Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

L’IMBROGLIO NAZIONALE di Aldo Servidio (seconda parte)

Posted by on Gen 22, 2018

L’IMBROGLIO NAZIONALE di Aldo Servidio (seconda parte)

LA DEMONIZZAZIONE DEL “BORBONICO”

Se la scelta della metodologia (demonizzazione) fu semplice, lo sforzo per imporne gli elementi non fu né semplice né superficiale, come è facilmente comprensibile pensando alla sua essenzialità per la vitalità stessa del disegno unitario; era indispensabile, infatti, lavorare molto in profondità e con una costanza tale da produrre in tutta la società civile (in primis a sud) reazioni, verso le “fonti di pericolo” da demonizzare, che fossero precise, spontanee ed acriticamente orientate come un riflesso condizionato.

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L’IMBROGLIO NAZIONALE di Aldo Servidio (prima parte)

Posted by on Gen 17, 2018

L’IMBROGLIO NAZIONALE di Aldo Servidio (prima parte)

Tutto venne “usato”.

La stimolazione, ben oltre i desideri naturali, delle ambizioni di una dinastia (i Savoia) che aveva fatto degli appetiti territoriali la sua stessa ragione di essere, ma che -se fosse stato possibile fare solo quel che desiderava -si sarebbe espansa, oltre che in Lombardia, solo in sinistra Po.

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IL SACCHEGGIO DI CAPOLIVERI NELL’ISOLA D’ELBA: UN ESEMPIO DI FALSO STORICO

Posted by on Ott 19, 2019

IL SACCHEGGIO DI CAPOLIVERI NELL’ISOLA D’ELBA: UN ESEMPIO DI FALSO STORICO

1. PREMESSA

Fra i numerosi saccheggi effettuati dalle truppe francesi all’isola d’Elba, uno dei più ingiustificati ed efferati fu quello perpetrato nella cittadina di Capoliveri, nella parte meridionale orientale dell’isola

Le radici cristiane dell’isola d’Elba risalgono all’apostolo della sua «prima evangelizzazione» san Cerbone, vescovo di Populonia (Grosseto) del VI secolo (2); la chiesa di San Michele di Capoliveri è citata in scritti dell’inizio del XIII secolo; che poi il cristianesimo vi avesse attecchito in modo fecondo è dimostrato, fra gli altri, da questo episodio accaduto nel 1779, anno in cui si verificò una grande siccità: «Piove pochissimo nell’autunno; passa tutto l’inverno e comincia la primavera senz’acqua, talché i pozzi, le fonti e perfino le polle si seccano. Il popolo di Capoliveri implora la Divina assistenza. Sono ordinate processioni a S. Filippo Neri e a San Sebastiano. È esposto S. Vincenzo Ferreri. E sebbene nel primo giorno del triduo che fu il 27 marzo cadesse un poco di pioggia, pure non fu sufficiente. Il dì 5 d’aprile si portò processionalmente detta immagine e il dì 11 il simulacro di Cristo morto da preti scalzi, ma invano. Il dì 12 il popolo va processionalmente al Santuario della Vergine di Lacona, in cui entra, dietro alla confraternita, il clero scalzo, ma invano. Il dì 17, veduta il popolo l’inclemenza del cielo e accortosi che Dio era sordo alle sue preghiere, porta con grande solennità il quadro della Vergine delle Grazie in paese. Bandita una processione popolare, i fanciulli precedono gli uomini senza cappa, questi le donne, la confraternita del Corpus Domini e questa il clero. Giunti al Santuario, entrano scalzi sacerdoti e chierici soltanto: l’arciprete col canapo al collo e una corona di spine in testa, con pianto universale. Tengono esposta per undici giorni la sacra immagine, guardata notte e giorno dalla milizia […] muovono a visitare la Vergine le Confraternite della Piazza e della Marina di Longone e di Rio: un popolo innumerevole, moltissimi vestiti alla foggia di pellegrini con cappa e bordone e altri non pochi scalzi con corone di spine in capo e una corda al collo» (3).

D’altro canto, pochi anni prima, nel 1735, si trovava a Capoliveri san Paolo della Croce (1694-1775), fondatore dei padri passionisti, «[…] a dare le missioni» (4). Il santo visitò più volte l’Isola d’Elba, dove voleva stabilire la sede dell’ordine da lui fondato, ma «[…] nel 1730 si vide respinta una richiesta intesa ad ottenere il santuario della Madonna delle Grazie ed allo stesso modo, successivamente, gli fu negato di ritirarsi con i suoi confratelli nel santuario della Madonna di Monserrato di Porto Longone» (5).
 

2. IL SACCHEGGIO DI CAPOLIVERI

L’episodio narrato di seguito conferma che la storia è sempre scritta dai vincitori, e che, spesso, non è rispettato nella ricostruzione il criterio di verità circa gli accadimenti. Nel nostro caso, quanto è stato trasferito dalla «storiografia ufficiale» , è che il saccheggio di Capoliveri abbia costituito una giusta rappresaglia, a seguito di gravi provocazioni ed attacchi operati dagli abitanti contro i francesi (6). A questo proposito, si deve tenere presente, che, mentre a Portoferraio regnava il Granduca di Toscana Ferdinando III di Lorena (1769-1824), e Porto Longone, l’attuale Porto Azzurro, era sotto il dominio della casa di Borbone, l’isola nella sua restante parte — che comprendeva Capoliveri e le zone limitrofe — apparteneva ai nobili Appiani, signori di Piombino — sulla costa toscana di fronte all’isola —, che erano alleati della Francia. La cittadina, quindi, non avrebbe dovuto essere ostile ai francesi.

