Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Ancora sul 1799 di Castrese Lucio Schiano

Posted by on Gen 15, 2019

Ancora sul 1799 di Castrese Lucio Schiano

Alcune affermazioni umane – siano esse divieti, leggi o princìpi a cui si pretende di conferire addirittura carattere di universalità – sembrano essere fatte apposta per essere o ignorate o disattese o trasgredite. Purtroppo non ce n’è una che si ponga come eccezione alla regola. Sfido chiunque a negare di non aver visto cumuli di rifiuti proprio in un’area in cui campeggia in bella mostra un enorme cartello con la scritta “DIVIETO DI SCARICARE RIFIUTI”; di non aver visto automobili imboccare senza alcuna preoccupazione strade con divieto di accesso o di transito, e così via. Quanto sopra per introdurre l’argomento di cui – con le mie limitazioni –  intendo occuparmi : il 1799. Del quale fenomeno – avendo confessato i miei limiti –  intendo occuparmi da uomo qualunque, rifacendomi alla logica del “cogito ergo sum” e senza concedere alla parte sentimentale di intromettersi nel processo razionale ; da persona, infine, che nel bene o nel male, sta pagando le conseguenze delle scelte fatte allora.

 Il 2019 è l’anno in cui cade il 220° anniversario della “venuta” dei francesi sull’intero suolo della nostra penisola.

L’ avvenimento, con tutti gli avvenimenti che costellarono tale “venuta”, costituisce per alcuni motivo di grandiosi festeggiamenti.

Poco male. Orazio (se ricordo bene) diceva che ad ognuno sembra profumo il proprio afrore. Io mi impegnerò al massimo per liberarmi da questo difetto tutto umano,  mettendo da parte simpatie o condivisioni, per tentare di esprimere un giudizio che non abbia sentore di parte e che possa essere pertanto largamente condiviso.

Ebbene da uomo qualunque, analizzando tutto il periodo – limitatamente al territorio di quello che era lo Stato in cui sarei nato – non riesco a trovare nulla che valga la pena di una celebrazione, dal primo all’ultimo giorno di quella che fu la Repubblica Napoletana. Qualunque pagina si consulti si legge solo di divieti, di eccidi, pene di morte comminate anche per inosservanza di un editto di uno dei tanti generali, di distruzione ed incendio di interi paesi, esose e continue richieste di contributi di guerra, razzie che non risparmiano neppure i luoghi sacri, che non ci si limita solo a saccheggiare, ma a profanare, ad onta della propagandata radice religiosa del repubblicanesimo. Quando, alla fine, non ci sarà più nulla da portar via si ipotecano perfino i tesori che potrebbero venir fuori dalle viscere di Ercolano! … E gli ex “regnicoli” divenuti repubblicani non hanno nulla da obiettare !

Partiamo dall’inizio, chiamando, però, le cose per nome.

Molti degli intellettuali, degli aristocratici, dei borghesi, che diverranno poi “repubblicani” ricoprivano incarichi anche importanti alla corte di Ferdinando IV. Mentre, però, erano debitori a costui della loro condizione sociale, tramavano per privarlo del regno. Ho detto in precedenza che non consentirò al sentimento di invadere il campo della razionalità. Quindi, solo alla luce della ragione, possono definirsi “eroi”, esempi da imitare, figure degne di un “pantheon dei martiri” persone del genere?

Assolte, per assurdo, dai sospetti e dalle accuse di cui sopra, queste persone erano o non erano a tutti gli effetti sudditi del Regno di Napoli? E se i sudditi di qualunque nazione aprono le porte ad eserciti nemici per farne distruggere le terre, massacrare le popolazioni, bruciare ogni paese conquistato, costoro come sono  da considerare?

Da qualunque parte della barricata ci si trovi, la definizione, totalmente asettica, non può che essere : “ traditori “.

A questo punto siamo solo al secondo momento del primo semestre del 1799. Ma purtroppo la storia, in un climax crescente di obblighi, divieti e terrore, continuò a produrre danni e vittime, in nome di principi ispirati alla LIBERTA’, all’UGUAGLIANZA e alla FRATERNITA’.

LIBERTA’ ?!

