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PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA (nona parte)

Posted by on Gen 8, 2018

PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA (nona parte)

LIBRO I.

CAPO I.

TRE QUESTIONI.

La setta anticristiana, con diabolica sapienza, avendo preso le sue mosse dall’alto, nello scorso secolo XVIII era già estesa e potente nelle sfere elevate della società. Voltaire coll’ironia sul labbro volgeva in ridicolo ogni cosa più santa insieme coi dommi, colle tradizioni e coi costumi del Cristianesimo, e trescava antipatriotticamente col Prussiano Federico, nemico implacabile della Francia e dell’Austria, le due più grandi Potenze cattoliche di Europa. Intanto gli altri Stati erano ad un tempo invasi dallo spirito di rivolta contro la Chiesa di Gesù Cristo, per mezzo di ministri altrettanto scaltri, quanto increduli e devoti alla frammassoneria; prova ne sia la guerra implacabile contro la Compagnia di Gesù, che dovè finalmente soccombere all’incredibile concordia, con cui tutti i medesimi Stati assalivano l’inclita Compagni», e minacciavano la Santa Sede.

Solo la infelice Polonia e l’Austria di Maria Teresa aveano resistito da principio alla parricida impresa. Ma, morta la grande Imperatrice, anche l’Austria se ne rese complice, avvegnaché avesse resistito più a lungo, come resiste anche adesso l’Augusto Francesco Giuseppe II alle insidie anticristiane dei settarii moderni. La Russia scismatica che, per contraddizione o per calcolo, aveva ospitato la proscritta Compagnia, non appena si fu impossessata della Polonia, scese anch’essa in campo; e, mentre l’Inghilterra dava la libertà alla Chiesa, essa non cessava più di combatterla.

Finalmente tre questioni, messe fuori dalla Frammassoneria nella prima metà di questo secolo, ponevano in forse tre secolari diritti, sconvolgendo da capo a fondo l’Italia, e con essa il mondo cristiano e civile: Questione italiana, questione napolitana, questione romana,

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Principio della guerra contro il Potere temporale del Papa.

le quali poi, nel pensiero della setta, si riducevano a una sola, la romana; vale a dire allo spodestamelo temporale dei Papi, per via del quale s’intendeva distruggere la spirituale podestà del Vicario di Gesù Cristo e ogni culto divino.

L’idea di rovinare il Governo temporale del Papa, data per verità da assai più lungi. Per non dire di Arnaldo da Brescia, dei Conti Tusculani, di Cola di Rienzo ecc, la guerra al Papa, divenuta opera delle società segrete e della setta anticristiana per eccellenza, nel decorso secolo prese per lappunto di mira quel venerando potere nelle lotte della Repubblica francese del 1793 contro Pio VI, che ebbero tregua col trattato di Tolentino nel 1797, e si riaccesero più ostinate e terribili, per opera di Napoleone I contro Pio VII, dal 1805 al 1814, in cui finalmente cadde quell’infelice despota. Dopo la pace del 1815 la guerra ricominciò più subdola, non però meno fiera: con la sola differenza, che prese a conseguire lo scopo col lusinghiero pretesto della Unità d’Italia, siccome appunto nel 1815 fu stabilito nell’alta Vendita de’ Carbonari (1).

Questione Italiana.

La prima delle accennate questioni, sebbene gravissima, perché si aveva da fare con la potenza dell’Austria, era questione preliminare e, avvegnaché principale come mezzo, era secondaria quanto allo scopo. Si trattava soltanto di legare e ridurre alla impotenza il cane da guardia affine di assalire con più sicurezza la greggia. Vinta l’Austria, i minori Potentati italiani, isolati, erano facile preda del vincitore; seppure non si fossero a tempo appoggiati su Napoli, solo Stato capace di tenergli testa con opportune alleanze, e stringendosi tutti uniti alla S. Sede, vero cuore e capo della Italia, come lo é del mondo. Era evidente la necessità di una Lega della Italia cispadana, e di un perfetto accordo dei Ducati con Napoli e con Roma, cosa di cui avremo a dire in appresso.

Questione napoletana.

La questione napolitana, era pertanto l’ultimo nodo, sciolto il quale, umanamente parlando, era sciolta la questione romana; rimanendo la S. Sede e il suo Stato in piena balia di chi, a servizio delle società segrete, pel primo aveva messa fuori tale questione.

Questione romana.

È inutile di notare, che la questione romana non aveva mai esistito se non se nei disegni della frammassoneria; e quindi, a parlare propriamente, allora appunto prese forma, quando Luigi Napoleone Bonaparte ebbe messo le mani nella restaurazione

(1) È da vedere su di ciò l’Eglise romame en face de la révolution di Cretinetti lolv.

 

 

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del Governo pontificio, l’anno 1849. Il che si fé chiaro anche ai più ciechi per la lettera scritta da esso Napoleone al suo amico Colonnello Edgardo Nev, non appena fu espugnata Roma, e distrutta la Repubblica di Mazzini. In questa lettera il Bonaparte a chiarissime note spiegava e affermava quali fossero i suoi intendimenti nel restaurare il sacro dominio dei Papi coll’opera e colle armi della Francia.