Ancora, occorre ricordare che Giuseppe Ninci, giacobino di Portoferraio, autore di una nota Storia dell’Elba (7), fu parte attiva nel tentativo di imporre la Repubblica nell’isola, tanto che, quando la guarnigione granducale di Portoferraio tentò di opporsi all’incorporazione della piazzaforte, l’ultima rimasta libera, alla Repubblica Francese, nel marzo 1799, fu lo stesso Ninci a essere protagonista degli eventi. Nella sua storia egli infatti racconta che «[…] fortunatamente lo scrittore della presente opera, trovandosi a diporto sul molo, sentì, con raccapriccio ed orrore le minacce di quegli empi [i difensori della piazza].Egli volò ad avvertire i capi guardia [degli assedianti] dei posti indicati, affinché si ponessero a difesa» (8). Autore di parte, dunque, che l’altro storico dell’Elba, Vincenzo Mellini Ponçe de Leon (9) conferma abbia partecipato alle trattative fra i rivoluzionari e la piazzaforte, soprattutto al momento della consegna della lettera «[…] con cui si ordinava alla municipalità di Capoliveri di mettersi sotto il governo francese e somministrare alle truppe di quella Repubblica tutti i soccorsi possibili» (10). Il cronista elbano riferisce che il 4 aprile 1799 alla consegna della lettera, a Capoliveri, Ninci fosse presente: «[…] vuolsi che fra detti emissari vi fosse il nostro Giuseppe Ninci» (11). 

Ma la posizione di attesa dei capoliveresi ha termine proprio in questo momento. Si ignora «[…] ciò che riposero gli anziani, sappiamo solamente che gli emissari mandati allo scopo di democratizzare i capoliveresi, trovarono in essi una ripugnanza invincibile alle nuove idee; e, corse offese da una parte e dall’altra, andarono debitori alla velocità delle gambe, della salvezza delle loro spalle» (12).

3. LA RICOSTRUZIONE «UFFICIALE» DI GIUSEPPE NINCI

Lo storico filo-giacobino racconta che, quando scoppiò il conflitto fra Regno di Napoli e Francia repubblicana nel 1799, nel corso dell’assedio stretto dai francesi alla piazza napoletana di Porto Longone, nell’aprile dello stesso anno, i capoliveresi «[…] passati ai campi francesi, invitarono gli assedianti di portarsi a Capoliveri per approvisionarsi, e che, per contrario, massacrarono. Il tradimento di questi, però, non andiede impunito; imperciocchè il generale Miolis [sic], passato da Livorno a Portoferraio e che comandava le forze francesi nell’Elba, spedì il giorno appresso [9 aprile] a Capoliveri un mezzo battaglione di fanteria, con l’ordine di saccheggiare quella terra, e passare a fil di spada chi si fosse opposto con le armi in mano» (13). Nel mese seguente, perdurando l’assedio di Porto Longone, la situazione ebbe un’evoluzione, nel senso che i francesi tentarono di pacificare gl’«insurgenti» (14), anche perché, dalle altre parti dell’isola, si erano manifestati contemporaneamente altri focolai di contro-rivoluzione, che rischiavano di mettere in difficoltà i giacobini.

In un primo tempo, i capoliveresi, rispetto agli altri moti reattivi, si mantennero neutrali, ma, secondo Giuseppe Ninci, «[…] non fu però, che i capoliveresi mancassero di maleanimo contro i francesi, ma solo non si mossero per non troppo arrischiare alla scoperta, imperocché, armatisi i medesimi, e ben postati alle finestre delle loro abitazioni, riceverono a colpi di fucile un picchetto francese, che ai loro nuovi inviti si era portato ad approvvisionarsi a Capoliveri. Questo secondo, non men del primo marcato tradimento per parte dei capoliveresi, meritossi la giusta vendetta delle truppe francesi. Queste la fecero di fatti, imperciocché la mattina del dì seguente, portatesi in numero sotto Capoliveri, e circondatolo in un momento, vi entrarono a baionetta in canna, ponendo a morte tutti quei che si vollero opporre, e dando un sacco generale a quella terra non senza attaccare il fuoco» (15). 
 

4. LA VERITA’ STORICA RISTABILITA DA VINCENZO MELLINI PONÇE DE LEON

Il maggiore storico elbano ricostruisce la vicenda in altri termini, partendo dal fatto che Capoliveri nell’aprile del 1799 fu occupata da un presidio di circa 60 francesi, sloggiato successivamente, nel maggio, dai soldati napoletani di Porto Longone. Questi uomini, fuggiti da Capoliveri, si unirono alla colonna francese inviata contro Capoliveri con l’ordine del comandante francese di mettere Capoliveri a ferro e a fuoco e di ritirarsi successivamente a Portoferraio: «[…] quell’orda di feroci predoni più che soldati, giunse silenziosa nel cuore della notte a quel castello; lo investì improvvisamente da tutti i lati, ne sorprese gli abitanti che dormivano quieti e tranquilli nei loro letti e tutt’altro pensavano che dar piglio alle loro armi che non avevano, ed a scontare con il sangue le strette di mano scambiate con loro compatrioti a servizio di Napoli, e vi cominciò un sacco così tremendo, da far dimenticare l’altro del 6 di aprile che durò dal giovedì notte a tutto il lunedì veniente […]. Sacerdoti, vecchi, donne, e fanciulli, massacrati, donne violate nelle pubbliche vie e persino in chiesa, bambine stuprate, chiese profanate, oggetti consacrati al culto, sacrilegalmente rotti, rubati; immagini sacre guaste e deturpate; case completamente svaligiate; mobili preziosi a calciate di fucili infranti; quadri di famiglia sciabolati; botti di vino, a spillarle a colpi di fucile, forate, lasciandone scorrere il liquido per le cantine, per le vie; orgia dovunque; e il paese ridotto prima ad un pianto, poscia ad un deserto. Non mancò che il fuoco a compiere l’opera nefanda ed a distruggerlo» (16).

