Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Per finirla con la retorica di regime di Adolfo Morganti

Posted by on Mar 14, 2018

Per finirla con la retorica di regime di Adolfo Morganti

Perché in occasione del 150° il nazionalismo storiografico

continua ancor oggi a mentire.

 

Notoriamente la maniera migliore per mentire, ovvero più attendibile nell’apparenza, è quella di procedere per omissioni, ossia tramite una cosciente e sistematica rimozione da un quadro complesso di fattori di alcuni tra essi, in modo tale che il novero dei fattori superstiti, pur non essendo in sé falsi, dipingano un panorama d’insieme – per l’appunto – parziale, squilibrato e menzognero.

Questa è la sorte voluta della storiografia nazionalista che ovunque in Europa, tra XIX e XX secolo, all’interno di ogni singolo stato ha proceduto ad una rilettura “pedagogica” e strumentale della propria storia, al fine di giustificare in maniera necessitante l’avvento del proprio stato nazionale come l’Omega dello sviluppo storico della propria comunità storica e culturale, il punto più avanzato della lotta delle “immortali sorti, e progressive” contro le tenebre della tradizione socio-culturale precedente la quale, in modo singolarmente coincidente per tutti i nazionalismi europei occidentali del XIX secolo, assume il volto caricaturato del cattolicesimo in tutti i suoi aspetti, dalla struttura gerarchica della Chiesa alle più minute manifestazioni della pietà popolare, passando sulle ceneri delle molteplici realizzazioni sociali del cattolicesimo.

Non costituisce contraddizione al principio sopra esposto la storiografia italiana d’impronta risorgimentalista la quale, nelle sue arcinote tre articolazioni e mezzo (liberale, radical-mazziniana, social-comunista e, di scorta vassallatica di tutte e tre, catto-comunista) rispetto al risorgimento italiano continua ancor oggi a mentire per omissione in modo sistematico e scientifico, al fine di mantener in piedi, con una fatica francamente inane e crescente, il cadavere dell’immagine del processo di unificazione nazionale che alla fine del XIX secolo Edmondo De Amicis sintetizzò in quel breviario laico ed affatto retorico per i giovani italiani che è il libro Cuore.

La contemporanea ricorrenza del 150° della proclamazione nel 1861 del Regno d’Italia a guida piemontese consente inoltre ad un osservatore appena un poco avvertito di toccar con mano la crescente rigidità gridata di questo meccanismo di rimozione, che a dispetto delle sempre più evidenti crepe appare oramai costituire la cifra ideologica delle celebrazioni governative ufficiali di questa ricorrenza; laddove questa rigidità si spiega solamente con la paura del confronto e della libera discussione storiografica, così come accaduto nelle recenti celebrazioni garibaldine, esercitando una volta di più la più classica censura di scuola liberale.

Molteplici sono infatti i fronti, all’interno del dibattito ufficiale sul 150°, in cui l’omissione di aspetti essenziali dei fatti storici del tempo appaiono non dettati da mera ignoranza e/o disinformazione (che quantomeno dal 2000 in poi, anno in cui la celebre Mostra documentaria “Risorgimento: un tempo da riscrivere” ospitata all’interno del Meeting per l’Amicizia fra i Popoli dell’agosto di quell’anno gettò un poderoso sasso nello stagno del conformismo ideologico italiano giungendo fino al palcoscenico massmediale del telegiornale della sera, non è francamente più ammissibile nemmeno a livello giornalistico) ma dalla chiara volontà di rimuovere in senso psicanalitico assieme ai fatti omessi i conseguenti problemi essenziali che le modalità del processo di costruzione dello stato unitario italiano hanno lasciato aperti fino ad oggi, 150 anni dopo, e che già dal 1996 erano stati partitamente elencati nelle quattro cambiali che ancor oggi pesano sul bilancio storico e morale della nazione italiana: la questione meridionale, la questione settentrionale, la questione cattolica e la sintesi di queste tre, la questione nazionale1.

 

Fra le diverse prospettive con tal metodo rimosse ci occuperemo in questo contributo solamente di una: la cancellazione dell’orizzonte europeo dei fatti che dal 1796 (data dell’invasione giacobina della penisola italiana) al 1870 (presa quasi del tutto incruenta di Roma e termine “ufficiale” del processo risorgimentale) cambiarono la geografia politica dell’Italia. Non nel senso elementare ed arcinoto della conoscenza delle più immediate coincidenze che agevolarono i suddetti cambiamenti (la rivoluzione del 1789 in Francia caparra dell’invasione giacobina del 1796; i vari disordini europei scoppiati in programmata sintonia nell’anno 1848; la sconfitta francese a Sedan per la presa di Roma del 1870), bensì, più in profondità, l’ignoranza del contesto sovranazionale in cui i fatti italiani non solo si inquadrarono, ma vennero pensati, gestiti e supportati dall’esterno dei confini sia piemontesi che della penisola italiana; una più esatta valutazione del peso, all’interno di quei medesimi eventi, di forze di altri stati nazionali o di lobbies sovranazionali; la cornice ideologica comune a fatti che solo erroneamente oggi si comprimono all’interno dei confini degli attuali stati nazionali (come quello italiano), essendo in realtà parti di processi ben più vasti ed epocali, di portata appunto quantomeno continentale.

 

Riprendendo una felice definizione dello storico tedesco Ernst Nolte2, e seguendo una lunga tradizione critica cattolica in argomento, pensiamo sia pienamente lecito applicare il concetto di “guerra civile europea” al periodo in oggetto, avendo ben chiaro che ciò implica saldare in un’unica percezione di un progetto ideologico mirante ad una “rigenerazione dell’umanità” tutta la sequela degli eventi rivoluzionari, dalla fine del XVIII secolo a tutto il XIX secolo, alla loro naturale prosecuzione lungo il secolo XX, dalla 1° guerra mondiale al dilagare in Europa delle contrapposte ideologie nazionaliste e marxiste, fino ai tragici eventi della 2° guerra mondiale ed oltre.