La spedizione francese del 1849

Ma, a dare una base vie più sicura alle cose che siamo per narrare, non sarà inutile di recare un importante brano di storia contemporanea, che troppo presto si è dimenticata da chi maggiormente avrebbesi dovuto ricordare, onde venne quel mostruoso rovesciamento d’ogni cosa divina e umana, che tutti gli onesti deplorano in Italia, in Francia e in pressoché tutta Europa, e che ora, se Dio benedetto non intervenga, ci trascina tutti nell’abisso.

Il brano di storia insieme con la lettera suaccennata, che tanto profondamente ci colpì all’epoca in cui fu scritta, lo togliamo da un egregio lavoro, pubblicato vari anni fa in Bologna, sulla vita del compianto generale Carlo Vittorio Oudinot, Duca di Reggio, liberatore di Roma nel 1849. In esso, dettosi a lungo delle incredibili difficoltà che quell’uomo, dalla pazienza eroica, ebbe a sormontare, perché la spedizione francese non degenerasse, per le incredibili mene della setta, in spedizione favorevole a Mazzini e alla sua Repubblica, è narrato come si fosse a un pelo, perché le due Repubbliche, già nate a un parto, fraternizzassero caramente insieme, con grande iattura della causa cattolica, e con eterna vergogna della povera Francia. A corroborare la quale asserzione rechiamo alcuni documenti.

La mattina del 24 Aprile 1849 gittò l’ancora dinnanzi a Civitavecchia una fregata francese, e mise a terra tre Parlamentarii, i signori d’Espivent, Capo squadrone aiutante di Campo del generale Oudinot, il Principe de la Tour d’Auvergne e un Colonnello, latori del seguente dispaccio al Commandante di quella piazza:

«Il Governo della Repubblica francese, animato da spirito liberale, desiderando nella sua sincera benevolenza per le popolazioni romane, mettere un termine alla situazione in cui gemono da parecchi mesi, e facilitare lo stabilimento di uno stato di cose egualmente lontano dall’anarchia di questi ultimi tempi, e dagli abusi inveterati che avanti l’avvenimento di Pio IX desolavano gli Stati della Chiesa, ha risoluto d’inviare a quest’effetto a Civitavecchia un corpo di esercito, di cui mi ha affidato il comando. – Vi prego di dare gli ordini opportuni,

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perché queste milizie mettano piedi a terra al momento del loro arrivo, come mi è stato prescritto, e sieno ricevute e istallate come conviensi ad alleati chiamati nel vostro paese da tre nazioni amiche.

Il Generale Comandante in Capo

Rappresentante del popolo.

Oudinot di Reggio

Sbarcata la piccola divisione francese marciò su Roma, sotto le mura della quale toccò il noto insuccesso del 30 di Aprile, al quale si dovette, due mesi dopo, la presa della Città per le armi di Francia. Quel fatto cagionò il più grande commovimento nell’Assemblea, come in ogni Francese geloso dell’onore del proprio paese; quindi vennero ordinati rinforzi per la spedizione di Roma, e Luigi Napoleone Bonaparte, Presidente di quella Repubblica, scriveva al Generale Oudinot, sotto la data degli 8 di Maggio, questa lettera:

Mio Caro Generale

«Sono vivamente afflitto della notizia telegrafica, che annunzia la inaspettata resistenza fattavi sotto le mura di Roma. Io sperava, come sapete, che gli abitanti di Roma, aprendo gli occhi» alla evidenza, accogliessero amichevolmente un esercito che veniva a compiere presso di loro un atto di benevolenza senza interesse: la cosa andò ben diversamente. I nostri soldati sono stati ricevuti come nemici; vi va dell’onor militare, e io non soffrirò che gli venga fatto oltraggio. Non vi mancheranno rinforzi. Dite ai vostri soldati, che io ammiro il loro valore, divido» le loro fatiche, e potranno essi fare assegnamento sul mio appoggio e sulla mia riconoscenza.

» Abbiatevi, mio caro Generale, la certezza che io altamente» vi stimo.

Luigi Napoleone Bonaparte.»

Intanto volendo i Repubblicani cosmopoliti padroni di Roma, nell’istesso modo che il Governo francese, venire a una possibile composizione, erano stati eletti dall’Assemblea tre Commissarii per trattare col Sig. di Lesseps, Inviato straordinario del Governo francese, i quali nella seduta del 19 di Maggio riferirono il seguente disegno di Convenzione proposto dal Lesseps:

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» 1°. Gli Stati romani reclamano la protezione fraterna della» Repubblica francese.

» 2°. Le popolazioni romane (1) hanno il diritto di pronunciarsi liberamente sulla forma del loro governo,

» 3,° Roma accoglierà l’esercito francese come un esercito di fratelli. Il servizio della città si farà unitamente colle milizie romane, e le autorità civili e militari romane funzioneranno a seconda delle loro attribuzioni legali».

Queste proposizioni recate all’Assemblea ebbero, dopo breve discussione, la seguente risposta adottata all’unanimità.

(1) Sarebbe ridicolo, osserva lo Spada nella sua storia, di parlar seria mente della volontà dei Romani. Roma, come abbiamo replicate volte esposto, era caduta sotto l’impero della più esclusiva tirannia. Mazzi ai era tutto, regolava tutto. Egli era in trono; papa, re, negoziatore, legislatore, cospiratore supremo, e tutto e tutti ai suoi ordini obbedivano.

Nel Triumvirato era incarnato tutto il governo, e del Triumvirato era corpo, anima e vita completa il Mazzi ni, genovese.