Fra gli episodi più raccapriccianti c’è la morte, il 23 maggio 1799, di don Antonio Becci, anziano prete di antica famiglia capoliverese, da tutti conosciuto per le sue virtù, assassinato a colpi di arma da fuoco e di baionetta, per aver alzato la voce contro i violatori delle donne e delle bambine in chiesa e nelle pubbliche vie (17). Il limite tragico e grottesco di questa come di altre vicende è delineato da un episodio che ha inciso sulla memoria storica di Capoliveri e dell’Isola d’Elba in modo irrimediabile: la distruzione dell’archivio dell’antichissimo municipio. Il cancelliere della cittadina, certo Luigi Bracci, nella notte tra il 23 e il 24 maggio 1799, mentre i francesi imperversavano, temendo la loro ferocia, «[…] tolse i libri e le filze di maggior interesse dagli scaffali, e, favorito dalla vicinanza del Palazzo Pubblico alla Chiesa Parrocchiale, li portò a nascondere alla sepoltura degli uomini. Vi si calò dentro e poscia, sui libri e su se stesso calò la lapide che la chiudeva» (18). Poco dopo, la Chiesa fu invasa da donne, vecchi, e fanciulli che cercavano scampo pensando che la sacralità di quel luogo avrebbe fermato i francesi, che invece li inseguirono anche lì per depredarli. A questo punto il Bracci, non si sa per il fetore della sepoltura o per la paura, o per la curiosità delle grida udite, sollevò un poco con la schiena la lapide. A questo punto, i soldati francesi, prima meravigliati e poi incuriositi, la scoperchiarono e tirarono fuori per il colletto il vecchietto ben vestito, scambiandolo per un ricco che aveva nascosto i propri tesori nel sepolcreto. E, non trovando invece niente altro che carte e ossa, furibondi, stracciarono e bruciarono tutte le carte e i libri ivi giacenti, prendendo a colpi di calcio di fucile il cancelliere e lasciandolo semivivo sul pavimento della chiesa. L’archivio di Capoliveri era stato risparmiato da tante guerre e saccheggi nei secoli passati, perfino dai saraceni e dai turchi.

5. CONCLUSIONI

Amore di verità impone di stigmatizzare le menzogne che vengano lapidariamente consacrate dai canali della storiografia ufficiale, anche se si tratta di piccoli episodi della vita quotidiana, di cui pure la storia si compone. Grazie a Dio, spesso la grossolanità delle bugie nel racconto storico è tale da trasparire e da fare scoprire di suo l’imprecisione del relatore. Anche in questo caso, lo storico filo-giacobino, e giacobino egli stesso, Ninci cade in un insuperabile imbroglio, quando omette di citare la presenza dei francesi in presidio a Capoliveri dal 6 aprile, e omette altresì di menzionare la data del saccheggio del 22 maggio, giorno del Corpus Domini, che lasciò gli abitanti senza alcuna difesa, prostrati dal dolore e dalla falcidie di anime. Semplicemente afferma che l’inazione dei capoliveresi fu data dalla loro ignavia, pur sapendo gli stessi, che i napoletani necessitavano di appoggio dalle popolazioni territorialmente vicine. Un’altra menzogna del racconto di Ninci sta nella descrizione del saccheggio e della strage, che secondo lui avvenne in pieno giorno, così che la popolazione avrebbe potuto respingere l’attacco, mentre in realtà l’assalto fu proditoriamente effettuato nella notte del 22 maggio, quando i capoliveresi giacevano nel sonno. Da ultimo, il fantomatico invito rivolto dai capoliveresi ai francesi — appena scacciati o ancora di presidio! — di andare ad approvvigionarsi presso gli assediati, per poi aggredirli con fucili di cui già non disponevano più a causa del saccheggio subito. Non è chi non veda una profonda ingenuità, assai poco probabile, da parte dei francesi che sarebbero di certo caduti in un agguato, dal momento che il contrasto infuriava in quei giorni tra l’una e l’altra fazione. Vero è, purtroppo, che i contemporanei dei fatti, come in tutti questi frangenti accade, si distinguevano in due categorie: coloro che, come i capoliveresi, per essersi mantenuti fedeli ai propri principi, vennero passati a fil di spada fra atroci sevizie, e chi, come certi storici svelano con il proprio oscuro lavoro di ricostruzione, si fa corifeo del dominio straniero, volendo la sottomissione o, in caso contrario, lo sterminio di chi la pensava diversamente, appoggiandosi alle baionette straniere.

