincia di Benevento; Campobasso, per il Molise; Gaeta per i circondari di Gaeta, Formia, Sora ed Avezzano; Aquila per i circondari di Aquila e Cittaducale; Cosenza per la provincia di Cosenza.

Nel caso dell’arresto di un brigante in luogo dove non esistesse un Tribunale di guerra, l’ufficiale posto al comando delle truppe là stanziate doveva convocare immediatamente un Tribunale militare straordinario in conformità agli artt. 534 e segg. del Codice penale militare e di composizione analoga a quella dei Tribunali di guerra.

Contro le varie bande di briganti che scorrazzavano nel territorio dell’ex Reame di Napoli, venne impiegato un esercito, che nel 1863 fu valutato ascendere a 90.000 uomini.
Il territorio maggiormente infestato dai briganti venne diviso in tre settori: zona di Caserta, zona di Gaeta, zona di Avellino. In tali zone vennero stabilite delle sottozone, ognuna delle quali costituì a sua volta distaccamenti e colonne mobili.
Al comando delle zone vennero destinati generali di grande valore, quali il Pallavicini, il Lamarmora, il Cialdini, lo Stefanelli, il Quintini, il Pinelli ed altri.
Alla repressione del brigantaggio furono destinati i Carabinieri, la Fanteria, la Cavalleria, l’Artiglieria e la Guardia Nazionale.
Il numero complessivo di carabinieri, che parteciparono alla repressione del brigantaggio, fu nel 1861 di 4.390 uomini, che salirono a 4.733 nell’anno successivo. Questa cifra, già per sé stessa rilevante, risulterà ancora più considerevole laddove si pensi che nelle sole Stazioni territoriali della Sicilia vi erano dislocati 2.114 carabinieri, per cui nell’Italia meridionale si trovavano alla fine del 1861 ben 6.887 carabinieri, e cioè più di un terzo della forza complessiva dell’Arma.

Una statistica fa ascendere le ricompense al Valor Militare assegnate durante la campagna a 4 Medaglie d’Oro, 6 Croci dell’Ordine Militare di Savoia, 2.375 Medaglie d’Argento e 5.012 Menzioni Onorevoli.
Di queste andarono all’Arma dei Carabinieri: 1 Medaglia d’Oro al Valor Militare, 4 Croci dell’Ordine Militare di Savoia, 531 Medaglie d’Argento al Valor Militare e 748 Menzioni Onorevoli. Cifra elevatissima, che diviene particolarmente eloquente ove si considera che essa rappresenta la quarta parte delle ricompense al valore, mentre il complesso delle forze dell’Arma rappresentava solamente un ventesimo della forza totale.

Gli scrittori dell’epoca hanno lasciato una ricca documentazione del contributo dato dall’Arma nel corso della lotta contro il brigantaggio, come ha fatto, ad esempio, Edmondo De Amicis nel racconto “Fortezza“.
Dell’imponenza della lotta contro il brigantaggio concorrono a far fede le cifre del “Risultato della operazioni” raccolte dal Comando Generale 6° Dipartimento Militare di Napoli – che dirigeva la campagna – in uno specchio relativo ai primi tre trimestri del 1863 e firmato dal Capo di S.M. colonnello Bariola. L’anno 1863 fu tra i più duri della campagna:

– Omicidi commessi dai briganti: n. 379;
– Sequestri commessi dai briganti: n. 331;
– Capi di bestiame uccisi o rubati: n. 1.821;
– Briganti morti in conflitto: n. 421;
– Briganti fucilati: n. 322;
– Briganti arrestati: n. 504;
– Briganti costituitisi: n. 250;
– Militari dell’Esercito caduti in conflitto: n. 228;
– Feriti: n. 94;
– Dispersi: n. 1.

