Alta Terra di Lavoro

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La storia dei ‘piccoli disgraziati sanniti’ e i Fanciulli delle Mainarde

Posted by on Mar 18, 2019

La storia dei ‘piccoli disgraziati sanniti’ e i Fanciulli delle Mainarde

Ovvero quando i bambini molisani, e non solo, erano “venduti” per miseria ed erano la vergogna d’Italia.

Quella che vado a raccontare è una storia sconosciuta ai più. È, senza dubbio, la pagina più drammatica dell’emigrazione molisana. Vide per protagonisti tantissimi bambini provenienti dal Circondario di Isernia, specificatamente dalla valle del Volturno e da San Polo Matese, territori accomunati dalla tradizione della zampogna. L’ho ricostruita sulla base di documenti conservati negli archivi che ci raccontano della “vendita” , da parte dei genitori, dei propri figli a quelli che venivano definiti “padroni”.

La scomparsa, il rapimento, lo sfruttamento, il maltrattamento e la morte accompagneranno per diversi decenni questa vicenda dimenticata. Era il 12 settembre 1885 quando, in un lungo articolo di fondo sul Corriere della Sera, viene affrontato un argomento molto sensibile per le elite dell’epoca: quale ruolo e quale immagine per l’Italia a pochi anni dall’unificazione. Il contenuto dell’articolo ci riguarda in quanto viene ripresa una lettera inviata alla Rassegna da Raffaele De Cesare intitolata “La morale dell’esposizione di Anversa”. Per il Corriere “ha toccato di quel disgustoso spettacolo che dappertutto all’estero, e anche nell’Olanda e nel Belgio, offrono quei poveri sciagurati fanciulli che vanno attorno rompendo gli orecchi e le tasche al pubblico col canto delle canzonette e col suono di qualche organetto.” Purtroppo per quei ragazzi, le loro miserabili storie si scontravano con la “Storia”. Si svolgeva in quell’anno ad Anversa l’Esposizione Universale che avrebbe visto tra i suoi padiglioni oltre 4 milioni di visitatori: una manna per chi viveva di accattonaggio. Allo stesso tempo le Esposizioni erano il luogo in cui mostrare i progressi scientifici ed economici delle nazioni.

Ecco, i nostri emigranti girovaghi erano lo spettacolo più visibile che l’Italia dava di sé durante l’anno nelle principali città del mondo, vanificando buona parte della retorica nazionalista. Riprendendo la lettera alla Rassegna il Corriere prosegue: ”È nel Belgio, che è il paese più ricco d’Europa e in Olanda, che, dopo l’Inghilterra, è il paese più commerciale del vecchio mondo, che si sarebbe continuato a giudicare l’Italia e gli italiani dallo spettacolo degradante che danno in quei paesi tribù intere di piccoli pezzenti, maschi e femmine che nelle birrerie e nei trattori affollatissimi suonano l’organetto, e che interrogati dagli astanti e da noi stessi di qual paese fossero, vi rispondono: “Di Roma”. E invece sono nativi del Molise, di quella derelitta provincia di Campobasso, che dà il maggior contingente alla peggiore emigrazione, che vive di accattonaggio o peggio. I soli poveri che io abbia incontrato in due mesi circa di dimora nel Belgio, sono stati questi piccoli e disgraziati sanniti, prigionieri di avidi menrcanti, ai quali furono venduti da genitori disumani, e la cui vita è una pagina di pianto e di vergogna. Ne ho incontrati a Ostenda sulla diga, a Bruxelles, a Gand, a Liegi e in ogni grande città del Belgio; ne ho incontrati a Rotterdam, a Amsterdam, all’Aja e sulla spiaggia di Scheveningen, dappertutto noti come “i piccoli italiani” o “i piccoli romani”. In realtà i girovaghi italiani (arpisti lucani, zampognari e suonatori molisani e ciociari, birbanti chiavarini, espositori di animali, commedianti e commercianti di inchiostro dalle province di Genova, La Spezia, Parma e Piacenza, figurinai lucchesi) erano un mondo molto variegato che si distribuiva lungo tutto l’Appennino. Una cosa però li accomunava: provenivano tutti da quel mondo contadino in cui il “disagio di vivere”, così come descritto in un bellissimo libro di Costantino Felice, li spingeva costantemente ad individuare forme integrative del reddito. Si potevano ottenere attraverso lavori che venivano definiti, alternativamente, produttivi o improduttivi secondo la morale del lavoro dell’epoca.

