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PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA (sesta parte)

Posted by on Dic 26, 2017

PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA (sesta parte)

UNA OCCHIATA AI FATTI.

Ora che la conoscenza dei recati Documenti ci ha dato la chiave di tutto quanto accadde nella Penisola, specialmente dall’avvenimento di Pio IX al trono pontificale fino ai nostri giorni, giova scorrere di volo la nostra dolorosissima istoria, nei cui particolari si ravvisano altrettante applicazioni degli insegnamenti del Mazzini, e per lui della setta anticristiana divenuta (per colpa non diremo di chi, che doloroso è il dirlo) padrona e despota di tutti, senza eccezione, gli Stati d’Europa.

Vincenzo Gioberti col suo primato d’Italia e con le sue virulente invettive contro i Gesuiti, largamente diffuse in tutta la Penisola nel momento in cui trovavasi maggiormente entusiasmata per la clemenza e per le paterne concessioni di Pio IX, apri il passo alla grande rivoluzione che lamentiamo. Si vide in quel momento fedelmente eseguito il settario precetto: «Un Re promulga una legge più libererei applauditelo.…. Pio IX divenne l’amore, l’idolo, il prodigio dei liberali, finché parve a cotestoro che camminasse con essi; ma quando la dignità e la sapienza del Pontefice ebbero segnato il limite al cammino, fu lasciato solo, come aveva insegnato Mazzini. Quindi furono sconosciuti i suoi benefizii, abusate le sue concessioni, calpestati i suoi diritti, sconvolti i suoi ordinamenti, assassinati i suoi ministri, assalito mano armata il suo stesso palazzo, uccisi i suoi famigliari. Uno dei suoi stessi ministri, Mamiani, nuovo Achitpfello, ardì perfino insultarlo in pubblico Parlamento, dicendo di lui «doversi rilegare nelle celesti regioni a pregare e benedirei».

Era più che paterno il reggime del Gran Duca di Toscana, e ne viveva contento quel popolo gentile; ma non erano contenti i faziosi della Giovane Italia. Quel Principe era, siccome aveva detto Mazzini, liberale per inclinazione e per imitazione, (o piuttosto soverchiamente buono e benigno), pure anche da lui si vollero riforme, per poi chiedere il resto: si progredì fino al punto di balzarlo dal trono.

Carlo Alberto fin dal 1846 sognava la Corona d’Italia promessagli da Mazzini e dai suoi settarii, come l’avevano promessa a Ferdinando II, che la rigettò. Lo dice nel suo catechismo Mazzini, lo conferma il celebre della Margherita nel suo Memorandum, lo provano

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gli atti diplomatici del Ministero Gioberti; anch’egli adunque concedette, avvegnaché ripugnante, le volute riforme, né il fece senza perché. In quel primo stadio della rivoluzione del 1847, che chiameremo delle Riforme i settarii eransi messi alla testa dei popoli, i quali, eccitati da loro, vagamente chiedevano una maggiore libertà civile – e ne avevano pur tanta! -ed una amministrazione migliore, che in alcun luogo era purtroppo desiderata. Il perché seguivansi i gerofanti demagoghi senza sospetto, anzi con fiducia posciaché udivansi parlare del bene del pppolo, di libertà, di diritti dell’uomo, di eguaglianza, di fraternità, contrapponendovi le parole di privilegii, di tirannia, di schiavitù, eco. ecc. tutto come aveva insegnato Mazzini.

Ferdinando II e la Costi-tuzione

Il Re di Napoli Ferdinando II fu degli altri più ritroso a concedere riforme, che considerava quale proemio dello sconvolgimento sociale; e quando vi si indusse spinto dal soffio rivoluzionario di tutta Europa, si disse: – è troppo tardi!

