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Salviamo gli affreschi trecenteschi di Roberto d’Oderisio nella confraternita dei SS. Gregorio e Antonio Abate

Posted by on Ago 22, 2017

Salviamo gli affreschi trecenteschi di Roberto d’Oderisio nella confraternita    dei SS. Gregorio e Antonio Abate

   Di solito la prima tappa per chi giunge ad Itri è il castello medioevale, ma l’elemento significativo del profilo artistico della cittadina aurunca è la collegiata di S. Maria Maggiore con l’annesso campanile, di stile moresco.

L’antica chiesa, non più aperta al culto da 72 anni, per i notevoli danni arrecati ad essa dai bombardamenti anglo-americani, nell’ultimo conflitto bellico mondiale, è una perla incastonata nel centro storico. Tuttavia, dal dopoguerra, è rifugio di gufi e di civette, dopo essere stato luogo di deposito di fieno!

   Negli ultimi anni sono andati irrimediabilmente distrutti dagli escrementi degli animali e dagli elementi atmosferici alcuni pregevoli affreschi parietali, riproducenti immagini sacre. E’ rimasto ancora un dipinto, in buono stato, ma, se non si provvederà a proteggerlo, si deteriorerà o si polverizzerà in breve lasso di tempo. Perché non si corre, a rotta di collo, al distacco dell’opera? Ci si deve domandare, con rabbia.

   Sarebbe un’onta, un vero e proprio delitto, se ciò non si verificasse e venissero dispersi  simili valori artistici e religiosi. Prima che l’azione edace del tempo e l’incuria possano mandare in malora questi ricordi insigni di Itri, invochiamo l’intervento della Soprintendenza alle Gallerie ed alle Opere d’Arte di Roma e del Lazio, affinché faccia lavori di restauri, occorrenti a riportare la chiesa di S. Maria Maggiore e la confraternita dei SS. Gregorio e Antonio abate al primitivo splendore. Esse sono sovrapposte, in senso ortogonale, una sull’altra. La seconda, costruita nel secolo XV, sotto il pavimento di S. Maria Maggiore, che, per secoli, ha custodito il corpo di S. Costanzo martire, è da salvare! Ne vale la pena. Per restituire alle due chiese la dignità che spetta loro, è necessario “in primis” eseguire opere di consolidamento delle murature, poi procedere alla pulizia dell’interno e dell’esterno e, infine, alla copertura della volta, quasi interamente senza tetto.

   Occorrono provvedimenti urgenti. Gli enti preposti alla loro salvaguardia non devono perdere tempo: i lavori dovrebbero iniziare al più presto ed essere compiuti a regola d’arte. Soltanto così si potranno recuperare alla cultura la collegiata di S. Maria Maggiore e la confraternita dei SS. Gregorio e Antonio abate, adibendole, in considerazione delle qualità intrinseche degli organismi edilizi, ad auditorium da 250 posti. Pochi anni fa, sono stati staccati dalle pareti della navata della chiesa di S. Maria e portati nella chiesa di S. Michele Arcangelo due affreschi del XIV secolo, di notevole pregio, interessanti per la loro luminosa bellezza e per la grazia spiranti dalle figure: uno, posto in una nicchia di forma ovale, raffigura S. Giuseppe col Bambino, circondati da teste di angeli; l’altro rappresenta  un santo vescovo, in atto di benedire. L’immagine sacra è fiancheggiata da sette riquadri, in cui sono raffigurate alcune “scene”, probabilmente la storia della vita del santo. Il personaggio ritratto è S. Nicola di Bari, con la mitria in testa, il rosso pallio sulle spalle, la pastorale nella mano sinistra e una lunga barba sul volto. Il vescovo di Mira benedice con la mano destra.

   Negli ultimi anni nell’arcaica cripta della suddetta confraternita si sono obliterati in maniera irreparabile due affreschi: uno riguarda un imponente Salvatore, dall’ispida barba sul mento, con la mano destra alzata nell’atto di benedire. Al suo fianco, due Apostoli. In primo piano, su un tavolo, un calice. Trattasi di un trittico. L’altro raffigura S. Bartolomeo, uno dei dodici Apostoli, che incontrò il martirio in Armenia maggiore, ad Albanopodi, dove, per aver convertito il re, predicando il Vangelo di S. Matteo, fu scorticato vivo e crocifisso, per ordine del fratello del monarca. Il santo, dalla corta barba, avvolto in un ampio panneggio, di colore celeste,  tiene nella mano destra un coltello, con cui fu descoriato. Nella mano sinistra, ha un libro aperto, le Sacre Scritture. Alle spalle di S. Bartolomeo, un’ancona dipinta in rosso, tavola tipica dell’arte gotica e rinascimentale, terminante, in alto, ad angolo acuto. L’ancona, genere importantissimo come padre del quadro di cavalletto, generalmente era posta sopra l’altare. Nella stessa confraternita vi erano anche affrescati un “Cristo in deesis fra angeli”, nella volta, una “Madonna col bambino ed angeli” e un “Santo”, opere ascrivibili a Roberto d’Oderisio, pittore napoletano, formatosi alla scuola di Giotto, il maggiore degli artisti attivi a Napoli, alla corte della serenissima regina Giovanna I d’Angiò, sposata a Giacomo III d’Aragona, figlio dello spodestato re di Maiorca, e poi a quella di Carlo III di Durazzo, che lo nomina, in un documento datato primo febbraio 1382, suo familiare con sede nella reggia e primo pittore di corte (“et de regio hospitio et in magistrum pictorem regium”), con una remunerazione di trenta once annue, una grossa cifra all’epoca. L’onorificenza è il riconoscimento ad una carriera duratura del d’Oderisio. Solo Giotto, di cui tutta l’arte italiana del Trecento aveva risentito profondamente l’influsso dello stile, aveva goduto di tali prerogative.

                       

Alfredo Saccoccio

 

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