<< … Ogni terra o città ribelle alla repubblica sarà bruciata e atterrata  ;

<<  I cardinali, gli arcivescovi, i vescovi, gli abati, i curati, e in somma tutti i ministri del culto saranno tenuti colpevoli delle ribellioni de’ luoghi dove dimorano ; e puniti con la morte ;

<< Ogni ribelle sarà reo di morte, ogni complice, secolare o cherico sarà come ribelle ;

<< Il suono a doppio delle campane è vietato ; dove avvenisse, gli ecclesiastici del luogo ne sarebbero puniti con la morte ;

<< Lo spargitore di nuove contrarie a’ Francesi o alla repubblica partenopea sarà, come ribelle, reo di morte ;

<<La perdita della vita per condanna porterà seco la perdita dei beni>>. 

Vorrei che qualcuno di quelli che si apprestano a festeggiare l’anniversario evidenziasse anche la più piccola concessione alla libertà individuale emergente o contenuta “cripticamente” nelle proposizioni di cui sopra.

E dire che il Pagano, nelle sue Considerazioni sul processo criminale del 1787, da professore di Diritto Criminale, aveva sostenuto : << … le barbare nazioni non conoscono affatto il processo. Le di loro cause, o si decidono col ferro alla mano, o col parere ed arbitrio di un senato composto dai capi della nazione, o di un Re .. Senza formalità alcuna e senza ordine prescritto, con verbale processo, udendosi su due piedi i testimoni, si dà fuori all’istante la decisiva sentenza>>. E poi se ne dimentica da Presidente della Commissione legislativa. Allora la nuova repubblica, usando le parole dello stesso Pagano, era da considerare “barbara” oppure no?

Sempre in ambito di libertà, per indennizzarei Difensori della Patria, vennero approvate a tamburo battente due leggi : una che privava gli insurgenti della metà dei loro beni ed una che confiscava completamente i beni di quanti, per qualunque motivo, si erano allontanati dai territori della neonata repubblica, avessero o non avessero seguito la Corte a Palermo. Questi ultimi venivano dichiarati  emigrati e nemici della patria, e tanto bastava perché, qualora avessero rimesso piede nel territorio della repubblica, venissero arrestati e puniti con la morte.

Ora chiedo a qualunque mente non ottenebrata da pregiudizi o ideologie, se quelli appena riportati (e ne sono una parte infinitesimale) sono principi libertari o liberticidi, e se quanti si apprestano a celebrarne autori o esecutori possono ribattere con esempi di segno opposto.

Alla prossima per gli altri due princìpi : Eguaglianza e Fraternità.

Castrese Lucio Schiano

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REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA (II)

Posted by on Gen 14, 2019

REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA (II)

Maria Sofia, forte del suo temperamento tedesco, malgrado la giovanissima età, capì subito che la politica del Regno era nelle mani di Maria Teresa, che godeva dell’appoggio della Corte e del partito filoaustriaco. La regina madre, infatti, aveva esercitato tutta la sua influenza sul marito, pur essendo Ferdinando autoritario e deciso, e pensò di continuare l’opera di soggezione con il nuovo re, di cui conosceva il carattere timido e remissivo.

Le sue mire furono subito contrastate dal fiero orgoglio della Wittelsbach, che si mise subito in urto con la suocera e rivendicò con fermezza il suo ruolo di regina, avendo capito che Francesco non aveva alcuna competenza in fatto di politica e di affari di Stato.

Fu Maria Sofia, infatti, a convincere il marito, subito dopo l’incoronazione, a concedere l’amnistia ai detenuti politici per gli avvenimenti del ’48 e a ordinare l’abolizione della schedatura di tutti quei cittadini in fama di essere liberali. In pratica, gli affari di Stato passarono nelle mani della regina malgrado l’ostilità della Corte tutta schierata a favore della vedova di Ferdinando.

Maria Sofia rivelò subito un carattere forte e deciso, idee molto chiare ed un coraggio impensabile in una fanciulla appena diciottenne. La prima occasione in cui la regina dimostrò appieno il suo temperamento avvenne circa un mese dopo la sua incoronazione, quando a Napoli scoppiò la rivolta dei mercenari svizzeri.

Ferdinando II, molto consapevole ed esperto di arti militari, aveva infatti creato nel suo esercito quattro reggimenti di mercenari svizzeri coraggiosi, forti e bene addestrati al combattimento, costituivano l’orgoglio del re e rappresentavano la punta di diamante dell’esercito borbonico. Quando la Svizzera decise di abolire il mercenariato, che costituiva un residuo anacronistico degli eserciti dell’età moderna, il governo elvetico ordinò a tutti i mercenari svizzeri di togliere dalle loro uniformi i simboli cantonali, minacciandoli di privarli della cittadinanza.