Il 29 Gennaio del 1848 segnò il secondo stadio della rivoluzione Italiana, quello delle Costituzioni. Ferdinando II la inaugurò nei suoi Stati; ma si sa, che da taluni fugli gridata la croce addosso, dicendosi che la sua ritrosìa in concedere le riforme, lo aveva poi costretto a dare lo Statuto, cosi che mettesse gli altri Principi italiani nella impossibilità di negarlo ai loro popoli. I fatti posteriori però provarono che, se non vedeva più lungi degli altri, ben presentiva, che qualunque via avesse egli battuto, sarebbesi trovato alla fine al termine medesimo. Era scritto nel catechismo Mazziniano, che il Re di Napoli progredirebbe costretto dalla forza.

Il Duca di Ventignano nel suo libro pubblicato nel 1848 col titolo «delle presenti condizioni d’Italia» osserva, che:

«Il Re Ferdinando in tutti i suoi atti relativi alla conceduta Costituzione, si é sforzato di dire e di ripetere, fino alla sazietà, che avevala conceduta e giurata spontaneamente. Una tale dichiarazione era ad un tempo dignitosa e leale: dignitosa, togliendo di mezzo ogni idea d’umiliazione nella persona del Principe; leale, perché, ciò dichiarando, il Re convalidava il dato giuramento».

Infatti non isfuggiva alla sapiente avvedutezza di Ferdinando, che alla concessione di uno Statuto costituzionale tendeva irresistibilmente la corrente rivoluzionaria, spinta ad un tempo dalle sètte occulte; e da presso che tutti gli Stati europei con a capo Francia e Inghilterra, retti a Costituzione, i quali coprivansi del nome augusto di Pio IX, che aveva iniziato le riforme, risoluto di condurle fino all’ultimo limite consentito dall’Apostolica dignità e libertà. Re Ferdinando adunque,

 

 

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contro del quale era condensato il maggiore odio settario, piuttostochè esservi trascinato per ultimo e per forza, a smascherare rivoluzione e rivoluzionarii, preferì dare la Costituzione pel primo e spontaneamente. I faziosi però che avrebbero voluto indurvelo per forza, a fine di sbalzarlo più agevolmente dal trono, si fecero ostinatamente a sostenere, che per forza appunto vi fosse stato indotto. Né vi fu ragione che valesse a convincerli in contrario. «Le discussioni dotte, aveva detto Mazzini, non sono né necessario, né opportune, avendosi a fare con le masse; la scienza e la logica, sono istrumenti senza punta; non son pugnali! Quindi mentire, affermare e tirare innanzi, senza curare chi smentisce, disprezzando chi afferma il contrario.

Pio IX e l’Austria

Altrettanto dicevasi e facevasi contro il magnanimo Pio IX. Quanto non si disse contro di lui, poiché se ne ebbe ottenuto tutto ciò che aveva potuto concedere, mentre con intendimenti affatto opposti gli si scatenavano contro settarii e monarchici insipienti (sebbene la fede di questi ultimi ci sembra assai dubbia, quando si vien meno al dovuto rispetto verso il Papa). E qui non vogliamo omettere di manifestare un pensiero che non abbiam mai espresso colla penna, e non senza ragione.

Pio IX, più che uomo politico, fu sempre uomo apostolico. Vescovo di contrade e di popoli dalla mente svegliata e ardente, scelti appositamente dalla Frammassoneria, nell’istesso modo che i Siciliani, a punto di leva da rovesciare il Papa, e con esso tutti i troni della Penisola, compiangeva quelle provincie così agitate dalle Società segrete. I popoli delle Romagne, travagliati incessantemente, dal 1797 fin qui, da emissarii stranieri principalmente, repressi a buon diritto dal Governo legittimo, erano quelli che più d’ogni altro soffrivano di tale repressione, vuoi col carcere, vuoi coll’esilio, vuoi puranche coll’ultimo supplizio. I lamenti, i dolori, le miserie del popolo ricadevano sul loro Vescovo, e l’animo pietoso di Pio IX profondamente risentiva quei dolori, avvegnaché meritati; il desiderio di vederli una volta cessare, senza scapito della giustizia e dell’autorità del Governo, cresceva naturalmente ogni giorno più nel compassionevole suo cuore. Dall’altro canto la presenza delle milizie austriache non riusciva sempre salutare. A tutti è noto come dal 1815 in poi, l’Austria, al pari delle altre potenze cattoliche e conservatici, fosse fatta segno a tutti gli sforzi e a tutte le arti più subdole delle Società segrete per renderla, di cattolica e monarchica, empia e rivoluzionaria; e già la corruzione e la immoralità

