Alta Terra di Lavoro

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Sora – Santa Messa in suffragio di Ferdinando II, Re delle Due Sicilie

Posted by on Lug 21, 2019

Sora – Santa Messa in suffragio di Ferdinando II, Re delle Due Sicilie

Il 14 luglio 2019 è stata celebrata la Santa Messa in suffragio dellanima benedetta di Ferdinando II, con il  Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, nella basilica minore di San Domenico abate a Sora.

La celebrazione in memoria​ del Re viene svolta due volte l’anno, il 16 gennaio e il 14 luglio, dai monaci cistercensi che officiano l’abbazia di San Domenico abate, a suo tempo beneficata da Ferdinando II. Al rito erano presenti numerosi Cavalieri, Dame e Postulanti del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio della Real Commissione per l’Italia​, Delegazione della Tuscia e Sabina. Il​ delegato, Nob. Avv. Roberto Saccarello, Cavaliere Gr. Cr. di Jure Sanguinis con Placca d’Oro, assente per evento concomitante, ha espresso il suo compiacimento per la commemorazione. La Liturgia Eucaristica è stata presieduta dal Cappellano di Merito, padre Pierdomenico Volpi, monaco cistercense dell’Abbazia di Casamari e concelebrata dal priore del Monastero di San Domenico Abate, padre Sante Bianchi. Durante l’omelia padre Volpi ha rimarcato la motivazione della presenza dell’Ordine Costantiniano a questa celebrazione, con le seguenti parole: “Cari fedeli di San Domenico, oggi si tiene la Messa di suffragio del Re Ferdinando II. La celebrazione viene svolta due volte l’anno; questo perché Ferdinando II si è reso altamente benemerito​ verso questo monastero restituendolo ai monaci cistercensi di Casamari nel 1831, consentendo così la ripresa della vita religiosa. Per questa occasione vedete presenti​ i Cavalieri, le​ Dame​ e i​ Postulanti del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio​ perché il Gran Maestro di questo Ordine Cavalleresco – Religioso è un diretto discendente di Ferdinando II. L’Ordine di cui mi onoro di essere​ Cappellano ha lo scopo di praticare e di diffondere la fede cattolica in ossequio​ al suo tradizionale simbolo, la Croce greca, al centro della quale vi sono le iniziali greche del nome di Cristo e nel braccio orizzontale le lettere greche alfa e omega (A – Ω) a significare che Cristo è l’inizio e il fine di tutte le cose. Alle quattro punte sono poste le lettere I H S V che sono le iniziali latine In Hoc Signo Vinces (Con questo segno vincerai), parole che avrebbe udito e visto miracolosamente l’Imperatore Costantino prima di affrontare Massenzio in battaglia. L’Ordine, quindi, invita ogni​ Cavaliere a fare del Redentore il centro della propria vita, nella certezza​ che rivestito della corazza di Cristo e sotto il segno​ della Croce esso​ possa sconfiggere il male. Inoltre l’Ordine persegue​ scopi caritativi, assistenziali e culturali. La Sacra Milizia non ha nessuna coloritura politica né rivendica alcun trono; come dicevo, noi siamo presenti solo per pregare per l’anima di Re Ferdinando, avo del nostro Gran Maestro Don Pedro di Borbone Due Sicilie y Orleans”, e per ribadire i nostri principi istituzionali. Dopo la comunione, la celebrazione ha avuto un momento toccante, allorché due Postulanti hanno eseguito con organo e tromba l’inno composto dal Maestro Giovanni Paisiello per il Re Ferdinando II. Al termine dell’esecuzione una Dama dell’Ordine ha letto la Preghiera del Cavaliere Costantiniano, scritta dal Cardinal Antonio Innocenti, Gran Priore dell’Ordine. Infine, il padre priore di San Domenico ha dato appuntamento per il​ 21 ottobre, quando si terrà un importante convegno sulla figura di re Ferdinando II e sul suo speciale rapporto con il monastero di San Domenico.

segnalato da Domenico Tagliente

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Il “Banco delle due Sicilie”: quando il Sud era il motore ricco dell’Europa

Posted by on Lug 20, 2019

Il “Banco delle due Sicilie”: quando il Sud era il motore ricco dell’Europa

Più o meno tutti, almeno una volta nella vita, a parte qualche rara eccezione, abbiamo cercato di far passare un’affermazione falsa come un’affermazione vera, in che modo? Molto spesso ripetendo quella falsità fino allo svenimento, un metodo talmente efficace, che alla fine anche noi stessi, crediamo, ideatori e autori della menzogna, che quest’ultima corrisponda alla verità.

