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Rachele Martino consigliera delegato alla cultura di Arpino di………..merito

Posted by on Nov 18, 2016

Rachele Martino consigliera delegato alla cultura di Arpino di………..merito

Nei prossimi giorni pubblicheremo il documento video del convegno di Arpino ma con la presente anticipiamo l’intervento della Sig.ra Rachele Martino e siamo onorati di averla avuta come relatrice al nostro convegno.

Intervento di Rachele Martino, consigliera delegata alla Cultura su

“Brigantaggio postunitario. Una storia tutta da scrivere”, di Fernando Riccardi.

Arpino, 5 novembre 2016

In questo libro, l’intento dell’autore è stato il superamento di una impostazione storiografica “parziale e partigiana” che a lungo ha nascosto la verità o ne ha fatta trapelare una, scarsamente sufficiente ad inquadrare un decennio (quello preso in esame dal volume ma che volendo lo si può estendere ad altri periodi precedenti) che con la storia del Risorgimento e dell’Italia Unita sembrava stonare. Si dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere gli errori commessi e le omissioni.

Il merito di chi, come Fernando Riccardi, è andato ad approfondire l’argomento con lunghe ricerche storiche e di archivio, sta nella volontà di restituire una verità storica dalla quale non si può prescindere se si vuole avere un quadro reale della nostra storia e se si vogliono capire a fondo le dinamiche di una “questione meridionale” che affonda le sue radici in un contesto storico fatto di sopraffazione, sfruttamento e mortificazione delle classi più povere di quel tempo.

E’ opportuno restituire dignità storica a quei fatti che dal 1860 al 1870 sconvolsero questo territorio, inquadrandoli in un contesto più ampio, cercando collegamenti con un quadro storico più generale per parlare finalmente di “vera storia del Brigantaggio”, quella che forse non è stata ancora scritta, come lo stesso autore dice nel titolo del volume.

Restituire dignità (un concetto che ho già espresso precedentemente, che mi piace ribadire e che riprenderò anche successivamente) agli eventi vuol dire restituire dignità alle persone. Sul questo concetto vi invito a fare una riflessione. Io l’ho fatta e non ho potuto fare a meno di inserire in questo contesto il “dramma delle Brigantesse”. Non è affatto esagerato definirlo dramma. Dramma lo fu perché queste donne furono vittime della rottura di un equilibrio familiare; perché come madri si ritrovarono senza figli; come figlie senza genitori; come mogli senza mariti. Fu il dramma di donne che, ribaltando lo stereotipo di rassegnazione e sudditanza, seppero invece dimostrarsi capaci di affiancare i propri uomini partecipando anche attivamente alle rivolte.

Restituire dignità storica ai fatti vuol dire capire perché queste donne in alcuni casi si trasformarono, come qualcuno le ha definite, in “Erinni vendicatrici”. Interessante e da approfondire la distinzione tra “donna del brigante” e “brigantessa”. Restituire dignità storica ai fatti vuol dire restituirla anche a loro, troppo spesso considerate con sospetto, meretrici, “drude” (si legga il testo a pag.141), femmine di malaffare o del bordello, disprezzate dalla borghesia benpensante e costretta a seguire i propri uomini.

Possiamo, con cognizione di causa, affermare che il “dramma delle Brigantesse” si consuma nell’indifferenza, nel disprezzo e nel silenzio dell’opinione pubblica. Mai vengono considerate un soggetto autonomo; da quanto si evince dagli atti ufficiali di Carabinieri, Prefetture, fascicoli processuali in cui vengono accumunate ai loro uomini.

In un recente articolo che mi è capitato sotto gli occhi, c’è stato chi ha affermato che l’Italia ha vissuto il proprio Afghanistan e non se lo ricorda più. Quella che si è combattuta contro i Briganti fu una guerra con migliaia di morti e con violenze inaudite. Ad esempio, nell’articolo viene preso in esame il Forte Piemontese di Fenestrelle che è stato accostato a Guantanamo. L’11% della popolazione del Regno delle due Sicilie fu sterminata. Fu una vera pulizia etnica a danno del Sud, regolata dalla legge Pica emessa dal Governo Minghetti nel 1863. “Tutti i criminali meridionali dovrebbero essere deportati in un luogo disabitato e lontana migliaia chilometri dal paese”. Sembra ma non è una provocazione di qualche attuale movimento ‘politico’. In realtà sono parole dell’allora presidente del consiglio Luigi Menabrea (1868). Questo progetto è stato perseguito per oltre dieci anni e fallì perché il Governo italiano non trovò la disponibilità di alcun Paese straniero a cedere delle aree in cui “deportare” briganti e cittadini che davano l’impressione di non essere inclini ad alcuna sottomissione.

Riflettere su questi argomenti vuol dire comprendere le condizioni di un Sud Italia (dopo dieci anni di guerra) uscito stremato, con l’agricoltura azzerata, un’industria metallurgica lasciata morire e perlopiù chiusa, un’industria tessile trasferita al nord. Dal 1970 al 1900 si registra una delle più imponenti ondate migratorie, con numeri che si aggirano sui 5 milioni di italiani che emigrarono verso l’America. Invito a leggere il passo riportato a pag.191 nel quale viene ripreso il discorso del sen. Polsinelli di Arpino che fa riferimento alla chiusura dei lanifici del sorano e di Isola del Liri.

Di qui il solco che ha continuato a dividere l’Italia in due.

Concludendo, esistono due metodi per cancellare l’identità di un popolo: distruggere la sua memoria storica e mischiarlo con altre etnie. Questo territorio e la sua popolazione li ha patiti entrambi ma grazie all’impegno di chi, come Fernando Riccardi, va a restituire verità e dignità storica agli eventi, piano piano si riuscirà a restituirla anche alle persone.

Rachele Martino

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