Alta Terra di Lavoro

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Eddington, il fuoriclasse degli astrofisici era cristiano

Posted by on Gen 16, 2019

Eddington, il fuoriclasse degli astrofisici era cristiano

Eddington amava, oltre alla scienza, la filosofia e la teologia, esattamente, come tutti i giganti di Cambridge prima di lui: Isaac Newton, Michael Faraday e James Maxwell. E come loro professava apertamente, seppure con discrezione, la sua fede cristiana, espressa anche in un libro, La scienza & il mondo invisibile, che l’editore Ares ha appena ripubblicato, dopo 70 anni, per ricordare il centenario della scoperta dell’astrofisico inglese. 

Cento anni fa, fotografando e studiando sull’Isola del Principe l’eclisse solare del 29 maggio 1919 Sir Arthur Stanley Eddington dimostra sperimentalmente che Albert Einstein ha ragione.

Riassume così l’astrofilo Gianfranco Benegiamo:
La mattina del 7 novembre 1919 Albert Einstein si svegliò a Berlino, dove aveva preso sonno la sera prima come lo sconosciuto direttore quarantenne dell’Istituto di Fisica Kaiser Wilhelm, senza immaginare che da lì a poco sarebbe diventato un personaggio popolare. Il nome dello scienziato tedesco era circolato sino a quel momento tra gli addetti ai lavori nel campo della fisica teorica, soprattutto per le bizzarre conseguenze astrofisiche derivanti dalle sue teorie, ma era completamente sconosciuto al grande pubblico e totalmente ignorato dai mezzi d’informazione.
L’annuncio dato il giorno prima a Londra, nel corso della riunione congiunta di Royal Society e Royal Astronomical Society, riguardante la conferma sperimentale dell’effetto esercitato dal campo gravitazionale sulla direzione di propagazione della luce, fu amplificato dai giornali pubblicati sulle rive opposte dell’Oceano Atlantico che in tal modo consegnarono Einstein alla fama mondiale… L’analisi delle fotografie riprese pochi mesi prima (da Eddington, ndr), per determinare come varia la posizione delle stelle più vicine al disco solare durante un’eclisse totale, condizionò il successivo sviluppo della fisica anche se forse poggiava più sulla totale fiducia di Arthur Stanley Eddington nella nuova teoria che sulla reale affidabilità dei dati raccolti
”.

Chi è Arthur Stanley Eddington? Plumian Professor di Astronomia e di Filosofia sperimentale all’Università di Cambridge e membro della Royal Society d’Inghilterra, è stato il massimo astrofisico del Novecento.

È infatti tra coloro che hanno avviato gli studi sulla nucleosintesi e sull’evoluzione stellare; è stato maestro di George Eduard Lemaitre, il sacerdote belga padre del Big bang; ha dimostrato, nel 1919, come si è già detto, la relatività generale di Einstein.

Lo troviamo dunque protagonista, tra le altre cose, delle tre grandi «novità» di inizio Novecento: lo sviluppo dell’astrofisica; la teoria dell’«atomo primordiale», detta anche Big bang; la relatività, che fu tra i primissimi a comprendere e a divulgare.

L’astronoma italiana Patrizia Caraveo ha scritto di lui: «Lantologia dei più importanti lavori pubblicati in campo astronomico tra il 1900 e il 1975 contiene ben sei articoli di Eddington contro i quattro di Einstein e Hubble. Nessuno lo supera e nessuno lo eguaglia, solo a lui è stato riconosciuto il privilegio di aver scritto sei contributi fondamentali per lo sviluppo dellastrofisica».

Ebbene Eddington amava, oltre alla scienza, la filosofia e la teologia, esattamente, come tutti i giganti di Cambridge prima di lui: Isaac Newton, Michael Faraday e James Maxwell.

E come loro professava apertamente, seppure con discrezione, la sua fede cristiana, espressa anche in un libro, La scienza & il mondo invisibile, che l’editore Ares ha appena ripubblicato, dopo 70 anni, per ricordare il centenario della scoperta dell’astrofisico inglese che, in un’epoca dominata, filosoficamente e politicamente, dal materialismo, osava scrivere: «L’universo ha come natura il pensiero di uno Spirito universale. Detto brutalmente: la sostanza del mondo è la sostanza mentale».