Quello dei girovaghi era, per definizione, del secondo tipo. Già prima dell’Unità d’Italia, emigrando clandestinamente, i suonatori di zampogne e ciaramelle avevano raggiunto dapprima i medi e grandi centri urbani italiani per poi andare all’estero. E’ dopo il 1860 che diventano un problema. Come detto prima, la nascente nazione italiana voleva dare una nuova immagine di sé nel mondo. Purtroppo, l’unica immagine conosciuta era la moltitudine di bambini che mendicavano al suono dei loro strumenti per le strade di Londra, Parigi, New York e in tante altre città. Non solo chiedevano l’elemosina ma, spesso, erano soggetti a maltrattamenti. Notizie di questo tipo erano riportate con enfasi dalla stampa e vanificavano gli sforzi del Governo italiano tesi a migliorare la percezione del nuovo stato. Nel solo 1867, a Parigi, in occasione dell’esposizione universale, furono individuati 1.500 bambini e 150 padroni. La maggior parte di essi provenivano da San Biagio Saracinisco, comune nelle immediate vicinanze di Filignano. Avevano con sé sia propri figli sia ragazzi che venivano “ceduti” dalle famiglie ad incettatori che battevano campagne e paesi alla ricerca delle famiglie più povere.

Spesso si trattava di madri vedove che di fronte alle estreme difficoltà si vedevano costrette ad affidare i loro figli a personaggi sui quali non avrebbero avuto più alcun controllo. Si stilava un contratto in cui erano descritti gli obblighi dei “padroni” e dei ragazzi con tanto di penali. Veniva specificato l’impegno a non maltrattare i minori e i compensi che venivano riconosciuti alla famiglia. Avere una o due bocche in meno da sfamare per una madre allo stremo era un grande risultato economico ad un costo umano e sociale altissimo. Una volta partiti, non vi era alcuna possibilità di controllo. Dopo lo scandalo parigino, sei anni dopo, fu approvata una legge che vietava l’utilizzo di minori in professioni girovaghe. Non era una legge a difesa e a garanzia del lavoro dei ragazzi che continuavano a lavorare negli opifici, nelle solfatare o nei campi. Semplicemente mirava a stroncare il “turpe commercio”. Ed è proprio grazie a questa legge e ai processi che si celebrarono presso il Tribunale di Isernia che noi oggi possiamo dare uno sguardo all’interno dell’”emigrazione immorale” che avveniva nel Molise.

Da un punto di vista geografico, tutta la vicenda si svolse nella valle del Volturno che costituiva un vero e proprio bacino di reclutamento dei bambini con epicentro il comune di Filignano e quello di Castellone con i territori limitrofi. “Un’altra emigrazione di altra natura, quasi sempre clandestina è quella che si avvera in alcuni paesi dei Mandamenti di Venafro e di Castellone che mandano i loro contingenti di uomini e fanciulli che esercitano professioni girovaghe ed anche di suonatori ambulanti. Due casi di contravvenzione sonosi nel semestre ora decorso verificati a carico di genitori contravventori alla legge che vieta l’impiego di fanciulli minori di 18 anni in professioni girovaghe, ed a carico di coloro che li avevano per l’oggetto assunti al loro servizio, ed i relativi provvedimenti penali trovansi in corso”. Così si esprimeva il Sottoprefetto di Isernia nel 1877, quattro anni dopo l’entrata in vigore della legge che vietava le professioni girovaghe. E di nuovo, nel 1887: “La massa degli emigranti è rappresentata di una falange di accattoni vagabondi che invadono quasi tutte le città d’Europa menando seco dei monelli minorenni che loro abbandonano genitori snaturati per bassa speculazione; i quali muniti di un organetto o di un piffero vanno suonando per le vie, con uno strazio a danno delle orecchie altrui e chieggono la carità”.