Benedetto Tusa

Note

(1) Situata sopra un monte spianato in vetta ed elevata a m. 167 sul livello del mare, è posta nella parte sud ovest dell’Isola. Fondata, si dice, da liberti o da adoratori «libertini” del dio Bacco, «Caput Liberum» era abitata da una popolazione con marcati caratteri di autonomia, la cui istituzione più eminente nei secoli è stata il «consiglio degli anziani» , organismo di governo con forti poteri legislativi e deliberativi.
(2) L’esistenza storica di San Cerbone non è del tutto certa; cfr. Piero Bargellini, Mille Santi al giorno, Vallecchi-Massimo, Milano 1980, p. 567.
(3) Cfr. Vincenzo Mellini Ponçe de Leon, Delle memorie storiche dell’Isola d’Elba, Tipografia Raffaele Giusti, Livorno 1890, vol. V, rist. a cura di Gianfranco Vanagolli, Le Opere e i Giorni, Roma 1996, pp. 92-93.
(4) Cfr. ibid., p. 77.
(5) Cfr. ibidem, ex archivio Mellini Ponçe de Leon, cit. in Enrico Lombardi, Santuario della Madonna del Monte di Marciana nell’Isola d’Elba, a cura dell’Opera del Santuario, Queriniana, Brescia 1964, p. 77, nota 125; cfr. anche Idem, Vita Eremitica nell’Isola d’Elba, Queriniana, Brescia 1957, pp. 51-52, e A. Ripabelli, S. Paolo della Croce all’Isola d’Elba, in Corriere Elbano, 10-9-1975 e 20-9-1975.
(6) Per il quadro generale della situazione elbana nel 1799, cfr. 1799: l’Insurrezione popolare contro-rivoluzionaria dell’Isola d’Elba, in ISIN, Nota Informativa, anno II, n. 5, gennaio-aprile 1997, pp. 3-10.
(7) Cfr. Giuseppe Ninci, Storia dell’Isola d’Elba, Portoferraio (Livorno) 1815, rist. anast., Forni, Bologna 1968.
(8) Ibid., pp. 215-216.
(9) Maggiore storico dell’Isola, nacque a Marina di Rio, nel 1819; il padre, Giacomo, era stato un ufficiale al seguito di Napoleone. Laureato in giurisprudenza e in scienze naturali, rinunciò alla carriera universitaria per vivere sulla sua isola e studiarne la storia e le tradizioni. Fu anche sindaco del suo paese natale e direttore delle miniere di ferro dal 1871 al 1891, senza però smettere di esplorare archivi e biblioteche. La sua opera maggiore sul periodo del triennio giacobino (1796-1799) è il quinto libro — intitolato I francesi all’Elba —, della sua Storia (Giusti, Livorno 1890). Morì a Livorno nel 1897. Per una più completa notizia bio-bibliografica, cfr. V. Mellini Ponçe de Leon, op. cit., pp. VIII-IX, da cui sono state tratte anche le seguenti notizie. Cfr. anche Alessandro Canestrelli, Elba, un’isola nella storia, Litografia Felici, Ospitaletto di Pisa (Pisa) 1998, pp. 20-23.
(10) V. Mellini Ponçe de Leon, op. cit., p. 33.
(11) Ibid., p. 38, nota 32.
(12) Ibid., p. 33.
(13) G. Ninci, op. cit., p. 217.
(14) Ibid., p. 219.
(15) Ibid., p. 220.
(16) V. Mellini Ponçe de Leon, op. cit., pp. 171-172.
(17) Ibid., p. 172.
(18) Ibid., p. 173. sto



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Le province siculo-partenopee nel Regno d’Italia (III)

Posted by on Ago 12, 2019

Le province siculo-partenopee nel Regno d’Italia (III)

Parte terza: Il Periodo Crispino (1887-1896)

L’avvento della sinistra al potere era stata definita dai contemporanei “rivoluzione parlamentare”. La definizione può sembrare oggi esagerata, ma in effetti una rivoluzione ci fu davvero perché si affermò in quegli anni un nuovo equilibrio di potere. Una “rivoluzione passiva”, secondo la definizione di Vincenzo Cuoco, nei riguardi del Risorgimento. Si verificò una progressiva assimilazione delle classi dirigenti regionali nel processo di unificazione. In pratica, le classi dirigenti meridionali si amalgamarono con quelle del centro-nord. Naturalmente da parte degli storici del nord la penetrazione delle classi dirigenti meridionali, elette con la sinistra, nel sistema di potere del nord è stato descritta come un fatto negativo. Come sempre, quando si vuole screditare qualcuno, sono state usate frasi del tipo “l’uno vale l’altro”, “sono tutti corrotti”, e così via. Frasi e definizioni che ancora oggi sono di gran moda, come possiamo facilmente constatare aprendo qualsiasi giornale. In realtà non è così, la destra non vale la sinistra e viceversa, e il peso nel progredire della società è ben diverso. Fin dal 1860 infatti la parte più conservatrice dell’aristocrazia meridionale confluì nel partito di Cavour, mentre la parte più innovatrice divenne garibaldina. In Sicilia ci fu sempre una dialettica tra la parte più conservatrice dell’aristocrazia terriera, latifondista e la borghesia imprenditrice.

La borghesia imprenditrice del Sud

Nel 1876 l’iniziativa politica passò in mano alla borghesia progressista. Fondamentale per l’ancor giovane unità d’Italia è stato il fatto che questa sorta di rivoluzione si compisse nel meridione, in nome degli interessi fino ad allora calpestati del sud. Le classi proprietarie meridionali, raccolte sotto la bandiera della sinistra furono determinanti nel garantire l’unità politica e territoriale del neonato Stato italiano.

Non dobbiamo dimenticare che l’unità era figlia di una brutale annessione militare delle regioni meridionali ed era stata gestita e governata esclusivamente dal nord. Il meridione non era stato altro che una terra di conquista da sfruttare ai fini dello sviluppo delle regioni dominanti del nord. La vittoria della sinistra meridionale fu indubbiamente un fatto di “democratizzazione” dell’intero Paese e aiutò la crescita della sinistra anche nel nord. Sbaglia nel giudizio Benedetto Croce nella sua Storia d’Italia quando afferma che “il governo della sinistra fu lo stesso di quello della destra ma peggiorato”, così come sbaglia Tomasi di Lampedusa con il suo gattopardesco “Cambiare tutto per non cambiare niente”. I cambiamenti profondi in una società non si colgono nell’immediato e i loro effetti si vedono a lungo termine. Un tessuto sociale di tipo feudale non mostra chiari segni di democrazia solo perché ha un governo di sinistra. Occorrono decenni se non secoli per “svezzare”le nuove generazioni [1]. Il partito della sinistra si propose come il partito “della riparazione e della giustizia”dei torti consumati ai danni della Sicilia e del meridione. La piattaforma del riparazionismo trovò in Sicilia il suo ideologo in Camillo Finocchiaro Aprile… “per noi democrazia non importa (comporta, N.d.R.) agitazione ad ogni costo né sfrenato eccitamento delle masse popolari, importa rispetto ai diritti e alle opinioni di tutti, importa ordine e libertà…..E’ giusto, è ragionevole, che, come degli oneri, abbia l’isola nostra la sua parte di benefici, e che i voti di queste popolazioni siano ascoltati. E la difesa di codesti interessi non sarà soltanto una questione economica ma anche una questione politica” [2]. Questa impostazione del Finocchiaro Aprile rispecchiava, dopo un secolo, un reale cambiamento del clima politico. Fin dagli inizi dell’800, infatti, la Sicilia si era sempre trovata all’opposizione, con i Borbone prima e con i Savoia dopo il 1860. Con l’avvento della sinistra finalmente la Sicilia poteva entrare a far parte di un nuovo disegno politico, sostenuto non solo da Finocchiaro Aprile ma anche da Crispi e da Francesco Ingrao. che per prima cosa reclamava una riforma del sistema elettorale che desse voce anche ai lavoratori della terra [3].

