Alta Terra di Lavoro

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PER NON DIMENTICARE AFFINCHE’ IL LORO SACRIFICIO NON SIA VANO…..

Posted by on Giu 8, 2017

PER NON DIMENTICARE AFFINCHE’ IL LORO SACRIFICIO NON SIA VANO…..

 *L’autorevole rivista Civiltà Cattolica stimò fino al 1870 in un milione le vittime borboniche dell’invasore italiano, per noi sottostimate. La guerra di liberazione era ancora viva nel 1880, quando un bersagliere scrisse di combattere ancora il Brigantaggio politico nell’avellinese. L’archivio dello Stato Maggiore dell’E.I. in Roma conserva sotto il segreto militare oltre 150.000 verbali, ognuno descrive un eccidio di partigiani borbonici nella repressione postunitaria. Si hanno indiscrezioni sull’esistenza di altri due archivi di eccidi praticati dall’Artiglieria e dalla feroce legione ungherese.

John Dickie, nel saggio “Una parola in guerra: l’esercito italiano e il brigantaggio, 1860-1870”, insiste soprattutto sulla natura coloniale del rapporto imposto dal governo unitario alle province appena annesse.

PASQUALE STANISLAO MANCINI, intervento alla Camera, 1864: “Posso assicurare alla Camera che specialmente in alcune province, quasi non vi è famiglia, la quale non tremi dell’onnipotenza dell’autorità di polizia, dei suoi errori ed abusi. Sotto la fallace apparenza della persecuzione del brigantaggio si vuole avere in mano la facoltà di arrestare o mandare al domicilio coatto ogni specie di persone al Governo sospette.”

Costantino Nigra, filologo, segretario di D’Azeglio e poi di Cavour, ambasciatore in Francia, nel 1861 scrisse a Cavour: «Mi avete mandato tra i negri. Meglio, mille volte meglio i negri dell’America del Sud».

Anonimo del 1863 – Discorso a’ posteri sulle vicende del Regno di  Napoli e Sicilia:Diciotto briganti distrutti… altri  presi e fucilati… Tutto il Gargano nello stato di assedio… le masserie chiuse; fabbricate le porte, bruciate le pagliaia… la gente via per le campagne non  più che  con mezzo  pane in  tasca“. “E sì ne avvenne che, come a nembo di affamate locuste, ci vedemmo assaliti per veder consumato e perduto il prodotto delle  nostre fatighe; tanti nostri capitali accumulati, per processo di tempo, in fabbriche sontuose, in lavori di arte, in pubbliche istituzioni, in opifizi di varia sorte che davano costante lavoro al povero, e spandevano la pubblica ricchezza in tutte le parti del paese nostro”.

JORNAL DE DEBATS, novembre 1860: “Quelli che hanno chiamato i piemontesi e che hanno consegnato loro il Regno delle Due Sicilie sono un’impercettibile minoranza. I sintomi della reazione si vedono ovunque“.

HERCULE DE SAUCLIERES, 1863: “Gli scrittori italianissimi inventarono dunque i briganti, come avevano inventato i tiranni; ed oltraggiarono, con le loro menzogne, un popolo intero sollevato per la sua indipendenza, come avevano oltraggiato principi, re ed anche regine colle loro rozze e odiose calunnie. Inventarono la felicità di un popolo disceso all’ultimo gradino della miseria, come avevano inventato la sua servitù al tempo de’ sui legittimi sovrani.”

TEODORO SALZILLO, 1868: “Il progresso e la civiltà, nei tempi correnti, vengono interpretati diversamente da quello che si intendevano innanzi. Oggi, progresso e civiltà all’uso piemontese vuol dire: abbassamento della suprema autorità, della civiltà, della morale. Secondo la loro moda: la proprietà è furto; il diritto è tirannide; la religione è inceppamento; la pietà è delitto; il fucilare è bisogno; lo spoglio dei popoli è necessità. Chi è dunque cieco anche nella mente, da non vedere in questo civiltà ed in questo progresso l’abbruttimento della società?

HOLODMOR MERIDIONALE – Il francese Charles Garnier raccolse un buon numero di proclami emessi dai comandanti piemontesi durante la guerra al brigantaggio, ed affissi nei paesi.

Generale Galatieri, dal suo quartier generale di Teramo, giugno 1861: «Vengo a difendere l’umanità e il diritto di proprietà, e sterminare il brigantaggio. Chiunque ospiti un brigante sarà fucilato senza distinzione di sesso, età, condizione; le spie faranno la stessa fine. Chiunque, essendo interrogato, non collabori con la forza pubblica per scoprire le posizioni e i movimenti dei briganti, vedrà la sua casa saccheggiata e bruciata».

Proclama del maggiore Fumel, febbaio 1862: «… Coloro che diano asilo o qualsiasi altro mezzo di sussitenza ai briganti, o li vedano o sappiano dove han trovato rifugio e non informino le autorità civili e militari, saranno immediatamente fucilati. Tutti gli animali dovranno essere condotti nei depositi centrali con scorta adeguata. Tutte le capanne (usate dai pastori, ndr) dovranno essere bruciate. Le torri e le case di campagna disabitate dovranno essere scoperchiate, e le entrate murate nel termine di tre giorni; dopo lo spirare di tale termine, esse saranno bruciate senza fallo e gli animali privi di custodia appropriata saranno uccisi. E’ proibito portare pane o altro genere di provviste fuori dell’abitato del comune; i trasgressori saranno considerati complici dei briganti. La caccia viene temporaneamente proibita. Il sottoscritto non intende riconoscere, date le circostanze, più di due schieramenti: pro o contro i briganti! Pertanto classificherà tra i primi gli indifferenti e contro di loro adotterà misure energiche, perché in tempo di emergenza la neutralità è un crimine. I soldati sbandati che non si presentassero entro quattro giorni, saranno considerati briganti».

Il colonnello Fantoni, nel proclama emesso da Lucera il 9 febbraio 1862, nel primo articolo, vietava l’accesso, anche a piedi, a tredici foreste, fra cui quella del Gargano: «Ogni proprietario terriero, fattore o mezzadro sarà obbligato, subito dopo la pubblicazione di questo avviso, a ritirare da dette foreste tutti i lavoratori, pastori, pecorai, eccetera, e con loro le greggi; dette persone saranno obbligate a distruggere tutte le stalle e le capanne erette in questi luoghi. D’ora in avanti nessuno può portar fuori dai distretti circonvicini alcuna provvista per i contadini, e a questi ultimi non sarà permesso portare più cibo di quanto sia necessario per un singolo giorno ad ogni persona della loro famiglia. Coloro che non obbediranno a questo ordine, che entrerà in vigore due giorni dopo la pubblicazione, saranno, senza eccezione alcuna di tempo, di luogo e persona, considerati come briganti e come tali fucilati».

Prefetto De Ferrari, di Foggia e Capitanata, 1863: «… Tutti gli animali del territorio saranno immediatamente radunati in poche località a fine di essere meglio custoditi. Tutte le piccole fattorie saranno abbandonate, cibo e foraggio rimossi e gli edifici murati. Nessuno potrà andare nei campi senza autorizzazione scritta del sindaco e scorta sufficiente».

L’8 luglio, il prefetto Ferrari aggiunge un altro divieto: «I cavalli possono essere ferrati solo in pubblico e in officine autorizzate; nessun maniscalco o produttore di ferri e chiodi poteva allontanarsi dal proprio distretto senza un documento, che indicasse la via che avrebbe percorso, l’ora della partenza e l’ora del ritorno. Chiunque possedesse ferri e chiodi per la ferratura doveva farne denuncia alle autorità».

Il 29 aprile 1862 il deputato Giuseppe Ferrari disse alla Camera: «Non potete negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle provincie, degli uomini assolti dai giudici, che restano in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato… Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi».

Fu la rovina della sussistenza economica, la messa alla fame; decine i paesi incendiati, innumerevoli le atrocità, di cui per lo più è stata soppressa la memoria, che ricordano da vicino lo sterminio dei contadini in Ucraina, operato da Stalin e Kaganovich.

Di una atrocità si sa, perché ne discusse la Camera dei Comuni britannica: a Pontelandolfo in Molise, trenta donne che si erano rifugiate intorno alla croce eretta nella piazza del mercato, sperando di trovarvi scampo dagli oltraggi, furono tutte uccise a colpi di baionetta. Persino Napoleone III, che aveva dato il suo potente appoggio armato a Cavour per la conquista dell’Italia, il 21 luglio 1863 scriveva al suo generale Fleury: «Ho scritto a Torino le mie rimostranze; i dettagli di cui veniamo a conoscenza sono tali da alienare tutti gli onesti alla causa italiana. Non solo la miseria e l’anarchia sono al culmine, ma gli atti più indegni sono considerati normali espedienti: un generale di cui non ricordo il nome, avendo proibito ai contadini di portare scorte di cibo quando si recano al lavoro dei campi, ha decretato che siano fucilati tutti coloro che vengono trovati in possesso di un pezzo di pane. I Borbone non hanno mai fatto cose simili – Napoleone».

Il solo Nino Bixio eseguì oltre 700 condanne a morte senza processo. Da un giornale dell’epoca, L’Unione: «Bixio ammazza a rompicollo, all’impazzata… fa moschettare tutti i (soldati e ufficiali) prigionieri stranieri che gli capitano tra le unghie, e tira colpi di pistola a quei suoi ufficiali che osano far motto di disapprovazione». Esecuzioni per stroncare una possibile classe dirigente legittimista: purghe staliniane ante litteram.