Inoltre l’Assemblea constava tutta intiera di Romagnoli, Marchegiani, Umbri, ecc. I Romani eran quattro o cinque soltanto.

Il comando militare si componeva quasi tutto di forestieri di tutte le nazioni d’Europa.

Genovese era il Ministro della guerra, Àvezzana, e genovese pure o nizzardo il Generai Garibaldi, ch’era il nerbo principale dell’armata, l’impulso e il sostegno dello spirito militare.

Le finanze, sia che si riguardi al Manzoni Ministro, eh’ era di Lugo, o al comitato di finanza trasfuso in Costabili, Brambilla e Valentini, non eran certamente sotto l’impero dei Romani.

Il Ministero di grazia e giustizia avea Giovita Lazzarini, di Forll, alla testa.

Quello dell’interno, Berti Pichat, bolognese.

Bolognese pure il Rusconi, Ministro degli esteri

Di Romagnoli, Marchegiani e Lombardi era la commissione delle barricate.

Formicolavan di Romagnoli, Lombardi e Napolitani i circoli e le congreghe.

Un Romagnolo era alla testa del giornale l’Indicatore (il Rebeggiani), un Parmegiano (il Gazola) ed un Calabrese (il Miraglia) conduce vano il Positivo.

Genovesi e Lombardi gli scrittori dell’Italia del Popolo. Il Friulano (dall’Ongaro) dirigeva la compilazione del giornale officiale, il Monitore Romano. Un Anconitano (il Borioni) era allora lo scrittore del Don Pirlone. Si leggano i nomi degli scrittori del Contemporaneo, ch’eran molti, e non vi si rinverrà un sol nome romano. Il Mamiani (di Pesaro), il Farini (di Russi) ed il Gennarelli (delle Marche) dirigevano la Speranza dell’epoca.

Delegavasi perfino ad un Napolitano, il Saliceti, di dettare la Costituzione della romana repubblica! (Vedi Spada, Scoria della Rivoluzione di Roma, Tom. III.)

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REPUBBLICA ROMANA

IN NOME DI DIO E DEL POPOLO.

«L’Assemblea, col rincrescimento di non poter ammettere il progetto dell’Inviato straordinario del Governo francese, affida al Triumvirato di esprimere i motivi, e di proseguire quelli ufficii che riescano a stabilire i migliori rapporti fra le due Repubbliche.

Roma, li 19 Maggio 1849.

Il Presidente

Carlo Luciano Bonaparte

I Segretarii

Fabrbtti – Zambianohi

Pennacchi – Cocchi.

In una nota del 24 di Maggio, il Signor di Lesseps dichiara meglio gli articoli della Convenzione da lui proposta, e dice cosi:

«Credo utile di dirvi in proposito dell’Articolo secondo, che se noi non abbiamo punto parlato del Santo Padre, egli è che noi non abbiamo per missione di agitare questa questione, e che dichiarando nell’Articolo terzo che non vogliamo entrare nell’amministrazione del paese, noi abbiamo la ferma intenzione di non contestare alla popolazione romana la libera discussione e la libera decisione di tutti gl’interessi, che si riferiscono al governo del paese.

» In una parola il nostro fine non è quello di farvi la guerra, ma di preservarvi da sventure di ogni maniera che potessero minacciarvi. Voi conserverete le vostre leggi e la vostra libertà.

» Egli è falso del pari, che noi abbiamo mai avuto il pensiero» d’inquietare presso voi gli stranieri e i Francesi che hanno combattuto contro di noi. Noi li consideriamo tutti come soldati al vostro servizio, e se vi fossero in questa categoria di tali che non rispettassero le vostre leggi, sta a voi il punirli, perché noi non abbiamo mai immaginato di distruggere colle nostre armi il vostro governo.

Più tardi però, messi alle strette dall’attitudine minacciosa dell’esercito francese i Mazziniani accettarono una nuova redazione, che fu sottoscritta dai Triunviri e dal Lesseps. Eccola testualmente:

«Art. 1. L’appoggio della Francia è assicurato alle popolazioni degli Stati romani, queste considerano l’esercito francese come un esercito amico, che viene per concorrere alla difesa del loro territorio.

Art. 2. D’accordo col Governo romano, e senza immischiarsi per nulla nell’amministrazione del paese, l’esercito francese prenderà gli accampamenti esterni, tanto per la difesa del paese,

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che per la salubrità, (sic) delle sue milizie. Le comunicazioni saranno libere.

» Art. 3. La Repubblica francese assicura, da qualunque invasione straniera i territorii occupati dalle sue milizie.

» Art. 4. S’intende che la presente Convenzione dovrà essere sottomessa alla ratificazione della Repubblica francese.

» Art. 5. In nessun caso gli effetti della presente Convenzione don potranno cessare che quindici giorni dopo la comunicazione officiale della non ratificazione.

» Fatto a Roma e al Quartier generale dell’armata francese, in tre originali.

» Li 31 Maggio 1849, otto ore di sera.

CARLO ARMELLINI

GIUSEPPE MAZZINI

AURELIO SAFFI

Ministro della Repubblica francese in missione

FERDINANDO LESSEPS

Imbarazzi dell’Oudinot

Richiamato però appunto in quel momento il Lesseps dal suo Governo, il Generale Oudinot ricusò di approvare la Convenzione; le trattative furono rotte, venne incominciato l’assedio, e Roma fu presa; ma fu appunto con la presa di Roma che gli ostacoli, fui per dire più gravi, si frapposero al coronamento dell’opera, al ristabilimento cioè del Governo pontificio, e al ritorno del Papa a Roma. Tutte le arti più inique e subdole sorsero in una volta, a fine di paralizzare la missione riparatrice dell’Oudinot e a guastare da capo a fondo, anzi annientare, quanto si era tatto. Menzogne, ipocrisie, calunnie le più incredibilmente maligne ed assurde si posero in opera contro il Generale e contro la Commissione dei tre Cardinali (1) mandati dal Pontefice Pio Nono ad assumere il Governo degli Stati della Chiesa. Dell’opera loro benigna, e al di là d’ogni credere misericordiosa verso i vinti settarii, si fece un mostro di crudeltà e di tirannide; il ristabilimento della S. Inquisizione, (2) e il tribunale del Vicariato di Roma, sommamente infesto al Bonaparte mentre giovinetto viveva tra noi, furono il bersaglio più specioso e principale, contro del quale avventarono i colpi più fieramente sentimentali: e il Bonaparte tutto credeva, tutto prendeva per oro di coppella, punto non curando le relazioni e le schiette rimostranze della S. Sede,

(1) Come è noto, furono i Cardinali Vannicelli, Casoni, Altieri e della Genga Sermattei.

(2) Nelle carceri della quale i Mazziniani non avevano trovato se non se uno o due detenuti, che rifiutarono la libertà offerta loro da quei sanguinarii liberatori.

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del de Ravneval e del de Corcelles, Plenipotenziarii francesi, e dell’Oudinot. Quest’ultimo, nella speranza d’imporre alla falsata opinione in Francia e altrove col definitivo ristabilimento del Governo Pontificio, non appena assestate alquanto le cose, corse a Gaeta per indurre il Papa a ritornare a Roma. Ma Pio IX saggiamente vi si oppose, risoluto di differire il suo ritorno fino a tanto che il Governo bonapartesco non lo avesse reso possibile con una politica leale e cristiana. Questo invece si mostrava sempre più mal disposto e ostile, e la situazione si faceva ogni giorno più malagevole ed aspra.

Non andò guari, scrive il biografo dell’Oudinot, e il Duca di Reggio ebbe nuovi argomenti per meglio persuadersi del quanto fossero ragionevoli i timori di Pio IX; ebbe anzi a gustare largo saggio di così amara verità. Conciossiachè le persone della fazione repubblicana e quelle altre, che, per qualsivoglia cagione, nudrivano cuore avverso alla signoria del Pontefice, nel modo che fino allora si erano sempre sforzate di crear odio all’Oudinot e al suo esercito dopo che questi avevano distrutta in Roma l’anarchia cosmopolita, similmente non avevano cessato mai dal levare dolorosi schiamazzi contro il potere e i fatti dei tre Cardinali Commissarii del S. Padre.

Nota di Tocqueville all’Oudinot

Tornato appena il Generale da Gaeta, ecco giungergli una lunga scrittura del Tocqueville, Ministro di Francia per le cose straniere, nella quale, sotto forma di moderato linguaggio, traspariva una stizza bene acuta di rimproveri verso di lui, quasi che egli non avesse saputo sino a quel tempo qual cosa importasse l’officio suo in Roma, dopo di averla conquistata colle armi. E qui, date delle oscure pennellate per delineare appena i fatti, che si dicevano affliggere la santa Città, eccitava l’animo dell’Oudinot, perché non si dovesse rimanere inoperoso spettatore di quanto colà interveniva; ma dovesse metter mano ai diritti che in lui eransi derivati dall’aver sottratto la Città ai faziosi e restituitala al Pontefice. – Sapersi da lui Ministro, per mezzo delle pubbliche effemeridi, e per via di lettere private, come il Generale non si fosse trattenuto dal concorrere, o, per lo meno, non si fosse opposto al rinnovamento di due istituzioni, che avevano per orrore rimescolato tutta Europa, ed erano la Inquisizione, e il detestabile Tribunale del Vicariato. Dopo ciò non poteva recar meraviglia, se dalle cime dei sette colli non si partissero altre querele che di imprigionamenti e di esilii. Badasse dunque il Generale di non più tollerare quindi innanzi simiglianti enormezze, e ricordasse, che se in Roma i Francesi vi erano quasi consiglieri,

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non però cessavano di essere consiglieri colla spada al fianco. Si dovesse pure concordare in ogni cosa col de Corcelles; ma, ove la bisogna fosse gravissima e impaziente di dimora, egli da sé provvedesse, secondo che avvisasse opportuno (1).

Maneggi dei settari in Francia; nobile attitudine dell’Oudinot

È più facil cosa immaginare che descrivere, il rammarico del Maneggi l’Oudinot a leggere codesti ingiusti ed altezzosi richiami. Laonde in plancia; deplorava con tutto lo spirito il dileguarsi di quell’accordo, che essenzialmente doveva regnare tra il potere di Parigi e quello del Pontefice. Avvegnaché poi a tutti fosse palese quale sopravvento godessero allora nella Capitale della Francia coloro che in Roma poco prima avevano patita quella memorabile disfatta; nondimeno l’Oudinot non volle trasandare l’ufficio suo gravissimo e molto delicato, di rispondere cioè al Gabinetto secondo la verità e la giustizia, essendosi studiato di metterlo in guardia contro il maltalento e i ragionamenti dei faziosi. Con animo franco e nobile, rigetta la calunnia dell’Inquisizione e del Tribunale del Vicariato; ne determina prima la natura e l’indole, e poscia conchiude, netto e deciso,.che l’esercito in nessun caso potrebbe assumere il compito di atteggiarsi a Tribunale ecclesiastico. Ribadisce infine il suo proposito, che, ove occorra operare, non tralascerà di giovarsi del consiglio e del conforto del de Corcelles e del de Ravneval.

Da parole così franche e piene di verità non era da promettersi gran frutto: tanto le cose in Parigi erano rimescolate dai clamori e dalle infestazioni dei demagoghi e degli avversar! del Papato. Laonde non più mancarono uomini di giusto avvedimento, i quali, confrontando la condizione delle cose presenti con quella passata nell’Aprile, dopo che le milizie Francesi furono ostilmente ricevute dai Mazziniani, prognosticavano che alcuna cosa di simile sarebbe ora accaduta

Infatti valevano assai più nell’animo del Bonaparte gli stridori e le artificiali querele dei vinti demagoghi, che non la giusta difesa dei cittadini, il debito esercizio di un diritto,

(1) Una testimonianza di gran peso, chi ne fosse vago, troverebbe nello stesso signor de Corcelles, il quale, essendo in Roma ai tempi onde scriviamo, dovea non solo ascoltare, ma vedere altresì co propri occhi tutto quell’infortunio di esiliati e d’imprigionati. Ora quest’uomo diplomatico,, nei suoi studii sul Governo Pontificio (Milano: Ditta Bomardi Pogliani, 1857) ci dice chiarissimo quanto fosse irragionevole questo gridare, e ci da persi do il numero, assai scarso, dei passaporti accordati in Roma a ogni fatta di persone nostrane e straniere, le quali vollero, o dovettero, uscire dalla città, dal giorno 3 di luglio sino al 18 di settembre 1849, in che venne pubblicato il decreto della nuova amnistia. Infatti non tace che molti faziosi italiani e stranieri, rimasti in Roma, non ebbero molestie di sorta.

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e la necessaria satisfazione di un dovere, che debbono essere sacri ed inviolabili in ogni legittima podestà. – Fin qui il citato biografo.

Ciò non pertanto il Bonaparte risoluto di vincerla nella deplorevole lotta contro il reale ristabilimento dell’Autorità pontificia, volle rjjnosso ogni ostacolo, e pel primo tolse di mezzo l’Oudinot, cui volle richiamato, dandogli a successore il Generale Rostolan, uomo per altro anch’esso leale e retto, forse non abbastanza conosciuto da lui. E, mentre tuttora lo stesso Oudinot si tratteneva in Roma, Luigi Napoleone, a ben chiarire i suoi intendimenti in quel momento d’incertezza che suole seguire un cambiamento importante nella pubblica cosa, scrisse la famosa lettera al suo fido amico Edgardo Nev, con la quale lo mandava al nuovo Generale Comandante, cui ingiungeva di divulgarla col maggiore apparato e rumore.

Lettera di Luigi Napoleone ad Edgardo Ney

Trascriviamo codesto documento, come quello che a colpo d’occhio spiega molte cose passate, e racchiude, come in fecondo germe, tutti i fatti dei rivolgimenti settarii dal 1850 al 1870. – La lettera dice pertanto cosi:

«Mio caro Edgardo,

La Repubblica Francese non ha mai pensato di spedire in» Roma un esercito affine di soffocare la libertà Italiana; ma solo» per moderarla, e, preservandola dai proprii sviamenti, darle» una solida base col riporre sul trono pontificale quel Sovrano, che pel primo aveva caldeggiato tutte le utili riforme. Con dolore però» ho appreso che tanto i propositi benevoli del S. Padre, quanto le» nostre fatiche rimangono senza frutto, colpa delle passioni e delle brighe più avverse. Si vorrebbe, come a fondamento del ritorno del Papa, la proscrizione e la tirannia; ma sappia il Generale Rostolan, che egli non deve in verun conto soffrire che, all’ombra del nostro tricolore vessillo, si commetta qualche novità che possa snaturare l’indole del nostro soccorso. Io compendio il Principato del Papa in questa formola: Amnistia generale, secolarizzamento dell’amministrazione, codice napoleonico e governo liberale. È stata poi una ferita al mio cuore il leggere il bando dei Cardinali, e il non vedervi fatta menzione né della Francia, né degli stenti dei nostri valorosi soldati. Qualsivoglia ingiuria recata al nostro vessillo o alla nostra divisa mi trapassa l’anima: onde fate che si sappia da ognuno, che se la Francia non mercanteggia i suoi servigi, vuole però almeno le si sappia grado e grazia sacrifizii e della sua annegazione. Allorquando i nostri eserciti andarono attorno per l’Europa, dapertutto lasciarono, quali orme del cammino, la distruzione degli abusi feudali, e i germi della libertà. Nessuno pertanto avrà a dire, che nel 1849 un esercito francese

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abbia operato a rovescio e ottenuto contrarii effetti. Ingiungete al Generale di ringraziare a mio nome i soldati del loro nobile portamento. Ho saputo ancora con dispiacere, che essi non siano fisicamente trattati, come pure si meriterebbero. Fate che tutto sia messo in opera per alloggiare le nostre milizie nel modo più acconcio che si possa. Voi poi, mio caro Edgardo, tenetevi certo della mia sincera amicizia».

«Luigi Napoleone Bonaparte» (1).

Non diciamo nulla di questo Documento in ordine alla disciplina militare che sconosceva, quando a un semplice Colonnello ingiungeva di dare ordini a un Generale d’armata; ma era questo un atto di accusa in piena regola, gettato a pascolo di tutti i rivoluzionarii d’Italia e del mondo contro quel Pontefice, al quale pochi giorni prima era stato reso alla meglio il Trono più antico e venerando di Europa, che destava il rispetto e l’ammirazione perfino negli uomini più avversi alla Chiesa Romana, e agli stessi fogli protestanti e liberali (2).

(1) Non scriveva cosi pochi mesi prima il Bonaparte. Quando egli aspirava alla presidenza della Repubblica francese, diresse al Nunzio Pontificio in Parigi la seguente lettera, che venne riportata nel Journal des Dèbats del giorno 9 Dicembre 1848.

» Monsignore!t

» Non voglio lasciare accreditare presso di voi le voci, che tendono a rendermi m complico della condotta che tiene in Roma il Principe di Canino (Carlo Luciano Bonaparte).

» Da molto tempo io non ho alcuna specie di relazione col figlio primogenito di Luciano Bonaparte, ed io deploro con tutta l’anima mia ch’egli non abbia sentito che il mantenimento della sovranità temporale del Capo venerabile della Chiesa sia intimamente legato allo splendore del cattolicismo, come alla libertà e alla indipendenza della Italia.

» Ricevete, Monsignore, rassicurazione de’ miei sentimenti di alta stima.

Luigi Bonaparte

Se ben ai considera la detta lettera (la quale quantunque breve, accoglie una professione di fede politica e religiosa), si deve convenire ch’essa non poco contribuir dovesse a conciliare al Bonaparte il favore dei cattolici di Francia, e del clero massimamente, e quindi a spianargli la via per la sua elezione alla presidenza della Repubblica. E difatti il 20 dicembre n’era proclamato Presidente.

(2) Per non dire di altri, la Gazzetta Universale di Augusta rendeva, parecchi anni dopo, la seguente non sospetta autorevolissima testimonianza al Governo della Santa Sede.

» Quando si è vissuto lungo tempo in questo Stato, e quando si sono compre sa le difficoltà che si presentano per rattamente giudicare del paese, e della sua forma di governo, allora si può apprezzare quanto sia difficile agli stranieri il formarsene una giusta idea, anche solo in genere, ed allora si può conoscere ohe non è si agevole l’intendere come si conviene la natura intima del Governo patriarcale del Papato, in cui si riunisce un doppio principio, politico e religioso.

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Preludio di una nuova rivoluzione,

Preludio ai Letta quella lettera, (la quale non era altro che un vero programma per una nuova più sena rivoluzione) un uomo di mente, gran conoscitore delle sette e delle loro arti, esclamava: «Tra dieci anni avremo un’altra rivoluzione, peggiore della passata!» Parole che più volte ascoltammo colle nostre orecchie, e che ebbero autorevole conferma dal famoso Garibaldi, allorché, passando per Tivoli nella sua uscita da Roma nel Luglio 1849, stringeva la mano d’una rispettabile persona che aveva dovuto ospitarlo, dicendo: «Grazie della ospitalità, a rivederci fra dieci anni!»

E questa sentenza veniva avvalorata dal Mazzini, allorché,

Se le leggi e le instituzioni non sono ottime, esse sono pur tuttavia di molto superiori a quelle degli altri paesi, in quanto alla filosofia e sapienza della legislazione. Nel considerarle attentamente si è bene spesso tentati a credere, che le presenti istituzioni sieno state fette per gente al tutto dotta, e se noi, col settentrionale nostro modo di pensare, vogliamo indagare come sieno state create simili istituzioni, arriveremo al punto di dire, che i Papi avevano sotto gli occhi un tipo perfettissimo di ordine sociale e politico. Vi sono senza dubbio mancanze e difetti nel sistema presenta del Governo pontificio; ma né questi né quelle possono essere tolte da un estraneo o da un Congresso. E noi confessiamo sinceramente e francamente non esser tale da richiedere un violento e precipitato rimedio. Il Papato nella sua legislazione si ò bensì avanzato lentamente, ma ò giunto però ad una sommità, a cui niun altro Stato del mondo ò giunto ancora. Non v’ha legislazione al mondo che abbia più rispettata la libertà dell’uomo, quanto quella che vige negli Stati della Chiesa. Colui che non trami congiure, o non susciti novità religiose, ò sicuro di vivere tranquillamente. La parola in ispecial modo è più libera che in qualunque altro luogo, ed appunto questa larga libertà è la cagione principale delle tante ingiurie ed accuse che tuttodì si scagliano contro il Governo pontificio. À questo si convengono veramente quelle parole «Il suo Stato è migliore della sua fama» – (Cosi la Gazzetta Universale di Augusta: Marzo 1859); la quale poteva anche aggiungere, che se il diritto avesse quella forza che molte volte la forza si arroga, molti di quelli che pretendono riformare lo Stato pontificio verrebbero in esso ad imparar il come riformare so medesimi. Ma ò a sperare, che il diritto avrà la sua forzai essendoché ò cosa ormai nota quella che eloquentemente espresse il P. Félix nella sua Conferenza tenuta in Nostra Donna di Parigi, colle seguenti parole, riportate anche dal Giornale di Rema del 6 Aprile 1859. «Ogni Potentato, qualunque sia, Console, Re, o Imperatore, che oserà abbassare, per ingrandire so stesso, questa alta Maestà del Papato, sentirà le rappresaglie dell’ira divina e dell’umano di sprezzo ricadere sulla sua fronte. Al contrario, ogni Potente che a questa autorità darà collo scudo della sua forza e col l’affetto del suo cuore l’onore del suo rispetto e della sua obbedienza, sentirà scendere sopra di so col prestigio della più grande autorità, le benedizioni insieme unite della terra e del Cielo.» Ma non la pensava così Luigi Napoleone il quale si contentava di accusare e calunniare, sicuro, come insegna Voltaire, che ne rimarrebbe pur sempre qualche cosa.

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affermava, appunto in quell’epoca abbisognargli ancora dieci anni per distruggere l’Austria!….

Gittato intanto il mal seme con la lettera del Bonaparte, all’ombra della devozione dei Cattolici francesi, l’occupazione di Roma diveniva arma principalissima in mano della setta a più efficacemente minare quel Potere temporale dei Papi, che Mazzini aveva potuto abbattere per un momento, ma non distruggere. E così, cambiata in meglio la scaltrita tattica, in quella che si suscitavano al Pontificio Governo continui imbarazzi nella diplomazia, e tumulti nella piazza dagli agitatori, e dallo stesso Bonaparte, si provocava la guerra di Oriente, scopo della quale, coll’umiliazione della Russia, era l’isolamento dell’Austria, per la nuova politica verso la sua antica alleata (1). Quindi l’insolentire del Piemonte contro di essa, la guerra di Lombardia, la distruzione degli Stati italiani, la invasione di Napoli e di Roma, e il nuovo spodestamento del Papa. Infatti, mentre il malvagio frutto maturava circa la questione romana, al Congresso di Parigi si riaccendeva la questione italiana e, con essa la napolitana.

Ma quel Congresso fu premeditata occasione allo svolgersi, non già principio, delle accennate questioni: e, come la questione italiana si affermò nel 1848 sui campi di Lombardia, allorché si pretese far complice il Papa dello spodestamento di legittimi Principi e della stessa S. Sede, la questione napolitana si accendeva ai piedi delle mura di Velletri, quando il magnanimo Ferdinando II,

(1) Il giorno 12 marzo 1849 apparve per Roma una singolare vignetta, pubblicata dal Don Pirlone, giornale di caricature politiche.

Quella vignetta rappresentava la caccia che davan tre guerrieri ad un orso. I tre guerrieri, uno col turbante turco, l’altro colla testa di gallo, il terzo col capo di cavallo, rappresentavano la Turchia, la Francia e l’Inghilterra. L’orso era la Russia, e per renderla riconoscibile se gli era apposta in petto la decorazione di sant’Alessandro Newskv.

Niuno ignora che se la rivoluzione era nemica dell’Austria, non era men nemica della Russia, la quale erasi mostrata avversa chiarissimamente alla rivoluzione dell’occidente di Europa. E questa rammentava assai bene il famoso proclama dell’Autocrate russo del 29 marzo 1848, le cui minaccio trovarono un facile esplicamento nella spedizione di un esercito russo contro gli Ungheresi, ed in sostegno dell’Austria.

La detta vignetta pertanto era assai significativa, perché rivelava un voto e un desiderio che si avverò completamente pochi anni dopo.

La guerra alla Russia pertanto fu stabilita fin dal 1849 ne’ segreti conciliaboli della rivoluzione. Il Don Pirlone ne espresse il voto, e questo voto fu sciolto, come tutti sanno, nel 1855. Preghiamo i nostri lettori di non lasciare inosservato questo episodio della nostra storia, poiché esso ci rivela un mistero assai importante. (Vedi il Don Pirlone del 12 marzo 1849, n ° 155).

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Una mostruosa tregua

essendo accorso in difesa delle sacre ragioni della Chiesa, abbandonato dal Bonaparte (1) trovossi costretto a sostenere l’onore delle sue armi colla gloriosa difesa di quella città E qui pure tornerà utile il riandare un importante tratto di storia della quale fummo, come dire, testimonii oculari.

L’esercito Francese, spinto ad un tempo, ma con assai diverso scopo, dai Cattolici e dai liberali (2) di Francia, contro la Repubblica di Mazzini, dopo il rovescio patito il 30 di Aprile 1849, da varii giorni rimaneva impietrito innanzi la santa Città, perdendo il tempo in inutili indegne trattative, e paralizzando lo slancio generosamente devoto di Re Ferdinando e del suo esercito.

Campeggiava questi infatti, fin dai primi di Maggio, sui colli laziali, né attendeva se non se di potere infliggere il meritato

castigo agli usurpatoli del trono di S. Pietro. Or chi il crederebbe? La Diplomazia francese, (che per ordine del Bonaparte stava manipolando una vergognosissima resa della Città, tutta a vantaggio della setta) senza punto curarsi dell’Augusto Monarca

(1) Il Ministro di stato Drouyn de Lhuys, in data del 10 Maggio, inviava al Generale Oudinot il seguente dispaccio:

«Fate dire ai Romani, che non et vogliamo congiungere coi Napoletani contro di loro. Andate negoziando nel senso delle vostre dichiarazioni. Vi s’inviano rinforzi, attendeteli. Cercate di entrare in Roma d’accordo cogli abitanti, o, se aie te forzato ad attaccare, che ciò sia con la probabilità di successi i più positivi». (Vedi Lesseps: Ma mission ecc. pag. 25.)

Fu pertanto conchiuso il 15 Maggio un armistizio, circa il quale lo Spada si esprime cosi:

«Egli è a sapersi, che quantunque il 16 Maggio l’armistizio fra Roma e Francia non fosse pubblicato, era però convenuto, quindi nella certezza in cui era il Governo romano di non venir molestato dai Francesi, divisò di effettuare una quanto celere, altrettanto segreta spedizione contro i Napolitani. A tale effetto si vide nella sera partire la più gran parte dell’armata romana per la porta San Giovanni. Questa spedizione non poté non effettuarsi se non col consenso del Lesseps, è questo consentimento ci sembra che possa qualificarsi come una specie di tradimento, o, per lo meno, come un tratto di una non giustificabile indelicatezza, in quanto che Francia non solo non era in guerra Col regno di Napoli, ma luna e l’altro facevan parte della lega cattolica, la quale aveva assunto di ricondurre il Papa a Roma colle forze unite delle quattro potenze segnatarie della Lega stessa,

(2) La romana repubblica che, ad onta della riprovazione di tutto il mondo civile, proseguiva animosa nell’intrapreso cammino, entrava nel mese di marzo, mese per lei infausto: perocché fu in esso che la seconda guerra si ruppe fra Piemonte ed Austriaci; la vittoria di questi ultimi, collo avere ingelosito il Governo francese, determinò la spedizione di Roma, la quale oltre l’interesse cattolico, ebbe pur quello di paralizzare l’influenza austriaca in Italia» Almeno cosi si disse, e buon nerbo di ragioni si associa per farci credere che cosi fosse – (Vedi Spada loc. cit.)

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di Napoli, col quale era pure in obbligo l’intendersi, in forza dello espresso volere del S. Padre, consegnato nella lettera ai Potentati cattolici, conchiuse da se sola una tregua mostruosa coi Mazziniani, perché questi cosi liberi rivolgessero tutte le loro forze contro l’esercito napolitano; il quale, impossibili tato quasi a muoversi in quelle difficili posture, atteso il soverchio materiale di artiglieria che recava anche per l’alleato esercito spagnuolo, ne sarebbe forse rimasto schiacciato e distrutto.

Era intanto il giorno della SS. Ascensione del Signore, allorché, trovandoci noi in Àlbano, vedemmo ritornare assai mesto ed afflitto Monsignor de Falloux du Coudrav, il quale si era unito al Tenente Colonnello di Artiglieria Francesco d’Agostino, del regio esercito, mandato al campo francese, affine di intendersi per parte di S. M. il Re delle Due Sicilie col Generale Oudinot circa le imminenti guerresche operazioni: essi recavano invece al quartiere Reale di Albano l’annunzio della conchiusa tregua!!. Al Re Ferdinando adunque altro non rimaneva da fare, per non perdere sé stesso e l’esercito tra quei monti selvosi, se non di prevenire le mosse dei Repubblicani con una pronta ritirata nei suoi Stati (1).

Fatto di Velletri

Infatti sul mezzodì di quel medesimo giorno solenne suonò la generale per tutti gli accampamenti, e, prima di sera le artiglierie d’assedio insieme col grosso dell’esercito, erano in cammino verso il confine.

Si marciò tutta la notte e il dì seguente, e, mentre l’avanguardia toccava Terracina, Re Ferdinando con la retroguardia, composta di alcuni battaglioni di fanteria, di alquanti squadroni di cavalleria, e di poca artiglieria, occupava Velletri e le sue forti posizioni. La mattina del 19 Maggio, le bande del Garibaldi e del Roselli furono innanzi la città, e, senza perder tempo, ne principiarono l’assalimento, come se tenessero in pugno la vittoria.

(1)

Un colloquio fra il Generale Oudinot ed il Colonnello Napolitano d’Agostino, inviato dal Re di Napoli a conferire col generale Francese, spiegherà tutto. Stabilivasi dall’Oudinot, che, in seguito del fatto del 30 di aprile, della discussione è susseguente risoluzione della francese assemblea ch’ebbe luogo a Parigi, l’esercito di Francia non poteva più agire congiuntamente a quello di Napoli per la presa di Roma. L’onor militare francese trovandosi compromesso, i francesi dovevano esser soli a conquistarlo. Il Colonnello d’Agostino rientrava in Albano la mattina del 17 e riferiva il tutto al re. Il re di Napoli allora, informato di questa determinazione importante del generai francese, e fatto certo, per una lettera intercettata, che i Romani meditavano una spedizione contro il suo esercito, credette prudente di ritirarsi, e dette gli ordini a tal effetto. (Vedi d’Ambrosio, Reazione della campagna militare ecc. nel vol. XXI delle Miscellanee, n. 6, pag. 36 e 37).

fonte

eleaml.org

 

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