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Sophia Loren, protagonista indiscussa della settima arte, merita la cittadinanza onoraria di Itri

Posted by on Dic 20, 2016

Sophia Loren, protagonista indiscussa della settima arte, merita la cittadinanza onoraria di Itri

Il riconoscimento della cittadinanza onoraria di Itri a Sophia Loren, da parte dell’amministrazione civica, darebbe prestigio e visibilità alla nostra cittadina. La grande attrice vi interpretò alcune scene del film “La ciociara”, diretto da Vittorio De Sica, tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, ambientato nelle campagne di Fondi (lo scrittore ed Elsa Morante vi trascorsero nove mesi, in località S. Agata), battute dalla furia del secondo conflitto mondiale.

 

Il riconoscimento della cittadinanza onoraria di Itri a Sophia Loren, da parte dell’amministrazione civica, darebbe prestigio e visibilità alla nostra cittadina. La grande attrice vi interpretò alcune scene del film “La ciociara”, diretto da Vittorio De Sica, tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, ambientato nelle campagne di Fondi (lo scrittore ed Elsa Morante vi trascorsero nove mesi, in località S. Agata), battute dalla furia del secondo conflitto mondiale.

La Loren, che interpreta la parte della giovane e seducente vedova Cesira, dal fascino selvaggio, proprietaria di un negozietto di generi alimentari, a Roma, coraggiosa e battagliera, si rifugia, nel 1943, con la figlia adolescente, nel paese natìo, dove è sfollata. Sulla strada del ritorno, Cesira e la figlia Rosetta vengono violentate da una pattuglia di soldati marocchini. La ragazza (Eleonora Brown, americana, appena dodicenne, figlia di un addetto culturale alla sede NATO di Napoli) esce dalla terribile avventura sconvolta e la madre, stretta dal dolore, immagine perfetta della “mamma italiana”, tenta invano di riavvicinarsi alla figlia, povera derelitta, un’apatica prostituta. Esse si riavvicinano solo alla morte del giovane intellettuale Michele (Jean-Paul Belmondo), poeta a tempo perso, ammazzato dai tedeschi in fuga, dai quali era stato costretto a fare da guida, attraverso un sentiero.

Sophia Loren, una delle più belle donne della settima arte e una delle più amate dal pubblico, con l’occhio da cerva carboniosa, la capigliatura da leonessa, la bocca polposa e il petto esplosivo, ottiene, con questa pellicola, un meritatissimo Oscar per la miglior interpretazione e lo stesso riconoscimento al festival di Cannes, grazie alla padronanza di mezzi espressivi, all’incisiva, sofferta interpretazione e ad un calore umano che fanno di lei una grande attrice. Il film “laureò”, quindi, la prorompente, fiammeggiante Sophia Loren star internazionale, lei che era nata in un quartiere popolare, da una famiglia povera di Pozzuoli.

Il 30 luglio 1960, sulla strada provinciale Itri-Sperlonga, si gira la scena del passaggio delle 5 jeeps e di un gippone di marocchini. All’inizio di agosto, il regista sorano filma, ad Itri, le sequenze di Concetta e di “Scimmiozzo” nel cortile. Il 6 agosto, quella in cui “Scimmiozzo” invita Cesira e Rosetta a recarsi al comando fascista accarezzando Rosetta, con Cesira che inveisce e che vuole colpirlo con una pietra. Il 20 agosto si esegue la scena della madre impazzita (interpretata dalla romana Antonella Della Porta), perché la sua bambina è morta, che si scopre il seno offrendo il suo latte. La scena, fatta ripetere circa 60 volte dal cineasta, un perfezionista, si svolge in via S. Gennaro, di fronte alla casa dei De Fabritiis, alla presenza di circa 200 itrani. Al secolare santuario della Madonna della Civita è girata, il 27 agosto, la lunga scena della corsa di Rosetta, di Michele e di Cesira su per la montagna mariana. Essa dura due minuti e mezzo. Un’altra scena riprodotta dalla macchina da presa, la sera del 6 settembre, nei pressi del citato santuario, è quella degli inglesi nella casa di Filippo Festa, costruita in una stalla di Itri. La stessa sera c’è stata la sequenza della raccolta della cicoria in un campo, essendo ormai finite le scorte e tutti hanno fame, in cui si cela un che di cieco, irrefrenabile.