Appare impossibile citare gli innumerevoli episodi di valore che costellarono, nella lotta contro il brigantaggio, il contributo apportato dalle forze dell’Arma dei Carabinieri, legate agli ingenti reparti delle altre Armi dell’Esercito e ad essi accomunati in uno spirito di solidarietà e di sacrificio che costituisce una delle pagine più belle di cameratismo e di comune dedizione al dovere. Ci si può quindi limitare a qualche schematica menzione:

  • 4 ottobre 1862: in prossimità di Lariano il luogotenente dei     Carabinieri Enrico Ortolani, facente parte di una colonna mista, carica con 4 carabinieri e 4 guardie nazionali a cavallo 25 briganti, mettendoli in fuga. Due briganti uccisi, uno ferito e catturato.
  • 21 aprile 1863: cade eroicamente a Borgia (Catanzaro), in uno scontro contro un forte gruppo di briganti, il carabiniere Laverra. Il brigadiere Bellini si lancia da solo contro di essi e ne uccide uno.
  • 28 luglio 1863: quattro carabinieri a cavallo di scorta ad una diligenza vengono assaliti da un gruppo di briganti. Nello scontro a fuoco muore il carabiniere Anastasio 1° Francesco.
  • 17 novembre 1863: il vice brigadiere a cavallo Caporali 2° Luigi – facente parte di una colonna impegnata contro un centinaio di banditi capeggiati dai più temibili Crocco, Ninco Nanco e Tortora – carica con un gruppo di militari dell’Arma e della Guardia Nazionale e cade eroicamente. Il carabiniere Matza 1° Fedele riporta gravissime ferite.
  • 24 gennaio 1864: il carabiniere Visani, della Stazione di Andria, con coraggiosa iniziativa personale rende possibile l’uccisione di quattro briganti.
  • 7 febbraio 1864: ad Acerenza (Potenza) cinque carabinieri si scontrano con la banda di Ninco Nanco. Cadono eroicamente il brigadiere Forlani Michele e i carabinieri Rizzi Giovanni e Favata Antonio. Gli altri due militari dell’Arma tengono testa ai briganti sino all’arrivo dei rinforzi.
  • 28 febbraio 1864: cade valorosamente a Soveria (Nicastro) il carabiniere a cavallo Piermattei 1° Ettore nell’attacco alla banda del brigante Chiodo.
  • 1° marzo 1864: alla testa di una colonna mista di carabinieri e fanti il capitano dell’Arma Davico di Quittengo attacca i briganti delle bande Crocco e Tortora. Tre briganti vengono uccisi ed un quarto è catturato.
  • 13 marzo 1864: i carabinieri di Avigliano, con rinforzo della Guardia Nazionale, uccidono il famigerato capo-banda Ninco Nanco e suo fratello Francesco, che poco più di un mese prima avevano ucciso ad Acerenza tre carabinieri. Arrestati due altri briganti.
  • 27 luglio 1864: a Pietragalla, il carabiniere Cappello Pietro, lottando contro il brigante Cacciamonti, viene da questi ucciso, ma il criminale viene ucciso a sua volta dai militari sopraggiunti.
  • 10 agosto 1864: i carabinieri della Stazione di Celano attaccano un gruppo di banditi, ne uccidono uno e ne arrestano un altro.
  • 5 settembre 1864: durante una perlustrazione i carabinieri uccidono in uno scontro il noto brigante Rosati Donato.
  • 24 settembre 1864: il luogotenente generale Domarè comandante il 6° Dipartimento militare di Napoli segnala al Ministro della Guerra che i carabinieri di Roccamonfrina hanno ferito e catturato il capobanda Giuliano, sollevando lo spirito delle popolazioni del territorio.
  • 26 ottobre 1864: carabinieri in perlustrazione nel territorio di Crotone si scontrano con i briganti capeggiati dal noto Vincenzo Acri alias Polacco e lo uccidono. Scriverà nel suo rapporto al Ministro della Guerra l’Avvocato Generale militare Trombetta: ” … il capobanda Acri cessò così di spargere il terrore in queste contrade che scorreva da tre anni in banda armata, con atti d’inaudita ferocia”.
  • 23 novembre 1864: una colonna di carabinieri e fanti, scontratasi nel bosco Persano con una banda di briganti, uccide il capobanda Tranchella e due altri criminali, ferendone parecchi altri postisi in fuga.
  • 27 gennaio 1865: nell’attaccare audacemente un gruppo di briganti annidato tra le macchie di Centola il carabiniere Gaffuri 1° Achille, dopo essere stato più volte ferito, cade sotto il piombo dei fuorilegge.
