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PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA (terza parte)

Posted by on Dic 15, 2017

PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA (terza parte)

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Discorso del Sindaco di Roma, al Congresso degli scienziati del 1873

«De resto, il Congresso tenutosi a Roma nel 1873 dichiarava imodo solenne l’importanza e lo scopo di tali adunanze e la gratitudine che loro professa la rivoluzione trionfante. Il discorso del Sindaco di Roma, Luigi Pianciani, lo diceva apertamente, e noi lo rechiamo quale documento, togliendolo dagli Atti del medesimo Congresso.

Signori,

«Trovandomi al cospetto vostro in questa sala, o signori del Congresso scientifico, io aveva sentito il dovere di darvi il benvenuto; ma dopo le troppe lusinghiere parole pronunziate dal nostro presidente, io sento di più quello di farvi delle scuse: le scuse io vi faccio in nome della città di Roma, che ho l’onore di rappresentare. Roma avrebbe voluto ben altrimenti onorare coloro che qui

(1) La succitata Gazzetta chiama il Rènan l’eminente individualità del razionalismo moderno; ma un foglio razionalista francese, il Siécle, affibbiò al Rénan stesso per l’opera suddetta «mancanza di criterio ed oscurità di mente».

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rappresentano la scienza italiana; però le dubbiezze sull’epoca nella quale il Congresso si sarebbe aperto han fatto sì, che essa non abbia potuto fare quanto avrebbe desiderato; dirò di più, quanto avrebbe dovuto. Però un pensiero mi conforta; qualunque fosse stata la lieta accoglienza che noi avessimo potuto preparare, questa non avrebbe mai nulla aggiunto a quella profonda, immensa soddisfazione che ciascuno di voi deve sentire nell’animo suo trovandosi in Roma, nel Campidoglio; giacché voi, o signori, dovete riflettere che sedete oggi dove si chiuse la chiave di volta di quell’edifizio, del quale voi gettaste le prime fondamenta. Si, o signori, a me piace di riconoscerlo qui in Roma, nella città mia, grandissima parte del risorgimento italiano è dovuto a voi; giacché ha cominciato il nostro movimento col Congresso scientifico che ebbe luogo in Pisa nel 1839. Era appunto quell’epoca nella quale si diceva di noi essere l’Italia una terra di morti, e lo straniero, che non poteva fermarsi se non che all’apparenza, aveva in qualche modo ragione. L’Italia era ridotta un cimitero, gli uomini più patriottici diffidavano quasi dell’avvenire della patria, giacché i più operosi compiangevano i tempi che li avevano condannati a nulla poter operare. Ebbene, foste voi che suonaste la tromba in quel cimitero e provaste che gli Italiani non erano morti, ma erano vivi sepolti! Voi, facendo conoscere come vivesse la scienza in Italia, rivendicaste l’onore del nostro paese verso gli stranieri; voi, mostrando agli italiani come dovesse usarsi la vita, li svegliaste da quel torpore, nel quale le secolari male signorie li avevano addormentati. Gli Italiani impararono da voi che quei popoli, i quali, rispettando gli altrui diritti ed uniformandosi alle disposizioni delle leggi, non permettono che i proprii diritti siano conculcati, sono sempre i più forti, e contro qualunque autorità che, basandosi sull’arbitrio, abbia la violenza a sostegno. Gl’italiani impararono questo, e ben lo impararono. Al Congresso di Venezia del 1847 risposero le giornate di Milano del 48, e quell’eroico movimento che può chiamarsi la stupenda aurora del risorgimento italiano, nel 1848 49. Dopo quell’epoca, o signori, quando l’Italia ricadde sotto gli antichi padroni, quella scienza, che li aveva fatti tremare da principio, ebbe in loro così potenti nemici da non permettere neppure il parlarne. I Congressi si resero impossibili; e fu soltanto dopo che il Principe generoso, che noi abbiamo la fortuna di avere a capo della nazione, ebbe riscattato il paese dal giogo straniero, che la scienza poté ancora rivivere, e lo disse splendidamente il Congresso di Siena, del 1862, il cui primo dettato fu che il nuovo Congresso avrebbe dovuto riunirsi a Roma.