Questi soldati avevano sempre goduto della protezione e della benevolenza di re Ferdinando, che li considerava fedelissimi ed esperti nell’arte della guerra. Pertanto accusarono il nuovo re di avere ignorato i loro diritti e di non averli saputi difendere adeguatamente dai provvedimenti del governo svizzero.

La rivolta dei mercenari scoppiò la sera del 7 luglio e si estese rapidamente con violenza in tutta Napoli: furono incendiati negozi, infrante a fucilate le finestre delle abitazioni, distrutte alcune carrozze nobiliari; intorno alla mezzanotte i rivoltosi si piazzarono dinanzi alla reggia di Capodimonte, dove soggiornava la famiglia reale.

La paura fu grandissima: la regina madre, presa dal panico, raccolse i figli e si preparò alla fuga; Francesco si chiuse in preghiera nella stanza della madre. Solo Maria Sofia dimostrò il suo coraggio ed il suo forte temperamento: si affacciò dalla terrazza e cominciò ad inveire in tedesco contro i rivoltosi, ordinando subito dopo ad un ufficiale della scorta reale di trattare con i mercenari in rivolta.

La piena fermezza della giovane regina e il suo fiero comportamento ebbero l’effetto di placare gli animi e sedare la rivolta. Purtroppo, però, mentre i rivoltosi stavano per allontanarsi, giunse sul posto un reggimento di mercenari rimasti fedeli alla Corona e fu scontro a fuoco violentissimo, con morti e feriti da ambo le parti.

Qualche giorno dopo questi avvenimenti giunse dalla Curia Pontificia la notizia che il Papa aveva proclamato “venerabile” la regina Maria Cristina. Francesco considerò questo fatto quale un celeste intervento della madre in occasione dei drammatici avvenimenti di quei giorni.

Dopo la vittoria della coalizione franco-piemontese a Magenta, erano scoppiati a Napoli alcuni focolai insurrezionali rapidamente soffocati. Maria Sofia aveva percepito il campanello di allarme e, sebbene fosse ancora estranea alla politica del Regno ed agli affari di Stato, capì che al timone del governo napoletano occorreva un uomo forte, fedele e deciso.

Nel Paese si erano andati delineando, da tempo, due partiti, non sempre chiaramente identificabili sul terreno dell’ideologia: uno era quello austriaco, legato alla burocrazia militare, alla nobiltà, all’alto clero; l’altro raccoglieva quella parte della borghesia più illuminata, vagamente liberale, riformista con presupposti costituzionali.

La regina Maria Sofia si era schierata a capo del secondo movimento, avendo intuito che la salvezza del Regno andava riposta in un processo di svecchiamento e di rinnovamento delle vecchie strutture burocratiche, atto a favorire il ricambio di una classe dirigente non più all’altezza del nuovo tempo che si andava profilando in Italia e in tutta Europa.

Con un’azione sottile di convincimento, Maria Sofia convinse il marito a sottrarsi all’egemonia della regina madre, favorevole al partito austriaco, e lo indusse a nominare a capo del governo il principe Carlo Filangeri di Satriano.

La giovane regina aveva mostrato subito una grande simpatia per il Filangeri e lo considerava un politico accorto, deciso e soprattutto fedelissimo alla causa dei Borbone.
La scelta del principe di Satriano quale primo ministro fu fortemente osteggiata dalla regina madre Maria Teresa, ma il re, confortato dall’appoggio della moglie, fu deciso nel suo orientamento politico anche perché sapeva che Filangeri era a favore di una Costituzione ed aveva in mente l’idea di favorire una distensione dei rapporti con Francia e Inghilterra, tradizionalmente ostili alle Due Sicilie.

Maria Sofia, inoltre, diffidava fortemente dei Savoia e con uno straordinario intuito aveva messo in guardia il marito affinché non si fidasse dei cugini sabaudi. Intuito che in seguito si rivelerà confermato dai drammatici avvenimenti che porteranno al crollo del Regno. Purtroppo, il mite Francesco era convinto che la sorte del Regno fosse nelle mani di Dio e della sua “Santa madre”.