Le riforme della Sinistra

Tra le riforme effettuate dalla sinistra una volta salita al potere ricordiamo: la scuola elementare obbligatoria (riforma Coppino del 1877); la soppressione della tassa sul macinato; l’abolizione del corso forzoso; la riforma elettorale: votavano gli uomini con più di 21 anni con il biennio elementare o paganti almeno un’imposta annua di 19,80 lire; le prime riforme sul lavoro: infortuni, sciopero, lavoro minorile e orari. L’avvento della sinistra inoltre favorì la diffusione del positivismo e rese possibile intraprendere anche una unificazione culturale oltre che politica perché coinvolse gli uomini di cultura e di scienza di tutte le regioni italiane; da ciò nacque l’esigenza di usare uno stesso linguaggio. Si ripropose pertanto la questione della lingua, questa volta non più con intenti separatisti come nel settecento ma con intenti unitaristi. Tra le due opposte posizioni, quella di Manzoni e quella di Isaia Ascoli (l’Ascoli prese posizione riguardo alla questione della lingua italiana, opponendosi alla soluzione di Alessandro Manzoni di usare il fiorentino parlato come lingua nazionale e proponendo invece di utilizzare l’italiano sovra regionale, che era già la lingua comune della scienza, e che di fatto veniva già utilizzato da secoli da tutti gli scrittori d’Italia, avendo anche il pretesto per innalzare il livello culturale della popolazione), in Sicilia prevalse la posizione dell’Ascoli. Gli scambi linguistici tra siciliano e italiano divennero più intensi che mai e fiorirono studiosi linguisti come Salomone Marino, Guastella, Vigo e Pitré. Tra il 1880 e il 1890 si ebbe una fioritura culturale di prim’ordine: letterati, architetti, sociologi, storici e giuristi, come Verga, De Roberto, Basile, Colajanni, Mosca, Orlando, Cannizzaro, Amari, ecc. espressero il meglio della loro produzione. L’ambiente culturale era vasto e gradevole e apprezzato dagli studiosi che anche dall’estero venivano a insegnare o ad apprendere nelle Università siciliane. Clamoroso è il caso del poeta Mario Rapisardi, un ateo radicale amato anche dai ceti popolari a tal punto che durante le celebrazioni del 1° Maggio, a Catania, era d’obbligo sostare sotto le sue finestre.

Nel raggruppamento politico denominato Sinistra confluivano in realtà uomini di diversa provenienza e orientamento: vi erano liberali riformatori, come il nuovo capo del Governo Agostino Depretis; rappresentati della borghesia settentrionale, terrieri meridionali; ex garibaldini e mazziniani, come Francesco Crispi; professionisti e intellettuali meridionali, come Francesco De Sanctis.

La pesante eredità lasciata dalla Destra

Gli ambiziosi programmi del governo cozzarono contro una situazione internazionale sfavorevole e, per quanto durante l’età di Depetris (1876-87) si registrasse un inizio di industrializzazione, lo sviluppo economico generale dell’Italia fu inferiore alle speranze e coincise con la grave crisi agricola degli anni Ottanta. Inoltre la Destra aveva lasciato in eredità alla Sinistra una serie di scottanti questioni: l’ordine pubblico inesistente, la lacerazione nei rapporti tra le forze politiche, le inchieste parlamentari non concluse, il brigantaggio che imperversava da sedici anni e che la destra più che combatterlo aveva arginato criminalizzando intere popolazioni. Con la Destra il sud era stato criminalizzato in toto, con la sinistra si chiedeva invece al sud la spinta a ricostruire il paese: una spinta soprattutto culturale e progressista. In tutto questo però, a causa delle lacerazioni tra le forze politiche, per assicurarsi di volta in volta una maggioranza in parlamento, Depretis cominciò a favorire il cosiddetto trasformismo, contribuendo a rendere ancora più incerta la linea di demarcazione tra destra e sinistra e tra i vari gruppi basati su antagonismi regionali e clientelari.

Il deterioramento dei rapporti italo-francesi, favorì intanto l’orientamento della diplomazia italiana verso Berlino e Vienna, così da portare nel 1882 alla stipulazione della Triplice Alleanza [4]. Questo indirizzo politico ebbe il suo sostenitore più intransigente in Francesco Crispi. Inoltre per adeguare la politica estera italiana a quelle delle potenze europee venne iniziata un’azione coloniale[5] che nel 1885, dopo la forzata rinuncia della Tunisia [6], si indirizzò verso la conquista dell’Eritrea.

Il Periodo Crispino

Dopo aver abbandonato la sinistra, Crispi era entrato nel gioco del trasformismo, che nel 1887 gli consentì di subentrare a Depretis. Crispi accentuò il protezionismo economico in chiave essenzialmente antifrancese, provocando una guerra doganale che ebbe effetti disastrosi sulla produzione agricola, soprattutto meridionale [7]. Egli cercò inoltre di instaurare un regime forte non privo di aperture riformatrici, ma soprattutto teso alla ricerca di una nuova grandezza coloniale nel tentativo di risolvere i problemi relativi alla povertà nel mezzogiorno e a tal fine firma il trattato di Uccialli con Menelik, in base al quale era riconosciuto il controllo italiano in Eritrea ed un ambiguo protettorato sull’Etiopia. La politica coloniale porterà invece al disastro di Adua (marzo 1896). Al di là della fallimentare impresa coloniale, il governo di Francesco Crispi indirizzò il sistema politico italiano in direzione di un rafforzamento dello stato e di un marcato autoritarismo. Nonostante ciò Crispi realizzò importanti riforme (miglioramento dell’efficienza della burocrazia; ampliamento del diritto di voto nelle elezioni locali; eleggibilità dei sindaci; riforma della sanità e della pubblica assistenza).

