Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

PLAUSI D’OLTREMANICA per NAPOLI

Posted by on Apr 16, 2016

PLAUSI D’OLTREMANICA per NAPOLI

 

fonte identitàinsorgenti.com

nessuna città al mondo è più nominata e più protagonista di Napoli e questa volta c’è lo dice il Telegraph come riporta l’articolo di seguito. prima dell’articolo potete vedere due documentari presenti sul nostro canale youtube su napoli……….

 

 

Il Telegraph esalta le bellezze di Napoli, “gemma sottovalutata d’Italia”

 

Leggendo l’intervista che la nostra Dora Agave ha realizzato con lo chef Pasquale Cozzolino, mi ha colpito molto una risposta data dall’intervistato riguardo agli stereotipi a cui Napoli da sempre è soggetta. Ci si chiedeva in particolare se negli Stati Uniti, dove Cozzolino si è trasferito da qualche tempo, si considerasse Napoli esclusivamente alla luce dello stereotipo “sole, pizza e mandolino”. La risposta è stata laconica: no, affatto, si tratta di un preconcetto che, secondo lo chef, attualmente è molto più radicato al Nord Italia che altrove. Riflettendoci un po’ mi sono reso conto che aveva ragione. Dall’estero arrivano ormai continuamente attestati di stima e di amore per la nostra città, che viene elogiata – oltre che per il cibo e per il clima –  anche per l’incredibile patrimonio artistico e naturale di cui dispone.

A confermare questa teoria ci ha pensato un articolo pubblicato qualche giorno fa dal notissimo giornale inglese Telegraph, intitolato “Napoli: passione e morte nella gemma sottovalutata d’Italia”, che non è altro che un lunghissimo elogio in cui Stanley Stewart parla delle innumerevoli bellezze della capitale del Sud (anche se poi correda l’articolo di una foto, potete vederla qui sopra, che seppur bellissima rappresenta Procida… che dire, possiamo perdonarglielo). Perché Stewart parla di una “gemma sottovalutata”? Perché la cosa di cui l’autore si sorprende di più visitando la città partenopea è che se un patrimonio come il nostro fosse presente in città del Nord come Milano, Firenze o Venezia ci sarebbero code interminabili per vedere tali capolavori, mentre lui non si capacita di essere riuscito a visitare il Gabinetto Segreto del Museo Archeologico di Napoli praticamente da solo.

Stewart continua a parlare di Napoli per molte righe, raccontando i motivi per cui questa città sia l’emblema della passione e della morte e di come queste siano peculiarmente intrecciate nel formare un’identità pressoché unica. Nella stessa pagina dell’articolo campeggia un sondaggio proposto dal Telegraph in cui si chiede ai lettori quale sia la loro città italiana preferita: Napoli al momento lo domina, conquistando il 63% delle preferenze e seguita a distanza abissale da Roma al 14%, da Firenze al 9%, Venezia all’8%, Milano al 4% e Verona al 2%. Quello di Stewart è un articolo particolare, un attestato d’amore misto a un pezzo di denuncia, che spinge a chiedersi perché all’estero si abbia una visione molto più chiara e limpida della città partenopea, una visione non avulsa da tutti i suoi difetti e dalle sue eterne contraddizioni ma scevra da tutti i pregiudizi e i preconcetti che da anni accompagnano la capitale del Sud.

Data la bellezza dell’articolo ho ritenuto opportuno tradurlo interamente. D’altronde, certe dichiarazioni d’amore non possono essere ignorate. Di seguito, dunque, l’articolo.

“Al Museo Archeologico di Napoli ci sono molte cose da vedere che non sono vietate ai minori. Ci sono sculture classiche provenienti dalla collezione Farnese. Ci sono i mosaici romani di Pompei, belli come dipinti, che offrono una fantastica prospettiva del mondo antico. Ma prevedibilmente, avendola scorta colpevolmente oltre le mie spalle, mi sono appostato nella galleria laterale conosciuta con il nome di Gabinetto Segreto. Contiene la pornografia di Pompei.

Prima che discendesse la cortina di cenere, sembra che gli abitanti di Pompei fossero gente abbastanza vivace. Ci sono raffigurazioni di ménage à trois, a quattro, a più persone. Vi è raffigurato Pan che copula entusiasticamente con una capra e Leela nell’abbraccio del suo cigno. C’è un’adorabile fanciulla che sovrasta il suo amante in una posizione che avrebbe potuto essere nota come il ‘cocchiere’ nell’età romana. Ho apprezzato particolarmente la raffigurazione di un ragazzo che lotta con il proprio fallo, che apparentemente si è trasformato in qualcosa di simile a un animale selvaggio.

A Roma, Firenze o Venezia ci sarebbero file e biglietti nonché platee di sconvenienti curiosi che ignorerebbero i cartelli ‘Vietato fotografare’. Ma qui a Napoli mi sono ritrovato da solo nel Gabinetto con le fanciulle flessuose e i satiri rampanti. Quando finalmente me ne sono distolto per vagare nelle gallerie principali ho trovato solo altre due persone, una coppia di studenti italiani. Non sembravano essersi fatti trasportare dal patrimonio di tarda epoca romana. Si trovavano insieme su una panchina di pietra, con i loro arti, e possibilmente anche i loro destini, intimamente intrecciati.