Una parabola dell’utopia fattasi potere politico sempre più globale che si infrange, assieme alle illusioni della modernità stessa, alla fine del secolo appena conclusosi, ed in mezzo alle macerie della quale ancor oggi noi tutti camminiamo3.

 

Ciò implica sostenere che ogni ricostruzione degli eventi risorgimentali italiani che si limiti a riflettere sugli attori storici operanti nello spazio della penisola italiana, sia pur consentendo ogni tanto qualche sguardo sui movimenti di “alleati” al di là delle Alpi, sia strutturalmente viziata dall’illusione tutta ottocentesca dell’autosufficienza e spontaneità del processo di unificazione della Nazione italiana, per mezzo di una sua presupposta automaturazione politico-culturale: un italo- centrismo oggidì francamente farsesco. E per converso richiamare a tutti noi la coscienza che i fatti italiani si inscrivono, anche se con un peso ed una gravità tutta particolare in considerazione della funzione universale di Roma (di quella Roma dantesca «onde Cristo è romano»), all’interno di una lotta ideologica epocale e di estensione perlomeno continentale al di fuori della quale, semplicemente, questi stessi fatti non possono essere compresi soprattutto nei loro aspetti più massicciamente oscurati dalla storiografia che – fedelmente eguale a sé stessa – ha servito senza mutare troppi accenti l’autocoscienza di tutti i regimi che si sono susseguiti in Italia dopo il 1870, da quello liberale a quello fascista, da quello CLNista successivo al 1945 al neo-liberalismo contemporaneo, accomunati purtroppo da una medesima retorica sovrapposta alla concretezza storica del processo d’unificazione nazionale.

Pensiamo, con tutta evidenza ed in primo luogo, alla caparbia rimozione di quello che i popoli concreti dell’Italia delle Cento Città fecero di fronte alle successive ondate rivoluzionarie, ossia dell’Insorgenza popolare prima antigiacobina, successivamente antiliberale ed antipiemontese.

Il risorgimento italiano, lungi dal costituire quindi un “problema nazionale” autonomo, con una sua dinamica militare e politica autonoma ed una propria soluzione storica che – per quanto discutibile possa oggi esser ritenuta – avrebbe avuto il pregio, perlomeno, di esser un frutto originale del “genio” nazionale italiano, si rivela esser un caso particolare rinserrato in un quadro più ampio, con motivazioni ancor più ampie rispetto alle quali il mito dell’unità politica nazionale (nel nostro caso della nazione italiana), man mano che procedono gli studi e gli approfondimenti sui documenti, si rivela sempre più esser stata una “parola d’ordine”, propagandisticamente agitata con grande efficacia oltre tutto su una scala ben più ampia di quella nazionale italiana, per fini e scopi anch’essi del tutto superiori e trasversali ai confini di ogni singolo stato nazionale europeo.

Non per caso lo storico Denis Mack Smith4 in un motivato apice di orgoglio nazionale britannico – a dispetto della sua condivisa collocazione culturale fra le file della sinistra europea -, ha potuto definire il risorgimento italiano come un aspetto minore della politica estera ottocentesca del Regno Unito. Disse con ciò talmente bene la verità che uno storico italiano di regime come Rosario Romeo non gliela perdonò mai.

In parole più povere, i processi d’unificazione nazionale nell’Europa centro-occidentale sono stati generati e sorretti da un mito politico agitato da centrali e con scopi del tutto sovranazionali e – persino – palingenetici: prima di Lenin furono Saint-Just e i suoi discepoli mazziniani e liberali a cercare per mezzo della rivoluzione, che nel XIX secolo diviene “rivoluzione nazionale”, di raddrizzare “il legno storto dell’umanità” creando l’uomo nuovo, gli ”italiani” di Massimo d’Azeglio.

D’altronde, dicendo ciò non sosteniamo nulla di nuovo: semmai ci pregiamo coscientemente di riprendere voci ed analisi assolutamente coeve ai fatti in questione.

Se si riprende in mano, come primo passo, la lunga analisi critica che parallelamente al dipanarsi dei fatti in oggetto fornirono al pubblico europeo del tempo alcuni importanti periodici legati direttamente alla Santa Sede come La Civiltà Cattolica, assieme alla cospicua pattuglia dei filosofi e polemisti europei del XIX secolo definiti sovente da liberali, massoni e socialisti in modo spezzante “controrivoluzionari” o “reazionari”, si coglie immediatamente la percezione di questa sovranazionalità essenziale dei conflitti nazionali europei. De Maistre e De Bonald in Francia; Donoso Cortés in Spagna; Solaro della Margherita, Giacinto De Sivo, il p. Taparelli d’Azeglio nei vari Stati italiani del tempo, dipingono in modo sorprendentemente concorde un affresco in cui dietro alle parole d’ordine che accomunarono le diverse anime del fronte risorgimentalista (libertà ed unità della nazione, libera chiesa in libero stato, o Roma o morte etc.) appaiono con chiarezza fini ed attori ben diversi, altre parole d’ordine, nuovi protagonisti dalle ali ben più ampie.