Per Crispi, un modello da imitare era Bismark: egli ai valori risorgimentali aggiunge il conservatorismo e il nazionalismo. I punti cardine della sua riforma furono: Il nuovo Codice Penale e l’abolizione della pena di morte; Il riconoscimento della libertà di associazione, pensiero, sciopero per i lavoratori. Tra le altre varie riforme, sono da ricordare: la nuova legge comunale e provinciale, che comprendeva l’elettività del sindaco. A causa della crisi economica del 1892 il governo Crispi cade e sale Giolitti. A sud intanto, prendono corpo i Fasci dei Lavoratori, che chiedono un contratto di lavoro e una soluzione riguardante la questione dello zolfo siciliano invenduto, a causa della invasione dei mercati di quello americano. Giolitti non interviene, neanche quando la situazione degenera in guerriglia. A contribuire al suo declino interviene lo scandalo della Banca Romana. Travolto dallo scandalo, Giolitti si dimette e Crispi torna al governo. Con fare autoritario, da vastissimi poteri alla Polizia. Reprime nel sangue rivolte in Sicilia, toglie il diritto di voto a 800.000 persone e si attira perplessità sul suo operato. L’ambiguità del trattato con Menelik fece scoppiare una guerra che si concluse con la disfatta italiana ad Adua, nel 1896, e con le dimissioni di Crispi.

Ma torniamo al 29 luglio del 1887, quando, morto De Pretis, Francesco Crispi fu nominato presidente del Consiglio. Ebbe così inizio quello che da molti viene definito come periodo “crispino”, caratterizzato da un predominio siciliano nell’alternanza tra Crispi e Di Rudinì. Questo decennio fu fondamentale per la storia italiana, fu un salto in avanti nonostante i traumi, le crisi economiche e finanziarie, la guerra coloniale persa, un colpo di stato sventato. Alla fine l’Italia ne uscì più matura e, almeno il nord, economicamente più forte.

Non così si può dire della Sicilia e del meridione d’Italia. Alla fine del decennio “crispino”, la Sicilia ne uscì indebolita e i livelli culturali, economici e politici si abbassarono di conseguenza. A provocare il tracollo economico furono principalmente la guerra commerciale con la Francia che causò il tracollo dell’esportazione dei prodotti agricoli pregiati, la fillossera che distrusse la gran parte dei vigneti, la protezione daziaria in favore dell’industria e della cerealicoltura e la crisi dello zolfo. L’industria zolfifera fu messa in ginocchio sul mercato estero dalla concorrenza dello zolfo americano. La capacità di iniziativa che la Sicilia aveva mostrato fu duramente colpita da questi eventi. Non a caso è proprio in questo periodo che inizia la fase discendente della famiglia più rappresentativa della economia siciliana: i Florio. Mentre nel resto del paese l’industrializzazione avanzava in Sicilia e nel meridione in genere si ebbe una regressione. L’intero sud, protagonista dell’ascesa della sinistra al potere, fu quello che pagò il pedaggio perché il nord si sviluppasse. Lo stesso Francesco Saverio Nitti tristemente notava “Tra il 1870 e il 1888 l’importanza del mezzogiorno era molto maggiore nella vita sociale ed economica dell’Italia che oggi non sia” [8]. Ma perché avvenne questo?

Nascita del divario Nord-Sud

Con l’avvento della sinistra e dei politici siciliani. la Sicilia divenne fulcro dei problemi fondamentali del paese: la crisi economica esplosa nell’85-86 che determinò i provvedimenti doganali colpì essenzialmente la Sicilia e le regioni meridionali, gli avvenimenti internazionali che coinvolgevano l’area mediterranea, portarono al militarismo e le riforme della società italiana che portarono alla riorganizzazione dei settori fondamentali della vita istituzionale come la promulgazione dell’enciclica Rerum novarum nella chiesa e la nascita del Partito socialista italiano e del Movimento sociale cattolico nello Stato, diedero lo slancio alla affermazione dei Fasci dei lavoratori che ebbero il loro culmine tra il giugno del 1892 e il dicembre 1893. I Fasci furono il primo esempio di organizzazione popolare, operaia e contadina insieme. I primi Fasci operai sorti nell’Italia centrale erano prevalentemente costituiti da proletariato urbano, prevalentemente di matrice anarchica, i Fasci siciliani si rivolsero invece a tutta la classe proletaria e popolare di città e di campagna. Non erano più, come i fasci operai dell’Italia del centro-nord, agenzie politiche ed elettorali di certa borghesia “illuminata”, ma diedero voce a rivendicazioni economiche più ampie del semplice mutuo soccorso tra i soci, e soprattutto sul piano politico non rispondevano ad alcun esempio governativo. Erano difficili da collocare e non a caso furono diversamente giudicati dagli studiosi dell’epoca: Il filosofo marxista Antonio Labriola li definì “..il primo atto del socialismo proletario italiano”[9], lo storico e politologo Gaetano Salvemini, con molta asprezza e poca comprensione, li definì “…una convulsione isterica, nella quale il socialismo ci entrò solo perché, essendovi nel resto del mondo un partito socialista rivoluzionario, questi affamati saccheggiatori di casotti daziari cedettero di essere socialisti anche loro.” [10]. Il filosofo Benedetto Croce arrivò a giustificarne la feroce repressione con un giudizio su quegli uomini che cercavano equità sociale a dir poco “classista”: “Il Crispi stroncò un movimento che non conteneva nessun germe vitale ed era privo di avvenire… Il torto di quegli uomini, di quei giovani era di eccitare e tirarsi dietro masse ignoranti e inconsapevoli, credendo di potersene valere per attuare idee che quelle non comprendevano… Cioè di tentare, sia pure a fin di bene un imbroglio che non è cosa che possa mai partorir bene e, tessuta con l’inganno, merita di essere distrutta con la forza”[11]. Lo studioso inglese Hobsbawm [12] definì invece i Fasci “un movimento diretto ad ottenere particolari miglioramenti economici” e li paragona al “cartismo” [13] inglese.