Per chiunque visiti Napoli, la mancanza di visitatori è sia uno dei misteri che una delle gioie della città. Immaginatevi di voltarvi a Firenze e di scoprire che nessun altro ha avuto il buon senso di inserire la città nel proprio intricato itinerario. Gli Uffizi non sarebbero più in crisi da gestione del pubblico. Sarebbe l’estasi.

L’estatica Napoli, ovviamente, fa sembrare la cauta e conservativa Firenze come un convento, nell’aspetto e nelle sonorità. Non è una città dove regna la moderazione; le intense tradizioni di Pompei, appena attorno al golfo, sono vive e prolificano qui. I toni sono alti, i saluti chiassosi, le pizze magnifiche, il guidare atroce, l’architettura gloriosa, i rituali religiosi inquietanti e i poliziotti sono abbigliati immensamente meglio di un contrammiraglio di Gilbert and Sullivan (un librettista e un compositore inglesi famosi per aver scritto numerose opere comiche tra il 1871 e il 1896 – ndr). E i falli nel Gabinetto fanno il paio con ali di puttini e campane che suonano.

I muri scrostati color seppia di Napoli vi diranno molto riguardo alla città. Sono devoti alla passione e alla morte. Torneremo in seguito sulla morte, poiché tutti dobbiamo farlo. Ma la passione è ovunque – le coppie che si sbaciucchiano, gli sguardi provocanti, i graffiti disperati. I muri di Napoli sono adornati da dichiarazioni d’amore mozzafiato. Ti amo, Maria. Sei il mio destino, Luca. Sposami, Gabriella. Sogno i tuoi baci, Livia. Aspettami, Marco.

In quest’atmosfera esaltante mi sono innamorato di Napoli. Nessuno accuserebbe il vecchio centro storico di essere grazioso, ma lei è bellissima in modo minaccioso ed estasiante. Lei è anche cruda, passionale, riservata, generosa, fatiscente, gloriosa, vibrante e sfacciatamente depravata e manipolatrice.

Amo la sua teatralità, il caos orientale delle sue strade, l’architettura che comincia dagli antichi greci e termina con il barocco. Amo le grasse e sensuali vocali del napoletano. Amo i bar trasandati dove il caffè è servito già zuccherato; le pasticcerie con le delicate sfogliatelle piene di creme; le friggitorie con quei divampanti forni a legna e quelle pizze ribollenti; la doratura, gli specchi smussati e le bellezze della Belle Époque dipinte al Caffè Gambrinus; il lusso del teatro dell’opera, il più vecchio d’Europa, dove Verdi un tempo fu direttore musicale e Caruso, napoletano, ottenne risultati così scarsi che giurò di non tornarvi mai più.

Ma ciò che amo di più è la sua resistenza alla gentrificazione. Ci sono distretti eleganti e alla moda come Chiaia, dove la bella gente sfila tra boutique costose ed eleganti caffè. Ma il cuore pulsante di questa città, i vecchi quartieri del centro storico, i palazzi fatiscenti, le strade anarchiche, non sono state ammorbidite con winebar alla moda e succursali di Zara. Napoli era ‘shabby chic’ (cioè elegante e logora al tempo stesso – ndr) prima ancora che il termine fosse inventato. E lei rimane ostinatamente se stessa. Provare a farla rientrare in una piacevole gentrificazione metrosessuale sarebbe come ingaggiare Boris Johnson per fare pubblicità a prodotti maschili per la cura dei capelli.

Ciò che manca alla città in termini di negozi di marche internazionali, si recupera con i suoi tesori artistici. Al Museo Archelogico, una volta che ci si è distolti dalle delizie del Gabinetto Segreto, gli squisiti mosaici e dipinti di Pompei sono tra i più bei manufatti dell’età romana. Più su al Museo di Capodimonte, ex palazzo reale borbonico, cercate gli splendidi dipinti di Ribera e di El Greco e l’oscura Flagellazione di Cristo a opera di Caravaggio.

Giù nei fitti vicoli e viuzze del centro storico c’è un altro grande Caravaggio – si rifugiò a Napoli fuggendo da un’accusa di omicidio a Roma – al Pio Monte della Misericordia: le sorprendenti e complesse Sette opere di misericordia. In fondo alla strada, alla Cappella Sansevero, giace la toccante figura di marmo del Cristo velato; il dettaglio del manto sul suo corpo è un lampo di virtù tipicamente napoletano.

Intorno alla cappella c’è una collezione di statuette che illustrano le virtù. Non ho potuto fare a meno di notare che non c’era niente di più modesto della Modestia. Il materiale leggero della sua blusa semi-trasparente che si impiglia in maniera sensuale sui suoi capezzoli era molto più erotico di qualsiasi cosa nel Gabinetto.