Giovanni Visconti Venosta, milanese  ed autore di un resoconto delle Cinque giornate, in un viaggio al sud nell’estate del 1853 affermò: «Era penoso vedere quella plebaglia così priva di dignità e talora d’onestà. Quello sciame di pitocchi, di oziosi, che a ogni passo si aveva tra i piedi, uno spettacolo insoffribile, tristissimo».

Massimo D’Azeglio, primo ministro sabaudo nel 1860 scriveva : «Nel Sud solo Plebe Vaiuolosa … In tutti i modi, la fusione con i napoletani mi fa paura, è come mettersi a letto con un vaiuoloso». E’ uno dei tanti giudizi pesantissimi espressi a proposito dei partenopei, che a differenza dei siciliani, nel panorama italiano restarono per lui sempre “un’ulcera”.

“l’Opinione”, nel 1861, scrive: «La caccia agli impieghi che a Napoli si è fatta sotto la dittatura (di Garibaldi, ndr) probabilmente continuerà dopo l’inaugurazione del governo diretto da Vittorio Emanuele».

Un generale disse durante la lotta al brigantaggio per una risposta molto dura del governo piemontese per trattare il sud come “una colonia da far progredire a suon di calci e cannoni.

Salvatore Nicotera, deputato della Sinistra e ministro degli Interni (1891-92) nell’agosto del 1875 annotava l’odio dei deputati lombardi (“meno tre”) verso tutti i colleghi che appartenevano all’Italia meridionale.

Lettera di un anonimo bersagliere a Villari nella lotta al Brigantaggio, Per distruggere il brigantaggio noi abbiamo fatto scorrere il sangue a fiumi, ma ai rimedi radicali abbiamo poco pensato. In questa, come in molte altre cose, l’urgenza dei mezzi repressivi ci ha fatto mettere da parte i mezzi preventivi, i quali soli possono impedire la riproduzione di un male che certo non è spento e durerà un pezzo. In politica noi siamo stati buoni chirurghi e pessimi medici….

NITTI F.sco Saverio, 1906, con la fine del brigantaggio iniziò, nell’ultimo trentennio del secolo, una pagina triste del Sud che gli fece esclamare: O briganti o emigranti.

Il duca di Maddaloni , 1861 – «… tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per i dicasteri e per le pubbliche amministrazioni. Non v’é faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a disbrigarla. A’ mercanti di Piemonte dannosi le forniture piu’ lucrose: burocratici di Piemonte occupano quasi tutti i pubblici uffizi, gente spesso piu’ corrotta degli antichi burocratici napoletani. Anche a fabbricare le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napolitani. A facchini della dogana, a carcerieri, a birri vengono uomini dal Piemonte e donne piemontesi si prendono a nutrici dello spizio de’ trovatelli, quasi neppure il sangue di questo popolo piu’ fosse bello e salutevole. Questa é invasione non unione, non annessione!

Questo é voler sfruttare la nostra terra siccome terra di conquista. Il governo del Piemonte vuole trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Peru’ e nel Messico, come gli Inglesi nel Bengala. Bella unificazione é quella di una contrada cui si affoga in un mare di sangue, cui si crocifigge in un letto di miserie! E pure questi misfatti perpetrano gli uomini preposti oggi alla cosa pubblica: essi che spengono nei nostri popoli anche le dolci illusioni di libertà, che gli fan vedere come un reggimento costituzionale potesse divenire sinonimo di dispotismo; come all’ombra di un vessillo tricolore facilmente si violasse il domicilio, il segreto delle lettere e la libertà personale si potesse manomettere e sin le forme stesse della giustizia; e gli accusati tener prigionieri ed ingiudicati lunga pezza e mandare a morte senza neppur procedura di giudizio, per solo capriccio di un caporale o per sospetto e delazione di qualche scellerato».

Carmine Crocco, « Sappiate che per noi nessuno scrittore sprega inchiostro e carta, i nostri malanni, la nostra miseria, gli abusi, l’ingiustizia, che ci fanno, nessuno la scrive, mentre poi sono chiamati sommo scrittori, quelli che ci dispreggiano chiamandoci plebaglia, Miserabile, vermi, ed altri dispreggi che ci fanni comparire tanti schifosi animale …» Il pubblico cui idealmente si rivolge è fatto dai «misiri figli della miseria” che invita a essere cauti, a non cercare di cambiare condizione, a lasciare che i governi facciano quel che vogliono, a non mischiarsi con i signori se non vogliono andare incontro alla rovina».

sudindipendente.superweb.ws

 

 

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