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PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA (settima parte)

Posted by on Gen 2, 2018

PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA (settima parte)

VIII.

Le riforme pretesto, non Ragione, della Rivoluzione.

Ecco dunque il documento ossia la Memoria presentata dal Duca di Modena Francesco IV al Congresso di Verona nell’ottobre 1822:

Memoria del Duca di Modena

«Se si considera lo stato precedente in cui si trovava Memoria dell’Italia prima della rivoluzione di Francia, il carattere e i costumi differenti dei differenti popoli d’Italia, se si considerano bene tutti i mezzi suindicati, di cui si è fatto uso per guastare l’Italia e prepararla alla rivoluzione, non è difficile il vedere che essa ebbe tutti i difetti principali che presto o tardi debbono cagionare rivoluzioni in Italia, se non vi si mette rimedio pronto ed efficace, e quali sarebbero i rimedii principali che bisognerebbe avere in vista per assicurare la felicita di questi popoli e ottenervi una durevole tranquillità. I principali difetti adunque possono ridursi ai seguenti:

  1. La mancanza di religione e l’avvilimento nel quale si evoluto gettarla, come la guerra costante che si è fatta ai suoi principii, alle sue prattiche e ai suoi ministri.
  2. La diminuzione del Clero e l’avvilimento nel quale si è voluto gettarlo, come la sua indipendenza dal Capo della Chiesa,che si è voluto introdurvi.
  3. L’annientamento della Nobiltà, privandola di tutte le sue prerogative, volendola impoverire, avvilire ed eguagliare alle classi inferiori.
  4. La limitazione dell’autorità paterna, di quell’autorità stabilita da Dio stesso, ed è voluta dalla natura.
  5. La suddivisione delle fortune per mezzo di leggi e concessioni fatali, che dissolvono le famiglie e tutti i loro beni, e tendonoa ridurre a poco a poco gl’individui egualmente infelici.
  6. La milizia troppo mercenaria, guasta nei principii, e indifferente a servire chicchessia, se la paga bene, ed a cambiare padrone se spera migliorare la sua sorte.
  7. La corruzione dei costumi voluta e stabilita come principio a meglio sradicare la religione, i buoni sentimenti, l’onore, e rendere gli uomini brutali, a fine di poter meglio servirsene come istrumenti nell’esecuzione di tutti i più perfidi disegni; poiché l’uomo che si lascia prendere la mano dalle passioni brutali, perde ogni energia, ogni capacità, diviene una specie di bestia o di macchina.
  8. La corruzione della dottrina e dei principii, ciò che si effettuò colla libertà della stampa, e con la grande premura di spargere cattivi libri, di allontanare i buoni, e di far sì che tutte le classi imparino a leggere e scrivere, ed abbiano qualche idea di studii per avere il mezzo di influenzarle.
  9. La buona educazione della gioventù impedita, e la cattiva facilitata, incoraggiata, ecc.

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  1. L’abolizione delle Corporazioni religiose e delle Corporazioni secolari, come quelle delle arti e mestieri, che distinguono le classi degli uomini, le tengono in una necessaria e salutare disciplina, e che servono ad occuparli.
  2. La pericolosa e viziosa moltiplicazione degli impiegati, eil male che ciascuno possa aspirare a qualunque carica, senza differenza di stato e di condizione.
  3. I troppi riguardi e la considerazione che si da, senza distinzione di merito, ad ogni uomo letterato, e la soverchia moltiplicazione di professori d’ogni sorta, il troppo potere e diritto che loro si concede, la troppo grande facilita stabilita ovunque per la gioventù di studiare, ciò che rende tanta gente infelice e scontenta; poiché non tutta trova ad occuparsi, e i soverchii studii che si sono fatti fare a ciascuno, fanno si che in fondo non imparino niente, e divengano presontuosi.

«E d’uopo qui aggiungere alcune altre cause di rivoluzioni, alle quali é necessario cercare di rimediare, e sono:

  1. L’ozio, che è molto amato in Italia e che bisogna vincerlo e combatterlo, giacché trascina a tutti i vizii ed è una grande sorgente di rivoluzioni.
  2. Il grande amalgamamene continuo con tanti forastieri che sono incessantemente in moto per tutta Italia, e che portano dappertutto la corruzione dei costumi, e guastano lo spirito nazionale e i buoni principii.

III. La soverchia lungaggine nell’amministrazione della giustizia,vuoi nei processi civili, vuoi nei criminali.

  1. La instabilità delle imposte, che è talvolta più sensibile e dispiace più della gravezza delle medesime.
  2. Certe imposte vessatorie nel modo di percezione, o che non sono ben proporzionate e divise; come ancora, allorché per uno squilibrio delle finanze si è obbligati a sopraccaricare il popolo di tasse.
  3. Le leggi che inceppano il libero commercio delle derrate,principalmente quelle di prima necessità, dei commestibili, ecc;giacché la mancanza o la penuria dei medesimi suscitano egualmente lagnanze e mormorazioni, come la loro troppa grande abbondanza che ne avvilisce il prezzo e avvezza troppo la plebe a una felicità, che, non potendo durare, la rende infelice, allorché finisce; invece che il libero commercio di quelle derrate la tiene sempre in certo equilibrio» (1).

Questo Documento degno della sapienza del Duca Francesco IV di Modena, racchiude in un sol quadro gli elementi della rivoluzione del 1848, la quale tolse occasione di sviluppare dalle riforme di Pio IX, ma non fu da esse cagionata, come da taluno si credette.

La storia del 1848 mostra ad evidenza che la rivoluziono era preparata da lunga mano, e se le riforme d’Italia e i Sovrani riformatori, acclamati nei primi giorni, vennero disprezzati

(1) Vedi storia documentata della Diplomazia europea in Italia dal 1814 al 1861 per Nicomede Bianchi. – Torino 1865, vol. 2 pag. 357.

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e precipitati poco dopo, non fu caso, ma calcolo lungamente maturato e apparecchiato dai settarii. I quali, adunati in consiglio col Mazzini, a fine di giudicare se dovessero approfittarsi delle concessioni di Pio IX, molti opinarono per il no, solo perché non sembrava loro abbastanza preparato il terreno colla perversione e la corruzione dei popoli e dei Governi italiani. Solo il timore di perdere quella apparentemente troppo buona occasione, fece risolvere i corifei della setta d’impadronirsi dell’entusiasmo, destatosi in quel momento, e di usufruttarlo a prò dei loro perversi disegni.

E appunto in quell’anno, convinti i faziosi di non potere altrimenti raggiungere il loro scopo, ad onta della opportunità delle circostanze, senza la spada di un Principe, che, postosi a capo del movimento Italiano, rendesse possibile il disfarsi della potenza Austriaca che tanto temevano, si rivolsero a lunsingare le tradizionali mire di casa Savoia, facendole balenare la speranza della Corona d’Italia; la quale lo stesso Mazzini, avvegnaché repubblicano, con sua lettera offriva al Re Carlo Alberto, nell’istesso modo che aveva fatto nel 1831 (1). E Gioberti si accordava su tale disegno, sebbene coi suoi scritti si fosse travagliato per fare adottare piuttosto il sistema federativo in Italia; il quale sistema, come meno difforme alla natura e alle tradizioni dei nostri popoli, meno ripugnava ai varii Stati. Il re Ferdinando II anzi nella sua saviezza aveva ideata e proposta fin dal 1833 una Lega federale dei varii Stati d’Italia per la libertà e la indipendenza della Penisola. Sagge idee trovansi esposte su tale proposito nei suoi dispacci diplomatici alla Corte di Roma, riportati testualmente nella citata Storia documentata della Diplomazia europea in Italia di Nicomede Bianchi (2).

Non la lega ma l’unità voluta dal governo piemontese

Quella Lega però non si voleva dal Governo piemontese, del che erasi accorto lo stesso Abate Rosmini inviato da Re Carlo Alberto per conchiuderla in Roma, quando rinunziava al suo man Contese?1″ dato: ciò non ostante il Governo stesso «se ne serviva di pretesto per ingannare il Re di Napoli, pretendendo da costui efficace aiuto in Lombardia, nell’atto stesso che gli toglieva la Sicilia (3)».

Codesta idea monarchica unitaria incominciava pertanto dopo il 1849 a diffondersi e ad acquistare partigiani e influenza. Coll’appoggio delle Società segrete che avevano preso per punto di leva il Governo subalpino, questo usurpava ed usufruttuava

(1) Times, 23 Gennaio 1861.- Corrispondenza dell’Italia settentrionale in ordine agli avvenimenti del 184849.

(2) Loc. cit. tom. Ili, pagg. 257 e 448.

(3) Parole testuali del deputato Ferrari al parlamento di Torino (tornate del 29 novembre 1862). – Vedi pare Pellegrino Rossi, ultimi scritti.