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Il Gabinetto austriaco e la Frammassoneria

con l’azione dissolvente del Giuseppismo e del Giansenismo avevano guasto in parte il Clero e l’esercitito, non meno che l’amministrazione. Questa, mettendo ostacolo all’azione benefica della Chiesa, faceva sì, che più d’uno del Clero si mostrasse poco ossequente e meno sottomesso al Papa e ai legittimi superiori, e che l’esercito, cioè a dire i capi del medesimo, affettassero talvolta uno spirito volterriano e immorale (1). La setta adunque, che è cosmopolita, dell’Austria istessa e delle sue milizie valevasi per corrompere, insieme coi proprii Stati italiani, quelli dei Principi vicini e delle Legazioni Pontificie in particolare, e per rendere abborrita ad un tempo l’autorità dei Principi e l’amicizia della Casa d’Austria. I Vescovi più di ogni altro vedevano la malefica influenza e le tristi conseguenze di quel soffio d’irreligione e di malcostume che si rivelava nell’esercito austriaco, come in ogni altro esercito del mondo. Anche Pio IX, o per dir meglio il Cardinal Mastai, Vescovo d’Imola, sentiva dolorosamente assai più d’ogni altro, per il suo spirito sommamente Apostolico, il pericolo che correva la sua Diocesi per la presenza di codesti ausiliari!. – Badi il lettore, che chi scrive questi pensieri non è già un antiaustriaco o un poco rispettoso monarchico; ma egli, cattolico e legittimista, col cuore trafitto da una crudele verità, scrive là storia per istruire, non per ingannare. – Pio IX adunque non era avverso alla casa d’Austria; ma nel suo lungo episcopato aveva appreso ‘ad abbonire chi male la serviva o tradiva.

Avveniva or fa molti anni, che un Principe, altrettanto infelice quanto eroicamente cattolico, era sbalzato dal trono dei suoi avi dalia rivoluzione, sostenuta al solito dall’Inghilterra e dalla Francia. Questo Principe che magnanimamente, ad onta dei più fieri ostacoli, aveva del tutto sciolto le catene, onde la Frammassoneria teneva stretta la Chiesa nei proprii Stati, vinto da armi fratricide e di sleali stranieri, ricoverò nelle braccia del Vicario di Gesù Cristo, che, finché poté, il riconobbe quale Re legittimo e figlio carissimo della Chiesa. I settarii però, padroni. dei Gabinetti europei, volevano ad ogni costo legittimata la rivoluzione di quegli Stati con una libera rinunzia dell’eroico Principe. Ad ottenere ciò (il lettore stenterà a crederlo,) si valsero del mezzo, apparentemente il meno adatto, cioè a dire del Gabinetto austriaco.

(1) È noto, e noi lo abbiamo dalla voce istessa di autorevolissimi personaggi, testimonii dei fatti, che non uno, ma più degli uomini, destinati dal Governo austriaco a reggere le cose civili e militari della Lombardia e della Venezia, non credevano a nulla; però sembra che Iddio, tenendo conto dello spirito retto di taluno di loro, usassegli misericordia in fine di vita. Sappiamo di fatti come un illustre Generale, che molta parte aveva avuto nella difesa della Venezia, sebbene nato cattolico, non essendosi mai confessato in vita sua, si confessasse per la prima Tolta da un degnissimo Vescovo, che dal canto suo, per strana combinazione, esercitava con lui per la prima volta le parti di Confessore, a cosi moriva da baca cristiano.