Purtroppo per i bambini, nei decenni successivi nessuna delle cause alla base di tale pratica era stata eliminata. I processi che furono celebrati erano solo la punta di un iceberg. Raramente i procedimenti si attivavano su iniziativa dei genitori: quest’ultimi temevano le conseguenze penali del loro comportamento. Fa eccezione il caso che si verificò a San Polo Matese, unico comune al difuori della valle del Volturno in cui ci sia traccia di una di “cessione”. Ne è prova la disperata lettera di denuncia che una madre di San Polo Matese indirizza al Procuratore del re il 6 dicembre 1898. In essa troviamo tutta la drammaticità che deriva dal non sapere per mesi del proprio figlio ed era divisa in due parti: nella prima viene denunciato il fatto, mentre nella seconda troviamo l’appello vero e proprio: “Annamaria Liberatore, del fu Giuseppe, di anni 40, infelice contadina di S.Polo Matese, l’espone: essendo ella madre di un figlioletto a nome Giuseppe Vacca e vedova, siccome il medesimo quantunque appena in sul dodicesimo anno ben istruito a suonar la così detta ciaramella, glielò stappò dal fianco il compaesano Liberato D’Egidio di Salvatore, per condurlo in America del Nord, come col fatto ve lo strascinò, e se ne rese garante, giusto che risulta dalle fedi di imbarco esistenti presso una delle agenzie di emigrazione di Napoli. Il barbaro e crudele mallevadore D’Egidio, uomo fedifrago e rotto alle più grandi dissolutezze, giunto con il povero e disgraziato ragazzetto della esponente, si mise a bivaccare nelle osterie col denaro che andava procacciando al giorno il giovincello, da £10 a £15 al giorno, e lo bastonava da orbo. Una delle due; non si sa se per impulso di brutale malvagità, o per immeritato abbandono da parte del troppo colpevole D’Egidio, o per uccisione commessa da lui, il fatto sta che lo sventurato giovincello è sparito dalla scena del mondo. E’ una madre vedova che alla S:V.Ill.ma si rivolge, con esporre querela davanti la S.V.Ill.ma contro il ripetuto Liberato D’Egidio, di Salvatore, onde il medesimo sia punito con tutto il vigore della vigente legge penale…..” Poi, di pugno, con evidente mano tremante aggiunge: ”La supplicante Annamaria Liberatore, alzando i suoi occhi lacrimanti al Cielo prega la Vergine Ssa. dei sette dolori, perché come la tutta santa dopo di aver disperso il suo unigenito Gesù, appunto quando costui aveva appena 12 anni, così la volesse consolare di ritrovare il figliolo sperduto”.

Aveva validi motivi, la donna, per essere preoccupata. Partito da Napoli, il D’Egidio aveva condotto con sé a New York il giovinetto. In quella immensa città viveva pure il fratello insieme alla propria famiglia. Richiesto di notizie circa la sorte del nipote, le scrisse di aver saputo che questi era assolutamente terrorizzato dallo sfruttatore mai soddisfatto di quanto l’infelice riusciva a raccogliere durante il giorno vestito di cenci e scalzo. Sapeva, per averlo appreso da un compaesano, che il ragazzo era caduto malato e che il “padrone” era tornato a New York. Qualche giorno dopo l’invio della lettera alla sorella, alla stessa fu inviato un telegramma in cui si preannunciava il ritorno in Italia del D’Egidio. Avvisata la Questura, ad attenderlo a Napoli vi erano le guardie di P.S. che, fermatolo, lo interrogarono immediatamente circa la sorte di Giuseppe. Rispose che questi, di sua volontà, era rimasto a Fitchisburg(?) nello stato del Mass., dimorante presso una locanda di un italiano e lì suonava per le strade. Non era la prima volta che il D’Egidio portava con sé dei minori. Era successo già dieci anni prima e di quel bambino che gli era stato affidato non si erano avute più notizie. A sostenerlo erano i Reali Carabinieri di Bojano che aggiungevano, particolare molto importante, nessuna denuncia era stata mai sporta per il grave fatto. Nonostante la Questura di Napoli richiedesse notizie al Consolato d’Italia a New York, che a sua volta le girò, tra gli altri, alla polizia del luogo della sua ultima residenza conosciuta, del ragazzo non si ebbero altre notizie.

Abbiamo conferma, quindi, con il caso di San Polo Matese dell’intima connessione tra l’areale di diffusione della zampogna e la “tratta dei fanciulli”. Al momento, non risultano altri casi riguardanti il Matese, ma il riferimento a precedenti casi ascrivibili al D’Egidio ci fa ritenere che la pratica avesse una qualche diffusione.