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a suo vantaggio la opinione di liberalissimo e di governo modello in Italia, servendosi della stampa, come artiglieria, la quale tutto giorno scaricava ogni maniera di calunnie contro i Governi vicini, principalmente contro l’Austriaco e il Napolitano. Intanto le male arti usate dall’ambizione sabauda e che procacciavano l’altrui rovina, riuscivano anche fatali all’istesso Piemonte, cui la Divina Giustizia apparecchiava fin dal primo momento un’era di debiti e di miserie, congiunte alle più inaudite vergogne. – Ma di ciò avremo a dire a suo luogo. Qui cade acconcio notare, che il partito dei cosiddetti unitarii dividevasi in due maggiori frazioni; la prima partiggiana della Monarchia Costituzionale sotto il Re Sardo, aveva a capo il famoso Cavour; la seconda era composta degli aspiranti ad una repubblica italiana con Mazzini alla testa. Or, suscitando costui imbarazzi e difficoltà al partito piemontese, Cavour non risparmiava mezzo per conciliarselo: favoriva le mene repubblicane a Genova e a Livorno, e, mercé gli sbarchi di Pisacane nella provincia di Salerno, e di Bentivegna in Sicilia, promuoveva agitazioni nell’invidiato Reame delle Due Sicilie, ricorrendo finalmente a Garibaldi, per averlo conciliatore tra le due frazioni suddette. Parleremo poi di proposito di questa fusione; intanto giova dire di altre arti impiegate da Cavour per raggiungere il suo intendimento, ora tanto più note, che gli apologisti di lui ne forniscono copiosi elementi (1).

Cavour vitupera i Sovrani d’Italia

Nello scopo sempre di vituperare gli altri Sovrani d’Italia e di eccitarne i popoli a rivoltura, il Conte di Cavour, come capo del ministero, si spinge a formulare la protesta diplomatica del marzo 1853, quando si apparecchiava la funesta guerra di Crimea. In essa, credendo di accrescere il malcontento contro l’Austria pei rigori adottati dopo i tentativi di ribellione in Lombardia del 13 febbraio di quel medesimo anno, condanna implicitamente, se non per ipocrisia, i futuri eccessi del suo partito, allorché sarebbe riuscito ad invadere le due Sicilie. Leggesi infatti tra le altre cose, in quella protesta: «Non mai l’interesse della sicurezza interna dello Stato poteva autorizzare l’uso di provvedimenti legali; non mai poteva dar facoltà all’Austria di attentare al diritto delle genti, di strappare una pagina dal proprio codice civile, di sconfessare le più solenni promesse, di misconoscere i diritti acquistati, di pratticare quei principii rivoluzionarii, che qualsiasi Governo regolare aveva il diritto di ammortire, essendo che essi minavano

(1) Vedi de la Rive; Recita, et souvenir de Cavour. Paris 1862. – De la Varenne: Lettres inédites de Cavour. Paria. 1862. – Nicomede Bianchi: Documenti editi ed inediti di Cavour. Torino 1863.
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le fondamenta di tutta quanta la civile società……….» (1)

Or confrontando le epoche del 1853 e del 1863, agevol cosa sarebbe lo sfolgorare con le parole istesse della surriferita protesta le crudeltà incredibili, le inaudite scelleratezze che nelle Due Sicilie commise a sangue freddo il Governo piemontese, senza che un suo ammiratore qualunque avesse a ripetere con orrore: «che il numero delle sentenze capitali nel Lombardo-Veneto, dopo la restaurazione degli imperiali succeduta alla insurrezione del 1848, ascendeva a 961 (2); laddove è a tutti noto che le fucilazioni eseguite barbaramente dai Piemontesi nel Napoletano oltrepassano le diecine di migliaia. Ed è da notare che codesto autore, apertamente ostile ai Governi legittimi, nel riportare la detta cifra delle sentenze capitali, che fa credere pronunziate nel Lombardo-Veneto, non ha la buona fede di dire se quelle sentenze fossero state poi eseguite. È noto però, che nelle statistiche penali tutt’altro è il numero delle sentenze pronunziate da quello delle eseguite; invece che le fucilazioni in massa e gli eccidii commessi dai Piemontesi è cosa che non ammette eccezioni, trovandosi con crudele cinismo affermate da atti ufficiali e solenni. Il contegno del Governo sardo intanto fin dal 1853 faceva impensierire la Diplomazia, e un Plenipotenziario accreditato presso quel Governo, ecco come narra le prattiche contemporanee, in un dispaccio del 26 di Ottobre di quell’anno.

Il Ministro austriaco esplora gli intendimenti del governo Napoleonico

«Il Ministro austriaco a Parigi, d’ordine del suo Governo, ha procurato di esaminare le intenzioni del gabinetto francese riguardo al Piemonte. Egli ha esposto le tendenze democratiche di questo paese, ed ha chiesto che cosa la Francia intenderebbe fare d’accordo colle altre Potenze per imporre un argine. Drouyn de Lhuys ha accettata la discussione; ma ha tacciato di esagerazione i ragguagli dati dal rappresentante dell’Austria; soggiungendo però esser decisa politica della Francia di assicurare al Piemonte una posizione indipendente; ma sorvegliare in pari tempo strettamente, affinché il Governo di Torino non oblii alcuno dei riguardi dovuti ai suoi vicini. Di queste prattiche, che per altro erano rimaste senza alcun decisivo risultamento, l’Inghilterra ha avuto notizia.

«Lord Clarendon ha chiesto sul proposito un rapporto a questo signor Hudson, il quale, amico di tutte le notabilità liberali di Torino, e di tutti i capi della emigrazione lombarda e delle Due Sicilie, ha risposto: che il sistema rappresentativo era qui appoggiato su basi di ordine e di moderazione, e che gli arresti, le espulsioni e i giudizii sull’ultimo complotto Mazziniano, fanno fede della buona volontà e della forza del Governo (3).

(1) Nicomede Bianchi – loc. cit.

(2) De la Varenne, loc. cit.

(3) Dispaccio del Regio Rappresentante napolitano a Torino, Cav. Canofari. -Vs di Nicomede Bianchi, loc cit, pag. 28.

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Quanto le apprezzazioni delle Potenze vicine fossero giuste non v’ha ora chi ne dubiti dopo i luttuosi fatti compiuti dal 1860 al 1870.

La guerra di Crimea e la rivoluzione italiana

Giungeva intanto il 1855, mentre compievasi la guerra di Crimea, rivoluzione i e seguendo i disegni di Cavour, il Re Vittorio Emanuele veniva fatto viaggiare in Francia e in Inghilterra, e i giornali della setta dicevano mirabilia di quel viaggio, e strombazzavano dappertutto la famosa apostrofe direttagli dalla Sfinge delle Tuilleries: «Que peut-on faire pour l’Italie?». E ciò avveniva in quel medesimo tempo in cui, ad acquistare importanza, e ad ingraziarsi le Grandi Potenze alleate nella guerra di Crimea, il Governo sabaudo già designato campione della Frammassoneria contro il Papa e contro i Governi cattolici d’Italia, veniva chiamato a spedire colà una divisione delle sue milizie, aumentando così il non tenue suo debito pubblico di altri 100 milioni. Che la guerra di Crimea poi a favore dei Turchi, avesse per le Potenze cristiane di Europa altro scopo da quello di sostenere gì’ interessi cristiani in Oriente, ben lo provarono e il Congresso di Parigi, e gli attacchi contro la S. Sede e il Regno di Napoli, come gli eccidii impuniti del Libano. Cesare Cantù stimmatizzava quella guerra con queste parole: «Nel 1854 è dato all’Europa l’osceno spettacolo della Cristianità parteggiante per i Turchi (barbari ed eterni nemici di ogni civiltà) coltro i Greci: e non solo è dato questo spettacolo dai Re, ma anche da quei che pretendonsi liberali e direttori della opinione. La più assurda delle guerre moderne è quella di Crimea, e non vi è oggidì chi non ne valuti le conseguenze (1).

Ciò che costasse allora quella fatalissima guerra ben si raccoglie da quanto il dottore Chenu nel 1865 pubblicava in un suo libro, frutto di 18 mesi di fatiche e studii continui. – Nei 22 mesi che durò quella guerra perirono 95,615 Francesi, 22,182 Inglesi, 2,294 Piemontesi, 35,000 Turchi, e 630,000 Russi; perirono in tutto 784,991 uomini per servire la rivoluzione. Questa sanguinosissima guerra, comprese le spese anche del Governo austriaco per tenersi in quella sua sconsigliata neutralità armata, costò più di sette miliardi. Ma dalla guerra di Crimea venne la intrusione del Conte di Cavour nel Congresso di Parigi nel 1856, che, col delirio della gioia, egli vedeva riunirsi per pratticarvi quegli intrighi, dei quali stupiranno i posteri, e noi ne sentiamo i miserandi effetti.

(1) Cantù. Risorgimento della Grecia, vol. 3. Nella collana di storie e memorie contemporanee.

fonte

eleaml.org

 

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