Chi soprattutto all’interno del mondo cattolico si rivelasse ancor oggi, ed a dispetto dei possenti ammonimenti del regnante Pontefice Benedetto XVI, sempre troppo pronto a far proprie le superstizioni della modernità e nutrisse in sé il pregiudizio secondo cui questi “reazionari”, in quanto tali, non fossero in realtà che dei complottisti inguaribili e fuori dal tempo, rammenti che prendendo in mano i più importanti documenti dedicati ai temi dell’allora attualità da tutti i Pontefici regnanti in quel lungo XIX secolo, e particolarmente dai due Papi che maggiormente subirono la tempesta rivoluzionaria risorgimentale e le sue conseguenze immediatamente successive, Pio IX e Leone XIII, dal Sillabo e dall’Enciclica Quanta cura del primo alle Encicliche Inimica Vis ed Humanum Genus del secondo, trarrà importanti conferme attorno al fatto che la Santa Sede insistesse caparbiamente – quantomeno con le ragioni dell’attenta osservazione dal vivo di processi storici in sviluppo – a cogliere come essenziale l’orizzonte metastorico e sovranazionale del conflitto in atto, ben al di là della conclusione del processo unitario, e quindi non al fine di difendere un potere temporale5.

Proviamo quindi a sintetizzare, provvisoriamente e per comodità del lettore, una prima toponomastica degli schieramenti che, secondo la vulgata storiografica ancor oggi dominante nell’ufficialità, sullo scacchiere continentale europeo (ma non solo, visti gli importanti contatti con il continente nordamericano di taluni di questi attori) giocarono dal 1789 per tutto il XIX secolo un’impressionante partita spirituale, culturale e geopolitica.

E valutare quindi se e fino a che punto l’ampiezza di questo schieramento renda conto degli sviluppi concreti del processo di unificazione nazionale nella penisola italiana.

Infine, per mantenerci ligi agli intendimenti pedagogici che sorreggono le attuali celebrazioni ufficiali per il 150° della proclamazione del Regno d’Italia, non mancheremo di dividerli nelle due trincee affrontate dei buoni e dei cattivi.

I Buoni.

– In cima alla fila le potenze protestanti europee (maxime l’Inghilterra, ma nella seconda metà del secolo XIX con un ruolo crescente della Prussia, non ancora la cattiva militarista del XX secolo, ma – senza nel frattempo esser mutata in nulla – il faro benemerito della laicità, grazie al Kulturkampf ed a Bismarck).

– La Francia giacobina, comunarda e radicale.

– La dinastia dei Savoia dopo l’ascesa al trono del ramo cadetto dei Carignano, con Carlo Alberto.

– L’internazionale delle “società segrete”, termine che pudicamente tende a sostituire quello di “massoneria” e delle numerose associazioni cospirative e terroristiche create dal suo ceppo in tutti i paesi europei oggetto della guerra rivoluzionaria illuministico-liberale.

– Le minoranze protestanti nei paesi cattolici.

– Alcuni gentiluomini di ventura elevati poi a “padri della patria”, come Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. Oggettivamente migliori titoli a questa qualifica spetterebbero a Camillo Benso, conte di Cavour. Del tutto fuori graduatoria Vittorio Emanuele II, consegnato ai suoi amorazzi e alle sue bisbocce e messo a cavallo solamente in occasioni di gala.

– I volontari arruolatisi nelle milizie garibaldine.

I Cattivi.

– In ordine d’importanza e pericolosità la Chiesa cattolica.

– Gli Imperi sovranazionali a fondamento religioso, maxime se cattolico come l’Impero d’Austria, in quanto diretto erede del Sacro Romano Impero, nominalmente disciolto nel 1805 ma de facto sopravvivente nel suo stesso impianto multietnico, multireligioso e sovranazionale.

– Gli Stati della penisola italiana apertamente cattolici, maxime il Regno delle Due Sicilie e lo Stato della Chiesa.

– Le dinastie regie e nobiliari italiane, con l’unica eccezione, per l’appunto, dei Savoia-Carignano.

– I gesuiti, gli ordini monastici e predicatori ed in generale gli ordini religiosi cattolici.

– Le minoranze cattoliche nei paesi protestanti.

– Gli esponenti della cultura legittimista, controrivoluzionaria e “reazionaria” europea.

– I soldati che seguirono i loro legittimi governanti nell’esilio, i renitenti padani alla leva piemontese che preferirono arruolarsi nella Brigata Estense o direttamente nell’Esercito austriaco.

– I marinai veneti che sotto bandiera austriaca affondarono a Lissa la flotta dell’ammiraglio Persano, perfetta icona del traditore inetto e sanguinario carnefice di città inermi e ciònonostante celebrato fra i buoni costruttori dell’unità nazionale.

– I volontari che dopo il 1860 e fino al 1870 accorsero da tutto il mondo nell’esercito pontificio in difesa dello Stato della Chiesa, ed i volontari italiani ed europei che accanto alle popolazioni locali dettero vita a quel fenomeno di resistenza popolare antipiemontese ed antiliberale che fu il Brigantaggio nell’ex Regno delle Due Sicilie.

Vediamo se un tale schema, che ovviamente calato nelle singole realtà nazionali e regionali di norma deve essere articolato in modo più complesso, può aiutarci a comprendere meglio quanto accadde in Italia fra il 1796 e la fine del XIX secolo. Facciamo alcuni esempi.

La lotta ideologica contro il “trono”.

Dal punto di vista ideologico la stagione risorgimentale europea inizia con la grande rivoluzione del 1789 e la distruzione della monarchia francese e si chiude con il 1918, la fine del primo conflitto mondiale e il simultaneo crollo degli ultimi tre Imperi sovranazionali e ordinati su un fondamento sacrale: l’Austria, impero cattolico, la Russia, impero ortodosso e l’Impero Ottomano, islamico. Sulle loro ceneri inizia il tempo degli Stati nazionali legge a sé stessi, sacralizzati da miti di fondazione barocchi e ridicoli scimmiottati dalle religioni tradizionali, cristianesimo in primis.

