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Schegge di storia 10/ Non voleva rivelare i nomi dei suoi amici borbonici: torturato e ucciso. Ma era sordomuto! Che bravi i piemontesi…

Posted by on Lug 15, 2019

Schegge di storia 10/ Non voleva rivelare i nomi dei suoi amici borbonici: torturato e ucciso. Ma era sordomuto! Che bravi i piemontesi…

Questa rubrica – curata da Giovanni Maduli – ci racconta, attraverso scritti e testimonianze, la storia del popolo del Sud che si ribellava all’occupazione da parte dei piemontesi dopo la ‘presunta’ unificazione italiana. Oggi raccontiamo la storia del sarto palermitano sordomuto ucciso perché non voleva parlare! La rivolta di Santa Margherita Belìce del 1861. I sacerdoti torturati in Basilicata. Le bandiere savoiarde fatte a pezzi in tutto il Sud 

di Giovanni Maduli
componente della Confederazione Siculo-Napolitana e vice presidente del Parlamento delle Due Sicilie-Parlamento del Sud®, Associazione culturale

Continuando l’excursus di testimonianze relative al periodo post unitario che difficilmente possono essere soggette a “interpretazioni” o “valutazioni” diverse da ciò che effettivamente furono, sono e denunciano, ecco altre testimonianze, anche di parte “unitarista”, circa i barbari e selvaggi eccidi perpetrati in Sicilia e in tutto il Sud.

Altra inimmaginabile sevizia fu quella perpetrata a danno del palermitano Antonio Cappello, di mestiere sarto, chiuso a viva forza dai carabinieri in ospedale e torturato per parecchi giorni con ferri roventi – 154 bruciature! – perché i suoi aguzzini volevano sapere i nomi di certi simpatizzanti borbonici e, solo quando il disgraziato fu in fin di vita, i suoi carnefici si accorsero che non poteva rispondere all’interrogatorio perché era sordomuto.

Vito D’Ondes Reggio ne parla alla Camera nella stessa seduta del 7 dicembre 1863 ed annota un particolare:

“La madre potrà finalmente vedere suo figlio, inzuppare un fazzoletto nel sangue di lui, dargli un pane perché lo avevano affamato…”.

E conclude:

“Io non ho fiducia negli agenti del governo: sono tre anni che si commettono atrocità innumerevoli, e non fu mai punito un funzionario reo, nemmeno quello che fu convinto d’aver fucilato cinque innocenti!”.

Furono anche registrati i nomi dei torturatori: Antonio Restelli di Milano, Alessandro Maffei di Lucca e Alessandro Rinieri di Bologna. La foto del corpo martoriato di questo giovane fece inorridire l’Europa.

Michele Antonio Crociata Sicilia nella storia – Tomo II, Dario Flaccovio Editore, pag. 112.

Il 4 e 5 marzo (1861) si svolse una violenta sommossa spontanea a Santa Margherita Belìce (Sicilia) durante la quale furono uccisi tre uomini. La rivolta, avvenuta il 3 marzo, fu originata dall’assassinio, ad opera del ceto ricco e nobile, del Dott. Giuseppe Montalbano che, liberale, era stato assai deluso sentendosi tradito dall’avvento dei garibaldini con le loro promesse, tanto da scrivere il 23 febbraio al colonnello garibaldino Giacomo Oddo:

“Sembra con chiarezza che il Governo del Re cerca di traversare le nostre aspirazioni e di non gettare solide fondamenta alla nostra libera e vera Costituzione (siciliana). Bisogna convenire di essere traditi… dire la verità ed elogiare i fatti di Garibaldi è spargere princìpi di brigantaggio”.

Tommaso Romano Sicilia 1860 – 1870, Una storia da riscrivere, ISSPE Edizioni, pag. 57.

Lo stesso giornalismo rivoluzionario nel rammentare il famoso decreto de’ 17 febbraio 1861, col quale la Luogotenenza di Napoli spogliava e sopprimeva varie case religiose, lo definisce come marchiato dal suggello d’incostituzionalità.

Tra le persecuzioni d’ogni specie, è utile rammentare le seguenti:

Muoino di stenti, e di di angosce nelle prigioni della Basilicata (stivate di migliaia di detenuti) gli ottuagenari sacerdoti curati, d. Giuseppe Gulfo, di Colubraro, fondatore d’un ritiro per gli orfani, benefattore de’ poveri, venerato generalmente; e l’arciprete Claps, di Avigliano, trascinato pel tragitto di nove miglia da Avigliano a Potenza, allorché fu arrestato, e più volte minacciato di morte lungo il cammino. S’impedisce finanche a’ cleri de’ paesi, nelle cui prigioni son morti, di celebrarne le esequie, temendo di movimento popolare.

Francesco Durelli Le condizioni del reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862. Ripostes Edizioni, pag. 14.

“Cattolico e monarchico, per convinzione e per affetto, scrivo per dar gloria a Dio e per rendere testimonianza alla verità in mezzo al presente trionfo della menzogna.[…] Italiano, arrossisco che l’unità d’Italia sia il frutto di tanti delitti. […] Nei sette anni di assiduo lavoro che v’impiegai spesse volte credetti sognare, tanto sembravanmi incredibili le cose ch’ero costretto a registrare! ”

Paolo Mencacci Memorie documentate per la Storia della rivoluzione italiana, 1879.

I contadini del Sannio e del Molise, ricordandosi di appartenere alla stirpe degli antichi guerrieri che avevano sconfitto i Romani facendoli passare sotto le forche Caudine, scatenarono la loro rabbia repressa contro i liberali, rappresentanti illegali e servi dei piemontesi.

Il Molise e l’Abruzzo ai primi di ottobre erano stati liberati; la bandiera borbonica sventolava su tutti i paesi ma il Piemonte mandò la sua armata agli ordini di Cialdini, visto che dappertutto i ritratti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi venivano bruciati e le bandiere savoiardi fatte a pezzi. La stessa cosa accadeva in Terra di Lavoro, in Capitanata, nel Gargano, in Basilicata, in Calabria.

Antonio Ciano I Savoia e il massacro del Sud, Magenes Edizioni, pag. 97

fonte https://www.inuovivespri.it/2019/06/16/schegge-di-storia-10-non-voleva-rivelare-i-nomi-dei-suoi-amici-borbonici-torturato-e-ucciso-ma-era-sordomuto-che-bravi-i-piemontesi/

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