Questioni di spazio mi impediscono di andare oltre. Potrei raccontarvi di tanti altri casi con epiloghi altrettanto tristi. Quella che fu definita “la tratta dei piccoli schiavi bianchi” ebbe evoluzioni successive ancora più drammatiche. Vale la pena accennare alla fase successiva. Per motivi legati ai sempre più frequenti controlli di polizia, i padroni pensarono bene di togliere i bambini dalle strade di mezzo mondo. Il passo successivo fu quello di mandarli nell’inferno delle vetrerie francesi dove le famiglie d’oltralpe non mandavano più i loro figli. Ma di questo parleremo in una prossima puntata.

Nicola Paolino

fonte https://www.isnews.it/cultura/56913-la-storia-dei-piccoli-disgraziati-sanniti.html?showall=1&limitstart=

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IL CONVEGNO DI ANDRIA SUL 1799 E SULLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI PETROMASI

Posted by on Mar 17, 2019

IL CONVEGNO DI ANDRIA SUL 1799 E SULLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI PETROMASI

Mentre catalogavo i video, che di seguito riportiamo,  e cercavo di inquadrare le date mi sono reso conto che oggi è il 17 di marzo, che grazie a Giorgio Napolitano, è diventato giorno di festa nazionale perché nel 1861 si riunì il parlamento piemontese per l’ottava legislatura che proclamò il regno d’italia con Vittorio Emanule II re d’italia. Ma la cosa che veramente mi ha sorpreso e che è avvenuto nella indifferenza generale, non ne ha parlato nessuno e tanto meno i media che hanno preferito parlare di altro come accade per il 2 di giugno, festa della repubblica, e per il 4 novembre. Questa è un’altra risposta ai giacobini napoletani che si sbattono a difesa di cialdini e degli altri carnefici del Regno delle Due Sicilie e che se non fossero salariati dallo stato italiano andrebbero a rinforzare l’esercito dei braccianti agricoli che ancora lavorano nelle nostre terre. Ma vi sembra normale che una nazione dichiara 3 feste nazionali e nessuno le ricorda? Non c’è da aggiungere nessun altro commento.

Ma torniamo all’argomento oggetto di questo articolo, il 19 ottobre 2018 in quel di Andria abbiamo tenuto un importante convegno sul 1799 presentando il testo di Petromasi sull’epopea dell’esercito della Santafede guidata da Card. Ruffo con i relatori che sono stati di alto livello e hanno conferito di fronte ad un pubblico folto, attento e competente.

Oltre allo storico Laborino Fernando Riccardi abbiamo apprezzato gli interventi di Giuseppe Pirro, del Notaio Sabino Zinni, della Sig.ra Liliana Isabella Surabhi Stea in un convegno voluto grazie alla volontà e all’impegno di Pasquale Cacucci e dall’editore Vincenzo D’Avanzo che ha dimostrato grandissima sensibilità e spirito di accoglienza. Un ringraziamento va anche alla Sig.ra Teresa Gaudioso e a Antonio Iennarelli che hanno messo a disposizione la loro buona volontà affinchè riuscisse il convegno.

Abbiamo deciso di pubblicare i video del suddetto convegno all’inizio della settima che ci porta verso la data del 23 marzo che ci ricorda i drammatici fatti del 1799 quando le truppe giacobine del conte di ruvo e duca di Andria ettore carafa mise a ferro e fuoco la città Andria lasciando dietro di se una scia di morte e sangue.

Di seguito i video del convegno

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In balia dei giudici: ragioni per un foro ecclesiastico

Posted by on Mar 17, 2019

In balia dei giudici: ragioni per un foro ecclesiastico

Un cardinale di Santa Romana Chiesa sbattuto in isolamento in prigione dopo un processo farsa durato anni. La persecuzione contro la Chiesa cattolica è aperta in nome dell’uguaglianza. Ma tutto comincia con l’eliminazione, con la Legge Siccardi, del Foro Ecclesiastico, che era un mezzo per evitare che odio anticattolico e amore per i soldi facili lasciasse i cattolici, e in particolare gli ecclesiastici, in balia di un qualsiasi tribunale. 