Checché ne dica Croce, i Fasci siciliani non sorsero dal nulla e nonostante la terribile repressione non finirono nel nulla. La Sicilia e tutto il meridione d’Italia è stata, dopo l’unità, la palestra in cui muove i primi passi il socialismo marxista rivoluzionario ed è proprio grazie ai Fasci Siciliani che viene proposto un marxismo creativo che con Antonio Labriola acquista rilevanza internazionale. Tutto il meridione, stava cercando di ridurre la disuguaglianza ed il rapporto di semidipendenza istauratosi tra sud e nord dopo il 1860 e la nascita dei Fasci siciliani si colloca proprio in quest’ottica. Solo la loro repentina esplosione e diffusione, ma non la loro nascita, è determinata dalla crisi del 1887. Con la crisi la Sicilia diventa il punto può vulnerabile: tagliate le esportazioni, distrutti i vitigni, costrette a chiudere le zolfare… I Fasci diventano l’opportunità per una ristrutturazione del sistema economico e sociale non solo siciliano ma nazionale, sono una opportunità per modificare il rapporto nord-sud. Purtroppo molta colpa nella sconfitta dei Fasci è da attribuire al comportamento del Movimento socialista internazionale, che in un primo tempo fu favorevole ai Fasci siciliani, ma poi non ne accettò la forte presenza contadina. Una tale distorsione nella visione socialista in Italia fu contrastata fortemente dal Labriola, ma fu anche avallata da Croce e da Salvemini. Ma quanto avveniva in Sicilia si verificava anche in Francia, In Belgio, In Olanda, in Germania. Nonostante il Congresso socialista di Marsiglia avesse equiparato i contadini agli operai delle fabbriche ci si pose il problema se costoro e il proletariato urbano potessero realmente partecipare alla formazione di una società socialista.

L’intervento di Engels e la fine della “via meridionale” all’emancipazione

Fu chiesto anche il parere a Engels il quale, purtroppo e con poca lungimiranza, rispose che bisognava considerare i contadini come piccoli proprietari o come compartecipanti, nelle vesti di affittuari o mezzadri del capitale e pertanto non potevano essere considerati proletari! Il parere di Engels fu accolto senza discussione anche in Italia. Intanto il socialismo siciliano aveva ottenuto una serie di successi. Fra l’agosto e l’ottobre del 1893 aveva organizzato e portato alla vittoria il primo grande sciopero italiano riuscendo a trasformare il terraggio in mezzadria . A seguire, stava conducendo una battaglia contro le tasse municipali chiedendone l’abolizione o la drastica riduzione, ma nel bel mezzo di questa galoppata vittoriosa irruppero i divieti e i voltafaccia del Partito socialista nazionale e internazionale. L’isolamento dei fasci portò inevitabilmente alla sconfitta.

Alla luce di quanto avvenuto in seguito il Partito socialista non avrebbe potuto commettere errore più grande. E le conseguenze di tale errore non sono state mai più riparabili. I Fasci dei lavoratori rappresentavano la continuazione dell’iniziativa meridionale sbocciata nell’80. La loro violentissima repressione determinò la esclusione della Sicilia e in parte anche del meridione dalla vita politica di sinistra. Il mancato sostegno o meglio l’abbandono del Partito socialista italiano lasciarono libere le mani ai ceti dominanti isolani che ripetutamente chiesero al governo lo scioglimento dei Fasci dei lavoratori. Giolitti, presidente del consiglio e ministro dell’interno dal maggio del ’92 al novembre del ’93 si era sempre rifiutato di intervenire, ma le sue dimissioni in seguito allo scandalo della Banca romana, cui non fu estraneo il Crispi, aprirono nuovamente le porte a quest’ultimo che ritornato alla presidenza accondiscese facilmente a quell’atto liberticida proclamando lo stato d’assedio. I contadini furono considerati alla stregua di pericolosi sovversivi capaci di rovesciare lo Stato. La stampa nazionale poi cominciò a sfornare una serie di articoli volti a denigrare i dirigenti socialisti siciliani. Si scriveva anche di complotti tra la Francia e i socialisti siciliani volti ad azioni anti-italiane. L’opinione pubblica fu pilotata contro i contadini siciliani che venivano dipinti come esseri primitivi, affamati, saccheggiatori e inconsapevoli! Nel 1893 la Sicilia fu lasciata sola. Ebbe contro i latifondisti, i conservatori e i reazionari di tutta Italia e l’Internazionale socialista. Crispi prestò orecchio a tutto ciò e non solo volle vincere ma volle stravincere. Le si schierò contro, la mise a ferro e a fuoco, stroncò nel sangue i Fasci che vennero sciolti e i loro dirigenti furono processati e condannati al carcere duro. La Sicilia e con essa tutto il mezzogiorno cessarono di aver peso nella vita politica italiana.

La sconfitta di Adua

La pessima annata del 1897 e il rincaro della vita esasperano gli animi: il 1898 segna l’esplosione di una irrefrenabile collera popolare accumulatasi in quarant’anni. L’anno si apre con una vittima proprio in Sicilia: è il 2 gennaio quando, a Siculiana, la polizia spara sulla folla che protesta per avere pane e lavoro uccidendo un contadino. Ma le manifestazioni e le rivolte si susseguono in tutta Italia per l’aumento del prezzo del pane, per il lavoro e contro le imposte. Scioperi e tumulti si contano a decine in Sicilia, in Campania, nelle Marche, in Puglia. Il 16 febbraio la polizia interviene contro una manifestazione a Palermo. Il 18, a Troina, la truppa spara su disoccupati, donne e ragazzi: il bilancio è di cinque morti e ventotto feriti. Il paese, posto in stato d’assedio, viene invaso da due compagnie di fanteria. Il 22 febbraio, a Modica, soldati e carabinieri fanno cinque morti. In marzo anche il nord scende in campo: a Bassano sono gli alpini a intervenire contro la popolazione, mentre a Molinella vengono arrestati un sindacalista e cinquanta mondine, e sciolte le cooperative.

