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PULCINELLA E I BORBONE

Posted by on Gen 19, 2020

PULCINELLA E I BORBONE

     Parlare di Pulcinella come figura mistica e semidivina vuol dire ripetersi come definirlo il filosofo del popolo ma affermare che si può definire Il ministro dei Rapporti con il Popolo è una cosa che bisogna accettare di buon grado. Da quando è nata la commedia dell’arte e i governanti hanno intuito il potere di comunicazione che i personaggi avevano sul popolo, Pulcinella è diventato la punta di diamante di questa comunicazione.

     Lo ha fatto Francesco De Santis che temendo la forza della maschera di Pulcinella ha insegnato ai suoi alunni il disprezzo della stessa perché, secondo la tesi del “nuovo che avanza” e che “parlar male di Napoli fa cultura”, era il simbolo dell’arretratezza, della superstizione e dell’ignoranza del popolo quindi, andava eliminata. E’ stata poi recuperata, come si è fatto con la religione cattolica e con l’apparato clericale, perché c’era una enorme difficolta nella gestione delle masse.

    Il rapporto tra Pulcinella è la casa regnante del Regno di Napoli, i Borbone, non poteva non essere importante se non fosse altro che quest’ultimi hanno regnato per circa un secolo e mezzo e diedero forte impulso alla commedia dell’arte attraverso il Teatro San Carlino. Il Regno sotto la loro guida ha rafforzato  il primato mondiale della cultura, quindi dire che Pulcinella era antiborbonico è una eresia mentre è stato tutt’altro.

    Già con la salita al trono di Carlo di Napoli, così amava farsi chiamare, Pulcinella ebbe un ruolo da protagonista poiché il giovane sovrano amava enormemente il Carnevale ed oltre ad organizzare moltissime feste a Corte fece in modo che la sua passione contagiasse il Regno rafforzando le feste Carnevalesche che da sempre si vivevano.

Pulcinella è stato il protagonista principale di questo periodo e ogni provincia l’ha adottata, ognuna con i suoi usi e costumi, come protagonista principale del periodo carnevalesco come si può notare andando in giro per il Regno ancora oggi.

    A seguito della tremenda carestia del 1746 chiodo fisso dei Borbone era quello di poter sfamare il popolo, mai il Regno nella sua storia aveva conosciuto la Pellagra malattia causata della “fame” e presente nelle regioni Europee comprese la Gallia Cisalpina e Cispadana, in qualsiasi momento a prescindere dal periodo e da qualsiasi rischio di calamità dando impulso alla creazione di una agricoltura semi-industriale che potesse soddisfare le esigenze alimentari del Regno.

Ingegnosa fu la l’invenzione della produzione della pasta di grano duro, ottima per la conservazione a medio e lungo termine,  dei prodotti caseari, della pizza, dell’utilizzo del Riso che portò i Napolitani a diventare da mangiafoglie a mangiatori di cereali. Questa nuova cucina nacque nelle strade di Napoli grazie all’opera dei Lazzari, chiamati in senso dispregiativo dalla vulgata storica dominante Lazzaroni,  custodi di una civiltà arcaica ed aristocratica che avevano un rapporto privilegiato con i Borbone, Ghoethe, Stendal, Pasolini erano ammirati dai Lazzari, e Pulcinella che rappresentava i Lazzari veniva utilizzato per propagandare il cibo da strada come la Pasta, la Pizza, il Sartù ed esaltare il concetto di nutrimento che,abbinato a quello del “crescete e moltiplicatevi”, rappresenta la civiltà essenziale dell’essere umano.  

     Alla fine del Seicento, coinciso con la fine dell’influenza dell’Impero delle Spagne sul Regno di Napoli e nel pieno della Riforma  Cattolica generata dal Concilio di Trento, ci fu un’ oscurantismo nel mondo dell’Arte Figurative che la Chiesa esercitò  in tutta Europa, anche se non raggiunse mai iconoclastia della rivoluzione protestante-calvinista, che Napoli, come al solito, rigettò con forza. Chi ne fece le spese fu certamente Pulcinella che si tolse la maschera e i suoi abiti per indossare quelli di Razzullo, lo scribano della Cantata dei Pastori, come Roberto De Simone nell’ Opera “Mistero Napolitano” ci fa vedere chiaramente.

     I Borbone, con la presa del Regno di Napoli, cominciarono a ridimensionare il potere dell’aristocrazia che lo deteneva con forza e si poneva tra il popolo e il Re e per far ciò cominciò con Carlo ad avere un rapporto diretto con lo stesso inventando un nuovo modo di fare populismo.

     Carlo comincio a frequentare i popolani napoletani, voleva imparare la loro lingua, i loro giochi di carte, a conoscere il loro cibo ma la cosa veramente innovativa fu quella di portare a corte la musica popolare, fino a quel momento considerata di secondo livello, infatti quando c’era la nascita di un Infante fu affiancata a quella importante del San Carlo per tutto il periodo di festa, Il popolo dei Lazzari entrava a corte e chi era il loro capo? Pulcinella!!!

Bisogna ricordare che tutti i Re Borbone avevano un rapporto diretto con i Lazzari infatti erano gli unici che potevano parlare con il sovrano senza rispettare i protocolli e spesso erano i Sovrani a muoversi per andare a colloquiare con loro e quindi con Pulcinella.      