È incredibile ma la nostra mente funziona così, pertanto la percezione che possiamo avere della realtà può variare molto in base a come essa viene raccontata. Ecco, similmente, questa tecnica comunicativa è stata utilizzata dalla propaganda e dalla retorica politica piemontese dopo l’unità d’Italia, facendo passare il messaggio che il Regno meridionale, oppresso dai Borbone, fosse una terra povera e arretrata e che il Settentrione si sarebbe impegnato per il suo sviluppo. Infatti non è casuale che oggi molti meridionali hanno perso, almeno in parte, la coscienza del proprio passato.

Il Regno delle Due Sicilie era lo Stato più ricco e all’avanguardia d’Italia e tra i più floridi in Europa. Uno degli indicatori di questa ricchezza ci proviene dal sistema bancario meridionale preunitario.

A Napoli nel 1539 fu fondato il “Monte di Pietà”, un istituto che aveva il compito di fornire prestiti a tasso zero a favore di coloro che si trovavano in una situazione di povertà, come garanzia si richiedeva un pegno. Dopo aver iniziato a svolgere attività bancaria e di deposito, nel 1584 l’istituto divenne un Banco. Così tra il ‘500 e il ‘600 a Napoli vennero fondati ben otto istituti bancari pubblici: il già citato “Banco di Pietà”(1539), il “Monte e Banco dei Poveri”(1563), il “Banco della Santissima Annunziata”(1587), il “Banco di Santa Maria del Popolo”(1589), il “Banco dello Spirito Santo”(1590), il “Banco di Sant’Eligio”(1592), il “Banco di San Giacomo e Vittoria”(1597) e il “Banco del Santissimo Salvatore”(1640), quest’ultimo, l’unico Banco a non essere legato ad istituti caritatevoli e assistenziali.

Siamo di fronte a un sistema bancario che pochi altri Stati dell’epoca potevano vantare. Alcuni importanti cambiamenti arrivano nel 1794, quando Ferdinando IV di Borbone istituisce il “Banco Nazionale di Napoli”, il quale aveva il compito di coordinare e controllare l’attività degli otto Banchi napoletani.

Nel 1806 il re Giuseppe Bonaparte rivoluzionerà l’assetto bancario del regno, infatti egli farà chiudere due Banchi, quello “del Popolo” e quello “del Salvatore”, inoltre creerà il “Banco dei Privati” che assorbirà i Banchi “della Pietà”, “dei Poveri”, di “Sant’Eligio” e dello “Spirito Santo”, infine il “Banco di San Giacomo” cambierà nome in “Banco di Corte”, con il compito di custodire e gestire il tesoro dello Stato.

Sarà invece il re Gioacchino Murat a mutare profondamente il sistema bancario meridionale attraverso la fondazione del “Banco delle Due Sicilie”, articolato in due rami, la “Cassa dei Privati” e la “Cassa di Corte”. Nel 1844 fu fondata la “Cassa di Corte” a Palermo e nel 1846 la “Cassa di Corte” a Messina, tre anni più tardi esse saranno fuse nel “Banco Regio dei Reali Domini al di là del Faro”. Ricordiamo che nel 1858 fu fondata la “Cassa di Corte” a Bari e nel 1860 la “Cassa di Corte” a Reggio Calabria e a Chieti. Insomma un apparato bancario veramente articolato e possente, a tal punto che nel 1860 il “Banco delle Due Sicilie” potrà vantare una ricchezza intorno ai 440 milioni di lire in monete d’oro, invece la ricchezza monetaria di tutti gli altri Stati italiani messi insieme non arrivava ad un valore di 230 milioni di lire, oltretutto una parte in cartamoneta.

Dopo il “sacco garibaldino”, quel poco che rimaneva del “Banco Regio dei Reali Domini al di là del Faro” fu confluito nel nuovo istituto “Banco di Sicilia”mentre il “Banco delle Due Sicilie” fu convertito in “Banco di Napoli” e venne amministrato da funzionari piemontesi, oltretutto avrà il compito, per 65 anni, di emettere moneta nel nuovo “Regno d’Italia”, fino a quando tale funzione sarà assunta nel 1926 dalla “Banca d’Italia”.