Ora finalmente lo Stato è tutto, e si avvera la profezia del mondo nuovo così come sia Hegel che Karl Marx l’avevano preconizzata: la persona è abolita, e l’individuo (ente astratto ed irreale, per cui perfetto per costituire il mattone di ogni costruzione ideologica parimenti astratta) è nudo di fronte all’onnipotenza dello Stato. «Lo stato non è infatti tirannia di un uomo di una dinastia, è bensì tirannia impersonale di un ordinamento meccanico e burocratico; è tirannia collettiva, vera tirannia che non è mai del tutto possibile là dove lo stato si incarna ancora nella persona umana, là dove le prerogative dell’uomo, malgrado tutto, costituiscono ancora il vertice dell’ordinamento burocratico»6.

I rapporti fra Stati d’ora in poi accantonano lo jus publicum europaeum e si regolano su nuovi principi di bruta potenza, innescando una spirale crescente che esploderà con le due guerre mondiali.

Il Novecento rappresenta il tempo della realizzazione concreta della divinizzazione dello stato, finalmente in ciò laico, quindi autodivinificantesi. La sanguinosa stagione dei totalitarismi e dei genocidi del XX secolo ne è semplicemente il frutto necessitato7.

Che la predicazione illuminista antiassolutista ed anticattolica in nome della libertà e dei diritti dell’uomo si traducesse nell’invenzione giacobina della polizia del pensiero, nell’utilizzo sistematico della guerra d’aggressione come strumento per mantenere in vita governi rapaci e masse fanatizzate quanto affamate, nell’invenzione delle colonne infernali e nella programmazione del genocidio vandeano, nell’apologia del primo marchingegno studiato scientificamente – tramite regolare concorso pubblico, ça va sans dire – per ottimizzare i numeri ed i tempi del massacro da Monsieur Guillotin, tutto ciò illumina in maniera un po’ beffarda l’inizio di quella lunga fila di eterogenesi dei fini [Augusto Del Noce] cui la modernità ci ha ampiamente assuefatto. Per chi non frequenta le pagine delnociane, la cosa funziona così: a causa della totale astrattezza dalla realtà del mondo dei principi da cui l’illuminismo muove, esso e tutta la sua progenie intellettuale (liberalismo, radicalismo, socialismo, comunismo) si condanna a realizzare in proprio versioni sempre più perfezionate di quei guasti sociali che pretende di combattere nell’ancien régime.

In nome della libertà si erige in forme di totalitarismo inedite e feroci, in nome dell’eguaglianza crea nuove élites parasacerdotali, paranoidi e onnipotenti, in nome della fraternità si arroga il diritto sovrano di espellere i dissidenti dall’ombrello protettivo dei diritti dell’uomo, rendendoli semplice merce alla mercé dello stato, annullandoli, ostracizzandoli, sterminandoli. In ogni caso il risultato sul piano della simbologia politica fu pieno, e come una volta di più ha notato con acuta ironia Attilio Mordini8, «L’istituzione più effimera che l’Europa abbia mai visto, l’Impero di Napoleone, ha da segnare la fine di un Impero cattolico durato esattamente mille anni dalla sua fondazione».

L’ossessione per la Costituzione è, non a caso, uno dei dati più noti della dialettica politica europea ottocentesca. Tutti i movimenti di “sinistra” (dai liberali ai radicali) ebbero nella richiesta ai monarchi del tempo della concessione di una Costituzione un leit motiv di una concordanza sospetta, che di per sé smentisce tutti coloro che, assieme agli asini che volano, credano ancora alla spontaneità localistica dei movimenti nazionalisti nell’ottocento europeo.

Comune a tutti i movimenti liberali d’Europa era, per mezzo di questa ossessione costituzionale, la richiesta di un cambiamento radicale del principio reggente l’autorità: dall’autorità fondata su Dio e la tradizione a quella fondata sul Popolo. Ma già Augustin Cochin9 ci ha ben spiegato come il riferimento ossessivo al Popolo ed all’Autorità Popolare fosse in realtà uno strumento retorico utile a sovvertire il governo legittimo per sostituirsi a tappe forzate ad esso, in quanto per tutta la tradizione intellettuale che dal giacobinismo giunge fino al liberalismo ottocentesco, il popolo sono loro: una collaudata pratica nella manipolazione del consenso popolare e l’invenzione di un “popolo” in realtà inesistente sono gli strumenti con cui si penetrò all’interno dei governi usciti dal Congresso di Vienna, Vienna inclusa, ma anche nell’Italia del XIX secolo, per contagiarli con il virus liberal-massonico. Pio IX e il Re di Napoli, come ci conferma Carlo Alianello10 se ne accorsero, per cui sono inscritti a tutt’oggi nell’albo innominato del FODRA guareschiano (le “forze oscure della reazione in agguato”). I plebisciti ne furono solamente l’applicazione meccanica, ripetitiva e necessitata, e ci fanno ancor oggi ben capire come per i Costituzionali tutto conta, tranne la voce del popolo autentico. Perché il popolo sono loro. Il resto è plebaglia.

Da dove inizia l’onda che in nome dei Principi Costituzionali lotterà senza quartiere contro ogni governo poggiato su un’auctoritas legittimata dall’Alto? Nell’Inghilterra dell’assolutismo regio e della riduzione della religione cristiana ad anglicanesimo, ossia a proto-religione civile del cittadino obbediente, una sorta di sovrappiù idolatrico del potere politico. Da lì si allargherà in tutte quelle plaghe d’Europa che assieme alla protestantizzazione vedranno crescere in parallelo l’influenza politica della corona inglese e la rapina dei beni ecclesiali e comunitari: esemplare – per il ruolo che avrà dopo il 1848 – il caso della Prussia, stato che nasce nel 1525 dalla “secolarizzazione” (si trattò di un furto di stato bello e buono) dei beni del glorioso Ordine Cavalleresco di Santa Maria dei Teutonici per mezzo della conversione al protestantesimo – profondamente teologicamente meditata, senza dubbio – di colui che diverrà nel contempo il Duca di Prussia ed il proprietario di tutti i beni suddetti, Alberto di Hohenzollern (1490-1568). Anche Cavour ci provò11, ci riuscì in parte ma gli andò male la protestantizzazione forzata del giovane regno italiano, perché i popoli d’Italia rimasero cattolici malgrado tutto.

L’avidità dei monarchi protestanti e quella – peggiore – dei parlamenti democratici e liberali, l’odio verso il cattolicesimo ed ogni fondamento “superiore” dell’autorità regia, il delirio nazionalista secondo cui in un dato territorio europeo avrebbero dovuto vivere solamente i membri di un’etnia-cultura-religione, e gli altri fuori o fatti fuori; ecco i componenti che crearono l’odio per quei troni che non vollero bruciare il loro grano d’incenso ai nuovi idoli statolatrici. E che perciò preferirono morire con dignità, come fu il caso fra i primi del Ducato di Modena12 o fra gli ultimi dell’ultimo Imperatore d’Austria-Ungheria13; sempre meglio che far la fine dei Savoia.

La lotta religiosa contro la Chiesa.

Ma la lotta contro il Trono fu solo uno strumento per agevolare la vittoria finale contro il vero obiettivo: la Chiesa cattolica. Dall’elenco dei Buoni sopra citato ognuno può trarre l’elenco dei potentati che da secoli – almeno alcuni fra questi – avevano giurato di distruggere il Cattolicesimo. «L’unità d’Italia costituiva dunque, per i sovversivi d’allora, il pretesto migliore, l’occasione ottima per rovesciare l’autorità spirituale del Papa colpendone definitivamente il potere temporale»14. Anche dopo la spaccatura fra i due storici filoni della massoneria europea, quella teista inglese e quella atea e materialista francese, ciò che li accomunò entrambi (e li accomuna tutt’ora, se è per quello) è, sul piano operativo, l’odio inestinguibile non per un generico cristianesimo, ma proprio e solo per il cattolicesimo romano.

Così come i Savoia passarono dal novero dei cattivi (si ricordi il povero Carlo Felice, che le società segrete ribattezzarono con scarso senso del ridicolo Carlo Feroce) a quello dei buoni entrando in prima persona, ossia nella persona di Carlo Alberto, nelle buone grazie e nei percorsi iniziatici della massoneria, così a tutti i troni d’Europa fu offerta la possibilità di ripulirsi di fronte al tribunale delle magnifiche sorti, e progressive passando dalla parte giusta, ed ai monarchi più solerti fu anche regolarmente offerto un ruolo onorifico nella gerarchia massonica del loro paese: non ci si stupirà se quest’offerta venne generosamente accolta tra XVIII e XIX secolo dai sovrani protestanti svedesi, prussiani, inglesi, che ancor oggi si fregiano con motivato orgoglio della duplice primazia della confessione protestante nazionale e della massoneria locale.

Ma ci si stupirà un poco di più se si ricorda che fino al 1799 le logge massoniche filo francesi del Regno di Napoli avevano elevato la Regina, Maria Carolina dell’odiatissima famiglia d’Asburgo, a gran protettrice della massoneria napoletana; dopodiché successivamente all’invasione giacobina le medesime logge cercarono di distruggere la monarchia napoletana per erigervi qualsiasi cosa (repubblica giacobina o regno murattiano) che fosse comodo ed obbedisse ai disegni dell’invasore francese: per cui dopo il 1799 la Regina si arrabbiò e, muta ai consigli di moderazione del Cardinal Fabrizio Ruffo ma ben più attenta ai consigli concorrenti dell’ammiraglio protestante inglese Horace Nelson, si cavò lo sfizio di far impiccare un poco dei suoi antichi idolatranti poi traditori non sul territorio napoletano, ma su un legno della flotta inglese15.

A proposito: lo stringersi dell’unità politica dell’Italia in sé, ossia come superamento fisiologico della frammentazione della penisola, non fu mai un vero problema per alcuno: «Gli Asburgo non s’erano mai mostrati avversi all’unità d’Italia, ed auspicavano di buon grado la federazione dei principati della penisola, che permetteva di attuare il programma tracciato dal Metternich al congresso di Lubiana del 1821»16: strano che le caricature diffuse sui libro di scuola del principe di Metternich non rammentino questa sua illuminata apertura; semmai il problema vero fu (e tutt’oggi, se è per questo, permane) il fine del processo unitario, ovvero che immagine della società civile e dell’autorità politica si voleva erigere nelle terre italiche al termine del processo unitario.

Per scoprirlo basta guardare molto in basso: l’odio anticattolico, ed in particolare contro i monaci ed i frati predicatori e le tante realizzazioni concrete del cattolicesimo popolare in favore dei poveri, fu il dato ideologico che accomunò per 75 anni i giacobini della prima ondata del 1799, i filonapoleonidi, gli adepti di tutte le società segrete fra 1815 e 1848, le truppe garibaldine e anche quelle savoiarde, a partire dai suoi stessi generali fino a larga parte della truppa, fino ed oltre la conclusione del processo di conquista della penisola da parte dei piemontesi il 20 settembre 1870.

Perché in Italia il momento storico in cui divenne più palese la purezza ideologica del dominio dell’odio anticattolico fu dopo il 20 settembre 1870. Lo Stato della Chiesa distrutto, i volontari europei accorsi a migliaia per difendere il Papa derubati e deportati, Roma annessa, le foto false di Porta Pia già diffuse in tutt’Europa, Pio IX rinchiuso in un palazzo: annichilito quello che la retorica nazionalista savoiarda bollava come la serpe nel seno della nazione, lo stato del Papa, la lotta non contro uno stato, ma contro la realtà della Chiesa cattolica in Italia si fece ancor più aspra, ideologica e determinata.

Dobbiamo a Francesco Mario Agnoli, fra le altre cose, l’averci ricondotto all’attenzione gli incredibili fatti che dopo il 1870, chiusa la guerra dei gentiluomini alla Cialdini, segnarono l’ultima stagione bellica, quella dei Nathan, dei Depretis e dei Mancini che durò fin oltre al 188517 e spinse fior di governi protestanti europei, così come semisconosciute tribù di pellirosse degli USA del nord, ad offrire al Pontefice nuovi territori ospitali, per consentirgli di sfuggire alla barbara repressione piemontese18 e proseguire il Suo magistero oramai puramente e chiaramente spirituale, e proprio per questo maggiormente intollerabile. Fu quello il tempo in cui caddero le maschere sull’onda dell’entusiasmo della vittoria,e nel parlamento dell’Italia unita risuonarono gli austeri appelli di rigorosi deputati massoni che richiamavano le novelle Autorità costituite al proprio dovere: la distruzione della Chiesa cattolica in quanto gerarchia ed esperienza religiosa19.

Due archetipi umani a confronto: Giuseppe Mazzini e il Principe di Caserta.

Siccome diffidiamo profondamente di ogni ideologia e dottrina che non sappia incarnarsi, dal frutto della loro incarnazione cogliamo i loro risultati ben più profondamente ed oggettivamente che dalle pagine dei philosophes. È la funzione degli exempla, dei casi concreti e paradigmatici, necessari a far comprendere in che modo la teoria precipita nella realtà.

Di Giuseppe Mazzini tutto oramai è ben noto20. Il recentissimo film di Mario Martone, Noi credevamo, benché schierato a favore dell’immaginaria proto-rivoluzione socialista garibaldina, ce ne restituisce un’immagine ben più attendibile della retorica settaria otto-novecentesca. Un lucido e programmato maestro del terrore, fedele impiegato a libro paga della politica estera e delle logge britanniche, teorico del terrore che coi mezzi di allora (coltelli e bombe) avrebbe segnato di sangue la strada verso l’unità nazionale colpendo egualmente re, politici e semplici attivisti cattolici e successivamente socialisti fino alla prima guerra mondiale; un massone estremista ed insoddisfatto, fin dal 1848 e dalla repubblica romana sistematico inventore di pseudo-religioni civili, di farseschi riti politici, di sacralizzazioni cerimoniali di sacrifici di sangue che oggi, nel XXI secolo, abbiamo imparato a definire col proprio nome: terrorismo. Fuor di metafora fu un vile specializzato nel mandare ad uccidere e morire gli altri, perfetto esempio ottocentesco di grigiastra ed impiegatizia “banalità del male” à tete anglaise.

Nessuno invece ricorda oggi la storia, ben diversa, di Don Alfonso di Borbone delle Due Sicilie, Conte di Caserta (1841-1934), fratello dell’ultimo Re del Regno meridionale, Francesco II. Egli partecipò in prima fila, e giovanissimo, all’ultima difesa di Gaeta iniziata l’11 novembre 1860, distinguendosi per coraggio e determinazione al comando della Batteria della Cortina Addolorata21; dopo la resa di Gaeta il 13 febbraio 1861 e l’esilio della Famiglia Reale delle Due Sicilie, comprendendo appieno la natura epocale dell’affrontamento militare in atto, si arruolò volontario, come semplice soldato, laddove si era spostato il fronte, entrando a far parte degli Zuavi pontifici; agli ordini del generale Kantzler combatté a Mentana contro le truppe garibaldine, distinguendosi in prima linea. Pluridecorato al valore militare, dopo la resa incruenta di Roma del settembre 1870 subì anch’egli da prigioniero le angherie e le ruberie dei vincitori. Appena liberato si ritirò in Francia, ove fino alla sua morte continuò a promuovere i valori cristiani e la memoria del Regno delle Due Sicilie attraverso il Gran Magistero dei due maggiori Ordini Cavallereschi duosiciliani, l’Ordine di San Gennaro e il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio22.

Due stili di vita diversi, esplicativi della differenza che passò e passa fra i Cavalieri di Cristo e i comandanti delle schiere rivoluzionarie.

A volte ritornano: il mito garibaldino.

Fra i numerosi aspetti vecchi della recente discussione attorno al 150°, uno in particolare risulta particolarmente interessante, perché mette il dito sulla piaga delle contraddizioni che hanno diviso in due la sinistra italiana, sospesa tra acritica adesione alla mitologia liberale e recupero di una criticità che in Antonio Gramsci avrebbe un importante punto di riferimento: il ritorno del mito fine-ottocentesco della rivoluzione repubblicana interrotta.

Se non a livello di studi storici, una discreta serie di romanzi storici di grande diffusione, e persino Noi credevamo, il recente film di Mario Martone, hanno rilanciato l’idea di un risorgimento rivoluzionario e popolare, dalle esplicite venature proto-socialiste, che nella seconda metà del XIX secolo si sarebbe incarnato nelle Camicie Rosse di Giuseppe Garibaldi. Ingannati con tutta evidenza da sensazioni cromatiche forti, scrittori e cineasti riproducono 150 anni dopo un mito che certamente portò bene alla famiglia dell’esule di Caprera23, ma che ha il singolare difetto di essere del tutto falsa.

