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Rothschild, il nome impronunciabile (seconda parte)

Posted by on Giu 13, 2017

Rothschild, il nome impronunciabile (seconda parte)

I Rothschild e Napoleone

Gli affari dei cinque fratelli cominciarono a diventare determinanti, all’interno dello scenario politico internazionale. Un esempio fra tutti. Lo storico Jean Bouvier nel suo Les Rothschild (Edition Complexe, 1983), ha giustamente sostenuto che Napoleone sia stato sconfitto su un campo di battaglia prettamente finanziario.

Ebbene, già dietro la sconfitta di Waterloo del grande imperatore francese c’è lo zampino dei Rothschild. Furono loro, infatti, a finanziare le operazioni militari del Duca di Wellington che portarono alla vittoria dell’esercito inglese. Esattamente come, dopo l’uscita di scena di Napoleone, erogarono i prestiti per la restaurazione, in Francia, del potere di Luigi XVIII.

Ma non basta. Il Langravio di Assia, negli ultimi anni del potere di Napoleone, aveva tergiversato chiedendosi se convenisse di più schierarsi con Bonaparte o con le molteplici coalizioni realizzatesi contro di lui. Napoleone non glielo aveva perdonato, ed era piombato sull’elettorato, occupandolo e spedendo il Langravio in esilio. In quella circostanza Amschel Meyer aveva esibito tutto il suo opportunismo, continuando in segreto ad aiutare finanziariamente l’esule Guglielmo (con l’aiuto di Nathan, che aveva custodito i risparmi del Principe sottraendoli alla razzia napoleonica e, nel frattempo, utilizzandoli per comprare oro per un valore di 800 mila sterline) e, contemporaneamente, intraprendendo nuovi proficui affari con i francesi, ingraziandoseli al punto di ottenere che venisse sancita la parità di diritti tra gli abitanti del ghetto ed il resto della popolazione dell’Assia, e ciò in cambio del versamento di una somma pari a ben vent’anni di imposte! E ciò, si noti bene, nonostante l’Imperatore fosse determinato ad arrestare in tutti i modi il processo di emancipazione degli ebrei innescato dalla Rivoluzione francese. Dal marzo 1810, poi, Jakob si era trasferito a Parigi in modo definitivo, e gli affari con l’Imperatore erano diventati una prassi quotidiana. D’altra parte, negli anni precedenti, aveva improvvisamente moltiplicato le sue ricchezze ed il suo potere grazie ad un affare di cui gli storici tradizionali non hanno mai parlato, ma che lo studioso “non allineato” Vittorio Giunciuglio (nel suo Un ebreo chiamato Cristoforo Colombo, 1994), ha spiegato molto bene in seguito alle sue lunghe ricerche su Cristoforo Colombo. James, infatti, aveva ricevuto da Napoleone l’incarico di smerciare le migliaia di lingotti d’oro sottratti al rivale Banco di San Giorgio, istituto finanziario genovese importantissimo, nonché prima Banca della storia europea. Il Banco conteneva, oltre ai depositi della corona francese, su cui la Repubblica voleva mettere le mani, niente meno che l’immensa ricchezza di Colombo, accumulata in tutti i suoi viaggi. Genova era stata occupata dai francesi proprio per metter fuori combattimento e depredare quello che costituiva il principale rivale della Banca Rothschild. Una fortuna smisurata, che aveva successivamente trasformato James in uno degli uomini più importanti del mondo.

Ma al di là dei lingotti genovesi, Napoleone sapeva pochissimo del resto degli affari di James. Il quale, in quella nuova sede, aveva potenziato enormemente il traffico di oro ed effetti bancari tra Inghilterra, Francia e resto d’Europa, facendo trasportare il metallo prezioso in vagoni  con scomparti segreti e, quando risultava impossibile occultare tali traffici, riuscendo a convincere il Ministro napoleonico delle Finanze Mollien che il flusso d’oro verso Londra giocasse un ruolo favorevole alla Francia, comportando di fatto un forte indebolimento economico per l’Inghilterra[1][1][1].

[1]In pratica i Rothschild stavano facendo affari con dominati e dominatori, vincitori e sconfitti. E nessuno l’aveva davvero capito.

[1]Una prassi che, come vedremo, la famiglia saprà consolidare  nel tempo.

[1]Si racconta che Amschel Meyer, deceduto il 12 settembre 1812, sul letto di morte abbia diviso il mondo tra i suoi cinque figli. Sta di fatto che questi sono gli anni dell’irrefrenabile ascesa di Jakob, ribattezzatosi James. Con la prima sconfitta di Napoleone a Waterloo egli riuscì a registrare la sua Banca presso il Tribunale di Parigi e ad accogliere, grazie a Nathan, la valuta inglese necessaria per finanziare la salita al trono di Luigi XVIII. Fu il suo primo contratto con un Re. All’età di ventun anni il nostro James vantava un giro d’affari superiore al milione di franchi, l’equivalente di circa cinque milioni di euro attuali.

[1]Nel frattempo Bonaparte il 26 febbraio 1815 fuggiva dall’Isola d’Elba con cinquecento uomini. Nemmeno un mese dopo, la sera del 20 marzo, sedeva già al posto di comando, presso la residenza delle Tuileries, ma ancora una volta James non si perse d’animo. Non sappiamo che rapporto intercorse tra l’Imperatore ed il banchiere in quei leggendari successivi Cento giorni, ma è un dato di fatto che l’esito della Battaglia campale di Waterloo sia arrivata alle orecchie dei Rothschild prima che a quelle di chiunque altro. La leggenda vuole che James abbia seguito le operazioni militari da un’altura ed abbia subito informato il fratello Nathan a Londra – che per finanziare le truppe inglesi aveva trasferito nel Continente lingotti d’oro per un valore di 15 milioni di sterline tra il 1813 ed il 1815, di cui 6 milioni soltanto tra il gennaio ed il giugno dell’ultimo anno – ottenendo in quel modo guadagni eccezionali in ambito finanziario. Secondo un’altra versione Nathan sarebbe stato informato dal suo agente di Ostenda, Rowerth. Il Lottman – in generale sempre molto “fiducioso” nelle qualità morali e civili della famiglia – così scrive:

[1]”In realtà il servizio di informazioni dei Rothschild, che con la consueta efficienza collegava i punti chiave del continente servendosi di battelli e diligenze, portò a Nathan la notizia prima che arrivasse a chiunque altro; ma egli, da buon suddito del Re qual era, ne informò immediatamente il Governo inglese. I Rothschild diventarono ancora più ricchi, ma non furono gli unici beneficiari della vittoria.[1][2]

[11]Nel 1816, grazie alle pressioni esercitate da Metternich, i Rothschild ottennero dall’Imperatore d’Austria il titolo di Baroni; un riconoscimento estremamente inusuale, mai concesso a commercianti, per giunta ebrei. Il titolo andò a tutti i fratelli tranne Nathan, che in qualità di suddito britannico non poteva ottenere un’onorificenza austriaca. James, barone a soli ventiquattro anni, largheggiò permettendosi di invitare a cena lo stesso Metternich o il Duca di Wellington. Divenne amico e consulente finanziario del Duca d’Orleans, futuro Luigi Filippo re dei francesi, che una volta sul trono non si sarebbe certo dimenticato dei favori del barone. Il tutto visto non proprio di buon occhio dalle varie comunità ebraiche europee, cui non sfuggiva l’alleanza tra i ricchissimi banchieri semiti ed i loro potentissimi, aristocratici persecutori.

 

Pietro Ratto

fonte incontrostoria.it

 

[1][1][1] Questa, così come molte altre informazioni sui Rothschild ivi contenute, è tratta da H. R. Lottman, I Rothschild, storia di una dinastia, Arnoldo Mondadori Editore, 1994.

[1][2][17] [18]H. Lottman, Op.Cit., pag. 18.

 

 

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