Quindi, già con lo sbarco di Garibaldi, il sistema bancario meridionale iniziò a subire danni irreparabili, per poi essere smembrato a partire dall’Unità d’Italia. Non è un caso se oggi il “Banco di Sicilia” è di proprietà di “Unicredit”, una banca milanese, e il “Banco di Napoli” di “Intesa-San Paolo”, un istituto di credito torinese.

Dal 1861 si assistette a un’enorme trasferimento di capitali dal meridione al settentrione e il processo fu anche incredibilmente veloce e spietato, infatti dopo qualche decennio dall’unificazione, di quel florido mondo bancario, costruito attraverso i secoli, non rimaneva che qualche traccia, gran parte ormai era stato sotterrato dalle macerie dell’opportunismo e della Storia e anche dal tentativo, in gran parte riuscito, di cancellare la memoria collettiva di quello che un tempo era uno dei sistemi bancari più ricchi d’Europa, quello del Regno delle Due Sicilie.

fonte https://www.ilsicilia.it/il-banco-delle-due-sicilie-quando-il-sud-era-il-motore-ricco-delleuropa/?fbclid=IwAR1nsnQ-YpL_oY542GIiHO5hRN8kZQ1–fotfH83kgThMy4nwq4OKe2gWUA

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La strage di Bronte dell’Agosto 1860: per non dimenticare le vergogne di Garibaldi e Nino Bixio

Posted by on Lug 20, 2019

La strage di Bronte dell’Agosto 1860: per non dimenticare le vergogne di Garibaldi e Nino Bixio

Sembra incredibile che, ancora oggi, la Sicilia non si sia ancora liberata dal ricordo di questi due assassini. Ancora oggi le statue (soprattutto di Garibaldi) campeggiano in tante città della nostra Isola. E ancora oggi scuole e vie portano i nomi di questi due gaglioffi. Ricordiamo, in questo articolo, una strage che ancora oggi brucia

Sembra incredibile che, ancora oggi, la Sicilia non si sia ancora liberata dal ricordo di questi due assassini. Ancora oggi le statue (soprattutto di Garibaldi) campeggiano in tante città della nostra Isola. E ancora oggi scuole e vie portano i nomi di questi due gaglioffi. Ricordiamo, in questo articolo, una strage che ancora oggi brucia

Dal 6 al 10 Agosto del 1860 esattamente 156 anni fa, a Bronte, Nino  Bixio, su mandato di Giuseppe Garibaldi, si rendeva protagonista di un atto scellerato ed infame che la storia quella vera e non quella paludata della storiografia ufficiale e scolastica ci ha tramandato e condannato come “l’eccidio di Bronte”.

Ciò val bene per ricordare e non diminticare su come i “liberatori” alla Nino Bixio intendevano trattare i siciliani e soprattutto, i contadini illusi dalla promesse dei decreti garibaldini sulla assegnazione delle terre, convinti che, finalmente, con l’arrivo di Garibaldi e delle camicie rosse potessero legittimamente essere garantiti i principi di libertà e di giustizia sociale.

In quel maledetto e torrido Agosto del 1860 ai siciliani ed ai brontesi, speranzosi che per loro le cose sarebbero cambiate in meglio, mal gliene incolse. A farli ravvedere dalle loto aspettative provvide alla bisogna il paranoico generale garibaldino – il già citato Bixio – che certo dei siciliani non aveva gran considerazione e stima, se è vero che, alla moglie Adelaide, durante l’impresa dei mille, così ebbe tra l’altro testualmente  a scrivere a proposito della Sicilia e dei siciliani:

“Un paese che bisognerebbe distruggere e gli abitanti mandarli in Africa a farsi civili”.

E’ con questo stato d’animo e questa predisposizione nei confronti dei siciliani che Bixio si presentò a Bronte prendendo, per tre giorni, alloggio al collegio Capizzi. La mattina del 6 agosto, con due battaglioni di bersaglieri, Bixio decise di ristabilire l’ordine che era stato turbato nei giorni precedenti dai popolani e dai contadini-vassalli della ducea di Nelson che, illusi, si erano ribellati rivendicando il diritto all’assegnazione delle terre ed al riscatto sociale promesso loro dai truffaldini decreti garibaldini.

