Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Il Sud sta morendo: un milione di giovani in fuga. Disoccupazione alle stelle

Posted by on Giu 23, 2019

Il Sud sta morendo: un milione di giovani in fuga. Disoccupazione alle stelle

“Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”. Così la Svimez che parla “di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”. E definisce “preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors’”, ovvero del “lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario”.

Nel 2019 si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud”. È quanto prevede la Svimez, nelle anticipazioni del Rapporto di quest’anno. Nel 2017, si spiega, “il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa” ma “in un contesto di grande incertezza” e “senza politiche adeguate” rischia di “frenare”, con “un sostanziale dimezzamento del tasso di

sviluppo” nel giro di due anni (dal +1,4% dello scorso anno al +0,7% del prossimo).

“Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”. E’ questo il ‘bollettino’ della Svimez sulla ‘fuga’ dal Sud, il cui peso demografico non fa che diminuire.

La Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno, nelle anticipazioni del Rapporto 2018 lancia l’allarme sul “drammatico dualismo generazionale”. E spiega: “il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Insomma, sintetizza, “si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani”.

fonte https://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/denunciamo/259328-il-sud-sta-morendo-un-milione-di-giovani-in-fuga-disoccupazione-alle-stelle/?fbclid=IwAR3kKWDhWEa5JL_NTO-oHoFwfRnaxbsTyikx_Rn3_4NsY36s7Jigo6zni2M

Read More

Riso di Sibari: il gioiello calabrese si classifica come “il migliore d’Italia”

Posted by on Giu 23, 2019

Riso di Sibari: il gioiello calabrese si classifica come “il migliore d’Italia”

Il Riso di Sibari si produce grazie alla coltivazione di una pianta con cadenza annuale chiamata Oryza sativa, scoperta nella catena montuosa dell’Himalaya e successivamente diffusa in Medio Oriente Africa ed Europa. Secondo alcune fonti storiche, il transito di questa pianta dal Sud Italia ne ha determinato la sua importante e preziosa presenza sul territorio calabrese.

“Nu piattu i ris, n’ura i panza tis”: (“Un piatto di riso si digerisce velocemente”) è questa la tipica affermazione del calabrese che si ritrova in tavola un piatto di riso fumante…ma non un comune riso commerciale, bensì il “Riso di Sibari”, invidiato da milioni di produttori di riso per le sue speciali proprietà organolettiche dovute al microclima e al territorio calabrese nella quale viene coltivato viene coltivato.

Coltivato nella Piana di Sibari dove sono presenti circa 600 ettari di terreno adibito alla sua coltivazione, il riso della Piana di Sibari da decenni è riuscito a posizionarsi bene sul mercato sia nazionale che mondiale e ad ottenere molta fiducia da parte dei consumatori che soprattutto in Italia lo usano, con la sua versatilità, in numerose ricette.

Riso di Sibari: alta qualità calabrese

Diverse le particolarità del Riso di Sibari: oltre ad essere coltivato nel territorio calabrese, viene anche lavorato in maniera totalmente artigianale in Calabria: mediante una sbramatura poco invasiva e leggera, il riso di Sibari giunge sulle tavole degli italiani mantenendo tute le sue qualità benefiche ed il suo sapore deciso e intenso, sinonimo della sua alta qualità.

Diverse e varie le tipologie di Riso di Sibari: si passa da un Carnaroli che mantiene al meglio la cottura ad un Integrale che sprigiona tutte le sue proprietà organolettiche, sino ad arrivare ai più pregiati “Aromatico” che sprigiona sin dal primo minuto di cottura i profumi intensi della sua terra e “Nero”, dal chicco integrale e pregiato, ricco naturalmente di antiossidanti.

Parlano gli esperti

Il Riso di Sibari, collocato tra le eccellenze calabresi, secondo gli esperti è un prodotto molto più sapido rispetto alle altre tipologie che si trovano in commercio. Coltivato a pochi passi dal mare, grazie al microclima calabrese e al territorio salmastro nella quale viene coltivato, questa tipologia di riso si classifica come “unica nel suo genere” e proprio per le sue originali caratteristiche risulta essere tra le più ricercate in Italia.

Fino al 2006, il Riso di Sibari veniva venduto data l’enorme richiesta ai produttori del Nord Italia che successivamente lo rivendevano sotto forma di riso locale. Dal 2006 in poi i coltivatori si sono occupati personalmente di tutte le fasi, dalla semina al confezionamento, consentendo così di mantenere l’originalità del prodotto e garantendo un controllo completo di tutta la produzione.

fonte http://strilleat.strill.it/riso-di-sibari-il-gioiello-calabrese-si-classifica-come-il-migliore-ditalia/?fbclid=IwAR3QIekkTYCz4neTqyS3J8hEGAOZZwKwLIcxDzpOHXV2qrkrKP8b9-_e_sk

Read More

L’impero romano? Cadde per i pochi nati e i troppi stranieri

Posted by on Giu 23, 2019

L’impero romano? Cadde per i pochi nati e i troppi stranieri

Arriva da noi il libro che ha diviso la Francia per il polemico parallelo tra il passato e oggi

Già esaurito e in ristampa, il libro dello storico Michel De Jaeghere Gli ultimi giorni dell’Impero Romano che arriva ora in Italia (Leg, pagg.

624, euro 34), è uscito due anni fa in Francia e, là, ha sollevato un putiferio. Perché? Perché l’autore dimostra che quella civiltà collassò per le seguenti cause: a) crollo demografico, per far fronte al quale si inaugurò b) una persecuzione fiscale che c) distrusse l’economia; allora si cercò vanamente di ovviare tramite d) l’immigrazione massiccia. Che però si trascurò di governare.

Se tutto questo ci ricorda qualcosa, abbiamo azzeccato anche il motivo per cui gli intellò politicamente corretti d’oltralpe sono insorti. La vecchia tesi di Edward Gibbon, che è settecentesca e perciò più vecchia del cucco, forse poteva andar bene a Marx, ma non ha mai retto: non fu il cristianesimo a erodere l’Impero Romano, per la semplice ragione che la nuova religione era minoritaria e tale rimase a lungo anche dopo Costantino. L’Impero cessò ufficialmente nel V secolo, quando i cristiani erano neanche il dieci per cento della popolazione. Solo nella pars Orientis erano maggioranza. Infatti, Bisanzio resse altri mille anni: quelli che combattevano per difenderla erano tutti cristiani. E pure a Occidente erano cristiani soldati (inutilmente) vittoriosi come Ezio e Stilicone.

Michel De Jaeghere, direttore del Figaro Histoire, fa capire che tutto cominciò col declino demografico. I legionari, tornati a casa dopo anni di leva, mal si adattavano a una condizione di lavoratori che, quanto a profitto, li metteva a livelli quasi servili. Così andavano a ingrossare la plebe urbana, cui panem et circenses gratuiti non mancavano. Le virtù stoiche della pietas e della fidelitas alla res publica vennero meno, e il contagio, al solito, partì dalle élites. Nelle classi alte si diffuse l’edonismo, per cui i figli sono una palla al piede. Coi costumi ellenistici dilagarono contraccezione, concubinaggio e divorzio, tant’è che Augusto dovette emanare leggi contro il celibato. Inutili. Anche perché, secondo i medesimi costumi, l’omosessualità era aumentata in modo esponenziale. Roma al tempo di Cesare aveva un milione di abitanti: sotto Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore d’Occidente, solo ventimila. Già nel II secolo dopo Cristo l’aborto aveva raggiunto livelli parossistici e, da misura estrema per nascondere relazioni illecite, era diventato l’estremo contraccettivo. Solo i cristiani vi si opponevano, ma erano pochi e pure periodicamente decimati dalle persecuzioni. Così, ogni volta i censori dovevano constatare che di gente da tassare e/o da mandare a difendere il limes ce n’era sempre meno. Le regioni di confine divennero lande semivuote, tentazione fortissima per i barbari dell’altra parte. Si pensò allora di arruolarli: ammessi ai benefici della civiltà romana, ci avrebbero pensato loro a difendere le frontiere. E ci si ritrovò con intere legioni composte da barbari che non tardarono a chiedersi perché dovevano obbedire a generali romani e non ai loro capi naturali. Metà di loro erano germanici, e si sentivano più affini a quelli che dovevano combattere. La spinta all’espansione era cessata quando i romani si erano resi conto che, schiavi a parte, in Europa c’era poco da depredare. I barbari, invece, vedevano i mercanti precedere le legioni portando robe che li sbalordivano (e ingolosivano). Si sa come è andata a finire.

Intanto, che fa il fisco per far fronte al mancato introito (dovuto alla denatalità)? La cosa più facile (e stupida) del mondo: aumenta le tasse. Solo che gli schiavi non le pagano, e sono il 35% della popolazione. Gli schiavi non fanno nemmeno il soldato. I piccoli proprietari, rovinati, abbandonano le colture, molti diventano latrones (cosa che aumenta il bisogno di soldati). Il romano medio cessa di amare una res publica che lo opprime e lo affama, e non vede perché debba difenderla. Nel IV secolo gli imperatori cristiani cercarono di tamponare la falla principale con leggi contro il lassismo morale, intervenendo sui divorzi, gli adulteri, perfino multando chi rompeva le promesse matrimoniali. Ma ormai era troppo tardi, la mentalità incistata e diffusa vi si opponeva. Già al tempo di Costantino le antiche casate aristocratiche erano praticamente estinte. L’unica rimasta era la gens Acilia, non a caso cristiana. Solo una cosa può estinguere una civiltà, diceva Arnold Toynbee: il suicidio. Quando nessuno crede più all’idea che l’aveva edificata. Troppo sinistro è il paragone con l’oggi, sul quale, anzi, il sociologo delle religioni Massimo Introvigne in un suo commento al libro di De Jaeghere ha infierito affondando il coltello nella piaga: i barbari che presero l’Impero non avevano una «cultura forte» e riconoscevano la superiorità di quella romana. Infatti, ne conservarono la nostalgia e, alla prima occasione, ripristinarono l’Impero (Sacro e) Romano. Si può dire lo stesso degli odierni immigrati islamici? I quali pensano che la «cultura superiore» sia la loro?

Rino Camilleri

fonte http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/limpero-romano-cadde-i-pochi-nati-e-i-troppi-stranieri-1312691.html?fbclid=IwAR3JiCtgG4uN7_LmS2ZZBE2S-joU6cDhUWWaTdJl50p_peZtki_adfjZYPI

Read More
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: