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PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA (seconda parte)

Posted by on Dic 12, 2017

PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA (seconda parte)

Due Confessioni

Innumerevoli sono i documenti che dimostrano la rivoluzione italiana essere «tata opera di gente straniera, e i nostri popoli averla soltanto subita. Per dir solo dei Napoletani, basti fin d’ora ricordare la confessione fattane dall’infelice Bixio in pubblica Camera di Torino, nella tornata 9 dicembre 1863, e la dichiarazione solenne di Garibaldi nel pomposo ricevimento fattogli in Inghilterra nell’aprile del 1864, dove, innanzi a 30,000 spettatori, Ministri, membri del Parlamento e Lordi, ebbe a dire: «Napoli sarebbe ancora dei Borboni senza l’aiuto di Palmerston; e senza la flotta inglese io non avrei potuto passare giammai lo stretto di Messina». Parole autorevolmente terribili, le quali provano che, se Re Francesco II poteva combattere e vincere la insurrezione suscitata da una mano di filibustieri, avrebbe poi necessariamente soccombuto, non ostante l’amore del popolo e il valore dell’esercito, dovendo alla perfine tener fronte alla mal velata guerra del Governo Britannico e all’aperta aggressione del Sardo, sostenuto da Napoleone III e dalla potenza della Francia, che grande era a quel tempo; doveva in una parola difendersi dai rivoluzionarii di tutto il mondo, e dagl’interni tradimenti procurati da essi.

E chi non sa, che quanto si disse e fece negli ultimi quaranta anni, ed in peculiar modo dal 1856 a questi giorni, a nome dei popoli Italiani, fu detto e fatto a insaputa di loro e anzi contro il loro volere? Chi non sa, che architetto ed artefice supremo di codesti calamitosissimi rivolgimenti fu una Setta, nemica di Dio e degli uomini, che seppe valersi della malizia dei meno, della ignoranza dei più, delle passioni di tutti, ai suoi intendimenti? Essa col pretesto di rendere Una e potente l’Italia ne afferrò la egemonia impadronendosi delle sue ricchezze; che se fa le viste di acconciarsi per ora agli ordinamenti e alle apparenze monarchiche, ciò è a patto soltanto di avere complice la monarchia per ammantare il proprio finale scopo, e preparare i popoli alla repubblica sociale senza Dio. Esaminando attentamente i fatti compiuti in quel nefasto periodo, si parrà chiaro come un così esiziale trionfo saria stato impossibile, se tutti i depositarii della legittima autorità avessero fatto il loro dovere in difesa, non meno della medesima autorità, loro commessa da Dio, che dei popoli e di sé stessi. Per somma sventura però, o piuttosto per nostro castigo, prevalse (così disponendo la setta)

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il sistema della mitezza, della clemenza, anzi della conciliazione verso uomini, che avendo giurato guerra all’Altare e al trono, lungi dalTesserne riconoscenti ai legittimi governi, osarono chiamare crudeltà, tirannia, oppressione gli stessi benefizii di che andavano ricolmi. Ma Dio e la storia faranno giustizia severa di cotanta enormezza.

Di tale Opinione pubblica però, così artificiosamente formata, fa d’uopo ricercare la origine; e noi non crediamo di andare errati se la segnaliamo in quei tali famosi Congressi, detti degli scienziati i quali, sotto le sembianze di scientifiche trattazioni, di null’altro si occupavano veramente, che di spianare le vie alla rivoluzione, seguendo l’impulso delle Società segrete, sotto la protezione de’ governi, ciechi o complici della stessa Rivoluzione.

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III.

Congressi degli Scienziati.

Lo spirito degli invasori Longobardi fu soffocato, ma non estinto, colla caduta di Desiderio ultimo loro Re: e l’idea di un Regno italiano, che mai aveva esistito prima di loro, se non pur quello dei Goti a’ tempi di Teodorico, si era nascosta sotto le ali di qualche Duca Alpino, disceso dal loro sangue, che colla propria ambizione fomentava quella idea da prodursi in tempi propizii. I Duchi di Savoia, divenuti poscia Re di Piemonte, incarnarono in so stessi quella idea, e la loro diplomazia, anche quando fu cattolica, spesso l’accarezzò, procurandole a mano a mano un posto più o meno importante ira le idee dei nostri tempi; cosicché all’avvenimento del già rivoluzionario Carlo Alberto, il governo Piemontese, guidato dalla mente traviata sì, ma pur vasta, dell’ex-abate Gioberti, si trovò pronto ad attuarla, quando le generose riforme date da Pio IX nel principiare del suo regno, parvero ai novatori occasione propizia all’attuazione de’ loro disegni. È noto ciò che fece nel 1849 Gioberti, perché il Piemonte fosse quello che restituisse il Papa alla sua Sede, anzi che le Potenze cattoliche: era quella finissima arte diplomatica, a fine di arrogarsi fin d’allora la supremazia sugli altri Stati italiani e la egemonia della Penisola, per ridurre poi insensibilmente l’Italia tutta sotto il suo dominio, a danno dei vicini Stati indipendenti, contro dei quali appunto il Governo piemontese, dopo i noti rovesci del 1849, rivolgeva le sue arti, fomentandovi interne agitazioni e accarezzandone i nemici.

Ardua ed anche lunga cosa sarebbe il narrare la storia di quelle arti e cospirazioni contro i tranquilli Stati italiani, lustro e decoro della felice Penisola. Tra le tante insidie adoperate, anzi per le prime, prima ancora del 1848, sono da annoverare i così detti Congressi degli scienziati radunati a volta a volta nelle principali città d’Italia, sotto specie di scientifiche trattazioni, in quello che cospiravasi per abbattere i troni dei legittimi Sovrani, in special modo quello di Re Ferdinando II di Napoli, maggiormente temuto per ricchezza e potenza come per lo amore dei proprii sudditi, il quale poi per sventura era il più generoso nell’accogliere ed onorare cosifatti Congressi nel suo reame.

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L’Unità Cattolica e i Congressi

Ne fa aperta confessione l’italianissimo medico Salvatore de’ Renzi, che fu membro attivissimo di tali adunanze, in un suo libro (1).

L’Unità Cattolica nell’agosto 1875 (N. 192 e 194), pubblicava su tali Congressi, importanti cenni che, come cosa del tutto connessa col presente lavoro, facciamo volentieri nostri.

Il valoroso Giornale torinese prendeva soggetto dal Congresso che adunavasi in Palermo, nel mese di settembre di quell’anno, e nel quale figuravano l’inevitabile Terenzio Mamiani, Atto Vannucci, Giorgini Michele, Lampertico, Menabrea, Aleardo Aleardi, Cannizzaro, Volpicelli, il famoso Mancini ecc. e tra gli esteri vi faceva degna mostra di sé Rénan, il bestemmiatore di Gesù Cristo!

Cosa fosse per risultare da cotale Congresso di uomini, che, in ossequio alla scienza, conculcavano la Religione, e che, trattando delle cose create, negavano il Creatore, è facile il comprenderlo; ma vi stava sotto una ragione politica, e non per nulla Palermo era scelta a sede del Congresso del 1875, in quei giorni appunto in cui uno straordinario fermento pareva tendere a staccare Sicilia dalla unità italiana. – Ecco pertanto i detti cenni dei passati Congressi scientifici, i quali, come giustamente nota l’Unità Cattolica prepararono e accompagnarono lo svolgimento della rivoluzione italiana.

  1. Congresso di Pisa.

– Una circolare, a pie della quale si leggevano i nomi del principe Carlo Luciano Bonaparte (2), di Vincenzo Antinorij di Gio. Battista Amici, di Gaetano Giorgini, di Paolo 1 Savi, e di Maurizio Bufalini, veniva diretta il 28 Marzo 1839 ai più distinti cultori delle scienze naturali, e loro annunziava avere il Granduca Leopoldo II permesso che in Toscana si tenesse una riunione scientifica, alla maniera di quelle che specialmente si facevano in Inghilterra ed in Germania. Pisa fu scelta a prima sede di tale dotta riunione; colà infatti convenivano, nel mese di ottobre di quell’anno 421 Italiani cultori delle scienze. Il Congresso ebbe principio coll’invocazione dello Spirito Santo, nella celebre cattedrale di Pisa; dopodiché, adunatosi nel palazzo della Sapienza, proclamò a presidente generale il decano dei professori convenuti, Ranieri Gerbi. Il 2 ottobre dividevasi l’assemblea in sei sezioni, e a maggioranza di voti venivano nominati i presidenti delle medesime,che furono il Configliacchi, il Sismondi, il Savi, Carlo L. Bonaparte, il Tommasini ed il Ridolfi.

(1) Tre secoli di rivoluzioni napoletane. Napoli 1866, pag. 206.

(2) Uno dei principali fattori della Rivoluzione mazziniana del 1848.

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In questo furono come gettate le basi dei futuri Congressi, e datene le norme sul modo di tenerli e sui membri che li dovevano comporre.

  1. Congresso di Torino.

– Dietro proposta del principe Carlo Luciano Bonaparte, dal Congresso di Pisa fu prescelta Torino a sede della seconda riunione. Il Corpo decurionale, fra i molti preparativi intrapresi, volle che fosse appositamente compilata daleh. Davide Bertolotti una descrizione di Torino, la quale venissepoi distribuita, quale omaggio della città, ai membri del Congresso.Fu aperto il 16 settembre del 1840, ed ebbe termine il 30 dello stesso mese; ne fu presidente generale il conte Alessandro Saluzzo di Monesiglio, presidente eziandio della Reale Accademia delle scienze. Carlo Alberto riceveva una deputazione del Congresso medesimo, incaricata di esprimergli la generale riconoscenza; ne accoglieva ad un regale convito i presidenti; ordinava che fosse coniata una medaglia per quella fausta occasione, e venisse distribuita ai convenuti scienziati; infine fregiava delle insegne del supremo Ordine della Santissima Annunziata il presidente generale del Congresso.

III. Congresso di Firenze.

– II 15 Settembre del 1841 si apriva il terzo Congresso degli scienziati a Firenze, nella grande aula dell’antico palazzo della Signoria, alla presenza del Granduca Leopoldo II. Non mancarono quegli illustri cultori della scienza di invocare prima il lume dello Spirito Santo, e lo fecero nel celebre tempio di Santa Croce. Molti erano i convenuti, non dall’Italia sola, ma dalla Francia, dal Belgio, dalla Germania, dalla Grecia, dalla Spagna, dall’Inghilterra e perfino dalle Americhe. Il presidente generale, marchese Cosimo Ridolfì, nell’accomiatare quegli scienziati diceva: «L’amore della scienza e l’amicizia scambievole, sincera, immutabile, ci accompagnino dappertutto, e conducano i più schivi a benedire una istituzione così pacifica, così amica dell’ordine, così santa.»

Ma i governi cominciavano ad aprire gli occhi su queste riunioni, ed a comprendere a quali fini le dirigessero nascostamente i mestatori, nemici della pace e dell’ordine.

IV Congresso di Padova.

– Nel settembre del 1842 aveva luogo la quarta riunione degli scienziati italiani nella città di Padova,e la presiedeva il conte Andrea Cittadella Vigodarzere.

V Congresso di Lucca.

– L’anno 1843 gli scienziati convennero in Lucca sotto la presidenza del Marchese Antonio Mazzarosa. – Meno numerosi questi due congressi dei precedenti, lasciano di sé minore traccia nella storia di questa istituzione.

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  1. Congresso di Milano.

– Ai 15 settembre 1844 un numero, grande di cultori delle scienze conveniva nel celebre duomo di Milano ad invocarvi il celeste patrocinio; alla sacra funzione assisteva Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo e vi impartiva la Eucaristica benedizione. Recatisi in seguito al palazzo di Brera, ivi nella grande aula, alla presenza del Viceré e dell’Arcivescovo il Conte Vitaliano Borromeo, presidente generale, apriva la riunione. Un grandioso spettacolo, offerto dalla città nell’Anfiteatro dell’Arena, ed altre feste rallegrarono gli animi occupati in scientifiche discipline!

VII. Congresso di Napoli.

– II settimo Congresso Italiano si tenne a Napoli nel settembre del 1845: fu presieduto dal Cavaliere Santangelo, Ministro degli affari interni; assisteva il Re di Napoli, il quale poi invitava gli scienziati a visitare le sue amene villegiature, i suoi splendidi palazzi, e li festeggiava una intera notte in quello di Napoli. La città nulla tralasciò per festeggiare il Congresso, sì che non si ebbe a desiderare altro che un pò più d’ordine e di regolarità.

VIII. Congresso di Genova.

– Era l’anno 1846 (anno in cui, morto Gregorio XVI, Pio IX aveva dato l’amnistia ai rei di Stato;) e il 12 settembre si apriva l’ottavo Congresso sotto la presidenza del Marchese Brignole Sale. Carlo Alberto diceva allora all’egregio Marchese: – «Badate, che questi pretesi scienziati sono gente da tenere a treno» (1) – Ed il Santo Padre Pio IX, la Duchessa di Parma ed il Re di Napoli, nonostante le buone accoglienze fatte agli scienziati l’anno prima, facevano. raccomandare allo stesso Marchese di impedire, che si stabilisse pel nuovo Congresso una città qualunque dei loro Stati. Il giorno della inaugurazione fu ammannito un sontuoso banchetto alle Peschiere, e tra i commensali era il La Masa, che, con tono enfatico, declamò una poesia a Pio IX, della quale basterà citare la seguente strofa:

Dei regnanti della terra

Non ti spinge il folle esempio;

Tu col popolo e col tempio

Sei del mondo imperator.

Viva Pio liberatori

  1. Congresso di Venezia.

– Le condizioni anormali del 1847 non tolsero che molti accorressero a Venezia in quell’anno pel nono Congresso. Il giorno 13 settembre, che fu quello dell’apertura,

(1) L’infelice Monarca aveva cominciato ad intendere troppo tardi quello, che fin dal 1839 gli aveva detto e predetto il suo fedele Ministro, Della Margherita.

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già erano iscritti ottocento sessanta membri effettivi. Il conte Giovannelli, presidente generale, lesse il discorso inaugurale, mostrando Futilità dei Congressi e paragonando la potenza dell’intelletto al sole, che diffonde la sua luce senza tuoni e senza lampi, e dei primi raggi veste le alture. Il Giovannelli spese un milione ad allestire a nuovo il proprio palazzo; le mense si davano nel nuovo Patriarchìo, ove una grandissima sala bastava a più di 300 convitati, oltre le minori. I divertimenti furono molti. Si decise che il decimo Congresso sarebbe tenuto a Bologna; ma il Sómmo Pontefice, che ben conosceva le tendenze di queste pretese adunanze scientifiche, non avendone accettato la scelta, ne fu designata Siena; però il 1848, gravido di tanti avvenimenti, non poté vedere quel Congresso, che, rimandato di anno in anno, non ebbe più luogo se non nel 1862.

  1. Congresso di Siena.

– Nel settembre del 1862, quando in Italia erano ancor freschi i fatti di Aspromonte, adunavasi nella Sala comunale del Mappamondo di Siena il decimo Congresso degli scienziati; erano appena un duecento i convenuti, i quali, dopo aver discorso, tra i comuni sbadigli, del principio dì capillarità, della cura zuccherina del diabete, della decomposizione violenta dell’acido cianitrico, della pellagra e dell’affezione lichenosa, si esilararono con una discussione sul matrimonio civile e con un’aspirazione a Roma). Infatti nell’adunanza del 22 settembre si procedette alla votazione per la città che doveva essere sede del futuro Congresso, e rimase scelta, alla quasi unanimità, la città di Roma; dopodiché il professore Luigi del Punta, preposto del Collegio medico fiorentino, fece un evviva a Vittorio Emanuele!