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Metternich, il famoso Metternich, incaricava confidenzialmente della difficile bisogna il piissimo Ambasciatore austriaco presso la Santa Sede, conte di Liitzoff, di cara memoria in Roma. Questi si rivolse ad un uomo fedele, amico dell’esule Monarca. Veniva promesso larghissimo premio a chi avesse ottenuto la desiderata rinunzia. Quell’uomo rigettò la proposta, e non sapendo celare la propria meraviglia, per non dire indegnazione, come un Metternich potesse soltanto immaginare simil cosa, si espresse con parole vivaci col nobile Ambasciatore. Informato di ciò il gran Ministro di Stato della Casa d’Austria, con nuovo ufficio espresse il suo malcontento, tacciando di esagerato e di testa calda quell’uomo, il quale si contentò di chiudere tale relazione, dicendo al conte Lùzoff queste precise parole: «Può essere che io sia esagerato e testa calda; ma il Principe di Metternich colla sua sapienza politica e colla sua freddezza, forse arra un giorno a piangere di aver cooperato alla ruina della Casa d’Austria e dell’Impero» – Fu profezia! – Ed ecco l’Austria divenuta anch’essa liberale, e lo sarebbe anche di più, senza la cattolica fermezza del suo Monarca e. della Imperiale Famiglia che la setta non riusci a corrompere. Ciononostante il glorioso Impero degli Asburgo è sull’orlo dell’abisso, e vi cadrà dentro, se Dio non lo salva! Imperocché Metternich, senza pure volerlo, tradiva la Casa d’Austria: l’intimo di lui segretario, che tutta godeva la sua fiducia, e al quale niuna cosa poteva essere occulta del Governo austriaco, era frammassone e capo di frammassoni!

La Civiltà Cattolica, quel sapiente periodico, vero baluardo contro l’infuriare della setta anticristiana, recava non ha guari nella sua importantissima trattazione sulle Società segrete un Documento che citeremo a verbo, a giustificazione di quel che diciamo.

«Nubbio (1), scrive la Civiltà Cattolica, si trovava nel 1844 in sui primi principii di quel suo malessere fisico, che doveva poi andargli lentamente affievolendo il vigor della mente non meno che le forze del corpo, quando ricevette in Roma dal suo complice Gaetano una lettera, data da Vienna il 23 gennaio 1844, atta per sé sola ad ispirargli un grande scoraggiamene,

«Gaetano era il nome di guerra di un nobile Lombardo V…… che aveva un alto impiego nella Cancelleria aulica di Vienna e godeva della fiducia particolare del Principe di Metternich,

(1) Era il nome di guerra nella setta di un Diplomatico di conto, accreditato presso la Santa Sede, stimatissimo in. Roma quale uomo pio ed illuminato, che più tardi, avendo dispiaciuto alla setta, fu da essa ucciso di veleno.

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a cui serviva anche di segretario particolare in affari di rilievo. Per vedere quanto costui fosse bene informato delle cose di Vienna, basta leggere la lettera che si ha di lui al Neuhaus, uno dei principali capi ed autori della rivoluzione Svizzera, che nel 1840 aveva cominciato a far le sue prove contro i Conventi e contro i cattolici.