I cannoni contro il popolo che manifesta

In aprile scoppia la guerra ispano-americana, col risultato di far aumentare il prezzo del grano e della farina, anche grazie all’indifferenza del governo che avrebbe potuto benissimo evitare il rincaro del pane sospendendo, almeno temporaneamente, il dazio sulla farina. La protesta divampa in tutto il paese, e Di Rudinì, cedendo alle pressioni del re Umberto I e degli ambienti di Corte che reclamavano una politica più dura, chiama le forze dell’ordine a intervenire dovunque. Da Sud a Nord fino a culminare nelle cannonate del generale Bava Beccaris sugli scioperanti di Milano e mettendo in campo altre misure restrittive che portarono all’arresto di molti esponenti dell’estrema sinistra. Senza comprendere l’importanza crescente dell’opinione pubblica che gli era contraria, il Rudinì cercò di far approvare dal Parlamento una serie di leggi illiberali, che limitavano il diritto di sciopero, la libertà di stampa e di associazione. Ma fu ben presto abbandonato dal Re e data l’ostilità della maggioranza parlamentare, il 29 giugno 1898, fu costretto a dimettersi.

La verità è che Di Rudinì non aveva la statura politica di Crispi e le sue misure restrittive stavano colpendo violentemente anche il nord. Fu sostituito dal generale Luigi Pelloux (già responsabile della gestione militare della Puglia in occasione dei disordini del 1898). Milano e il nord non ebbero contro come la Sicilia tutte le forze politiche e sociali, Milano e il nord ebbero l’opportunità di riprendere la crescita economica a spese di un sud ancora una volta devastato e calpestato.

Note [1] Analoghi discorsi si sentono spesso fare nei confronti del ’68 (1968). Ma come è possibile paragonare le condizioni della donna e dei lavoratori che si sono sviluppate in seguito a quell’evento a quelle precedenti? E chi si sognerebbe di dire che la restaurazione imposta dal congresso di Vienna cancellò la ventata di progresso che seguì all’illuminismo e alla rivoluzione francese? [2] Il testo del discorso è consultabile in “L’Amico del popolo” del 21 marzo 1876. [3] In Italia c’erano due sinistre: quella “Meridionale”, formata da piccola e media borghesia artigianale e commerciale, proprietari terrieri, ceti professionali che si vedevano svantaggiati dall’unità; e quella “Settentrionale”, formata da media borghesia che invece godeva dei vantaggi dell’unità. Gli industriali in pectore del nord chiedevano al governo di attuare provvedimenti protezionistici al fine di proteggere il debole mercato interno dalle importazioni straniere ma la crescita industriale si accompagnava alla arretratezza delle strutture di credito. Lo Stato pertanto si limitava a sostenere lo sviluppo industriale, tassando i cittadini e poiché le maggiori entrate venivano dall’agricoltura e quindi dal sud, le tasse penalizzavano il sud e finivano regolarmente a finanziare il nord. [4] Con la Triplice Alleanza, l’Italia ottenne la rottura dell’isolamento diplomatico e l’impegno dell’Austria a compensi territoriali in caso di sua espansione balcanica. L’alleanza con l’Austria sembrava sancisse pure una definitiva rinuncia a Trento, Trieste e all’Istria. [5] Sotto la pressione inglese, nel 1882 l’Italia acquista la baia di Assab e comincia la sua avventura coloniale (in contrapposizione ai principi risorgimentali). Se da un lato i latifondisti meridionali vedevano risolto il problema delle terre ai contadini, dall’altro era evidente l’impreparazione italiana dovuta sia alla mancanza di capitale e di industrie. Nel 1887 l’Italia tenta di conquistare l’Eritrea, ma a Dogali furono trucidati 500 soldati italiani. [6] La Francia invase la Tunisia, che subiva da sempre l’influenza italiana, e ciò ruppe definitivamente i rapporti tra le due potenze. L’Italia, ancora giovane non poteva rimanere isolate diplomaticamente, così il governo firmò la Triplice Alleanza con Austria e Germania, che impegnava le potenze a difendersi solo in territorio europeo. [7] La crisi agraria dovuta al ribasso dei prezzi a causa dei prodotti importati, rese necessario il protezionismo, iniziando una guerra di dazi con la Francia.Contro il protezionismo si schierarono i proprietari terrieri che esportavano merci (agrumi, olio, vino) e l’industria tessile e meccanica (che importava materiali meno costosi e migliori). [8] Ne “Il bilancio dello Stato”, 1900; cit da G. Giarrizzo, in “La Sicilia e la crisi agraria, I, 7 [9] Cit. in Renda Storia della Sicilia, III, 1061 [10] Salvemini, Movimento socialista e questione meridionale, Feltrinelli, 1968, 26 [11] B. Croce, Storia d’Italia, pg 108 [12] Hobsbawm, I ribelli; forme primitive di lotta sociale. P.34 [13] Il Cartismo nasce in Inghilterra nel 1836, grazie a un gruppo di operai e di artigiani londinesi che rivendicano, nella propria “carta del popolo”(People’s Charter), un programma politico per tutto il movimento operaio. Le rivendicazioni principali erano le seguenti: suffragio universale (per gli uomini), elezione annuale del parlamento, votazione segreta dei deputati , divisione del paese in circoscrizione elettorali uguali in modo da assicurare un’eguale rappresentanza , abrogazione del censo per essere eletti e remunerazione dei deputati.

fonte http://www.ilportaledelsud.org/1887-1896.htm

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