In realtà Giuseppe Garibaldi fu un “rivoluzionario di professione” al servizio della massoneria à tete anglaise, la quale si servì a tutto campo ed in più continenti sia delle sue discusse capacità militari (notevoli nella guerriglia, disastrose in campo aperto) che certamente del suo personaggio, al fine di distruggere dapprima l’antico ordine sociale e politico del Regno delle Due Sicilie e dopo, con risultati molto minori, lo Stato della Chiesa; nello stesso tempo utilizzandolo anche come camera di concentramento e compensazione delle spinte ideologiche più estreme e – nello stesso tempo – come polizia speciale incaricata della repressione dei moti contadini che prendessero sul serio le promesse tipo “la terra ai contadini” generosamente disseminate per favorire la sostituzione del paternalismo borbonico d’antico regime con l’efficienza capitalistica piemontese e mediatamente britannica.

La quale certamente non era ben disposta verso scivoloni socialisteggianti, come la cura di ferro milanese del generale Bava Beccaris avrebbe fatto capire al nascente proletariato dell’Italia unita non troppi anni dopo.

Se non altro questa ri-mistificazione ha dimostrato fino a che punto la sinistra italiana smentisca Bertold Brecht, e permanga alla costante e sfortunata ricerca di eroi.

Conclusione: perché non funziona.

Già a conclusione della Mostra di Rimini del 2000 avevamo elencato, in tutta semplicità, le questioni fondamentali che quel modo di forzare l’unificazione politica della penisola italiana aveva lasciato insolute 140 anni dopo.

Bene, passati altri 10 anni siamo costretti ad ammettere che nessun passo in avanti è stato fatto; anzi, potendo si è cercato di farne qualcuno indietro, intimorendo in primo luogo quegli ambienti cattolici che 10 anni fa si erano spinti troppo nella direzione della verità. Senza trovare a dire il vero troppa resistenza: come i tanti Don Abbondio sanno, chi non ha coraggio non se lo può dare.

E in secondo luogo operando uno dei peggiori casi di censura culturale dell’Europa postbellica ai danni di un semplice film, Li chiamarono… Briganti di Pasquale Squitieri, uscito nel 1999, rapidamente ritirato dalle sale e sottratto ad ogni forma di circolazione alternativa (home video, etc.) a causa di evidenti e clamorose pressioni dei “poteri forti” che, come nella Turchia di Kemal Ataturk, si investono del compito della tutela del buon nome delle istituzioni italiche. Una censura vergognosa e nettissima, ovviamente mai condannata da alcuno. Miracoli della tolleranza liberale, che ci ha fatto tornare ai tempi del samizdat sovietico, con copie pirata passate di mano in mano di un film forte e amaro, che trasuda la rabbia e la passione di un grande regista italiano24.

Nel settembre 2010 le celebrazioni per il 140° di Roma Capitale, dal novembre del medesimo anno le kermesse ufficiali ivi aprenti le ridondanti celebrazioni del 150° della proclamazione del Regno d’Italia, hanno dimostrato come, per non mettere in discussione i fondamenti ideologici che condussero ad unificare l’Italia contro le autonomie della penisola, sulle ceneri delle libertà concrete dei suoi popoli, avverso infine i fondamenti religiosi e gli stessi usi civici delle popolazioni d’Italia, si preferisca ancor oggi, un secolo e mezzo dopo, continuare a mentire omettendo sistematicamente la realtà di quei fatti, le reazioni di quelle popolazioni, i veri fini antireligiosi del movimento unitario dominante.

Questo è il motivo per cui, a dispetto dei denari sperperati e dell’accuratezza con cui si è cercato di censurare dal dibattito storiografico ufficiale ogni voce dissonante, già oggi ci accorgiamo che la retorica delle più alte cariche dello stato e il ritrito ripetersi delle verità di regime della pedagogia politica di fine ‘800 scivolano di dosso, senza lasciar tracce, all’ascoltatore che non abbia un utile personale dal fingere di prendervi parte, fingendo nel contempo di aderirvi finché il vento non muti.

Così come non funziona la scoperta strumentalizzazione politica con cui si vuol seriamente fare credere che un ritorno al reale nella comprensione e nell’insegnamento a tutti i livelli della nostra storia nazionale fra fine XVIII e inizio XX secolo… favorirebbe la Lega.

Andatelo a dire alle migliaia di cittadini del meridione d’Italia, dall’Abruzzo alla Sicilia, che oggi, dopo decenni, non sono più disposti a continuare ad essere svillaneggiati dalla retorica scopertamente razzista e coloniale coniata dei piemontesi del tempo e rimasta ancor oggi a pesare sull’economia, la società e l’onore (sì, una parola arcaica e quindi vera) di quelle genti.

Una volta di più l’Italia neoliberale e il suo Presidente postcomunista non si dichiarano disposti a fare quello che un laico di ferro come Pierluigi Battista gli ha consigliato per limitare i danni: imitare l’acume politico di Napoleone Bonaparte Imperatore, che seppe restituire ai Vandeani la libertà di culto (sia pure mentre nel contempo imprigionava Papa Pio VII per costringerlo a ridurre la Chiesa cattolica ad una vassalla protestantizzata della Francia imperial-giacobina) dopo quindici anni di lotte civili spaventose. Vadano dunque a Casalduni ad inginocchiarsi di fronte alla peggiore Marzabotto (ma non l’unica…) fatta dai soldati Piemontesi.

No, da noi no, non si può. Occorre che i Briganti rimangano ignoranti e fanatizzati, gli Zuavi dei mercenari venali e vili, che il Piemonte continui ad esser favoleggiato come stato avanzato e civile e gli altri stati italiani sviliti e demonizzati, è necessario che si spaccino le minoranze attossicate dai riti delle logge come il popolo italiano, si continui a tracciare e ritracciare il solco dogmatico fra il progresso e la reazione, i buoni e i cattivi, continuando a spargere la menzogna di un senso progressivo della storia che nella sua natura ideologica allucinatoria è stata la giustificazione sovrana di tutti i genocidi della modernità; è indispensabile che si rimpianga la non avvenuta protestantizzazione della Chiesa cattolica, si vituperi la sua pretesa, allora come oggi, di dire la Verità, e di proporre agli uomini la Via verso di essa; la sua pretesa di restare libera.

