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San Maurizio nell’Annunziata di Carinola: un dilemma storico

Posted by on Apr 23, 2018

San Maurizio nell’Annunziata di Carinola: un dilemma storico

Come si sa, gli affreschi sono testimonianze storiche molto importanti per gli studiosi; in essi è possibile trovare una quantità rilevante di informazioni che aiutano a ricostruire determinati periodi storici.

Questo vale anche per l’Annunziata di Carinola dove gli affreschi, a saperli leggere, danno moltissime informazioni. Un affresco in particolare suscita, in chi lo guarda, curiosità e, in chi lo studia, una buona dose di perplessità che fa nascere tante domande. 

Si tratta di un affresco raffigurante un soldato con la spada sguainata verso l’alto e due teste umane nella mano sinistra.

La mia sensazione, la prima volta che vidi l’affresco, fu proprio di perplessità: non riuscivo a capire chi potesse essere quel personaggio strano, con due teste in mano. Un santo sicuramente, ma chi? Avendo la spada tra le mani ne dedussi che poteva essere un santo soldato. Fu il prof. Silvio Ricciardone, che mi accompagnava, a dare l’input, dicendo che forse poteva essere San Maurizio, ma era una rappresentazione del santo fuori dai canoni iconografici comunemente usati.

Due furono le domande che mi assillarono per un bel po’ di tempo:

1) Che ci faceva San Maurizio a Carinola? Non è infatti un santo venerato dalle nostre parti, ma nelle aree di lingua francese, dove subì il martirio o anche in alcune zone del nord Italia.

2) Chi erano i due personaggi le cui teste  teneva nella mano sinistra?

Tranne le due teste mozzate che possono rappresentare Essuperio e Candido, ufficiali della Legione Tebea decapitati con Maurizio, qualsiasi illazione poteva essere sbagliata. L’unico modo per venire a conoscenza delle cose era una seria ricerca documentaria. E così spulciando testi su testi, antichi e più moderni, navigando nei siti degli archivi di stato, qualcosa ho trovato. Ma quello che mi ha permesso di poter fare una ricostruzione storica abbastanza corretta è senza dubbio la ricca documentazione che sono riuscita ad avere dall’Archivio di Stato di Torino.

 

Dalle Rationes Decimarun degli anni 1308-1310 sappiamo che a Carinola esisteva un lebbrosario intitolato a S. Maria Mater Domini, che esso dava una rendita di 20 oncia d’oro e ne pagava due di decime.
Il lebbrosario fu forse istituito dai sovrani svevi e affidato ai frati dell’Ordine Militare Ospedaliero di San Lazzaro di Gerusalemme, il cui Priorato generale italiano si trovava nella Casa dei Lebbrosi e Ospedale di Capua. Ai frati ospedalieri i reali francesi concessero protezione e cospicue donazioni, mentre i pontefici romani concessero loro molti privilegi, soprattutto nel XIII secolo,  per cui l’ordine divenne molto ricco.

Tra i più importanti privilegi ricordiamo quelli concessi da Papa Gregorio IX (1227-1241) che, con la Bolla del 4 Agosto 1227, esentò i beni dell’ordine da ogni tassa e con un’altra Bolla del 26 Novembre dello stesso anno concesse 20 giorni di indulgenza a chiunque facesse elemosina all’ordine. Papa Alessandro IV (1254-1261), oltre a confermare i privilegi dei pontefici suoi predecessori, confermò ai Cavalieri di San Lazzaro la Regola di Sant’Agostino che gli stessi già seguivano spontaneamente.

Papa Clemente IV
(1265-1268) concesse diversi privilegi tramite tre Bolle Pontificie, due del 1265 e una 1266. Egli stabilì che:

  1. I Cavalieri di San Lazzaro venissero sepolti gratuitamente
  2. Nei cimiteri dell’Ordine potevano essere sepolti tutti, eccetto usurai e scomunicati.
  3. I Cavalieri di San Lazzaro avessero la facoltà di raccogliere, una volta all’anno, la colletta in tutte le Chiese, senza che i parroci potessero impedirlo.
  4. I beni, gli alimenti e gli animali dei Cavalieri fossero esenti dalle decime.
  5. Inoltre, la Bolla Pontificia di Papa Bonifacio VIII del 22 Novembre 1297, stabilì che i Cavalieri che versavano all’Ordine un’elemosina di 200 marchi d’argento erano esonerati dai voti, tranne l’obbligo di recarsi a Gerusalemme.

Tra i tanti privilegi, i papi concessero che le proprietà appartenute ai lebbrosi, dentro e fuori gli ospedali, a morte di questi passassero agli stessi ospedali che li avevano ospitati.
Il 20 Aprile del 1311, re Roberto d’Angiò inviò una lettera a tutti gli ufficiali del Regno di Napoli avvisandoli che i frati dell’Ordine ospedaliero di San Lazzaro avevano l’autorità, concessa loro dai pontefici, di costringere le persone infette dalla lebbra a isolarsi negli ospedali, prendendole anche con la forza, per allontanarle dalle persone sane. E poiché molti infetti si rifiutavano di andare negli ospedali per non far perdere alla famiglia i loro beni alla loro morte, re Roberto ordinò ai suoi ufficiali di prestare ogni possibile aiuto ai frati affinché questi potessero adempiere al loro dovere.

Nei secoli seguenti, per recuperare i beni dei lebbrosi morti, spesso si usavano maniere poco ortodosse  per cui i frati di San Lazzaro persero molta stima tra il popolo. A questa perdita di stima va aggiunta anche la difficile situazione del Priorato di Capua, in cui molti baroni e signorotti, attratti dalle ricchezze dell’Ordine, si contendevano il titolo di Maestro e precettore della Milizia di San Lazzaro, senza esserne cavalieri. Nonostante la protezione di re e pontefici, l’ Ordine italiano perse la sua antica dignità e non riceveva più molte donazioni.

I Papi del XV e XVI secolo cercarono di far sì che l’Ordine recuperasse l’antico splendore. Papa Pio IV nominò Gran Maestro dell’Ordine suo nipote Giannotto Castiglioni con la speranza che riuscisse a risollevare le sorti dell’Ordine, ma il Castiglioni si rese ben presto conto, per una serie di situazioni economiche, che l’Ordine non era in grado di reggersi autonomamente e nel 1571 si dimise in favore del Duca Emanuele Filiberto di Savoia, già Maestro dell’ordine mauriziano sabaudo.
Il Pontefice Gregorio XIII (1572-1585) prese la palla al balzo e con Bolla del 13 Novembre 1572 decretò l’unione canonica dell’Ordine di San Lazzaro con quello sabaudo di San Maurizio e Emanuele Filiberto di Savoia fu confermato Gran Maestro dell’Ordine per sé e per i suoi successori reali.

Tutte le proprietà dell’ Ordine di San Lazzaro furono unificate a quelle di San Maurizio e date in commenda ai Cavalieri dell’Ordine stesso.

Non conosciamo ancora quali furono i primi commendatari della commenda militare S. Maria Mater Domini di Carinola del nuovo unificato Ordine dei SS Maurizio e Lazzaro; bisogna arrivare al 1733 per avere notizie certe. In tale anno, la commenda di Carinola fu affidata all’abate di Santena (Torino) canonico Giovanni Amedeo Benzo, dei conti di Santena e cavaliere dell’Ordine, che la detenne per 20 anni.  In quel periodo la commenda di Carinola produceva circa 60 scudi di reddito. Ma a causa della lontananza, il conte non poteva  controllare le sue proprietà carinolesi e gli affittuari ne approfittarono per usurparne le terre ed impossessarsene.

Nel 1750, il cavaliere cosentino Gaetano Spadafora fu informato dal Vescovo di Carinola, probabilmente mons. Francesco del Plato,  che alla commenda di Carinola erano state usurpate parecchie terre, circa 13 moggia. Lo Spadafora allora fece domanda al Gran Maestro generale per ottenere la commenda, impegnandosi nel recupero dei terreni usurpati e passando al legittimo commendatario, l’abate Benzo, i 60 scudi annui di rendita. La proposta fu accordata e lo Spadafora iniziò il recupero dei terreni, venendo personalmente a Carinola e cercando negli archivi i presunti affittuari dei terreni che si erano appropriati delle proprietà. Il primo affittuario costretto a lasciare i terreni fu un Domenico Pergameno, a cui seguirono tutti gli altri. Per il 1753, grazie allo Spadafora,  la commenda di Carinola rientrò in possesso di tutti i terreni usurpati che erano i seguenti:

 

1.Terra campestre detta Mater Domini confinante ai due lati con la strada pubblica, da un lato con i beni di Lucrezia Marchesa Di Lorenzo, di moggia 15, passi 5, passatelli 112 e mezzo.

2.Due territori detti la Nocella e Alberone in  tutto di moggia 5, passi 127, passatelli 127 e    8/3.

3.Terra campestre detta alli Crispi di moggia 55,  passi 128, passatelli 123.

4.Due territori detti a Capotignano e e l’Arboscello di moggia 4, passi 6,  passatelli 13.

5.Terra campestre detta Viallunghi di moggia 5, passi 120, passatelli 3 e mezzo.

6.Terra con cerque e castagne detta Viallunghi di moggia 6, passi 15, passatelli.

7.Terra campestre detta la Starza, confinante con il lago di Carinola, di moggia 127, passi 4, passatelli 127.

 

Nel frattempo che lo Spadafora recuperava tutti i terreni, morì il legittimo commendatario, il canonico Benzo, e lo Spadafora poté diventare legittimo commendatario della commenda di Carinola. 

Essendo egli nativo del Regno di Sicilia, anche se residente a Roma, non ebbe difficoltà ad ottenere dal re di Napoli l’exequatur, ossia il beneplacito reale per prendere possesso dei beni siti nel Regno. 

Nel 1753 il cavalier Spadafora prese possesso della commenda militare di Carinola facendo l’atto di prassi dovuto: camminando su ciascun  terreno insieme a due testimoni, estirpando qualche erbaccia e se nessuno dei lavoranti aveva nulla da dire, egli veniva riconosciuto ufficialmente come legittimo proprietario del terreno. A questo simbolico atto di possesso doveva seguire la registrazione della collazione alla Real Camera di S. Chiara e di tutti i nominativi dei lavoranti delle terre, specificando le prestazioni dovute.
Grazie al recupero dei terreni e ai miglioramenti che operò lo Spadafora, la commenda militare di Carinola raggiunse la rendita di 300 scudi annui.

Lo Spadafora detenne la commenda fino al 1780, anno della sua morte, che poi passò al piemontese cavalier Ortensio Ceva Bussi, marchese.

Il cavalier Bussi ebbe invece dei grossi problemi ad entrare in possesso della commenda. Prima perché non era originario o residente nel Regno di Napoli e Sicilia, e poi per via di alcune infelici espressioni usate nella Bolla di conferimento della commenda, che diedero molto fastidio ai reali di Napoli. Il Bussi dovette ricorrere prima alla Real Camera di Santa Chiara e poi, in appello, alla Gran Corte della Vicaria. Solo nel 1783, dopo 3 lunghi anni di beghe legali, riuscì ad entrare in possesso della commenda militare di Carinola.

Fin qui le informazioni, poi si perdono le tracce della commenda di Carinola, ma le ricerche sono chiaramente ancora aperte.

Alcuni testi consultati

Amato Brodella: Storia della Diocesi di Carinola – Marina di Minturno, 2005

Archivio di Stato di Torino – Documenti relativi alla Commenda militare di Carinola, S. Maria Mater Domini,  anni 1753 e 1783 – mazzo 3 e mazzo 5.

Cadetti delle truppe pontificie: Atti del martirio di S. Maurizio e compagni – Ravenna, 1845

Giovanni Maria Chiericato: Le spighe raccolte – Venezia, 1716

La civiltà Cattolica: Un superstite della legione Tebea – Vol. 9; vol. 15; Roma, 1894

Sianda Giovanni: Breviario Istorico – Lugano, 1765

Trevor  Ravencroft: La lancia del destino – Roma 1972 

fonte

http://carinolastoria.blogspot.it/search?updated-max=2016-04-25T08:19:00-07:00&max-results=7&start=6&by-date=false

 

 

 

 

 

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