Per alcuni metafora di spazio, per altri indice di una complessità multistrato, ci sono vasti mondi sotterranei sotto i marciapiedi napoletani. In un piccolo appartamento di Vico Gigante, sotto il letto di un’anziana signora, ho trovato una botola che conduce a un teatro romano, scoperto solo nel 2003. Alla chiesa di San Lorenzo Maggiore ho percorso una rampa di scale che discende per 10 metri e 2000 anni verso una strada della Napoli di età romana. Ho oltrepassato un panificio, ho guardato in un’enoteca, ho messo piede in una lavanderia e in una banca. Mentre Pompei è inondata da gruppi di turisti e guide ronzanti, qui ero solo con il mondo antico.

Tornando al livello della strada, alcuni ragazzi calciavano un pallone contro muri del 12º secolo. Sopra di me i balconi erano adornati di biancheria, piccoli perizomi si perdevano tra mutandoni delle nonne. È passato un gruppo di ragazze che lanciava sguardi di disinvolto disprezzo ai giovanotti che sbavavano nella loro scia. È apparsa una Vespa; l’uomo seduto dietro teneva in equilibrio un divano grazie alla piena estensione delle braccia.

Una banda apparve improvvisamente da un angolo, con starnazzanti strumenti d’ottone e rimbombanti percussioni. Madidi di sudore, uomini robusti trasportavano vessilli dedicati alla Madonna. Dal lato opposto campeggiavano foto di defunti recenti. I musicisti erano suonatori di strada per i morti. Amici e conoscenti gettavano monetine nel cappello delle offerte e chinavano le teste mentre passava la rumorosa parata commemorativa.

Napoli sembra ossessionata dalla morte tanto quanto lo è dal sesso. Tra le lacere dichiarazioni d’amore, dei necrologi sono affissi al muro come vecchie pubblicità, con foto granulose dei defunti. Annunciano le date delle messe in memoria, pagate dalla famiglia e celebrate nell’anniversario della morte.

A metà di Via dei Tribunali – l’antica strada romana che taglia in due il centro storico – ho trovato la chiesa della morte. Spuntavano delle erbacce dalla facciata oscura di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco e dai teschi bronzei incastonati su dei piedistalli sotto delle cancellate di ferro. Mentre salivo i gradini un brivido sembrò percorrere la via. Avrei potuto stare per entrare nel castello di Dracula.

Le preghiere ai morti sono centrali nel cattolicesimo. Ma a Santa Maria la pratica di pregare i morti fu bandita nel 1969. Venne fuori che i fedeli, a cui il fervore della devozione stava sfuggendo di mano, stavano pregando i morti sbagliati.

Sul fondo della navata una guida aprì una botola e mi condusse giù per una rampa di scale. Al termine di essa emergemmo in un’altra chiesa, una replica costruita direttamente sotto quella soprastante. In questa chiesa degli inferi i muri erano grigi e spogli; eravamo entrati nel regno dei morti. Dei teschi mi guardavano dalle nicchie dei muri tra cumuli di ossa sbiadite. Intorno ad essi c’erano messaggi di richieste, fotografie scolorite, fiori morti, gioielleria di plastica. In un angolo lontano, una giovane donna premeva la fronte contro i muri di pietra mormorando i segreti del suo cuore ai morti.

Tradizionalmente questa chiesa sotterranea era stato un luogo di sepoltura per i morti senza nome, per coloro che erano morti senza famiglia o commemorazione. Guardai in basso attraverso delle griglie nel pavimento verso queste tombe riservate agli indigenti. Si sviluppò un culto intorno a queste anime intrappolate nel purgatorio, una sorta di contrattazione spirituale. La gente veniva a pregare per loro per facilitare il loro passaggio verso il paradiso. In cambio i vivi cercavano il loro aiuto per ottenere un compagno, la fertilità o la fortuna propizia.

Il Vaticano si fece avanti per fermare questa sconveniente glorificazione dei poveri, mettendo in chiaro che i fedeli avrebbero dovuto rimanere nella chiesa superiore per pregare i santi, gli apostoli, la Vergine. Ma questa è Napoli, che resiste all’autorità, e i richiedenti continuarono a scendere nella navata sotterranea. La giovane donna aveva terminato le sue preghiere e rimase per un momento nella navata fantasma. Sembrava depressa. La guida le offrì il suo conforto e le chiese perché era venuta. ‘Per amore’, rispose. ‘Sono venuta per amore’.

Fu Goethe, innamorato di Napoli e della sua amante italiana, che rese popolare la frase ‘Vedi Napoli e poi muori’, promuovendo l’idea che niente avrebbe mai potuto oscurare questa città. È il golfo, ovviamente, che fornisce la più grande estasi con un panorama che si estende dalla grande mole del Vesuvio alla penisola sorrentina a Capri, che si estende all’orizzonte come un fantasma.

Ma Goethe non stava parlando del golfo. Amava la città, il caos entusiasta del centro storico e la sua capacità di essere eccessiva in tutto, dal dolore all’architettura, dall’amore ai dolci. È il momento che i visitatori li rivendichino.”

Lorenzo Pierleoni

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