Il 25 febbraio 1850 viene approvata nel Regno di Sardegna la legge Siccardi che prende il nome dal guardasigilli dell’epoca Giuseppe Siccardi. Siccardi ottiene la soppressione del foro ecclesiastico, vale a dire l’eliminazione del privilegio del clero di essere giudicato da un tribunale ecclesiale e non da un tribunale civile. Con questa legge trova applicazione anche nel regno sardo un provvedimento che fa regnare l’uguaglianza della legge nei confronti di tutti i sudditi: tutti uguali davanti alla legge. Era ora! Penso che oggi non ci sia nessuno, o quasi, che metta in discussione la bontà di un simile provvedimento.

Però. Però le cose non sono mai tanto semplici. Meno che mai quando sembrano ovvie. Nel 1850 l’abolizione del foro ecclesiastico senza richiedere il consenso della Santa Sede equivale a una dichiarazione di guerra nei confronti della sede romana. Il foro ecclesiastico infatti è garantito dal concordato stipulato fra lo Stato della Chiesa e il Regno di Sardegna. Concordato che non può essere modificato senza un reciproco accordo di entrambi i contraenti. Pio IX è proprio questo che rileva: come mai il regno sardo decide di modificare il concordato senza informare la Santa Sede? Il comportamento sardo è chiaramente un atto ostile quanto ingiustificato nei confronti della chiesa cattolica e del suo stato. Ingiustificato tanto più che il regno di Sardegna, che si presenta al mondo come uno stato modello perché costituzionale e liberale, così facendo viola il primo articolo dello Statuto che definisce la chiesa cattolica “unica religione di stato”.

L’abolizione del foro ecclesiastico è un tassello importante della guerra che il Piemonte sabaudo scatena in Italia contro lo stato pontificio e i cattolici. Cioè contro l’intera popolazione. Subito dopo la sua approvazione serve per mettere in prigione a carcere duro (a pane e acqua) il vescovo di Torino Luigi Fransoni, vescovo scomodo, reo di obbligare i sacerdoti a ottenere il nulla osta dell’autorità ecclesiastica prima di presentarsi in tribunale. Negli anni successivi servirà a incarcerare uno stuolo di preti e religiosi colpevoli di aver infranto le leggi dello stato. Colpevoli, per esempio, di essersi rifiutati di cantare il Te Deum in occasione della festa dello statuto. O colpevoli di aver negato l’assoluzione in punto di morte agli scomunicati liberali che non si fossero pubblicamente pentiti del loro operato. Per capire meglio con quale equanimità e uguaglianza venissero applicate le leggi sabaude conviene tenere presente che, in nome della chiesa cattolica garantita dal primo articolo dello statuto e in nome della libera chiesa in libero stato, viene smantellato e svenduto l’immenso patrimonio religioso, artistico, culturale e caritativo organizzato nei secoli dalla chiesa cattolica in Italia. Aboliti tutti gli ordini religiosi della chiesa di stato, tutti i loro membri vengono cacciati dalle loro case e derubati di tutto, compresi archivi e biblioteche. In nome della giustizia, del progresso e dell’uguaglianza, 57.492 persone vengono private di ogni diritto. A cominciare da quello di scegliere liberamente il proprio stato.

E’ evidente che parlo della legge Siccardi per ragionare sull’oggi. Un cardinale di Santa Romana Chiesa, un uomo di 77 anni, sbattuto in isolamento in prigione dopo un processo farsa durato anni (durante i quali forse si sperava che morisse). Un antico giocatore di rugby abbandonato al suo destino da tutti. O quasi. Calunniato in modo palese da un tribunale che definire civile sarebbe ardito. La bellissima frase “la giustizia è uguale per tutti” serve magnificamente, come tutte le belle frasi, a nascondere la realtà dell’attuale situazione. La persecuzione contro la chiesa cattolica e contro i suoi uomini migliori è aperta. Il gioco al massacro è iniziato. In nome, ancora una volta, dell’uguaglianza. Forse sarebbe il caso di ricordare quanto Paolo scrive nella prima lettera ai corinti: “voi prendete a giudici gente senza autorità nella Chiesa? Lo dico per vostra vergogna!” Forse i tribunali ecclesiastici non sono un retaggio dell’oscurantismo cattolico. Sono solo un mezzo (certamente insufficiente perché è Gesù stesso che profetizza la persecuzione) per evitare che odio anticattolico e amore per i soldi facili frutto di calunnia lascino i cattolici, e in particolare gli ecclesiastici, in balia di un qualsiasi tribunale che applica la legge in modo uguale per tutti. Per tutti i propri amici.

Angela Pellicciari

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