Anche nelle ultime tragiche giornate dell’assedio di Gaeta, nel giorno di martedì grasso di Carnevale, i soldati napoletani rispondevano alle bombe lanciate dall’esercito Sabaudo comandato da Cialdini con sberleffi e spernacchiate di atellana memoria indossando la maschera di Pulcinella stando al fianco del proprio Re, Francesco II, struggente il quadro di Purificato “La Morte di Pulcinella”.

Come sopracitato furono tanti i tentativi della nuova classe dirigente di uccidere Pulcinella ma tutti andarono a vuoto e quando arrivò il fenomeno dell’emigrazione, mai conosciuto prima nelle nostre terre, ritornò in auge divenendo il simbolo degli emigranti Napoletani nelle Americhe e se ancora oggi Pulcinella è più forte che mai e perché forse ha veramente dei caratteri sacri.

Pulcinella mai è stato così importante come lo è stato con i Borbone di Napoli per il suo utilizzo artistico e anche grazie per il suo ruolo politico che per la prima volta si ridimensionò come “mediatore” tra i vari ceti sociali, geniale intuizione del più grosso studioso di Pulcinella il Prof. Domenico Scafoglio, che con il suo modo di fare, burlesco nella commedia dell’arte, ha applicato la natura del popolo italico nata a fine impero perché costretto a confrontarsi con gli eserciti invasori di turno. Il gesticolare, la mimica, la buffa dizione, che nascono soprattutto nel popolo napoletano costretto a confrontarsi con tutte le etnie che per secoli sbarcavano nella città capitale del Mediterraneo, erano indispensabili per poter comunicare e mediare i conflitti non soltanto con popoli stranieri ma anche tra i vari ceti sociali.

Pulcinella con il suo comportamento appare indolente, ridicolo, servile, vigliacco ecc. ecc. ma se andiamo oltre la copertina di questo libro antropologico ci rendiamo conto che questo modo di fare rende la nostra maschera una figura paladina della libertà e dell’indipendenza caratteristiche basilari dei grandi mediatori.

Pulcinella viene utilizzato, altresì, come grimaldello dagli oppositori dei Borbone come fece Antonio Jerocades con la breve commedia “Pulcinella da quacquero”, venne usata dalla Repubblica Napoletana come mezzo di propaganda antiborbonica anche attraverso il personaggio di Nannina e il fidanzato Gennarino, magistralmente interpretato 150 anni dopo da Eduardo, notoriamente antimonarchico e antiborbonico, nel film “Ferdinando Re di Napoli”.

Michelangelo Pinto Sali alle cronache nello stato Pontificio quando mando in stampa “Don Pirlone” un giornale risorgimentale romano di critica politica, marcatamente antipapale. La gazzetta era composta da un foglio solo con una copertina ed un’ incisione pregiata dal forte valore simbolico regalata ai lettori affezionati. Pulcinella in queste riproduzioni è l’ emblema del potere. Sotto la maschera partenopea si nasconde Ferdinando II, Re delle due Sicilie che le illustrazioni hanno lo scopo di smascherare a colpi di ridicolo. «Il giornale, fondato da Michelangelo Pinto fu pubblicato solo per pochi mesi, dal settembre 1848 al luglio 1849 quando fu censurato perché ritenuto sovversivo dallo Stato Pontificio»

In quegli stessi anni a Napoli nasceva il giornale “La Follia”, che fondendosi con il “Pulcinella” e il “San Carlino”, diede vita ad una pratica di illustrazione che attraverso le immagini mordaci e ridicole di Pulcinella faceva conoscere a tutti ciò che realmente, secondo l’opposizione liberal-massonica, accadeva dietro le sottili cortine del governo borbonico.

Pulcinella acquisisce un certo potere che certamente lo rende più virile ma prigioniero del proprio ruolo e quindi non più libero e non più mediatore e questo non per colpa dei Borbone o degli stessi oppositori ma per colpa dei tempi che erano cambiati dopo le rivoluzioni di Lutero, Bacone, Cartesio ma soprattutto di Calvino che vede nascere il concetto dell’uomo nuovo, puro, meccanicistico, perfetto che a causa della volontà divina, loro supposta, erano i segni intangibili, insieme alla ricchezza materiale, del meritato paradiso a morte avvenuta. Nasce quindi il sentimento dell’emarginazione comincia a materializzarsi la figura dello scarto della società rappresentato dai poveri, dai malati di mente, dagli omosessuali, dagli handicappati, si comincia a vedere la distinzione tra chi serve e chi no alla società nasce il concetto di periferia. Questo nuovo mondo non prevede più la figura del mediatore, indispensabile quando era diviso in ceti che tra loro dovevano trovare una equilibrata convivenza che semplificando possiamo dire mondo tradizionale, perché è diviso in classi facendo sorgere il conflitto permanente che si chiamerà “lotta di classe”.

Pulcinella, suo malgrado, sarà costretto a schierarsi e se anche la neonata classe dirigente composta da liberali divisi tra oligarchia notabile e borghesia latifondista cercherà di portarlo tra le sue file, come già visto, in opposizione alla dinastia Borbonica, la scelta di Pulcinella cadrà su di essa come la storia, quella vera, ci ha chiaramente narrato e confermato dall’arte popolare con il canto “Italiella”

“Nel carnevale del 1868 uscì per le strade di Napoli un particolare carro detto ‘de la sfrantumazione’. Su tale carro era visibile una Colombina con gonna tricolore circondata da una turba di Pulcinella laceri e scalzi che cantavano strofe dense di ironia alla condizione di una Napoli conquistata e non unita alla monarchia sabauda.”       

Claudio Saltarelli

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