Questo convincimento gli fece perdere l’unica grande occasione di salvezza del suo trono: infatti Cavour, che aveva abilmente tessuto l’alleanza antiaustriaca con Napoleone III, dopo avere soddisfatto le sue mire espansionistiche nella pianura padana ed in Toscana, mirava ad un progetto politico di ampio respiro: la formazione in Italia di tre grandi Stati: il Piemonte sabaudo al nord, lo Stato Pontificio al centro, le Due Sicilie al sud. Nel progetto erano previste garanzie costituzionali, riforme liberali e amnistia per gli esuli politici.

Il piano dello statista piemontese prevedeva, però, una parziale soppressione del territorio della Chiesa, con il territorio di Perugia ed Ancona che sarebbe stato annesso al Regno di Napoli. Le trattative furono condotte dal conte di Salmour, un francese abilissimo nelle trattative diplomatiche.

Il principe Filangeri aderì al progetto pur con qualche perplessità. Maria Sofia ci pensò a lungo e ne discusse favorevolmente con il primo ministro, ma fu Francesco a respingere con sdegno il progetto: non avrebbe mai accettato di sottrarre del territorio alla Santa Chiesa. I suoi scrupoli religiosi non gli permettevano di mettersi in urto con Pio IX, che lo aveva sempre protetto (e che lo proteggerà, in seguito, nella disgrazia). Il fallimento delle trattative determinò le dimissioni del principe di Satriano, ma la regina lo convinse a riprendere le redini del governo in un momento che si presentava particolarmente difficile per la Corona.

Filangeri ritirò le dimissioni e, su consiglio della regina, preparò una bozza di Costituzione; il primo ministro, confortato da eminenti giuristi napoletani (Napoli aveva allora le più prestigiose scuole giuridiche d’Italia), portò a termine il suo lavoro in tutta segretezza per evitare reazioni da parte del partito austriaco, egemonizzato dall’ex regina.

Malgrado ciò l’austriaca ebbe sentore della stesura della nuova Costituzione e, con l’appoggio dell’alta burocrazia militare, dell’aristocrazia e dell’alto clero, organizzò un complotto per destituire Francesco e porre sul trono il suo primogenito: Luigi conte di Trani. Un vero e proprio colpo di Stato!

Ma l’abilissima Maria Sofia venne a conoscenza della congiura contro il legittimo re e, con l’aiuto del Filangeri, portò a Francesco le prove del complotto, chiedendo, infuriata, l’esilio della intrigante suocera e la messa al bando dei fratellastri.

Francesco, terrorizzato dal prendere un simile provvedimento, non ebbe la forza di ascoltare il consiglio della moglie, anche perché la matrigna gli giurò, falsamente, che le accuse contro di lei erano volgari menzogne e che mai ella avrebbe avuto in animo di tramare contro il legittimo re delle Due Sicilie. Francesco, nella sua infinità bontà le credette e sopportò con rassegnazione l’ira della moglie, che giustamente lo accusava di essere un inetto e incapace a reggere il trono.

Il principe di Satriano, questa volta, presentò le sue dimissioni irrevocabili e si ritirò definitivamente dalla politica. Al suo posto il re chiamò il principe di Cassano, un reazionario e persecutore dei liberali. Il partito austriaco aveva trionfato! Il successivo crollo del Regno pone le sue premesse proprio in questo iniziale tradimento nei confronti di un re onesto e leale come Francesco II.

Nel frattempo Cavour ordiva la sua rete di corruzione che avrebbe minato alle fondamenta la già traballante mo-narchia borbonica.
Consapevole della debolezza del re di Napoli e dell’infedeltà della sua Corte, lo statista piemontese reperì una forte somma di denaro (gli storici parlano di 4.800.000 ducati) da appoggiare con fedi di credito al Banco di Napoli.

Con questo denaro vennero corrotti generali, ammiragli, funzionari dello Stato; fu corrotto lo stesso ministro di Polizia, Liborio Romano, e lo zio di Francesco, fratello del padre, Leopoldo conte di Siracusa. Il Piemonte, con la tacita complicità dell’Inghilterra, organizzò l’aggressione al libero e sovrano Regno delle Due Sicilie, affidandone l’esecuzione a Garibaldi.

L’invasione del Regno di Napoli, infatti, doveva apparire agli occhi della comunità internazionale come l’iniziativa autonoma di un’avventuriero, poiché il Piemonte temeva la reazione della Santa Alleanza, Austria in testa.

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Seneca e l’arte del chiedersi se siamo davvero felici

Posted by on Gen 14, 2019

Seneca e l’arte del chiedersi se siamo davvero felici

Nel De Vita beata la riflessione di Seneca è particolarmente attuale in un mondo come quello contemporaneo in cui è associata la dimensione della felicità al possesso o all’edonismo. 