All’avanzata di Garibaldi in Sicilia e con l’illusoria promessa di una più equa distribuzione delle terre furono molti, infatti, i paesi della Sicilia che, come Bronte, insorsero al grido “Abbassu li cappeddi, vulimi li terri”. Tra questi, Regalbuto, Polizzi Generosa, Tusa, Biancavilla, Racalmuto, Nicosia, Cesarò, Randazzo, Maletto, Petralia, Resuttano, Montemaggiore, Capaci, Castiglione di Sicilia, Centuripe, Collesano, Mirto, Caronia, Alcara Li Fusi, Nissoria, Mistretta, Cefalù, Linguaglossa, Trecastagni e Pedara.

Le aspettative del popolo e dei contadini nei confronti dei “cappeddi” ( i latifondisti ed i ricchi proprietari terrieri) furono represse in quei paesi con il piombo e nel sangue da quei garibaldini che avevano promesso loro terre, libertà e giustizia. Quello stesso piombo che, 34 anni dopo, nel 1894, l’ex garibaldino Francesco Crispi, che era stato prima segretario di Stato e teorico della spedizione dei Mille e successivamente, dopo l’Unità, divenuto presidente del Consiglio, ordinò di scaricare sui contadini siciliani che rivendicavano le terre e reprimendo così nel sangue con centinaia di vittime innocenti l’epopea dei Fasci Siciliani.

A distanza di anni con pedissequa ferocia, di fatto, si riproponeva, ancora una volta, in un bagno di  sangue, la logica della difesa del privilegio e della conservazione perché nell’ottica gattopardiana nulla cambiasse, prima con Garibaldi e poi con Crispi

Ma torniamo ai fatti e al grido di libertà dei contadini e dei cittadini di Bonte. Su pressione del console inglese di Catania, John Goodwin, a sua volta sollecitato dai fratelli Thovez amministratori della ducea per conto  della baronessa Bridport, Garibaldi, costi quel che costi, per reprimere la rivolta di quei brontesi che avevano avuto l’impudenza di ribellarsi agli inglesi suoi protettori e finanziatori dell’impresa dei Mille, invia per risolvere la questione ed assolvere questo sporco lavoro, come era nelle sue attitudini ed abitudini, il suo fedele luogotenente Nino Bixio.

Appena giunto, come primo atto, il “liberatore” (degli interessi degli inglesi e non dei contadini e dei siciliani), Bixio decretò lo stato d’assedio e la consegna delle armi imponendo una tassa di guerra, dichiarando il paese di Bronte colpevole di “lesa umanità” dando inizio a feroci rappresaglie senza concedere alcuna minima garanzia e guarentigia  alla cittadinanza. I nazisti ottant’anni dopo prenderanno lezioni da questi metodi dei “liberatori” garibaldini.

Bisognava dimostrare ai “padroni” inglesi che nessuno poteva toccare impunemente i loro interessi. E il paranoico “servo” con i suoi metodi criminali li accontentò appieno. Si passò ad una farsa di processo e tutto fu liquidato in poco tempo senza riconoscere alcun diritto alla difesa discutendo e dibattendo il tutto in appena quattro ore.

Alla fine, alle 8 di sera del 9 Agosto, calpestando ogni simulacro  di garanzia, era già tutto deciso con la condanna a morte di cinque cittadini che niente avevano avuto a che fare con i tumulti e le rivolte delle precedenti giornate che avevano turbato la tranquillità ed il sonno degli inglesi in quel di Bronte.

I cinque, la mattina del giorno dopo il 10 agosto, nella piazzetta della chiesa di San Vito, finirono vittime innocenti dinanzi al  plotone d’esecuzione. L’avvocato Nicolò Lombardo notabile del paese che, da vecchio liberale, con tanta speranza aveva atteso lo sbarco garibaldino sognando un futuro migliore per la sua terra dovette ricredersi in quell’attimo che la scarica di fucileria spense quel suo sogno e per l’avvenire il sogno di tanti siciliani. Con lui morirono Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Samperi Spiridione, Nunzio Longhitano Longi, Nunzio Ciraldo Fraiunco. Quest’ultimo era lo scemo del paese che sopravvisse alla scarica di fucileria e invocando vanamente la grazia fu finito cinicamente con un colpo di pistola alla testa dall’ufficiale che aveva comandato il plotone

Dopo la feroce esecuzione, a monito per la popolazione di Bronte, i corpi delle vittime rimasero esposti ed insepolti per parecchio tempo.