Occorre che nulla cambi nei nostri libri di testo, nei nostri film, nelle nostre TV e la neostoria orwelliana alla De Amicis continui ad appestare la nostra scuola dell’obbligo e le nostre università. E se i fatti contraddicono le loro recite pompose, tanto peggio per i fatti. Si cancellino, si vituperino, si censurino. Si critichi l’inaccuratezza delle note a piè di pagina degli studi storici scomodi per travestire di sussiego accademico la scelta di omettere all’infinito, potendo, tante verità storiche scomode, scomodissime. Ma alla fine tutto questo lavoro è inutile.

Signori, oramai è finita. Potete comprare con poco qualche intellettuale della cosiddetta “destra”, ma alla fine, terminati i cocktails e spente le luci delle feste, nell’Italia vera non vi crede più nessuno, e i concerti di trombone e ottobasso si concludono malinconicamente senza applausi.

La festa durata un secolo e mezzo si avvicina al termine. Per fortuna dell’Europa, per fortuna dell’Italia, per fortuna di tutti.

Adolfo Morganti

 

Note

 

  1. Vedi in tema, ed introduttivamente, il Catalogo della Mostra sulle Insorgenze antigiacobine in Italia inaugurata all’interno del Meeting per l’Amicizia fra i Popoli dell’agosto 1996 (bicentenario del loro esplodere): Autori Vari, Le immagini della memoria. L’utopia della libertà e la realtà dell’oppressione nelle insorgenze antigiacobine italiane, 2° edizione riveduta e corretta, Il Cerchio, Rimini 2003, pagg. 39 e segg.
  2. Di Ernst Nolte vedi, al riguardo, La guerra civile europea, 1917-1945, Firenze 2004; Esistenza storica. Fra inizio e fine della storia?, Firenze 2003; Storia dell’Europa 1848-1918, Milano 2003.
  3. Cfr. F. Cardini, La globalizzazione. Tra nuovo ordine e caos, Rimini 2005.
  4. Denis Mack Smith, oggi novantenne, ha concentrato la sua attenzione di storico sul risorgimento italiano sin dagli anni ’50. Fra le sue opere maggiormente significative in argomento non si possono dimenticare Storia d’Italia dal 1861 al 1969, Bari 1987 (2° edizione aggiornata al 1997, Bari 1998), Garibaldi. Una grande vita in breve, Milano 1993, Il Risorgimento Italiano, Bari 1999 e Cavour contro Garibaldi, Milano 1999.
  5. Cfr. Pio IX, Sillabo. Sommario dei principali errori dell’età nostra, a cura di G. Vannoni, Siena 1980; Leone XIII, Inimica Vis. La Chiesa cattolica contro la massoneria, a c. di F.M. Agnoli e A. Morganti, Rimini 2006.
  6. A. Mordini, Il Tempio del Cristianesimo. Per una retorica della storia, Rimini 2006, p. 124.
  7. Sul tema cfr. Autori Vari, Memorie di sangue, Genocidi del ‘900, Rimini 2003, ed Autori Vari, I genocidi culturali, “I Quaderni di Avallon” n°22/1990.
  8. A. Mordini, Il Tempio…, cit., p. 124.
  9. A. Cochin, Le società di pensiero e la rivoluzione francese. Meccanica del processo rivoluzionario, con un saggio introduttivo di A. Sciffo, Rimini 2008.
  10. Cfr. C. Alianello, La conquista del Sud, n. ed., Rimini 2010.
  11. Sul Conte di Cavour, oltre ai testi sopra già citati, vedi il recentissimo E. Fracassetti, Dossier Cavour, Rimini 2010.
  12. Cfr. E. Bianchini Braglia, In esilio con il Duca. La storia esemplare della Brigata estense, Rimini 2007.
  13. Cfr. M. Faverzani, Carlo I d’Asburgo, un Imperatore santo. Una biografia spirituale, Rimini 2005.
  14. A. Mordini, Il Tempio…, cit., p. 129.
  15. Cfr. F.M. Agnoli, 1799, la grande Insorgenza. Lazzari e Sanfedisti contro l’oppressione giacobina, Napoli 1999; D. Sacchinelli, Memorie storiche sulla vita del Cardinale Fabrizio Ruffo, Napoli 2004.
  16. A. Mordini, Il Tempio…, cit., p. 130.
  17. Sul tema vedi F.M. Agnoli, Scristianizzare l’Italia. Potere, Chiesa e Popolo, 1881-1885, Rimini 1996.
  18. Cfr. P. Poponessi, Mission. I Gesuiti fra gli indiani del West, Rimini 2010, part. pagg. 47 e segg.
  19. F.M. Agnoli, Scristianizzare l’Italia, cit., pagg. 71 e segg.
  20. Introduttivamente vedi F.M. Agnoli, Mazzini, Chieti 2007.
  21. Cfr. P. Raggi, La nona crociata. I volontari di Pio IX alla difesa di Roma 1860-1870 , Ravenna 2002, p. 76; sull’assedio di Gaeta vedi anche C. Alianello, La conquista del Sud, cit.
  22. Cfr. R, Saccarello, Il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, Viterbo 2008, pagg. 32-33.
  23. Cfr. G. Oneto, L’Iperitaliano. Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi, Rimini 2006; sull’ “avventura dei Mille” vedi anche d. G. Lentini, La bugia risorgimentale. Il Risorgimento italiano dalla parte degli sconfitti, Rimini 1999.
  24. Su questo film, gli interessati possono trovare alcuni estratti e un ampio dibattito in internet digitando, ad esempio, “Squitieri Briganti”.

 

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: