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Roma, dacci oggi la nostra mafia quotidiana – Alta Terra di Lavoro

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già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Roma, dacci oggi la nostra mafia quotidiana

Posted by on Ago 10, 2017

Roma, dacci oggi la nostra mafia quotidiana

Da non meno di quarant’anni la sinistra italiana -italiana per modo di dire, in realtà toscopadana -non sa più intrattenere un colloquio veramente politico con i lavoratori meridionali. In un certo senso ha persino rinunziato ad averne i voti, tranne ovviamente quelli clientelari.

Ma siccome la cifra elettorale conta -e come! -si è buttata a capofitto a cercare di rifarsi del consenso perduto acchiappando voti fra i piccoli borghesi e i benpensanti. Fortemente immersa in questa avanzata di retroguardia, la sinistra cartellare si scatena in euforici alleluia quelle volte che le forze di polizia ottengono qualche successo nella ricerca e nella cattura di un mafioso (non si capisce bene se già scelto come ostia sacrificale al dio Stato dalla stessa mafia). Ovviamente non si può dire di no alla cattura di un delinquente. La legge è legge, anche se si tratta di una legge cretina -perché, per un mafioso che va in galera, ne vengono battezzati quattro -e anche classista e reazionaria, perché condanna le vittime della emarginazione colonialista delle masse meridionali e assolve lo Stato colonialista, che della mafia e della camorra si è avvalso sin dalla non eroica impresa di Garibaldi e ne è tuttora un intrinseco amico e dissimulato protettore, in consonanza con tutti i servizi segreti occidentali -come ha tragicamente dimostrato l’assassinio, in Somalia, della giornalista Ilaria Alpi e del suo collega fotografo -e con il sistema finanziario a reti unificate, che va dalla borsa di New York e a quelle di Hong Kong e di Tokyo.

I sistemi economici sono descritti in base alle epoche, o età, in cui hanno operato: l’età greco-romana, l’età feudale, l’età del capitalismo, per citare soltanto le più importanti. Le prime due durarono millenni e naturalmente i sottosistemi che si susseguirono nel tempo e che si svolsero in luoghi diversi non furono identici al prototipo ideale con cui viene configurata nei libri. La terza, l’età del capitalismo, ha solo duecentocinqunt’anni di vita, ma siccome il sistema è stato assecondato da un travolgente progresso scientifico, tecnico e organizzativo, il capitalismo ha avuto numerose sottofasi. L’attuale sottofase è detta ‘globalizzazione’, la quale ha incorporato la sottofase precedente, quella detta del ‘consumismo’.

Il consumismo è una logica economica secondo la quale le banche centrali emettono cartamoneta per prefinanziare i consumi delle masse. (Naturalmente i biglietti bisogna restituirli valorizzati dal lavoro e dalla produzione, e con gli interessi) Sull’onda della domanda crescente, le aziende fornitrici si moltiplicano e si fanno concorrenza fra loro. L’azienda più forte, o le aziende più forti, ammazzate le altre, si pongono al centro del mercato e lo dominano, di modo che il prezzo non si forma più attraverso il gioco della domanda e dell’offerta, ma viene da loro fissato nel punto in cui realizzano il massimo profitto. Questo prezzo è un prezzo di monopolio (o oligopolio = poche aziende monopolistiche).

Uno dei consumi più diffusi della nostra epoca è la droga. Le aziende che offrono questa merce sono le mafie meridionali: ‘ndragheta, camorra e mafia propriamente detta. Le tre imprese agiscono in regime di monopolio. Ovviamente mafia, ‘ndragheta e camorra, che sono ‘capitalismo a mano armata’, si fanno concorrenza fra loro con il mitra. Capita quindi spesso che un mafioso ci lasci la pelle. Ma non pare che sia questo il punto che allarma la sinistra toscopadana, e meno che mai la piccola borghesia meridionale. Né pare sia la specifica merce droga a dare un serio fastidio allo Stato, nella sua veste di Legge e Ordine, o alla piccola borghesia, che si chiude a piangere nel segreto della famiglia, se un suo componente cade vittima della droga. La reazione della gente per bene si concentra su un altro punto: l’egemonia economica che il ricco e potente settore mafioso esercita, come una piovra, sul commercio legale delle singole località cittadine, zonali, regionali, emarginando e opprimendo il libero esplicarsi del commercio e dell’industria piccolo borghese (i grossi trovano sempre il modo d’accordarsi con la piovra. Esempio attuale. i rifiuti dell’Acna ligure e del Petrolchimico veneto scaricati a ridosso di Napoli. Ma si possono citare esempi più clamorosi, come le patrie mine vendute in Afganistan in cambio di fiori di papavero o le armi cedute alle tribù francofone e anglofone africane, in cambio d’uranio e di diamanti).

Personalmente non mi sento di piangere nel coro. La piccola borghesia meridionale è stata acculturata dal colonialismo interno, in modo da essere sempre servile con la Toscopadana, un trend secolare che parte da Mazzini e Cavour per arrivare agli intrepidi nostri contemporanei, Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, perfettamente ammaestrati nelle scuderie del domator di cavalli e sacerdote di cinismo, Massimo D’Alema. La piccola borghesia limosinante è il vero ostacolo alla crescita economica, civile e culturale dei meridionali.

Ma non è su questo punto che intendo porre l’accento. La sinistra toscopadana, così verbosa, cinematografica e televisiva contro la piovra mafia, immancabilmente dimentica di ricordare alla medesima piccola borghesia che è afflitta da ben altre piovre, quelle dei monopoli ed oligopoli nazionali. Eppure, un tempo, l’Unità il problema ce lo ricordava ogni mattina. Lo stesso facevano i liberali de “Il mondo’, Salvemini, Pannunzio, gli scritti riesumati di Ernesto Rossi, il “fondatore” Eugenio Scalfari, al tempo giovincello. Storicamente la palma spetta al monopolio elettrico. La bolletta della luce NON rappresenta la fattura di un servizio, ma una gravosa e ingiusta imposta privata (non statale) che percuote il cittadino ogni due mesi. E infatti, adesso che l’ENEL si comporta come una qualunque società di capitali, è divenuta una fra le più ricche aziende d’Europa. Ancora più ricco è l’Eni, giuridicamente ormai una società privata e quotata in borsa. Anche la bolletta del gas contiene innumerevoli componenti di monopolio. Il prezzo del gas è tale da tagliere le gambe a un maratoneta dell’antica Ellade. Ma neanche qui reazioni politiche. Sono affari privati. Nel caso vi sentiate frodati, rivolgetevi all’Autority, al giudice, a “Mi manda Rai 3”, all’Associazione dei consumatori. Il culmine di attività monopolistiche si raggiunge con Telecom. Il costo di una telefonata si è ridotto di sette o otto volte, ma la bolletta è quadruplicata in pochi anni.

Potremmo continuare con le sigarette, lo zucchero, i concimi, le auto, le banche e molti altri grandi dittatori del prezzo. “O ti magi questa minestra o ti butti dalla finestra”. Ma scendendo di qualche gradino, si trovano situazioni identiche. Per esempio le lamette da barba. Oggi radersi “è un vero piacere” … ma soltanto per chi fabbrica i rasoi. E le lampadine della multinazionale Philips? Costano poco adesso, ma durano sì e no un mese. Qualche tempo fa ho comprato un phon. Naturalmente, garanzia di un anno. Si è guastato, e la garanzia è tale che io mi tengo l’elettrodomestico guasto e pure la garanzia.

Sulla disoccupazione, che dovrebbe essere il punto centrale di ogni proposta di sinistra, silenzio. Non esiste più. Ma -mi chiedo -questa sinistra estranea a noi, cosa ci fa tra noi, se Bertinotti e Veltroni non sono commestibili?

Nicola Zitara

da FORA 26 febbraio 2007

 

nicola zitara

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