  • 29 gennaio 1865: un nucleo di carabinieri del circondario di Lagonegro attacca con ardimento un gruppo di briganti, uccidendone uno ed arrestandone altro.
  • 29 gennaio 1865: a Gorgoglione (Matera) il maresciallo dei Carabinieri Grimaldi 2° Antonio attacca con sei dipendenti, dopo un prolungato scambio di fucileria, una capanna occupata da 21 briganti, che riescono a darsi alla fuga con i loro feriti. Vengono così liberate sette persone che erano state catturate dai criminali.
  • 6 marzo 1865: un drappello di carabinieri a cavallo libera presso Catanzaro il Procuratore Generale dei Re in quella città cav. Longo dalle mani dei briganti. Cade valorosamente il vice brigadiere Torriani 1° Carlo Giuseppe.
  • 14 maggio 1865: nella zona di Vasto il luogotenente dei Carabinieri Stefano De Giovannini, comandante quella Luogotenenza, circonda con 9 carabinieri il rifugio del pluriomicida Argentieri e personalmente lo riduce all’impotenza.
  • 2 luglio 1865: un vice brigadiere e 4 carabinieri si scontrano a Cervaro con una banda di 7 briganti, della quale uccidono il capobanda Cristofaro Valente e suo cugino, catturando gli altri cinque.
  • 25 settembre 1865: il brigadiere Vighi 1° Luigi cade eroicamente a Cropani in uno scontro con temuti briganti.
  • 1° dicembre 1865: il Prefetto Bruni segnala in un telegramma al Ministero dell’Interno l’ammirevole comportamento tenuto dai carabinieri ed altri militari dell’Esercito nello scontro a fuoco in cui furono uccisi nella provincia di Avellino due briganti e catturati altri sei. Cade valorosamente il carabiniere De Marco.
  • 6 marzo 1866: il colonnello dei Carabinieri Brunori, comandante la 10a Legione (Salerno) riferisce all’allora Presidente (Comandante Generale) del Comitato dell’Arma la costituzione del capobanda Manzo Gaetano e di 4 briganti, vistisi senza scampo dopo gli incessanti attacchi dei carabinieri, che avevano ucciso vari componenti della sua banda.
  • 14 maggio 1866: il luogotenente dei Carabinieri Stefano De Giovarmini assalta ardimentosamente con 13 militari dell’Arma e 6 ussari la famosa banda Cannone, forte di 50 briganti, uccidendone uno, ferendone altri e liberando, per la fuga dei criminali, tredici guardie nazionali sequestrate, che sarebbero state sicuramente uccise. L’ufficiale, già decorato di due Medaglie d’Argento al Valor Militare, viene proposto dal luogotenente generale comandante la Divisione militare di Chieti per la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia.
  • 28 maggio 1866: il luogotenente dei Carabinieri Losser, comandante la Luogotenenza di Noia, alla testa di diciotto militari dell’Arma e ventidue bersaglieri attacca un pagliaio dov’erano annidati 5 briganti, che vengono catturati durante la fuga. Cade il carabiniere Spagnoli 2° Emidio.
  • 5 giugno 1866: il colonnello comandante l’8a Legione Carabinieri (Chieti) riferisce al generale comandante la Divisione militare le circostanze nelle quali il carabiniere Leporati Domenico aveva ucciso il temuto brigante Milanese Vincenzo.
  • 22 agosto 1866: in prossimità di S. Soverina conflitto a fuoco tra carabinieri e quattro briganti, che vengono catturati. Cade il carabiniere Lancillotti.
  • 31 agosto 1866: “… la distruzione del brigantaggio in Calabria deve essere considerata opera dei Carabinieri con il concorso delle Guardie Nazionali…” (Rapporto del generale Amulfi al Ministro della Guerra).
  • 17 settembre 1866: ad opera dei Carabinieri vengono uccisi nella provincia di Catanzaro, in due distinti conflitti a fuoco, il brigante Tallarico ed il capo brigante Arturi Vulcano.
  • 7 ottobre 1866: a Roccalemo (Avezzano) il carabiniere Moretti 2° Pietro, catturato un renitente, affronta da solo con “ammirabile valore” una torma di oltre 50 aggressori che volevano liberarlo, mantenendo “forza morale alla divisa ed autorità alla legge” (luogotenente generale Durando comandante il Dipartimento militare di Napoli).

