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Pietro Fauché – Appendici II e III La Spedizione dei Mille

Posted by on Mag 26, 2017

Pietro Fauché – Appendici II e III La Spedizione dei Mille

RICERCA EFFETTUATA DAL Prof. Renato Rinaldi su :”Biblioteca storica del risorgimento Italiano da T. Casini e V. Fiorini: Ser. 1-8″ Univ.of Toronto Library Digitized by the Internet Archive in 2009 with funding from Ontario CounciI of University Libraries.”GIAMBATTISTA FAUCHÉ LA SPEDIZIONE DEI MILLE MEMORIE DOCUMENTATE A CURA PIETRO FÀUCHE’” Roma Milano 1903

 

APPENDICE II

Dal Movimento di Genova N. 260 del 17 settembre 1869:

« Montecatini 16 settembre 1869 Mio caro Barrili

La lettera del generale Garibaldi a te diretta e che, pubblicata nel Movimento sotto la data del 24 agosto, venne dai giornali di parte moderata acerbamente criticata specialmente per quelle osservazioni del generale, che vi si contenevano; che cioè il governo Piemontese, ossia il ministro Cavour, non aveva aiutato l’impresa di Sicilia se non dopo che vide andata bene la prima spedizione: che in ogni modo, non avendo il concetto della completa unità nazionale, si avrebbe voluto limitare gli effetti delle vittorie garibaldine alla sola Sicilia, facendone operar l’annessione prontamente alle antiche provincie, e non permettendo a Garibaldi di passare lo stretto di Messina: e che quando si vide non riuscito questo tentativo, si cercò di far insorgere Napoli in nome del Piemonte prima che vi potesse giungere il generale. Questi fatti si dissero non veri, ed anche l’on. deputato Giuseppe Finzi, nella sua lettera all’Opinione, sostiene lo stesso, ed aggiunge anzi che sarebbe stata ventura per l’Italia, se il pronunciamento delle truppe borboniche provocato dal duca di Mignano e l’insurrezione di Napoli avessero potuto aver luogo secondo gl’intendimenti e gli sforzi fatti da Cavour e dai suoi agenti. Ora a me pare invece che rapportandosi coi ricordi al maggio 1860, ed alle varie fasi che subì la liberazione dell’Italia meridionale e nelle condizioni in cui si è fatta, il generale abbia pienamente ragione, e sia molto ingiusto volergliela contrastare.

Che la prima spedizione non si potesse fare senza avere i battelli a vapore che trasportassero Garibaldi ed i suoi mille in Sicilia, e che questi battelli a vapore sieno stati forniti da tutt’altri che da Cavour o da suoi agenti, l’ho già detto e dimostrato, e sfido chiunque ad impugnarlo; che senza l’esito fortunato della prima spedizione, inutili sarebbero state le seconde e le terze, aiutate dagli amministratori del Fondo del milione di fucili e dalla Società nazionale, e ho detto pure, e chiunque lo comprende; che si abbia voluto annettere la Sicilia quando Garibaldi era ancora a Palermo, tutti lo sanno pure, e lo confessa lo stesso La Farina che venne appositamente per questo in Sicilia; che siasi tentato di arrestare Garibaldi allo Stretto, è cosa diplomaticamente accertata perchè il governo di Napoleone lo aveva proposto agli altri di Europa,e se non si mandò ad effetto fu per il riciso rifiuto dell’Inghilterra che non volle a niun costo che gli altri governi si intromettessero nella grande contesa che dibattevasi tra il Borbone ed i suoi sudditi capitanati da Garibaldi. Fin qua dunque le smentite, che si pretende dare alle asserzioni del generale, non hanno nulla che le giustifichi. Ed anzi al già detto si potrebbe aggiungere in ordine a questo fatto: che Garibaldi era cosi angustiato sulla fine di aprile da tutte le opposizioni e contrarietà che gli si facevano che, come tu già pubblicasti, al 29 di detto mese scriveva a Fauché per avere un passaggio da ritornarsene a Caprera; che non avendo sin allora creduto di poter disporre che del solo vapore il Piemonte ed abbisognandogliene assolutamente un altro, fece pratiche per averlo da un’altra compagnia genovese di navigazione, ma questa gli domandò nientemeno che lire 140 mila per un piccolo vapore, per cui esso, non avendo quella somma, si vedeva costretto a rinunziare alla spedizione, se il Fauché, venendo in suo aiuto, non gli avesse pure promesso gratis il vapore Lombardo: che le armi, munizioni ed oggetti di equipaggiamento che l’on.Finzi dice di essere stati dati per questa prima spedizione, non riuscirono ad essere imbarcati sul Piemonte e sul Lombardo, poiché, per circostanze che mai si spiegarono, i battelli che dovevano condurli al loro bordo la notte del 5 maggio, andarono vagando fuori del porto di Genova senza trovar la strada che li conducesse a Garibaldi, e quindi si mandarono poi in Sicilia sul vaporetto L’Utile che giunse quando Garibaldi era già a Palermo: che quando al 6 maggio si seppe la partenza dei Mille e si notò la mancanza dal porto del Piemonte e del Lombardo, fu una sorpresa per i cittadini, come per le autorità del porto di Genova: che i giornali di parte moderata dissero in quella circostanza che la spedizione di Garibaldi era allora inopportuna perchè si aveva ancor troppo a fare per compiere bene l’annessione al Piemonte della Toscana e dell’Italia centrale, da formarne il regno dell’Alta Italia, senza mettersi sulle braccia l’impresa dell’Italia meridionale: che la diplomazia non solo si fece a gridare che Garibaldi era un pirata, i suoi compagni dei filibustieri, ma gli stessi amministratori e creditori della Società Rubattino, che erano tutti banchieri direttori della Cassa Generale, della Banca di sconto, dipendenti e devoti al governo ed a Cavour, pretendevano dal Fauché che denunziasse al fisco, come atto di pirateria, la presa che aveva fatto Garibaldi dei due vapori, e perchè il Fauché sempre si ostinò a rifiutarsi ad un tale atto, venne dimesso dal suo impiego di direttore della Società: che finalmente, finché non si ebbe notizia dello sbarco a Marsala di Garibaldi e dei Mille, nulla si era fatto per preparare la seconda spedizione, e lo stesso Medici, che vedevo quasi tutti i giorni in casa di Bertani, dove eravamo a lavorare dal mattino a tarda notte per apprestare sussidi, si mostrava molto scoraggiato e pensieroso, e lamentava sempre che l’impresa di Garibaldi era così ardita che esso non sapeva presagirne bene.

Questa era l’atmosfera in cui si viveva a quell’epoca, e come valga a stabilire i pretesi aiuti governativi, ognuno il può di leggieri riconoscere.

Il La Farina, che io stesso ricordo sempre di aver veduto la notte del 5 maggio, appoggiato al parapetto della strada di Quarto intento ad assistere all’imbarco di Garibaldi, e con una fisonomia cosi rannuvolata da lasciar sospettare tutt’altro che la fede nella riuscita dell’impresa; il La Farina venne in Palermo quando vi fumavano ancora le rovine delle case, ed ancora le strade erano intercettate dalle barricate, e vi imprese subito il lavoro per spodestare Garibaldi e far votare l’annessione. Su tutte le cantonate delle strade, sulle porte delle case, delle botteghe, faceva appiccicare dei cartelli colla iscrizione dì Viva l’annessione, ed organizzò una dimostrazione dopo pochi giorni del suo arrivo, sotto le finestre del palazzo Reale dove era Garibaldi, alle grida: abbasso Crispi, abbasso il ministero, viva l’annessione. Garibaldi rispose risentite parole a quella accozzaglia di gente e riuscì a disperderla, ma non continuarono meno le manovre Lafariniane, sinché Garibaldi non se ne sbarazzò mantandolo a bordo della squadra di Persano; e come di La Farina, si sbarazzò di altri suoi agenti, fra cui ricordo aver visto a bordo del vapore la Provence un certo prete Campanile, e quel Paternostro, che fu poi deputato alla Camera, ed ora credo si trovi a Tunisi facendosi chiamare Bey Paternostro. Di tutte queste cose, di cui fui testimonio oculare, non se ne dovrebbe perdere la ricordanza, e allora le stesse parmi che dimostrino abbastanza la giustezza delle cose dette da Garibaldi nella sua lettera. Ora dovrei dire di ciò che riguarda l’impresa del Napoletano; ma l’argomento mi porterebbe troppo per le lunghe e quindi per ora mi limito a due sole considerazioni.

Il Cavour, appena vide che non poteva opporsi a che Garibaldi passasse in terraferma, concertò con Napoleone la impresa delle Marche, dell’Umbria e del Napoletano. Allora rifiutò che si mandasse qualunque altro soccorso a Garibaldi, ed a me che fui a Torino nei primi giorni del settembre, dopo avermi lasciato promettere dal Farini, ministro dell’interno, in sua presenza, che avrebbe lasciato partire da Genova nuove spedizioni, mi fece da Magenta, Governatore di Genova, significare un contr’ordine, ed a 500 circa giovani arrivati a Genova con un convoglio della strada ferrata per imbarcarsi per la Calabria, venne ordinato di retrocedere, e così furono costretti a ritornarsene, senza discendere alla stazione, scortati da un battaglione di bersaglieri. Ai miei reclami venne risposto che il governo intervenendo esso col suo esercito nel Napoletano, era diventata inutile qualunque ulteriore spedizione di volontari e di aiuti.

Queste parole, senza ulteriori commenti, spiegano abbastanza il concetto di Cavour e le intenzioni del governo. Si toglievano a Garibaldi i mezzi per compiere da solo la liberazione del Napoletano.

L’onorevole Finzi crede che, se riusciva il pronunciamento di Napoli, si faceva più facile l’impresa di Garibaldi e si conservava intatto all’Italia l’esercito borbonico. Non lo credo: dove non riuscì Cavour coi suoi agenti e cogli immensi mezzi che disponeva, cioè a far insorgere Napoli, vi riuscì Garibaldi accompagnato da pochi suoi uflfìciali: dunque era un aiuto inutile — il pronunciamento poi non avrebbe lasciato intatto l’esercito Napoletano, poiché questo era nella maggior parte scaglionato sulla strada da Napoli alle Calabrie, e ci volle la marcia trionfale di Garibaldi a disciorglielo — parte era al Volturno e quello ci volle a vincere la giornata del 1° ottobre: i soldati che erano a Napoli e sotto le mani del duca di Mignano, erano la minor parte, e non credo sarebbe stato utile cosa per l’Italia conservarli. Non mi sembrano perciò molto giuste le considerazioni dell’ on. Finzi. E qui mi arresto, che ornai la lettera è troppo lunga, né credo per ora dover aggiungere altro. Se dai nostri avversari verranno nuove risposte, allora mi riservo di ritornar io pure sull’argomento, e con alcuni documenti i quali forse non sarà affatto inutile che vengano alla luce. Perdona, caro Barrili, se forse occuperò troppo posto nelle colonne del Movimento, ma concluderò coll’onorevole Finzi che quando certi ricordi vengono alla mente, non si vorrebbe mai terminare. Addio e una stretta di mano. dall’ atf.mo tuo Enrico Brusco ». APPENDICE III.

Dal giornale lì Diritto di Torino N. 173 del 23 giugno 1860

« UNA DESTITUZIONE IMMERITATA.

La società di navigazione, che prende nome dal signor Rubattino, ha rimosso dal posto di direttore di quella società il signor Fauché, sospettandolo di connivenza col generale Garibaldi nella presa dei due vapori il Piemonte ed il Lombardo, i quali servirono alla gloriosa spedizione. I signori Rubattino licenziarono ancora il signor Fauché probabilmente perchè ricusò di protestare contro il governo, di chiedere l’indennizzo di quel furto marittimo alla società di assicurazione e finalmente di presentare querela contro la pirateria del generale Garibaldi.

