Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Roberto De Simone al dottor Savoia Caro dottor Savoia

Posted by on Gen 10, 2018

Roberto De Simone al dottor Savoia Caro dottor Savoia

Pubblichiamo la lettera di Roberto De Simone che sta girando per il web che merita attenzione anche se non del tutto condivisibile per quanto riguarda il 1799. Abbiamo deciso di pubblicarla senza nessuna modifica ma questo non ci esime dal considerare che da uno studioso monumentale come Roberto De Simone ci saremo aspettati una conoscenza sul 1799 diversa da quella che i giacobini napoletani portano avanti da tempo che ormai si sta sciogliendo come neve al sole. 

Sono un napoletano come te e ho più o meno la tua età: sotto i settant’anni. Nell’apprendere che probabilmente verrai a Napoli, mi sono riaffiorate alla memoria ridde di avvenimenti risalenti al 1943, dei quali tu fai parte comunque, e che quindi mi corre l’obbligo di comunicarti. Nell’ex convento di Monteoliveto, presso la Posta centrale, tra le rovine causate dal bombardamento del 4 dicembre 1941, si erano insediate, nel ‘43, le truppe americane di occupazione, e i napoletani della zona, affamati, ivi sostavano spe­rando in qualche gesto d’elemosina, o in una vendita di prodotti alimentari che i militari effettuavano per poche am-lire. Tra i tanti, mi trovavo lì con mia nonna, avevo dieci anni, e la mia famiglia era ridotta in disperate condi­zioni dopo che mio padre era stato dimesso dall’esercito coloniale. A un tratto, dalle scale del cortile di Monteoliveto discese un americano il quale mostrò una grossa scatola di carne e si accinse ad aprirla. Tutti, credendo che egli volesse distribuirne il contenuto tra più persone, gli si affollarono intorno, ma il militare, non appena ebbe tagliato il coperchio, scaracchiò rumorosamente e sputò sulla carne, gettando la scatola a terra, tra le risate degli ame­ricani presenti. Purtuttavia, ricordo che una donna si chinò a recuperare la scatola, togliendone la parte su­periore della carne. A tal punto, un secondo militare si sbottonò i pantaloni e pisciò sulla scatola, bagnando anche la donna che ad alta voce bestemmiò. Ma tu non puoi ricordare tali cose: eri bene al sicuro con tuo nonno che proditoriamente era fuggito abbandonando la Nazione all’invasione delle truppe anche di colore. Le persone come me, e sono tante, ricor­dano, ricordano: e io mi ricordo del povero Rosario De Leva, figlio del maestro Enrico De Leva, autore di «Spingole francesi», di «‘A nuvena» e di tante altre belle melodie. Rosario aveva quindici anni, e come me studiava il pianoforte con Tita Parisi, presso la quale mi recavo a prendere lezione, in via dei Mille, nello stesso palazzo in cui abitava il maestro De Leva. Il giovanissimo Rosario, un sabato mattina del settembre del ‘43, stava percorrendo via Vittoria Colonna, quando udì intimargli l’alt da una pattuglia tedesca. Rosario prese a correre e si rifugiò nella vicina chiesa dell’Ascensione, ma fu raggiunto da due militari che con tre colpi di pistola lo ammazzarono lì, ai piedi dell’alta­re maggiore. Più o meno, allo stesso modo mori mio nonno Claudio, padre di mia madre, scambiato dai tedeschi per un giovane. In quei giorni ammazzare una persona era facilissimo, caro dottor Savoia, e non si subiva nemmeno un processo, come quello che tu hai subito. In quei giorni morire era facile, e per vivere si faceva di tutto, ci s’industriava a vendere di tutto, come fece ingegnosamente una «zarellara» dei Banchi Nuovi, che, nella Befana del 1944, si mise a vendere palloncini ricavati dai preservativi dei soldati america­ni. Mia madre s’industriava vendendo del sapone fatto in casa – si fa per dire – perché in realtà eravamo accampati in una casa-botte­ga di nonno Claudio, in piazza del Gesù, invasa totalmente dalle macerie del bombardamento del 4 agosto 1943. Noi ci eravamo li trasferiti da piazza Sant’Erasmo, al Porto, dopo che la nostra casa era stata sventrata da un pezzo della nave esplosa nel marzo del ‘43. Lì, oltre a vendere il sapone, mia madre vendeva anche lo zucchero di contrabbando, tant’è che una volta subimmo una perquisizione della polizia. Ma fortunatamente una comare di nonna ebbe la felice idea di nascondere vari sacchetti,di zucchero nel pianoforte verticale, sui quale io mi esercitavo a suonare, e i poliziotti cercarono dappertutto, perfino nei materassi, tralasciando il vecchio strumento. Era questa la realtà collettiva della nostra città, e tale rimase oltre il giugno del ‘46, quando, perlomeno, avem­mo la fortuna che i Savoia fossero definitivamente cacciati via. Ma con tutto ciò, caro dottor Savoia, a scanso di equivoci, ti chiarisco che non sono neoborbonico. Ma un re, un re come Carlo di Borbone i Savoia se lo sognano, e che gli effetti di quel regno illuminato si riflessero a lungo sui discendenti di quella dinastia; ma ai Borbone si imputano gravi colpe, come la vergognosa fuga di Ferdinando dalla città, nel 1798, all’approssimarsi dell’esercito francese. Nè sarà mai perdonabile la barbara macelleria del ’99, il tradimento compiuto verso i rivoluzionari giacobini che capitolarono con la garanzia di avere salva la vita. Ma i tuoi avi, caro Savoia, hanno usurpato il regno delle due Sicilie, lo hanno spogliato come terra di conquista, abbandonando il Sud alla miseria, alla disoccupazione, all’emigrazione, al mancato sviluppo economico; sono responsabili di avere impiegato i meridionali come carne da cannone nelle guerre d’Africa, nella guerra ‘15-’18; sono colpevoli di avere aperto le porte al fascismo, di avere firmato una nefanda dichiarazione di guerra, i

 

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