Per il contributo dato dal vice brigadiere Chiaffedro Bergia alla lotta contro il brigantaggio, si veda la voce Bergia.

Verso la fine del secolo scorso la lotta contro il brigantaggio conobbe una nuova virulenza in varie zone del Paese, soprattutto in Sardegna.

Un episodio che suscitò un’ondata di gratitudine e di ammirazione nella gente locale ebbe luogo nel maggio 1895 ad Acicastello (Catania), dove un piccolo nucleo di carabinieri comandato dal tenente Remus affrontò in un violento corpo a corpo otto briganti, quattro dei quali rimasero uccisi, uno fu raccolto moribondo e gli altri tre si arresero.

Il famoso brigante maremmano Domenico Tiburzi venne ucciso dai carabinieri in uno scontro a fuoco avvenuto nella notte fra il 23 e 24 ottobre 1896 in località Le Forane, nei pressi di Capalbio. Tiburzi era latitante da oltre 24 anni: la sua attività criminosa si compendiava in 8 omicìdi, 3 ricatti, 3 rapine, 8 estorsioni, 4 incendi ed altri reati di varia natura. Negli ultimi anni della latitanza aveva imposto ai grandi proprietari della Maremma una tangente fissa proporzionata ai loro averi. L’operazione che portò all’uccisione di Tiburzi era stata predisposta dal capitano Michele Giacheri, comandante la Compagnia di Grosseto, e dal tenente Silvio Rizzoli, comandante la Tenenza di Orbetello.

Il 1° novembre 1897, tanto per citare qualche fatto tra i più interessanti, a Montorgiali (Grosseto), in località “Madonna delle Querce“, un nucleo di carabinieri, al comando del capitano Giacheri e del tenente Tirindelli, a conclusione di lunghe indagini riuscì ad eliminare, nel corso di una vera battaglia, quasi tutti i componenti della banda Albertini, Menichetti, Ranucci e Ansuini, resasi tristemente famosa, come quella del Tiburzi, nella Maremma toscana.

In Calabria, ove dominava con la sua rete di connivenze l’ “onorata società” – associazione delittuosa simile alla “mafia” siciliana e alla “camorra” napoletana – nel 1899 ebbero qualche popolarità le gesta e la figura di Giuseppe Musolino, che, evaso dal carcere di Gerace, durante una movimentata latitanza si rese colpevole di altri delitti. La sua avventurosa cattura avvenne ad opera di militari della Legione di Ancona presso Urbino il 9 ottobre 1901.

Anche in Puglia si verificarono fenomeni sporadici di delinquenza organizzata, che l’Arma combattè efficacemente. Da menzionare la banda dei fratelli Frattaruolo, che negli anni 1895-96, dopo un primo delitto, s’insediò nel Gargano (Foggia), acquistando presto triste fama per i continui reati commessi in tutta la regione. La banda fu sgominata da speciali squadriglie, dopo lunghi servizi e numerosi conflitti a fuoco.

In Sardegna la situazione presentò, invece, carattere di gravità e di continuità che costrinse l’Arma ad un’attività incessante.
Nell’isola, sulla fine dell’800, si era registrata una notevole recrudescenza del banditismo. Nel quadriennio 1890-1893 l’isola condivideva infatti con la Sicilia e la Calabria il triste primato degli omicidi, con una media annuale di 24,20 per ogni 100.000 abitanti, contro la media nazionale di 13,44. Nello stesso quadriennio, però, la Sardegna, come risulta da una relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni di criminalità in Sardegna del 1872, aveva il primato assoluto degli omicidi aggravati, con una media annuale di 14,35 su ogni 100.000 abitanti contro 109 della Lombardia.

Non si trattava però, come nelle regioni meridionali del Paese, di brigantaggio a sfondo pseudo-politico, ma di vera e propria criminalità comune.
Caratteristiche del banditismo sardo erano l’alto numero di latitanti, la frequente impunità dei colpevoli e la sede territoriale dei crimini, che coincideva con l’area pastorale. Sue cause principali: il codice di vita delle popolazioni consacrato dal tempo e spesso contrastante con l’ordinamento giuridico di uno Stato moderno, l’arretratezza dell’economia nelle zone interne, il profondo divario esistente fra città e mondo rurale. A questa si aggiunse, negli anni intorno al 1890, la chiusura delle barriere doganali con la Francia, che arrecò notevoli danni all’economia sarda, ed una certa contrazione negli organici della forza pubblica.