L’Unità Cattolica non mancava allora di far vedere l’ingratitudine e l’empietà di questa deliberazione, la quale voleva, in nome della scienza, togliere Roma al Papa, a cui la scienza deve tutto: e notava quanto fosse stata oculata la politica dei Sommi Pontefici, che non permisero mai l’adunarsi de’ Congressi scientifici in Roma. «Essi, diceva, sapevano bene dove il diavolo tiene la coda, e lo sapevano assai meglio degli altri Principi, che si sprofondavano in ossequii verso i Congressi, riscaldandosi la serpe in seno: perciò Gregorio XVI non solo non acconsenti mai di concedere la Città eterna a sede dei complotti più o meno scientifici, ma proibì perfino agli scienziati romani di intervenirvi, esempio imitato ben tosto dall’accortissimo Duca di Modena. Il sapiente Pontefice, appena seppe, che Carlo Bonaparte era stato il promotore di quelle scientifiche adunanze, non tardò ad avvedersi dove miravano. E di fatto dieci anni dopo, cioè nel 1840,

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Carlo Bonaparte non presiedeva più un Congresso scientifico, ma l’assemblea nazionale della Repubblica romana, avendo dichiarato distrutto il regno secolare dei Papi!…

  1. Congresso di Roma.

– Doveva adunarsi nel 1864, secondo i calcoli degli Italianissimi, che speravano per quell’anno (in cui le famosa Convenzione di settembre, conchiusa tra Napoleone III e il Piemonte all’insaputa del Papa, doveva far uscire da Roma l’esercito francese) di entrare in possesso della città dei Papi. Mala breccia di Porta Pia si fé aspettare fino al 1870, e fu solo nell’ottobre 1873 che si poterono convocare gli scienziati in Roma pel loro undecimo Congresso. Essi si trovarono il 20 ottobre, a mezzogiorno, nell’aula massima del palazzo dei Conservatori; non erano che centosessanta, comprese due donne, l’una Inglese e l’altra Italiana. Presiedeva Terenzio Mamiani, il quale intuonò l’inno di trionfo della rivoluzione italiana, giunta pur una volta ad assidersi nella città dei Papi, a due passi dal Vaticano. Non si parlòpiù qui d’invocazione dello Spirito Santo, lustre buone pei tempi andati, nei quali conveniva dar olio ai gonzi. Il Mamiani invece scioglieva nel suo discorso inaugurale «il gran voto di coloro che presentirono il trionfo del grande impero della ragione!» e in ossequio al grande impero della ragione il vecchio presidente del Congresso annunziava un «secondo rinascimento,», inneggiavaa Calvino ed a Rousseau, e preponeva il regno del senno e del sapere al regno dei Cieli, burlandosi così del Vangelo e del Divino Salvatore nella istessa Città capitale del Cristianesimo. Parlava poilo Scialoja, allora Ministro dell’istruzione pubblica, notando che i governi antichi spiavano temevano i Congressi scientifici, mentre loro prodigavano cortesie; ed il Sindaco di Roma tesseva la storia dei Congressi scientifici, concludendo: «Ed è qui in Campidoglio che, in nome di Roma libera, o signori, io vi saluto.» – Sembrava che questo dovesse essere l’ultimo; ma la setta doveva far ancora qualche passo per raccogliere il frutto della presa di Roma, proclamando la Repubblica sociale. Quindi s’indisse un altro Congresso.

XII. Congresso di Palermo.

– E siamo all’ultimo Congresso,quello che si aprì in Palermo. Come la intenzione segreta dei Congressi scientifici era altre volte di fare l’unità d’Italia con Roma capitale, sembrerebbe che dopo quello di Roma non si sarebbe più dovuto parlare di Congressi; ma forsecchè agli scienziati italiani non restava altro da ottenere colle loro adunanze? Non potrebbe darsi che alle prime loro mire non siano subentrate altre intenzioni, e che qualche altro Scialoia non abbia a rivelare fra alcuni

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anni che il Governo italiano spiava temeva il Congresso di Palermo, mentre gli prodigava cortesie e lo onorava in tutte maniere?

Al nuovo Congresso prendeva parte anche Ernesto Rénan; bisognava bene che la scienza moderna, che è tutta materialismo e bestemmia, rendesse omaggio al bestemmiatore della vita di Gesù Cristo. Anzi, per far completa l’opera, si giunse perfino ad invitare Garibaldi, «quell’uomo, osservava l’Unità Cattolica, che tutti conosciamo come versatissimo in idraulica, gran prosciugatore di pranzi e di borse, e gran bonificatore delle proprie sostanze. Egli avrebbe certamente agli scienziati di Palermo annunziato il terzo incivilimento e la religione del vero, come il Mamiani aveva agli scienziati di Roma proclamato il secondo rinascimento, e il trionfo dell’impero della ragione! Ma Garibaldi fece smentire dai giornali di Roma la sua andata a Palermo; pare che la sua missione sia finita, né mantiene speranza che una seconda gita sul Continente possa fruttargli una seconda pensione di centomila franchi.»

In si buona compagnia volevasi porre nientemeno che il P. Angelo Secchi; ma la Sicilia Cattolica del 14 agosto s’incaricava di smentire l’insensata calunnia, spiegando che il P. Secchi andava bensì a Palermo per fare col professore Tacchini degli studii astronomici, ma che non aveva nulla a dire e a fare col Congresso di Rénan e di Garibaldi; egli aveva potuto vedere in Roma coi proprii occhi come il Governo italianissimo sia amante della scienza; quel Governo che ha dissipate le biblioteche, rimestati i musei, rovinata l’Università, distrutta la pubblica istruzione in tutta l’Italia. «Non vedremo certamente i progressi della scienza nel suo duodecimo Congresso, conchiudeva il valoroso giornale; ma la storia ci dirà che cosa vi si preparasse, e quali eventi vi si maturassero.»

Il Pensiero Cattolico e il Congresso di Palermo

Come corollario alle surriferite cose rechiamo quel che scriveva nel medesimo tempo l’ottimo Pensiero Cattolico di Genova, e che dichiara meglio le nostre idee. Nel suo numero 21 del 17 Agosto 1875, in un articolo intitolato, Il Congresso dei sedicenti scienziati a Palermo, diceva: «Chiamiamo con questo nome l’adunanza che si prepara, perché, a quanto pare, di veri scienziati pochi vi si recheranno. Invece, come già annunziano con aria di compiacenza i fogli liberaleschi, interverranno al Congresso, ira gli altri eretici ed increduli, l’apostata De Sanctis e il bestemmiatore famoso della Divinità di Gesù Cristo, Ernesto Rénan. E specialmente, quanto a quest’ultimo, la Gazzetta di Palermo invita i giovani di quella Università a fargli festa» come un omaggio – 22 –

all’eminente individualità del razionalismo moderno.» In altri tempi i giovani di qualsiasi Università d’Italia avrebbero protestato contro l’invito, il quale è un vero insulto alla Religione Cattolica; ma nei tempi che corrono avverrà purtroppo il contrario. Se essi credessero almeno quanto credeva il protestante Guizot, rimanderebbero al Direttore della Gazzetta di Palermo il foglio contenente l’invito, scrivendovi sopra, insulto, come lo stesso Guizot rimandava all’empio bestemmiatore il suo, scrivendovi sopra, oltraggio» (1).

Da sua parte il Precursore di Palermo recava un’altra bella notizia, ed è, che in occasione del Congresso sarebbero spedite in quella città un buon numero di copie delle opere più empie e condannate dalla Sacra Congregazione dell’Indice, tra le quali: Straus Federico: Vita di Gesù, trad. E. Littré. Bianchi Giovini Aurelio: Critica degli Evangelii. Franchi Ausonio: La Religione del secolo XIX. Frbrel: Lettere ad Eugenia. Volnev: Le Ruine. Buchner: Forza e materia. Viardot: La science et la conscience. Morinbn A. S: Examen du Christianisme. Fenerbach: La morte e l’immortalità. Evvbrbek: Qu’est ce que la Religion. Dupuis: De l’origine de tous les cultes. Molbschot Iac: La circulation de la vie. Stepanoni: Storia della superstizione. Buchner: Scienza e natura. Morin A. S: L’esprit de l’Eglise. Franchi Ausonio: Razionalismo del popolo. – Con tali elementi si apparecchiava nel Congresso palermitano l’ultimo stadio della Rivoluzione italiana, vale a dire, la Repubblica sociale, e la distruzione del Cristianesimo…..

segue

fonte

eleaml.org

 

http://www.altaterradilavoro.com/paolo-mencacci-uno-sguardo-alla-rivoluzione-italiana

 

 

 

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