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«Questa coraggiosa risoluzione, sostenuta energicamente nel piccolo Congresso, che così potrebbe chiamarsi quello che ebbe luogo poco dopo a Firenze, fu la sanzione del sentimento popolare espresso colle fatidiche parole di un gran cittadino, nelle quali i destini della nazione venivano indissolubilmente congiunti a quelli di Roma. Quelle parole, che il popolo aveva ripetuto, e che la scienza avea consagrate, furono raccolte nell’animo generoso del Principe, che il riscatto d’Italia, incominciato a Palestro, compieva alle mura di Porta Pia. Per coseguenza, o signori, l’Italia a voi deve, e deve moltissimo; e sia permesso a chi ha l’onore di rappresentare la sua capitale di ringraziarvi in nome di tutti i suoi concittadini.

«Ed io tanto più ve ne ringrazio, in quanto che, riflettendo alle parole eloquentissime che il Ministro della pubblica Istruzione pronunciava poco anzi, ricordo che due grandezze ebbe Roma, dovute l’una alla forza, all’autorità l’altra; oggi una terza ne aspetta, che sia dovuta alla libertà. Ma questa grandezza dalla libertà non può certamente attuarsi senza il concorso della scienza.

«È la scienza che deve togliere gli ostacoli che si frappongono allo sviluppo della libertà: è la scienza che deve consolidare le sue basi, ed assicurarne i risultamenti; senza di essa, la libertà perisce o degenera in anarchia; con essa si chiama progresso, verità, giustizia (Applausi).

«Intanto voi, o signori, che avete saputo vincere gli ostacoli a cui io accennava nel principio del mio discorso, quando tutti i governi temevano di voi, quantunque in apparenza vi festeggiassero, (dacché io ben ricordo di aver visto cacciar dai poliziotti gli scienziati festeggiati poc’anzi al Congresso di Venezia), (1) voi oggi, invece, siete qui amorevolmente accolti dal governo italiano, che si applaude dell’opera vostra, perché da voi spera un sussidio a meglio governare il paese.

«Questa immensa differenza tra il passato ed il presente valga

(1) II Governo austriaco si avvide tardi di quel che si trattava in realtà nei Congressi degli scienziati, e fece condurre al confine dalla sua gendarmeria più d’uno di quei pretesi sapienti. Il famoso Luciano Bonaparte, più noto sotto il titolo di Principe di Canino, nel congedarsi dai suoi colleghi, esclamava queste testuali parole: Abbiamo fatto la novena, a quest’altro anno la festa!» e gli avvenimenti del 1848 ne giustificavano la predizione. L’istesso agitatore, giunto al confine, nel ringraziare il capo della pubblica forza, che gli aveva tenuto buona compagnia in quell’involontario viaggio, trasse dal portafogli una coccarda tricolore, gliela porse, dicendo: «la conservasse per l’anno venturo, e gli renderebbe buon servigio».

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sempre meglio ad animarvi per coadiuvare nell’avvenire allo sviluppo delle nostre istituzioni.

«La scienza riunita, direi quasi un fiume potente, ha superato gli ostacoli. E oggi si trova dinanzi ad una larga pianura che deve fertilizzare, sia procedendo unita come in passato; sia dividendosi in ruscelli, a moltiplicare la sua azione fecondatrice, di che tanto è inteso il bisogno. La scelta è a voi, e nella vostra sapienza io confido; ma qualunque sia quello che voi vorrete fare, io son certo che, grazie all’opera nostra, noi sorgeremo e non saremo fra poco secondi a nessuno in questa che, secondo me, è la prima forza del mondo.

«Ciò spero, e ringraziandovi intanto per quanto vorrete fare qui fra le nostre mura in vantaggio del paese comune, permettetemi di assicurarvi, che mai cesserà nella mente dei Romani la riconoscenza per l’onore che avete voluto accordarci, inaugurando qui FXI Congresso».

Il Conte della Mar-gherita e i Congressi

Lasciamo da parte in qual modo il Sindaco, Luigi Pianciani, tesoriere della frammassoneria italiana, e garibaldino emerito, rappresenti la città di Roma e il suo popolo cattolico; lasciamo ancora la riconoscenza, che nessuno dei veri Romani sente di certo per codesti scienziati cospiratori, il discorso dell’antico rivoluzionario è una prova luculenta dello scopo e degli intendimenti dei Congressi degli scienziati italiani. Il celebre Conte Solaro della Margherita li conobbe fin da principio; e nel suo stupendo Memorandum consacrò loro una pagina, che vale per il più grave dei documenti, e la rechiamo testualmente:

«In quest’anno (1839) ebbe pure luogo il primo Congresso degli scienziati Italiani in Pisa, ivi incominciò a ordirsi la tela, le cui trame eran di lunga mano preparate: lo svolgerla si lasciava al tempo. Io avversai fin d’allora queste congreghe, tanto applaudite, poiché non me ne occultai lo scopo; ma tutti i Sovrani d’Italia, un dopo l’altro, ad eccezione di Gregorio XVI, furono colti all’amo. Carlo Luciano Bonaparte ne era il primo promotore; lavorava pel conto suo, né s’avvedeva altro non essere che lo strumento delle sètte. Sembrava un odio al progresso delle scienze e delle arti l’antivedimento di coloro che dicevano, scienze ed arti non essere che il pretesto apparente; il vero fine, la rivoluzione italiana. Di scienze e di arti si parlò in pubblico, ma in privato si vedevano i corifei delle varie fazioni liberali della Penisola per trattar d’affari di ben altra importanza. Si conobbero personalmente, s’affratellarono, strinsero amicizia, stabilirono corrispondenze, si confermarono le speranze,

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si prepararono a travagliar concordi per essere tutti uniti dalle Alpi al Faro pel gran giorno del sospirato risorgimento: Né tanto si celavano che fosse scusabile chi spensieratamente applaudiva a quelle congreghe stupende, e i Sovrani d’Italia tutti, eccettuato Gregorio XVI, le accolsero. O coeci Reges, qui rem non cernitis istam! era il caso d’esclamare dopo la lettura d’uno scritto che si stampò in Lugano sul Congresso di Pisa, che tutta ne svelava la tendenza. Io ben sapeva che inevitabilmente Torino avrebbe la stupenda ventura di vedere gli scienziati che il volgo, ignaro di tanto nome, chiamava comunemente gl’insensati; lo sapeva, pur non tacqui, come era mio dovere. Io non doveva supporre ciò che non era più un mistero, che già si soffiava con mille mantici il fuoco; ma le stesse cose si dicevano in Napoli al Re Ferdinando, in Firenze al Gran Duca. Ognun d’essi esser doveva il futuro campione d’Italia, e io lo ripeteva fermamente al Re; mi sorrideva, e mi tollerava. Credo che in questa circostanza si offuscò l’animo suo a mio riguardo, ma non indietreggiai: togliermi poteva l’ufficio, noi fece; farmi cambiare non mai, né lo tentò.

«Vaticinavano gli uomini più assennati le conseguenze onde sarebbero fertili quelle riunioni, e io confermava i detti loro, ma indarno, e non creduto, come non fu creduta dai Troiani la figlia di Priamo nel dì che precedeva il grande eccidio:

Tunc etiam fatis aperit Cassandra futuris

Ora, Dei iussu, non unquam credita Teucris.»

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IV.

Le Società Segrete.

Ci siamo fermati alquanto distesamente sui Congressi degli Scienziati, come quelli che furono una delle espressioni più gravi e solenni dell’azione settaria, sotto l’egida del governo piemontese; ma molti altri mezzi e scaltri e potenti impiegò quel governo a raggiungere l’ambito scopo dell’egemonia d’Italia, credendo potersi valere, a solo suo vantaggio, e come semplice istrumento, delle sètte segrete, alle quali perciò l’istesso Carlo Alberto non aveva esitato di ascriversi. Ma era invece il governo piemontese quello che le sètte avevano fatto istrumento del loro disegno anticristiano, servendosi d’un governo e d’un Re, tenuti in conto di sommamente cattolici, e che, come tali, godevano di tutto il favore della S. Sede, per distruggere la S. Sede istessa. Questo diciamo di Re Carlo Alberto e del suo governo, che per verità, finché ebbe a Ministri i della Margherita, i della Torre, i Brignole Sale ed altri simiglianti personaggi, merito la buona fama di che godeva; ma, ad onta loro, v’era il Villamarina, fido sorvegliatore della frammassoneria, che mai riuscirono quegli uomini devoti alla Monarchia a distaccare dal fianco del Monarca, finché questi non fu condotto a Novara, e da Novara ad Oporto, per finire i suoi giorni in terra straniera.

Villamarina era l’anello che legava la dinastia sabauda alla rivoluzione, la quale, portandola in trionfo, anche in mezzo a sconfitte, l’ebbe quinci innanzi per sua serva, finché, sotto le ali dello astuto Cavour, si fu data anima e corpo in balia di chi aveva a supremo scopo il rovesciamento d’ogni trono, la distruzione d’ogni culto. E così per una strana fatalità, che altri chiamerebbe caso, mentre Carlo Alberto si faceva settario, per avere il trono, ne scavava con le sue mani le fondamenta, per perderlo egli stesso e lasciarlo barcollante ai suoi successori.

Gli apologisti della cospirazione piemontese, che altro non fu in sostanza la nuova invasione d’Italia, attribuiscono al famoso Conte Camillo Benso di Cavour il gran fatto dell’Unità italiana; giova però ricordare, che già molto prima di lui i gran mastri della Frammassoneria in generale, e dei Carbonari e della Giovane Italia in particolare, ad altro non miravano che alla distruzione dei varii Stati italiani, a fine di fonderli nello stampo di una Repubblica libera

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e indipendente da ogni legge cristiana; al quale scopo appunto tendevano le rivoluzioni che dal 1817 fino al 1843 si vennero a mano a mano producendo (1).

Codesti moti presero varie forme, secondo i luoghi e i governi contro i quali si facevano; finché all’epoca del 184647, divenuti europei, la rivoluzione, a meglio mascherarsi ed ingannare i semplici, spiegò il vessillo delle Nazionalità. Le aspirazioni nazionali facevano infatti grande sfoggio di sé nella guerra del 1848, e da quel momento la Nazionalità fu sempre il pretesto legalizzato d’ogni conflitto guerresco, come d’ogni insurrezione.

La Nazionalità nell’anarchia che ne seguì, chiamata èra novella, fu quindi la maschera d’ogni mena faziosa dei distruggitori dell’ordine morale e civile; la Nazionalità è il grido della rivoluzione universale contro Dio e contro il suo Cristo. Ma di tale cospirazione inaudita è d’uopo ricercare le cause, né ci è possibile di farlo senza dire qualche cosa delle sètte segrete.

Le società segrete, checché ne dicano coloro che le conoscono troppo per occultarne il vero scopo, e coloro che le conoscono poco, perché non se ne occupano per amore di vita beata e tranquilla, sono la vera chiesa di Satanasso, contrapposta alla Chiesa di Dio: essa ha i suoi apostoli, i suoi martiri, i suoi santi, il suo culto, i suoi riti, i suoi Ordini religiosi.

Per l’appunto così: mi servo di questi nomi venerandi, e chiedo venia al cristiano lettore; ma non saprei altrimenti esprimere il mio pensiero. Come la Chiesa di Dio ha varii Ordini religiosi, secondo l’indole, il genio, la capacità, la vocazione degli individui; così egualmente la chiesa di Satanasso ha la Frammassoneria, il Carbonarismo, la Giovane Italia, la Giovane Europa, il Socialismo, il Nichilismo, l’Internazionalismo, e cento altre, che sarebbe di tedio il noverare, e inutile per il nostro scopo. L’importante per noi è di sapere, come è provato da cento documenti, e dai recenti lavori della Civiltà Cattolica e di altri autorevoli scrittori contemporanei, che dalla Frammassoneria sorse il Carbonarismo e dal Carbonarismo la Giovane Italia, immediata fattrice della presente rivoluzione italiana (2).

(1) Vedi le Memorie di Mariotti sui Carbonari, e Iohn Murray: Memoirs of thèsecret societes of the South of Italy, London 1821.

(2) É inutile il dichiarare, ciò che il lettore intelligente di leggieri comprende,che noi non intendiamo fare un fascio di tutti indistintamente gli addetti alle logge massoniche: abbiamo detto che ve n’è per tutti i gusti e per tutte le indoli, e certamente pochi sono quelli che sono veramente ammessi a conoscere le segrete cose della setta diabolica; per essa anzi è cosa di supremo interesse che

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Noi, prima di procedere innanzi, a meglio comprendere le gravi cose che, coll’aiuto del Signore, avremo a narrare, diremo alquanto lungamente di questa setta, e prima del suo grande profeta e legislatore, Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini, avvocato genovese, fondava la cosìdetta Giovine Italia; ma in far ciò non ebbe il merito della invenzione, avendo copiato il disegno dei Carbonari; e mentre ne semplificava il rito di ammissione per gli adepti, ne conservava però gelosamente le massime sovversive e sanguinarie (1). Il primo articolo del suo catechismo infatti stabilisce: «La società è costituita per distruggere completamente tutti i Governi della Penisola, e per formarne un solo Stato sotto la forma repubblicana». Con ciò non si dichiara solamente la guerra ai Governi assoluti; ma molto più a quelli ordinati a forma costituzionale, dei quali, come si afferma all’articolo 2°, i vizii sono anche maggiori che nelle monarchie temperate. Verità preziosa sfuggita al famoso agitatore. Ma di ciò diremo in seguito.

Nato in Genova nell’anno 1805 da un padre repubblicano, Giuseppe Mazzini, ispiratosi sin dai suoi primi anni a’ sentimenti paterni ed all’entusiasmo folle de’ periodici libertini, non che alla cupa ira desolatrice disperata delle ultime lettere di Iacopo Ortis, addivenne il vero misantropo; la madre più volte temette pel suicidio del figlio. Strinse amicizia coi fratelli Ruffini, e con essi cominciò, giovane ancora, a cospirare. Ambizioso dominava quei pochi giovani che insieme coi Ruffini aveva con le sue seduzioni stretti alla sua amicizia, ed i primi suoi scritti, pubblicati nell’Indicatore Livornese, nel 1827, destarono fondato sospetto al Governo, talché fu necessario sopprimere quel giornale. Un suo compagno, di cognome Torre, gli propose di aggregarsi alla Carboneria, come egli vi era ascritto, e Mazzini vi diede il nome volentieri,

molti dabben uomini, ed anche personaggi importanti, ma non di molto senno, conoscano della setta il solo orpello. Il perché anche ai nostri giorni, in cui l’opera massonica è ormai al suo colmo, si osa dire e sostenere, che la setta è pur la più innocua cosa del mondo, e solo tendente allo svolgimento dello spirito e del ben sociale. Di fatti un personaggio cattolico, di un regno protestante dell’ultimo Nord, venuto in Roma con la sua Sovrana, qualche anno addietro, ci affermava che in quelle contrade non si sa concepire un uomo, di spirito e di talento, che non sia frammassone. Anche in Inghilterra, dove pure la setta ha forse Bua sede principale, ò pressoché generale tale opinione sul suo riguardo. Vediamo quindi pubblici frammassoni, dichiarati tali nelle pubbliche effemeridi, essere accreditati presso le più schiette Corti cattoliche, e ricevere, a preferenza di molti altri, le finezze della più scelta società di cattolicissimi paesi.

(1) Vedi l’opera inglese ltaly past and present. vol. II. pag. 18.

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iniziatovi da Raimondo Doria. Fondò quindi in Livorno una Vendita, cioè un’adunanza di Carbonari. Aveva amicizia già con Guerrazzi, e qui lo incontrò mentre scriveva L’Assedio di Firenze, e conobbe Tini e Montepulciano; deputato ad iniziare in secondo grado della Carboneria il maggior Cottin, si portò all’albergo del Lion rouge; ma, visto dalla polizia, e tradito dal medesimo iniziato, fu messo in carcere, e dal carcere passò all’esilio. Stando in Ginevra e trattenendosi nel circolo di lettura, che insieme era un clvib politico, fu invitato di recarsi al caffè della Fenice in Lione, dove si arruolavano i volontarii che dovevano scendere nel Piemonte: egli accorse, si arruolò; ma il Governo francese proibì la spedizione, la quale perciò non ebbe luogo.

Sul principio dell’anno 1832, in Marsiglia, unito ai suoi amici esuli, fondò la setta della Giovane Italia. Il suo motto e l’impronta del suo suggello era il seguente,-ora e sempre – Concorsero a questa setta tutti i Carbonari d’Italia; dopo un anno di vita già aveva stabiliti comitati in Genova, in Livorno, in Milano, in Toscana e nelle Romagne. La Giovane Italia aveva per suo organo un giornale che portava lo stesso titolo; formavano la classe letterata e manuale del periodico, Mazzini, la Cecilia, Ausiglio, G. B. Rufflni ed altri pochi. Si mettevano i fascicoli in barili di pietra pomice o nel centro di botti di pece, e si dirigevano ad un negoziante, al quale doveano presentarsi gli affiliati ed associati. Garibaldi, all’età di ventisei anni, tornando dall’Oriente, sbarcò a Marsiglia; e, mediante un certo Cavi, conobbe Mazzini, e fu affiliato alla setta col soprannome di Borel.

…………….segue

fonte

eleaml.org

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