L’Arma combattè a fondo il fenomeno criminoso, attuando operazioni che furono caratterizzate da cruenti conflitti a fuoco che le costarono un alto tributo di vite e di sangue.
Nel decennio 1890-1900, 29 furono i carabinieri caduti nella lotta al banditismo in Sardegna; una Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia, una Medaglia d’Oro al Valor Militare, 15 d’Argento, 72 di Bronzo, 223 Encomi Solenni bastano ad attestare il valore dimostrato dai singoli ufficiali, sottufficiali, appuntati e carabinieri in quel decennio.

Uno dei risultati più ragguardevoli fu quello conseguito dal maggiore dei Carabinieri Eugenio Baratono, comandante la Divisione di Sassari, che il 29 maggio 1894, alla testa di 16 carabinieri affrontò in una masseria i feroci banditi De Rosas – che per vendetta aveva il 14 novembre 1891 trucidato nello spazio di un’ora ben quattro persone – e Angius, catturandoli con altro criminale dopo un violento scontro a fuoco che costò la vita al valoroso maresciallo Vittorio Audisio.

Tra le centinaia di operazioni compiute vanno ricordate l’uccisione in conflitto del bandito Paolo Criscialuzzu (1893), la cattura dei famigerati Onaro e Moro, che dal 1878 al 1881 avevano svolto un’impressionante attività delittuosa, l’uccisione del bandito Salvatorangelo Dettori, avvenuta l’8 aprile 1899, e le operazioni condotte dal capitano Giuseppe Petella, dal brigadiere Lussorio Cau e dal carabiniere Lorenzo Gasco . Sotto le rispettive voci vengono riportate la figura e l’opera dei tre suddetti militari dell’Arma, che si distinsero particolarmente l’ 11 luglio 1899 nella “battaglia di Morgoglia” presso Orgosolo, conclusasi con l’uccisione di quattro feroci e temutissimi banditi e il ferimento di un quinto. (Medaglia d’Oro al Valor Militare per il brigadiere Cau, Medaglia d’Argento per il capitano Petella e per il carabiniere Gasco).
In quella operazione cadde valorosamente il carabiniere Aventino Moretti.
Alcuni mesi prima (nei giorni 14-15 maggio) lo stesso capitano Petella aveva diretto nella zona di Nuoro una vasta retata – definita dallo scrittore Giulio Bechi la “notte di S. Bartolomeo” – che portò alla cattura di un gran numero d’individui pericolosi 3 sospetti, provocando l’allarme tra i banditi annidati nei covi montani.
Alcuni di essi, i più temuti, vennero intercettati presso Dorgali nel loro tentativo di fuga; nel conflitto notturno che ne seguì con i militari dell’Arma furono uccisi il capobanda Fancello (alias Berrina) – affrontato in colluttazione dal carabiniere Gasco – e quattro altri briganti.
Nel giro di qualche mese il circondario di Nuoro si vide così liberato di ben 75 banditi.

Ma non soltanto in Sardegna l’Arma fu impegnata a cavallo dei due secoli nella cruenta lotta contro il banditismo e la delinquenza organizzata. Il 23 febbraio 1902 i Carabinieri arrestarono dopo violento corpo a corpo avvenuto presso Trapani, in Sicilia, il famigerato Maiorana – ricercato anche per l’omicidio di un carabiniere e tre suoi complici.

Furono, quelli, gli anni in cui i Carabinieri fecero da protagonisti sulle pagine illustrate dei settimanali: non passava settimana senza che da qualche angolo d’Italia giungesse notizia della cattura e dell’eliminazione delle più agguerrite bande criminali.
Dopodiché, col consolidarsi dello Stato unitario e col perfezionarsi degli organi della pubblica amministrazione, la delinquenza assunse forme e proporzioni normali, anche se dissimili da regione a regione.
L’Arma, ormai saldamente organizzata, continuò a svolgere al servizio del Paese la sua attività, caratterizzata dall’assoluto senso del dovere, che comportava insieme fermezza e moderazione, donde le era già venuto da tempo l’appellativo antonomastico di “Benemerita“.

fonte

http://www.carabinieri.it/arma/curiosita/non-tutti-sanno-che/b/brigantaggio

 

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