Una lettera del segretario di Metternich

«Quando voi avrete nelle mani le redini del Direttorio federale (scriveva da Vienna Gaetano al Neuhaus, verso la fine del 1840) non abbiate nessuna paura delle Potenze, e non credete niente al coraggio che queste mostreranno contro di voi sulla carta. Il lavoro sordo e appropriato al genio di questi popoli ed alle circostanze presenti, che le Società segrete stanno qui adoperando, porterà un giorno i suoi frutti. Noi andiamo tagliando ad una ad una ed in silenzio tutte le radici della vecchia quercia Austriaca: essa cascherà sopra sé medesima; e tutto sarà finito. Intanto badate bene a questo che vi dico: Esiste tra il Principe Metternich e il Conte K un’ostilità che non si mostra mai, ma che va sempre minando. Se il Principe risolve una cosa, state pur certo che domani il Conte farà mutare la risoluzione, ora per mezzo di…. ora per mezzo di….. dei quali noi popolarizziamo, per quanto ci è possibile, le arie liberali e la voglietta di governare che li tormentano. Questi elementi di discordia sono per noi elementi di buon successo. Voi avrete ora due anni di potere dinnanzi a voi; servitevene nell’interesse dei principii, e per la salute dei popoli. Voi potete fare grandi cose; giacché i vecchi Ministri della vecchia Europa dormono ai piedi dei troni tarlati, e non sentono lo scricchiolare della loro caduta. Non ispaventateli troppo con passi precipitati: andate piano, senza badare né alle loro proteste,né alle loro note intimidatrici. Essi cercheranno di spaventarle vi; ma sono essi quelli che tremano di paura…. Prudenza e misura. Noi abbiamo tra noi delle teste calde che non capiscono questo linguaggio: essi vogliono rompere tutto, per arrivare più presto; e questo è il vero modo di non arrivare mai. Io vedo di qui il movimento degli spiriti. La gente è calma e non cerca che di divertirsi. Se noi non turbiamo questa loro beata sicurezza, noi li avvolgeremo un bel giorno nelle nostre reti e saranno tutti presi, quando non potranno più difendersi. I beni dei vostri Conventi sono immensi: è una bella cosa, un tesoro; ma bisogna sapersene servire. Avanti dunque, e soprattutto persuadetevi bene, che dopo tutte le note e contronote diplomatiche voi sarete lasciati liberi di fare come vorrete».

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«Apparisce dunque da questa lettera, conchiude la Civiltà Cattolica, che Gaetano era in Vienna al corrente di tutti gli affari diplomatici e sapeva, che le note e le contronote non sarebbero, come di fatto non furono, seguite dai fatti. Ed è ben naturale che i settarii e i rivoluzionarii, sì di Svizzera e sì di altri paesi, conoscendo che ad ogni modo ed infine dei conti sarebbero stati lasciati fare quello che volevano, approfittassero di questa notizia, facendo gli eroi ed i bravi a buon mercato, senza nessun rischio ed anzi col frutto d’apparire audaci, valorosi, prudenti, fortunati, quasi guidati da un astro, da una stella e da uno stellone, quando in realtà camminavano sicuri di sé e degli altri, senz’altra stella che l’altrui o spensierata ignavia, o complicità traditrice. Così infatti si sa ora, che procedettero anche le grandi vittorie da Novara a Roma, non che le precedenti dei repubblicani francesi del secolo scorso sul Reno (1), e poi in Belgio, in Piemonte ed in tutta l’Italia, dove le logge massoniche avevano già preparati prima i facili trionfi di quegli eroi da commedia, per non dire da galera. Ed è ben giusto, che ora se ne celebrino i centenarii dai loro discepoli, fedeli costellati anche loro di simili stelle nubilose».

Ma è da riprendere il filo della nostra narrazione.

L’anno 1848

«Dal 29 Gennaio al 10 Marzo 1848, in Napoli fu un tripudio non interrotto, scrive il citato Duca di Ventignano, feste, inni, acclamazioni, attruppamenti festivi, (secondo aveva insegnato Mazzini), rappresentazioni allusive ed allegoriche in tutti i teatri, il Re insomma divenuto a guisa di Pio IX, il padre, il benefattore, il Solone, il Tito, e che so io, delle rigenerate Sicilie. Il trionfo del comunismo parigino, larvato di repubblica, ruppe il guscio che l’occultava in Italia. In Napoli l’ottenuta Costituzione dava al popolo il diritto di parlare in tuono alto e comandare per mezzo degli attruppamenti, appunto siccome aveva voluto Mazzini.

«Il primo sperimento fu applicato, al solito, ai Gesuiti, nei quali, secondo che il maestro aveva insegnato, trovatasi personificata la clericale potenza.

«Il 10 Marzo fu la sanguigna aurora del terzo stadio delle nostre vicende: periodo di guerre, di sconvolgimenti e di anarchia. Mentre Roma, Firenze e Torino imponevano a’ loro Principi d’imitare il Re di Napoli, concedendo Statuti sul tamburo, gl’insorgenti

(1) È ormai cosa nota a tutti, che il Duca di Brunsvick generale in capo dell’esercito Àustroprussiano e degli emigrati francesi sul Reno, era frammassone e capo di frammassoni, per messo dei quali trattava cogli assassini di Luigi XVI, mentre teneva a bada nelle file del suo esercito i più fidi servitori di quell’infelicissimo Monarca.

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di Parigi e di Vienna, preceduti da quelli di Palermo e dagli altri di Milano, complicavano in modo inestricabile le condizioni politiche di Europa tutta, ed in specie d’Italia e di Germania, ridestando in questi due paesi quel sentimento di nazionalità, che in essi più che altrove, erasi compresso dagli ultimi accordi fra le grandi Potenze».

Intanto le tendenze e il movimento dei popoli e dei Governi della Penisola erano quei medesimi, che i demagoghi vi imprimevano per mezzo delle Società segrete, ed erano diverse ed anche contrarie fra di loro, a seconda dell’indole e della disposizione naturale di ciascun popolo. Così il sentimento di nazionalità, molla principalissima usata dalla setta per disgregare e poi ricomporre secondo i suoi intendimenti i popoli e i governi, si sviluppava presso ciascun popolo, prendendolo dal lato più suscettibile. Lombardia insorgeva per riunirsi, Sicilia per separarsi dalla comune madre italiana; combattevano ambedue per iscuotere da sé il legittimo governo, ma ciascuna con opposto fine. Il Lombardo-Veneto [sentiva di non poter durare senza l’aiuto degli Stati vicini; Sicilia, se non col segregarsene affatto; i popoli del centro d’Italia più vicini all’incendio venivano riscaldati ancor essi, gli uni per pietà, gli altri quasi a dire per contagio, e tutta Italia era in un indicibile fermento. Il che precipitò incredibilmente le cose, non avendo potuto i gerofanti dell’alta setta frenare le plebi scatenate, le quali violarono allora i due precetti essenziali dati da Mazzini, quando insegnava: date un passo alla volta; se vorrete prendere il volo verso la fine correrete gravi pericoli…. non lasciate veder mai che il solo primo passo da spingere.

Le inattese esplosioni di Parigi e di Vienna, gl’insorgimenti di Palermo e di Milano, la espulsione di De Sauget dall’una e di Radetzky dall’altra città, i controcolpi di Francia, di Germania, di Svizzera e di Ungheria, fecero credere ai demagoghi essere venuto il tempo di gettar via la maschera, e d’innalzare senz’altro la propria bandiera, quasi fosser certi di correre a sicura vittoria. Laonde un crescente tempestare di giornali e di libelli precursori del meditato rivolgimento, informati tutti ad una istessa idea; gli agitatori avendo interesse a far monopolio della stampa, perché apparisse una sola la opinione pubblica, quella cioè voluta ad ogni costo da essi. Quindi il progressivo sistema di attruppamenti minacciosi ed esigenti; quindi un dar di scure alle radici di ogni autorità e d’ogni riputazione; quindi le Costituzioni violate non appena ottenute, e uno slargarle, interpretarle, falsarle sempre in onta dei Principi che le concedettero, e a danno dell’ordine pubblico. Ciò per verità era tanto più naturale,

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quanto è più vero che i rivoluzionarii frammassoni in loro coscienza non ebbero mai alcuna fede né nelle riforme, né negli statuti, né nei loro progressivi svolgimenti, né nell’istessa repubblica: loro ultima parola ed ultimo intendimento essendo la decomposizione totale della società, per prima saccheggiarla, e ricomporla poscia senza Dio.

Ma ostacolo gravissimo al compimento dei loro disegni erano gli eserciti, da Mazzini designati quale molla di despotismo; bisognava o guadagnarli o distruggerli: e la guerra di Lombardia ne offriva occasione opportuna. Le disfatte di Vicenza e di Novara distrussero infatti l’esercito di Carlo Alberto e degli ausiliari italiani, ed allora il torrente rivoluzionario non ebbe più freno, travolgendo nei suoi gorghi i quattro maggiori Stati italiani, che non si riebbero se non colla ristaurazione del Governo della Santa Sede, e colla vittoria dei Regii in Sicilia, e degli Austriaci in Lombardia e in Venezia. Or chi non vede in questi fatti l’opera della Frammassoneria?

Circa però l’azione particolare delle Società segrete contro il Regno delle Due Sicilie, il Montanelli ci fa qualche rivelazione di più, che giova raccogliere.

«Quando le sètte erano in fiore nello Stato napolitano, dice egli, due di esse sovrastavano alle altre, l’una dei Carbonari, l’altra della Giovane Italia. Il fine di questa intendeva a repubblica unitaria italiana: in essa si iniziarono all’idea nazionale alcuni degli uomini che più figurarono nella rivoluzione del 1848, fra gli altri Giuseppe Massari, fatto nel 1838 corriere della setta, dal costui capo e fondatore Benedetto Mussolino, studente del Pizzo di Calabria (1)» – Da corriere della setta il Massari divenne in seguito Deputato ministerialissimo nella Camera di Torino, cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro, direttore della Gazzetta Ufficiale piemontese. Tale era la gratitudine di costui verso il Governo dei Borboni, conciossiachè i primi mezzi per la sua educazione letteraria gli vennero appunto da loro, servendo il padre di lui, Marino Massari, quegli Augusti Principi, in qualità d’Ispettore architetto nell’Amministrazione di ponti e strade, con vistoso onorario.

Intanto le riforme che i capi del movimento, cosiddetto italiano, reclamavano ad alte grida, mascheravano il fine occulto della massoneria, di trasformare cioè i Parlamenti dei varii Stati d’Italia in assemblee costituenti da proclamarvi la decadenza dei Principi

(1) Giuseppe Montanelli, Memoria sull’Italia dal 1814 al 1850. – Torino 1853 vol. I. cap. XVI. Il riformismo a Napoli, pag. 122.

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legittimi che avevano concesse quelle Costituzioni. Nella Camera di Torino se ne avevano aperte confessioni, tra le quali le seguenti:

«Fin dalle prime sedute del Parlamento di Napoli del 1848 s’intendeva detronizzare Re Ferdinando II, il quale, comunque poi vincitore, non faceva arrestare nessuno dei Deputati suoi nemici, anzi generosamente li tutelava (1)».

Ma poiché colla vaga parola di riforme intendevasi dai faziosi coprire il loro intendimento più prossimo, vale a dire la unificazione italiana, immaginata per isconvolgere la Penisola a loro profitto, e per istrapparla alla fede religiosa e politica dei suoi padri, giova arrecare qui un Documento che, sebbene di non recente data, con savio accorgimento dichiara le ragioni istoriche e politiche della incompatibilità di tale unificazione; mentre con franca parola espone gli abusi e i difetti esistenti nei Governi Italiani, a far cessare i quali si richiedevano bensì riforme e provvedimenti, ma in senso ben diverso da quello vagheggiato dai settarii.

(1) Tornate dei 25 novembre e 15 decembre 1882, e lettera del deputato Ricciardi del 23 settembre del detto anno, pubblicata nel Diario genovese Il Movimento della stessa epoca; dei quali documenti avremo a dire più distesamente.

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VIII.

 

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