Fin dall’antichità molte opere furono dedicate alla domanda di felicità a riprova del fatto che essa caratterizza l’animo umano di ogni tempo e luogo. Pensiamo alla Lettera sulla felicità di Epicuro indirizzata a Meneceo o alle tante pagine di Platone e di Aristotele sul tema.

Seneca, l’unico importante letterato latino che possa essere considerato davvero filosofo, scrisse il trattato De vita beata (Sulla felicità), dedicandolo al fratello Novato, qui chiamato Gallione (nome assunto per adozione dopo il 52 d. C.). 

Una parte dell’opera appare una sorta di apologia, soprattutto nel finale in cui Seneca sembra difendersi dalle accuse mossegli da P. Smilio di predicare una morale che poi non rispetta, in quanto vive in mezzo alle ricchezze e agli agi della corte. Il filosofo afferma qui che la felicità risiede nella virtù, unico bene che possa rendere gli uomini felici. Gli altri beni possono, invece, essere pericolosi se adescano l’animo inducendolo alla ricerca della voluptas (il piacere) che può portare alla rovina. Indubbiamente, forte è la polemica di Seneca, che aderisce alla filosofia stoica, contro l’epicureismo. Esistono, però, anche dei bona indifferentia, ovvero che in sé non hanno valore, non portano l’uomo ad essere felice, ma sono, comunque, preferibili agli incommoda ovvero agli svantaggi. Le ricchezze non sono certo pericolose per il saggio, che non ne diventa schiavo, ma che sa avvalersene come mezzo.

Non intendiamo, ora, addentrarci oltre nella discussione filosofica e nella contrapposizione dialettica tra stoicismo ed epicureismo.

Meritano, invece, una particolare menzione le riflessioni metodologiche di Seneca riguardo alla ricerca della felicità. Le sottoponiamo qui all’attenzione di tutti, perché appaiono attuali e significative sia per il mondo dei giovani che per quello degli adulti.

Al riguardo colpisce particolarmente l’esordio del De vita beata:
Tutti, o fratello Gallione, vogliono vivere felici, ma quando poi si tratta di riconoscere cos’è che rende felice la vita, ecco che ti vanno a tentoni; a tal punto è così facile nella vita raggiungere la felicità che uno quanto più affannosamente la cerca, tanto più se ne allontana, per poco che esca di strada; che se poi si va in senso opposto, allora più si corre veloci e più aumenta la distanza. Perciò dobbiamo prima chiederci che cosa desideriamo; poi considerare per quale strada possiamo pervenirvi nel tempo più breve, e renderci conto, durante il cammino, sempre che sia quello giusto, di quanto ogni giorno ne abbiamo compiuto e di quanto ci stiamo sempre più avvicinando a ciò verso cui il nostro naturale istinto ci spinge.

Non son parole scontate. Seneca sottolinea la tendenza innata alla felicità propria di ogni uomo. Eppure, non tutti si chiedono che cosa desiderino davvero e non sempre questa tendenza innata si traduce nella conseguente ricerca quotidiana della felicità. Il punto di partenza dell’indagine è desiderarla e chiedersi quale sia la strada migliore per raggiungerla. Ciascuno di noi deve, poi, sottoporre a verifica la strada che sta percorrendo nell’esperienza quotidiana per valutare se si sta avvicinando o allontanando dalla meta.

Fondamentale è scegliere una guida, un maestro, non «seguire solo lo strepito e il clamore discorde di chi ci chiama da tutte le parti», perché in questo caso il tempo sarà consumato in un «continuo andirivieni».  

Dobbiamo stabilire dove vogliamo andare e per quale strada. Ma stiamo attenti: «Le strade più frequentate e più conosciute sono quelle che traggono maggiormente in inganno».

Da nulla, quindi, bisogna guardarsi meglio che dal seguire, come fanno le pecore, il gregge che ci cammina davanti, dirigendoci non dove si deve andare, ma dove tutti vanno. E niente ci tira addosso i mali peggiori come l’andar dietro alle chiacchiere della gente, convinti che le cose accettate per generale consenso siano le migliori e che, dal momento che gli esempi che abbiamo sono molti, sia meglio vivere non secondo ragione, ma per imitazione.