Insomma la società Rubattino destituì il signor Fauché perchè non volle fosse dichiarato dai tribunali pirata l’eroe di Varese e di Palermo. Queste sono le sue colpe: l’opinione pubblica giudicherà imparzialmente tra lui e la Rubattino. Ecco intanto una lettera diretta dal deputato Bertani al signor Fauché per confortarlo della destituzione immeritata.

(segue lettera del Bertani già riportata alla pag. 53)

Con queste parole il giornale La Venezia di Firenze N. 4 del 22 luglio 1860, accennava a questo fatto in una corrispondenza da Genova del 16 detto mese.

« Voi conoscete G. B. Fauché? È impossibile che non lo conosciate poiché molti e molti esuli, che ora si trovano nella Toscana, ebbero da lui agevolezze di viaggio e trasporto gratuito sui vapori della Compagnia Rubattino della quale era direttore, come era stato in Venezia segretario della Società Veneta Commerciale, e in Trieste organizzatore amministrativo del Lloyd con De Bruk. Ebbene: adesso il Fauché non è più direttore della Compagnia perchè il cav. Rubattino lo punì (Invece di Rubattino, giustizia vuole si dica: la Società Rubattino.) della supposta connivenza col Garibaldi nella presa dei due vapori della Compagnia stessa, il Lombardo ed il Piemonte sui quali si esegui la prima spedizione dei filibustieri. Invano il Rubattino cerca torsi di dosso in faccia alla nazione la odiosa responsabilità della dimissione data al Fauché, dichiarando ai giornali ch’essa non ebbe alcuna significazione politica. Lo smentisce lo stesso Garibaldi, che nominò in questi giorni il nostro veneziano, ex direttore. Intendente generale della Marina in Sicilia.

Lo smentiscono inoltre i fatti seguenti. Avvenuta la partenza dei due vapori,la Società intimava al direttore Fauché di protestare contro la poca vigilanza governativa onde ai vapori fu dato di piglio nel porto di Genova; di denunziare alla società l’abbandono dei due legni predati; d’insinuare querela al tribunale per l’avvenuta pirateria. Il Fauché si ricusò di eseguire questi tre atti; anzi quando la Società presentò essa stessa, illegalmente, una protesta al governo, il Fauché ebbe il buon senso di dichiarare sopra i giornali ch’egli, solo e legittimo rappresentante la Società, non aveva fatto alcuna protesta. Mi dilungo in questi particolari onde provare il merito e la parte principalissima ch’ebbe un veneziano nella prima spedizione del famoso filibustiere (Chi scriveva era un veneziano emigrato e scriveva a suoi compatrioti pure emigrati. È quindi scusabile se,in tempi calamitosi per l’emigrazione veneta,raminga qua e là, quelle parole hanno un’impronta di regionalismo). Se qualche schizzinoso sofisticasse sulla moralità del direttore della Compagnia Rubattino nella sua complicità col Garibaldi, dirò che o bisogna condannare quest’ultimo o assolvere anche il Fauché (Si è anche detto che il Fauché s’era fatto bello colla roba d’altri). Il Garibaldi aveva fatto alla nazione una tratta d’onore onde fossero pagati i due bastimenti sui quali era partito. Egli e il Fauché sapevano che la nazione avrebbe accettata la tratta. Il Fauché sapeva certo che la Compagnia, della quale era direttore, non avrebbe alla fine perduto un quattrino, e per ciò diede opera alla spedizione. Il brav’uomo arrisicò il proprio stato e quello della sua famiglia che un bel giorno trovossi infatti sul lastrico ».

Le stesse parole furono riportate dal giornale II Precursore di Palermo N. 17 del 3 agosto 1860, facendo precedere le seguenti linee: Togliamo dal giornale La Venezia di Firenze, il seguente brano di una lettera che riguarda un uomo il di cui nome si è naturalmente associato alla impresa del generale Garibaldi, pel suo generoso appoggio nello apprestargli i vapori che servirono alla sua prima spedizione in Sicilia.

fonte

pontelandolfonews.com

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