Francesco Agnoli

fonte http://lanuovabq.it/it/eddington-il-fuoriclasse-degli-astrofisici-era-cristiano

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Roberto d’Angiò “il Saggio”, il re di Napoli che costruì il gioiello di Santa Chiara

Posted by on Gen 16, 2019

Roberto d’Angiò “il Saggio”, il re di Napoli che costruì il gioiello di Santa Chiara

Roberto d’Angiò, detto anche il Saggio, nacque a Napoli nel 1278 e morì nella stessa il 16 gennaio del 1343. Investito di numerosi titoli fra cui re di Napoli dal 1309 al 1343, re di Sicilia, re titolare di Gerusalemme, duca di Calabria dal 1296 al 1309 e conte di Provenza e Forcalquier dal 1309 al 1343.

Figlio terzogenito di Carlo II d’Angiò e di Maria d’Ungheria, nipote di Carlo I (il quale rese Napoli capitale per la prima volta nella sua storia) allo scoppio della rivoluzione del Vespro nel 1282, fu tenuto in ostaggio, insieme ai suoi fratelli, dal re Alfonso III d’Aragona.

Nel 1295, alla morte del fratello Carlo Martello, divenne erede al trono di Sicilia, dato che l’altro fratello, Ludovico, vi aveva rinunciato per entrare nell’ordine dei frati minori francescani e che diventò santo nel 1317, a 20 anni dalla morte. Celebre è il dipinto di Simone Martini, conservato al Museo di Capodimonte, nel quale Ludovico di Tolosa incorona il fratello Roberto, una scena mai avvenuta nella realtà ma ricca dal punto di vista simbolico. Roberto, infatti, fu incoronato re di Napoli a Lione da papa Clemente V.

Nel 1297 assunse anche il titolo di duca di Calabria e sposò Jolanda (o Violante), figlia del re d’Aragona Pietro III e della regina Costanza di Sicilia, nonché sorella di Alfonso III e Giacomo II d’Aragona. Dal loro matrimonio nacquero Carlo e Luigi. Tuttavia quest’unione non portò la pace tra le due casate, anzi accese ancor più il conflitto che si concluse solo nel 1302 con la pace di Caltabellotta, con la quale gli Angioini persero definitivamente il controllo della Sicilia.

Dopo soli cinque anni di matrimonio, nel 1303, rimase vedovo di Jolanda d’Aragona, quindi l’anno seguente sposò Sancia di Maiorca.

Quando suo padre, Carlo II d’Angiò, morì, divenne re di Napoli e fu consacrato a Lione da Clemente V. In qualità di re, Roberto d’Angiò si distinse presto per il suo intelletto e per la sua audacia politica. Fu, inoltre, accusato ingiustamente d’aver fatto avvelenare il fratello Carlo e di aver costretto il fratello Ludovico ad entrare nell’ordine religioso per non avere rivali al trono.

Fu definito “il Saggio” o il “Pacificatore” proprio perché subito dopo esser stato eletto, partecipò attivamente, per un numero cospicuo di anni, alla riconciliazione fra guelfi e ghibellini. E non solo. Con lui il regno di Napoli visse un lungo periodo di pace, dopo esser stato per anni deturpato da guerre.

Diede al Regno di Napoli una stabilità politica ed un benessere economico, incoraggiò l’arte e la cultura, ne è un esempio lo splendido complesso di Santa Chiara, edificato per suo volere e dove si trova la sua tomba di straordinaria bellezza. Fu anche promotore della costruzione della Certosa di San Martino.

La sua corte fu frequentata da illustri personaggi del tempo come Petrarca, Boccaccio, Simone Martini, Tino de Camaino, Giotto. Roberto d’Angiò morì il 19 gennaio 1343 a Napoli, suo successore fu la nipote Giovanna I, figlia di Carlo, suo primogenito.

fonte https://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/194986-roberto-dangio-re-napoli-chiesa-santa-chiara/?fbclid=IwAR33ZdpCtTz0AAVpoHX1M3qFr8d0lrMayCoAjX4SsndKIEsn0F9iVakwk8k

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REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA (IV)

Posted by on Gen 16, 2019

REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA (IV)

I soldati, ben consapevoli del tradimento del generale Nunziante, respinsero con sdegno le parole del traditore e si prepararono alla res…istenza, disconoscendo, purtroppo, che nelle file dell’esercito serpeggiavano altri traditori pronti alla resa

A Napoli alcune navi piemontesi sbarcarono circa 3000 fanti di marina e bersaglieri disposti ad attaccare la città dalla parte del porto. Caduta Salerno, Francesco II decise di lasciare Napoli per evitare un bagno di sangue alla sua amata città. Il 6 settembre il re lasciò la capitale con oltre 40.000 uomini di fanteria, 6000 di cavalleria e 200 pezzi di artiglieria pesante: una forza più che sufficiente per battere Garibaldi che disponeva ancora di poche migliaia di volontari.

Lo scopo del re era quello di concentrare le sue forze tra Gaeta e Capua, costituendo una linea di difesa tra il Volturno e il Garigliano. Neppure immaginando che l’esercito piemontese avrebbe fatto irruzione nel Regno, senza dichiarazione di guerra e violando la neutralità dello Stato della Chiesa.

Maria Sofia avrebbe voluto cavalcare con il re alla testa delle truppe ma Francesco preferì lasciare la città in carrozza. Il re portò con sé casse colme di documenti e atti di governo, il sigillo reale e gli effetti personali trascurando tutti gli oggetti di valore: un’enorme quantità di vasellame di oro e di argento, che rimase al palazzo reale.

Francesco lasciò nel Banco di Napoli anche tutto il suo patrimonio personale: undici milioni di ducati più cinquanta milioni di franchi d’oro (l’enorme somma confiscata da Garibaldi andò a finire nelle casse di Vittorio Emanuele).

Furono confiscati anche i maggiorati dei principi reali, le doti delle principesse ed i beni dell’Ordine Costantiniano, eredità privata dei Borbone, avuta da Casa Farnese.

Furono rubati anche sessantasettemila ducati di rendita, dote ereditaria di Maria Cristina di Savoia, madre di Francesco II. Per non parlare poi delle ceramiche di Capodimonte, dei mobili, dei letti d’argento, dei tappeti, dei quadri di palazzo reale che presero la via di Torino per arredare la reggia del cugino Savoia.

La coppia reale raggiunse il porto di Gaeta sulla fregata Il messaggero; solo la nave a vela Partenope seguì i sovrani: tutte le altre navi militari rimasero alla fonda nel porto di Napoli.

Infatti i comandanti si erano venduti all’ammiraglio piemontese Persano con la promessa che sarebbero stati incorporati nella marina sarda con il loro grado ed il loro stipendio (promessa che non fu poi mantenuta).
Solo due navi spagnole si misero sulla scia del Messaggero, a bordo il fedele Bermudez de Castro, che non aveva voluto abbandonare i sovrani di Napoli in quel drammatico momento.

Sulla linea di difesa fra Capua e Gaeta il re venne raggiunto dalle truppe rimaste fedeli: i reggimenti di Von Mechel, tre divisioni di fanteria, una di cavalleria, 42 pezzi di artiglieria, in tutto 28000 uomini pronti a battersi.

Maria Sofia, che aveva indossato un’uniforme militare, si offrì di cavalcare alla testa delle truppe insieme con il marito ma Francesco preferì affidare il comando al vecchio generale Ritucci. Il primo ottobre del 1860 iniziò la battaglia del Volturno, l’unica vera battaglia di quella strana guerra.

Lo scontro fu durissimo e i garibaldini furono costretti a ripiegare. Furono travolte e messe in fuga anche le riserve di Bixio e lo stesso Garibaldi, caduto dal cavallo che era stato colpito, stava per essere ucciso o fatto prigioniero.

Il re, incurante del fuoco nemico, cavalcò in prima linea esortando i combattenti ad inseguire il nemico ed al momento opportuno lanciò all’attacco la Guardia Reale.

La Guardia Reale napoletana era abituata alle parate in città, ma non aveva alcuna esperienza di combattimento; i soldati erano poco addestrati alle manovre militari e per di più erano stati sempre male comandati da generali inetti ed incapaci.
La prima carica della Guardia fu arrestata dalla fucileria garibaldina e i granatieri reali furono costretti a ripiegare in disordine.

Il re in persona, incurante del pericolo, si gettò fra i suoi uomini incitandoli al combattimento, e fu proprio in quel momento che il tanto vituperato “Franceschiello” dimostrò tutto il suo coraggio.

Postosi al comando di due squadroni a cavallo del 2° reggimento ussari, il sovrano penetrò nelle file nemiche portando lo scompiglio fra le truppe piemontesi che presto si posero al contrattacco utilizzando le riserve di Cosenz; intervennero nella lotta migliaia di bersaglieri e granatieri sardi, mentre le riserve borboniche comandate da Colonna rimasero inattive lungo le rive del Volturno. Il piano di battaglia voluto dal re, perfetto nella sua formulazione, fallì come al solito per la insipienza e la incapacità dei generali napoletani.

Il 3 ottobre Vittorio Emanuele II, alla testa dell’esercito, attraversò lo Stato Pontificio, violando apertamente la neutralità della Chiesa, senza dichiarazione di guerra, portando le truppe sarde alle spalle dei Napoletani. Fu necessario pertanto ripiegare nella fortezza di Gaeta.

Sugli spalti di Gaeta Francesco II e Maria Sofia si guadagnarono gloria, ammirazione e rispetto. Gli storici sabaudi hanno sempre liquidato con poche parole l’assedio di Gaeta e hanno scritto di re Franceschiello e dei suoi poveri soldatini napoletani come delle marionette cui il puparo abbia spezzato il filo.

Quei soldati napoletani, invece, che avevano condotto con coraggio estremo una lunga e disastrosa campagna, dimostrarono a Gaeta come si riscatta l’onore militare di un esercito e di tutto un popolo.

*****
L’esercito piemontese disponeva di un’artiglieria moderna: nel 1850 l’ingegnere balistico Cavalli aveva avuto un intuito fondamentale: dotare di una rigatura elicoidale dapprima i fucili e poi i cannoni; la rigatura della canna consentiva ai proiettili una straordinaria accelerazione e un forte impatto di penetrazione.

A Gaeta, il generale piemontese Cialdini disponeva di tali pezzi di artiglieria mentre i cannoni napoletani sugli spalti della fortezza erano ancora di vecchio modello e con una gittata limitata; nessun cannone era rigato.

La quantità dei proiettili e delle cariche per l’artiglieria era scarsa, mancava il legname per riparare gli affusti in caso di rottura, ipotesi probabile data la vetustà dei pezzi; inoltre mancavano del tutto i sacchetti di sabbia a difesa dei pezzi più esposti sugli spalti della fortezza.

Scarseggiavano, inoltre, i generi di prima necessità, le provviste erano poche e spesso malandate; c’erano centinaia di cavalli e di muli che nel giro di pochi mesi morirono di fame per mancanza di foraggio.

I soldati dormivano sulla nuda terra poiché non c’erano brande, né materassi, né coperte da campo; non c’erano divise di ricambio e neppure biancheria, molti soldati indossavano abiti civili raccattati fra la popolazione tenendo in capo soltanto il berretto militare.

Mancavano i medicinali e le bende per curare le ferite, i pochi ufficiali medici dovevano provvedere lacerando a strisce vecchi lenzuoli e tele da tenda. La situazione a Gaeta era difficilissima, al limite delle capacità umane, eppure in queste condizioni paurose i soldati napoletani si batterono con un coraggio tale da destare il rispetto e l’ammirazione dei nemici.

L’eroina di Gaeta fu la regina Maria Sofia, una fanciulla appena diciannovenne, che a cavallo, incurante dei micidiali bombardamenti del generale Cialdini, correva in mezzo al fumo dei cannoni per arrecare incitamento e portare entusiasmo fra gli artiglieri delle batterie. La giovane regina visitava tutte le batterie di fronte di terra e quella di mare dell’Annunziata.

Un giorno, proprio in quest’ultima batteria, comandata dal 1° tenente Raffaele Mormile, un proiettile nemico scoppiò a poca distanza dalla regina, che si salvò per la presenza di spirito dell’ufficiale che di un balzo l’afferrò per la vita riparandola nella casamatta, mentre lo scoppio distrusse un pezzo del bastione coprendo la sovrana di calcinacci.

Assolutamente non turbata e sorridente, Maria Sofia si limitò a criticare la scarsa precisione dell’artiglieria nemica.

Giorno e notte la regina visitava i feriti che giacevano nell’ospedale centrale di Torrion, portando loro del cibo che ella sottraeva alla sua mensa e che divideva personalmente ai soldati.

Confusa fra gli infermieri e le suore di carità, apprestava le prime cure ai soldati che arrivavano, lavando e disinfettando le ferite meno gravi. Spesso il suo abito di velluto nero brulicava di pidocchi, che i soldati portavano in gran quantità: erano gli stessi infermieri che spazzavano via dagli abiti della sovrana quei disgustosi insetti.

Il 18 novembre il generale Vial, governatore della piazzaforte, scrisse una lettera a Cialdini nella quale si comunicava che sugli ospedali di Gaeta era stata issata una bandiera nera affinché fossero preservati dai bombardamenti gli infermi gravi ed i feriti ivi raccolti. Cialdini chiese che venisse specificato il numero delle bandiere innalzate sugli ospedali, e Vial confermò la presenza di tre bandiere.

Il generale piemontese, preso da una crisi di galanteria per la bellissima regina, invitò Vial ad innalzare una quarta bandiera nera, più grande delle altre, sul palazzo abitato dalla sovrana.

Maria Sofia rispose personalmente a Cialdini chiedendogli di poter esporre la quarta bandiera nera sulla monumentale e preziosa chiesa di S. Francesco, opera dell’architetto Guarinelli, a preservarla dalla distruzione, confermando l’intenzione di fare sventolare la bandiera nazionale con i gigli sul palazzo reale.

Il 19 novembre arrivò a Gaeta il generale Ferdinando Beneventano del Bosco, colui che a Milazzo aveva dato scacco a Garibaldi. L’arrivo di Bosco entusiasmò i soldati, che riconoscevano in lui il carisma del condottiero. Nessuno dei generali borbonici aveva più ascendente di Bosco sulle truppe, ed il generale aveva raggiunto il suo re nel momento più difficile e drammatico per la dinastia.

Consapevole del coraggio e della fedeltà del generale, la regina sperava in un’azione militare incisiva per rompere il cerchio dell’assedio. Purtroppo, per la mancanza di uomini e mezzi, quest’azione non ebbe il successo sperato, ma la presenza di Bosco a Gaeta aiutò moltissimo il morale della truppa, che vedeva in lui il più devoto e fedele servitore del re.

Per i difensori di Gaeta il conforto maggiore era rappresentato dalla visione della bellissima regina che, vestita con semplicità, ogni giorno, appariva loro a cavallo per incitarli e rincuorarli. Maria Sofia era diventata dunque il simbolo vivente dell’assedio.

I giornali diffusero la sua immagine di grande regina in tutta l’Europa, e molti aristocratici, affascinati da quella giovane donna che indossava una vecchia uniforme militare, come volontari le offrirono la loro spada e il loro ardimento.

Maria Sofia visse a Gaeta i giorni più memorabili ed esaltanti della sua lunga vita; la regina porterà in seguito nel suo cuore quei momenti indimenticabili negli anni del suo lungo e doloroso esilio.

Il 13 febbraio il fuoco delle batterie piemontesi con più di 8000 proiettili distrusse completamente la piazzaforte di Gaeta e buona parte della città.

Un proiettile colpì la polveriera Transilvania, che esplose con le sue 18 tonnellate di polvere. Morirono due ufficiali e cinquanta soldati, morti che si potevano evitare poiché la fortezza era prossima alla resa.

Nel pomeriggio dello stesso giorno Francesco II firmava la “Capitolazione per la resa della piazza di Gaeta”.

All’alba del 14 febbraio Francesco II e Maria Sofia uscirono dalla casamatta per percorrere lo stretto corridoio che portava alla porta di mare, seguiti dai principi reali, da ministri, generali, diplomatici.

Dietro il corteo reale tutti gli ufficiali con le loro armi e i cavalli, infine i soldati: laceri, feriti, con le stampelle, piangevano senza vergogna, mostrando le armi e gridando: “Viva ‘o re”.

La banda intonò l’inno borbonico scritto da Paisiello; i Piemontesi presentarono le armi in segno di onore per i combattenti di Gaeta, mentre veniva ammainata la bandiera bianca con i gigli.

Molti ufficiali spezzarono le loro spade sulle rocce della strada.

La regina era pallidissima, ma avanzava al braccio del marito con la solita fermezza e la dignità regale, salutando la folla piangente che si assiepava lungo il percorso; rotti i cordoni, molte donne si gettarono a baciare le mani della sovrana, gridando: “Viva ‘o re, viva ‘a reggina”.

Laggiù, sugli spalti di Gaeta, un raggio di gloria venne a posarsi sul capo dell’ultima Regina delle Due Sicilie.

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