Lungi dal seguire l’approvazione del volgo, l’uomo deve cercare ciò che può condurre «al possesso dell’eterna felicità». Di solito la folla loda l’eloquenza, insegue la ricchezza, esalta il potere e chi ha credito. L’uomo cerca beni appariscenti, che rifulgano fuori, ma che non sono solidi e duraturi.

Cosa deve seguire l’uomo per compiersi? I propri progetti, i propri pensieri? Può costruirsi valori personali, anche in contrasto con l’evidenza della realtà? Si può, in altre parole, giustificare il relativismo etico? Al riguardo Seneca è chiaro:
lntanto, d’accordo con tutti gli stoici, io seguo la natura; è saggezza, infatti, non allontanarsi da essa e conformarsi alla sua legge e al suo esempio. È dunque felice una vita che segue la propria natura, che tuttavia non può realizzarsi se prima di tutto l’animo non è sano, anzi nell’ininterrotto possesso della sua salute, e poi forte ed energico, infine assolutamente paziente, adattabile alle circostanze, sollecito ma senza angoscia del suo corpo e di ciò che gli concerne, attento a tutte quelle cose che ornano la vita, senza però ammirarne alcuna, disposto a usare i doni della natura, ma senza esserne schiavo. 

La riflessione di Seneca è particolarmente attuale in un mondo come quello contemporaneo in cui è associata la dimensione della felicità al possesso o all’edonismo. 

Nel cinema, nella pubblicità la felicità è quasi sempre abbinata ad uomini ricchi e fascinosi in compagnia di belle donne, come prerogativa esclusiva di pochi e dono inaccessibile ai più. L’equazione più diffusa e conosciuta nel mondo occidentale è, quindi, «carriera più soldi più belle donne uguale felicità».  

Oppure i volti felici sono associati alla dimensione dello sballo, della spensieratezza, di un carpe diem becero e dimentico di tutto.

La frenetica vita di oggi sembra la paradigmatica rappresentazione di una risposta che la società contemporanea ha dato alla questione della felicità, risposta pilotata dal potere che induce falsi bisogni e li pone come esigenze fondamentali dell’io. Siamo bombardati da messaggi che ci inducono a pensare in positivo per la moltitudine dei beni di consumo che l’uomo può ottenere, siamo immersi nella civiltà che ci gestisce il tempo libero ora per ora, come nei villaggi turistici dove il nostro divertimento è sentirci dire cosa fare e come occupare le nostre giornate. Riempire il vuoto, mettere a tacere l’horror vacui, che provoca un senso di vertigine, è la parola d’ordine attuale. I più, nella propria dimenticanza, non si avvedono neppure di non essere liberi in questo modo di agire, presuppongono di stare bene, semplicemente perché non sentono più la domanda. Paradossalmente una montagna di piaceri sommerge il vero desiderio.

L’espressione divertissement nel suo significato etimologico (dal latino divertere cioè «volgere qua e là, lontano dalla strada principale, dal solco tracciato») ben designa il tentativo, coscientemente o incoscientemente perpetrato, di strapparci dal nostro cuore originario, sede delle domande più autentiche sul significato e sul senso delle cose, attraverso distrazioni, palliativi, piaceri surrogati della felicità che hanno come conseguenza quella di alienarci, di allontanarci da noi stessi, di renderci estranei a noi stessi, di essere sempre fuori da noi così che «la nostra casa risulta disabitata» (B. Pascal).

Ne I pensieri BlaisePascal scrive: «Nulla è tanto insopportabile per l’uomo quanto lo stare in riposo completo, senza passioni, senza preoccupazioni, senza svaghi, senza applicazione. Allora sente il suo nulla, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Immediatamente dal fondo della sua anima verranno fuori la noia, la tetraggine, la tristezza, l’affanno, il dispetto, la disperazione». L’uomo passa, così, da un piacere all’altro senza sosta, rimanendo deluso in continuazione, ma sopperendo a questo disinganno con l’immensa varietà dei piaceri. Spesso, non ha tempo di stancarsi dei piaceri, poiché vi si sofferma troppo poco e non ha lo spazio per riflettere sull’incapacità di essi a felicitarci.

In una lettera indirizzata a Lucilio Seneca ammonisce, invece, noi tutti: «Vindica te tibi»ovvero «Rivendica te stesso per te». Guardati, quindi, in fondo al cuore e chiediti che cosa davvero tu desideri. Chiediti se tu sia davvero felice.

Giovanni Fighera

fonte http://lanuovabq.it/it/seneca-e-larte-del-chiedersi-se-siamo-davvero-felici

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