Ma non era finita. A questo primo processo sommario ne seguì un altro altrettanto persecutorio e vessatorio nei confronti di coloro che avevano arrecato oltraggio ai grossi proprietari terrieri e agli inglesi della ducea. Il processo che si celebrò presso la Corte di Assise di Catania si concluse nel 1863 con 37 condanne esemplari di cui  25 ergastoli. Giustizia era stata fatta. I poveracci non avrebbero più alzato la testa.

Il 12 Agosto, dopo avere fatto affiggere nei giorni precedenti, a suo nome, un proclama indirizzato ai Comuni della provincia di Catania con il quale invitava i contadini a stare buoni e a tornare al lavoro nei campi pena ritorsioni e feroci rappresaglie, Nino Bixio ribadiva:

“Gli assassini e i ladri di Bronte sono stati puniti e a chi tenta altre vie crede di farsi giustizia da sé, guai agli istigatori e ai sovvertitori dell’ordine pubblico. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole”.

Proclami e avvisi tendenti ad rassicurare baroni, latifondisti, proprietari terrieri e soprattutto gli inglesi che, con Garibaldi e Bixio, non c’era alcun pericolo di rivolte sociali. La rivoluzione garibaldina aveva mostrato il suo volto. Gli interessi della borghesia, dei latifondisti, degli inglesi che facevano affari in Sicilia e di quei settentrionali che in nome di Vittorio Emanuele in futuro li avrebbero fatti erano salvi e salvaguardati dalle camicie rosse.

E dire che a questi personaggi, come Nino Bixio e Giuseppe Garibaldi, i siciliani con un masochismo degno di miglior causa, hanno dedicato una infinità di via strade, piazze, scuole, monumenti e quant’altro a significativa memoria che da sempre siamo affetti dalla sindrome di Stoccolma, ossia quella di innamoraci dei nostri carnefici.

E’ ora di finirla. Prendendo  coscienza e consapevolezza della nostra vera storia, è giunto il momento di buttare giù lapidi, e disarcionare dai monumenti questi personaggi che, dipinti come falsi eroi, ci hanno depredato della nostra economia, della nostra storia, della nostra cultura e della nostra identità. I tribunali della storia che per fortuna sicuramente non sono quelli dei processi sommari di Bronte alla fine certamente condanneranno per i loro crimini questi personaggi: anticipiamo sin da ora  le sentenze e buttiamoli giù dai loro piedistalli.

Per quanto riguarda infine Gerolamo Bixio detto Nino, pochi sanno che, alla fine la giustizia divina, per le sue malefatte, più di quella degli uomini, gli presentò un conto salato, facendolo morire tra atroci dolori, sofferenze e tormenti in preda alla febbre gialla ed al colera a bordo della sua nave (s’era dato ai commerci con l’Oriente) il 16 dicembre del 1873, a Banda Aceh, nell’isola di Sumatra, a quel tempo colonia olandese.

Il suo corpo infetto chiuso in una cassa metallica fu sepolto nell’isola di Pulo Tuan che nella lingua locale significa isola del Signore. Successivamente tre indigeni, credendo di trovare qualche tesoro, disseppellirono la cassa denudarono il cadavere e poi lo riseppellirono vicino ad un torrente. Due di loro, infettati dal colera morirono nel breve giro di 48 ore. Anche da morto Bixio era riuscito a fare delle vittime. Roba da Guinnes dei primati.

I pochi resti del suo corpo ed alcune ossa, grazie al terzo indigeno sopravvissuto alla maledizione, vennero ritrovati nel giugno del 1876. Il 10 maggio del 1877 quello che rimaneva dei resti del massacratore di Bronte veniva cremato nel consolato italiano di Singapore. Il 29 Settembre di quello stesso anno le ceneri giunsero a Genova e seppellite nel cimitero di Staglieno.

L’avvocato Nicolò Lombardo e le altre vittime di Bronte, per loro buona pace, si può dire che per la morte atroce del loro aguzzino e per ciò che ne conseguì, erano state vendicate, alla fine, dalla Giustizia divina.

fonte http://timesicilia.it/la-strage-bronte-dellagosto-1860-non-dimenticare-le-vergogne-garibaldi-nino-bixio/?fbclid=IwAR35wZ-sNqAgLzywx2Ok9Gusmst5ZdWRhGC8406KZI580Eo_yJxf5CuFMQc

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