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Però l’Italia è nata storta

Posted by on Feb 20, 2017

Però l’Italia è nata storta

Fare la guerra alla preponderanza cattolica nel mondo, per tutto, con tutti i mezzi. Questa la nostra politica avvenire. Noi vediamo che questo cattolicesimo è uno strumento di dissidio, di sventura e dobbiamo distruggerlo». A ricordare queste parole pronunciate nel luglio 1862 da Ferdinando Petrucelli della Gattina, fra gli applausi dei deputati del Parlamento italiano, è Francesco Mario Agnoli, presidente aggiunto della Corte di Cassazione, già componente del Consiglio superiore della magistratura, studioso delle insorgenze anti-giacobine in Italia e autore di saggi come Mazzini e Dossier brigantaggio.

La citazione si trova riproposta in termini analoghi, in quegli anni, nel “Bollettino del Grande Oriente” e nel giornale “Il diritto”, che era un organo semi-ufficiale di Depretis. Non si trattava certo di cose isolate.

Il papa re, odiato dai liberali, lo era anche dai suoi sudditi?

«Bisogna distinguere fra le varie zone. Nel nucleo dello Stato pontificio, Roma, il Lazio, l’Umbria e anche le Marche, la figura del papa re era largamente benvoluta e lo dimostra anche il fatto che Garibaldi, Mazzini e i Savoia cercarono sempre di suscitare delle sollevazioni popolari senza riuscirci. La situazione era diversa nelle Legazioni pontificie, come la Romagna; Bologna, ad esempio, aveva sempre aspirato all’indipendenza. In Romagna, poi, al tempo dell’invasione francese (1796-1799), gli abitanti si dimostrarono tra i più fedeli al papa e ai più attaccati alla religione cattolica, insorgendo più volte con le armi (basti ricordare le sollevazioni di Lugo e di Tavoleto). Dopo la Restaurazione la situazione invece cambiò e si ebbe una progressiva e intensa diffusione delle idee repubblicane prima e di quelle socialiste poi».

Come mai tante terre una volta pontificie le ritroviamo oggi nelle cosiddette “regioni rosse”?

«È vero, esiste una corrispondenza. Ma è interessante osservare come queste terre siano anche quelle in cui è sempre stata molto forte l’avversione per i governi liberali. Si passò da una una militanza di tipo cattolico a una militanza dapprima repubblicano-rivoluzionaria, poi “rossa”. Se si va fondo, ci si accorge di trovarsi di fronte a realtà anti-liberali che sono rimaste tali con una continuità rocciosa. Semplicemente, a un certo punto dell’800 le popolazioni romagnole hanno cambiato cavallo, sedotte dal socialismo, giudicato più deciso nell’opposizione alla borghesia liberale e al suo governo».

Risorgimento: parola luminosa. Ma quanto intrisa di violenza?

«Molto. Tanto che verrebbe voglia di attribuire non piccola parte di quella pretesa luminosità alle fiamme che per ordine del generale Enrico Cialdini distrussero, assieme a gran parte degli abitanti, i villaggi benevantani di Pontelandolfo e di Casalduni. La testimonianza più significativa è di un bersagliere valtellinese: “Entrammo nel paese. Subito abbiamo cominciato a fucilare preti e uomini, quanti capitava, indi i soldati saccheggiavano e infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da circa 4.500 persone… Quale desolazione! Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli, che la sorte era di morire chi abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case”. È vero; qualche giorno prima una banda di “briganti” nei pressi dei due paesi avevano attaccato e un reparto di quarantadue bersaglieri, ma, dopo tutto, i sabaudi erano entrati nel Regno delle Due Sicilie, uno Stato amico, senza alcuna giustificazione e senza nemmeno una dichiarazione di guerra. Del resto i militari sabaudi si sentivano impegnati in una guerra di tipo coloniale. Farini scrisse in una lettera a Cavour: “Questa è Africa! I beduini a riscontro di questi cafoni sono fior di virtù civile”. Comunque, la testimonianza migliore è dello stesso Giuseppe Garibaldi, che in una lettera del 1868 confessò: “Gli oltraggi subiti dalla popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”. Sulla violenza dei conquistatori s’incentra anche il giudizio di Antonio Gramsci: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi contadini poveri, che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”».

Ha ancora un senso un dibattito pubblico sul Risorgimento o si tratta di temi che è ormai ora di lasciare agli storici?

«Senza dubbio, purché lo si svolga in termini corretti. Ho letto su “Avvenire” l’opinione del professor Riccardi, il quale ritiene che sia più difficile, ma sicuramente più fruttuoso per capire l’Italia di oggi, affrontare una serie di buchi neri della nostra storia più recente: dal fascismo fino a Tangentopoli e oltre. Non sono del tutto d’accordo. Per correggere quello che è stato fatto male bisogna conoscere gli errori compiuti. E oggi gli errori del fascismo, quelli di Tangentopoli sono noti, anche al grande pubblico. Mentre gli errori del processo risorgimentale sono stati pervicacemente nascosti, ricoperti da una pesante retorica e da luoghi comuni storiografici. Prima di accantonarli, sarebbe bene almeno che venissero conosciuti».

Come sarebbe più opportuno ricordare i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia?

«Ritengo si debba capire perché questo Paese è nato male (anche per capire perché continua a vivere male) e che si debbano, quindi, evidenziare gli errori del processo unitario per cercare più efficacemente delle correzioni. Correzioni non agli errori in sé di centocinquant’anni fa, ovviamente, ma alle loro conseguenze attuali. Condivido la posizione espressa da Massimo Cacciari, secondo il quale non c’è da celebrare nulla, semmai ci sono da rivisitare molti dati storici. In tal caso l’anniversario sarà un’occasione utile, altrimenti, se si tratta semplicemente di riproporre il mito del Risorgimento, come purtroppo sembra chiedere il presidente Napolitano, le iniziative rischiano di essere uno spreco di soldi e, forse, anche una fonte di ulteriori divisioni».

Andrea Galli

 

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