Sophia Loren, a 82 anni, continua ad essere una delle donne più amate dal pubblico. L’attrice, la cui giovinezza è stata contrassegnata dalla fame, dalle privazioni inflitte dalla guerra e dalla separazione dei suoi genitori, è ancora oggi una delle più belle donne del cinema, venerata dai registi più talentuosi del dopoguerra italiano e non solo italiano. La Loren è stata diretta da cineasti come George Cukor, Sidney Lumet, Martin Ritt, Charlie Chaplin, Michael Curtiz, ma anche da Ettore Scola , da Mario Monicelli, da Mario Camerini e dal già citato Vittorio De Sica.

Le sue ricette per restare in forma sono semplici: “La bellezza, dice Sophia, è legata in maniera intrinseca ad un corpo sano e ad una forte costituzione”. O ancora: “Mangiare moderatamente, senza eccessi, prendendo molta verdura ed escludendo completamente tabacco ed alcool. E dormire molto, per quanto ne provate il bisogno”.

I consigli di Sophia Loren alle aspiranti stelline è “Di essere naturali, poiché la bellezza non è tutto. Occorre anche avere personalità”. Nelle sue memorie, Sophia regola certi conti, particolarmente con la sua rivale, Gina Lollobrigida: “Meravigliosa nel ruolo della contadina, ma nettamente meno felice non appena interpreta personaggi di un rango un poco superiore”. La sua più grande felicità è “Avere il volto che Dio mi ha dato”.

Abbiamo già parlato, in un precedente articolo, delle pellicole che l’hanno reso famosa e che le hanno procurato due Oscar ed innumerevoli premi internazionali. Ora parliamo dei suoi film “minori”. In “Carosello napoletano” di Ettore Giannini, del 1953, di 129 minuti, la diciannovenne Sophia Loren lavora ad un film-rivista, con episodi di vita partenopea, ognuno dei quali prende spunto da una canzone (“O Sole mio”, fra le più conosciute al mondo, scritta nel 1898 dal giornalista e paroliere Giovanni Capurro e messa in musica dal suo amico Eduardo Di Capua, è insieme un’ode alla vita, una sorta di gioia di vivere ribelle, di fronte alla miseria urbana e alla tragedia del mondo) o da una coreografia (Il grande danzatore Léonide Massine, formidabile è Antonio Petito, interprete della maschera del teatro popolare napoletano, Pulcinella).

Il film, per “rigore, felicità nell’invenzione coreografica, ricchezza di costumi, legami forti con la tradizione musicale, integrazione perfetta tra regia teatrale e cinematografica”, può misurarsi, senza sfigurare, con i grandi musicals statunitensi.

In “Bocca di fuoco” di Michael Winner (Usa, 1979), film poliziesco, della durata di 103 minuti, Sophia Loren lavorò al fianco di James Coburn (agente della Cia al riposo, Jerry Fanon), di Anthony Franciosa (l’odioso industriale Carl Stegner, che, producendo medicinali cancerogeni, è salito al terzo posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo, asserragliato, con i suoi scagnozzi, nell’isola di Antigua), di Eli Wallach, di Victor Mature, di Vincent Gardenia.

In questa movimentata e contorta miscellanea di avventure e di spionaggio, ambientata al sole dei Caraibi, Sophia impersona la bella Adele, vedova dello scienzato italiano Ivo Tasca, ucciso per aver scoperto segreti di molto peso sull’importante e cinico paperone. La puteolana, in pieno rigoglio, nonostante i suoi 45 anni, “buca lo schermo” a suon di curve, anche se dobbiamo dire che il suo è un insulso personaggio.

Ne “Il ragazzo sul delfino” di Jean Negulesco (Usa, 1957)”, film avventuroso, della durata di 111 minuti, Sophia Loren incarna Fedra, giovane e procace pescatrice di spugne dell’isola di Hydra, in Grecia, che sorge dalle acque tenendo in pugno un’antica e bizzarra statuetta raffigurante un ragazzo in groppa ad un delfino. Ci ricorda la leggenda di Dioniso, catturato dai pirati Tirreni, trasformati poi in delfini. Ella si innamora dell’archeologo statunitense Jean Calder (Alan Ladd), che scruta l’oggetto e per poco non gli piglia un colpo: gran pezzo (occhio, si parla della scultura), davvero rarissimo, probabilmente inabissatosi, venti secoli prima, con una nave diretta al santuario di Delfi, antica città della Focide, famosa come sede dell’oracolo, centro che ebbe grande importanza nella vita religiosa, politica e sociale dell’antica Grecia.

Il maturo mercante d’arte Victor Parmalee (Clifton Webb), un affabile truffatore in guanti bianchi, gli insidia il cimelio, circuendo la fanciullona.

In questa mediocre pellicola, un polpettone marinaro dai risvolti amorosi e con una spruzzatina di poliziesco, la spavalda Loren recita abbronzatissima indossando spesso un costume da bagno per tentare di prendere stoicamente di petto le onde del Mar Egeo. Accanto a lei, il povero ed invecchiato Alan Ladd, irriconoscibile ex cavaliere della valle solitaria, che cerca di sventare i loschi piani del mercante d’arte.

In “Lady L” di Peter Ustinov (Usa, 1965), commedia, della durata di 107 minuti, l’ancora piacente duchessa Lendale (Sophia Loren) compie ottant’anni. E’ ora giunto il momento di narrare a Sir Percy (Cecil Parker), suo caro amico, le tappe tumultuose della sua vita sentimentale: da lavandaia a nobildonna. Giovanissima, si innamora del ladro Armand (Paul Newman), con il quale fugge in Svizzera. Egli diventa terrorista politico, mentre lei cade nelle braccia di Lord Lendale (David Niven), arciricco, sposato per gratitudine. Il mariuolo, graziato per intercessione del nobile, dopo un fallito attentato ad Otto d’Asburgo, torna, ogni tanto, dalla distinta e bella signora, in tempo per diventare, otto volte, papà. Il Lord, generosamente, chiude un occhio. Elegante, ma svaporata saga familiare, con una schiera di ottimi attori uomini, con Sophia plausibile popolana, mentre come duchessa è alquanto ridicola. Una sorta di autobiografia.

In “Obiettivo “Brass”” di John Hough (Usa, 1978), film di avventura, della durata di 111 minuti, Sophia Loren è in attesa di un partner qualsiasi, poi si redime e, nell’ultima mezz’ora, resta fedele al maggiore Joe De Lucca (l’annoiato John Cassavetes). La pellicola è ambientata nella Germania del 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, quando i reparti del generale George Smith Patton, morto lo stesso anno (George Kennedy), scortano per Francoforte, su un treno blindato, le riserve auree del Terzo Reich, ma un misterioso commando assalta il convoglio, facendo 59 morti, e gliele ruba. Di questo farraginoso e dispersivo kolossal, dal prestigioso cast, l’unico a convincere è Max von Sydow nel ruolo del sorridente “killer” Shelley Webber, che cerca di far tacere chi sa troppo.

In “Arabesque” (Usa, 1966) di Stanley Donen, a colori, 105 minuti, Sophia Loren è l’amante di un magnate del petrolio, coinvolta assieme ad un professore americano di filologia (Gregory Peck), in un caso di spionaggio, dalla trama assai aggrovigliata, quasi una sorta di filo d’Arianna. Un film raffinato, autoironico, in cui la Loren è sensuale, inguainata dal sarto francese Dior, uno dei maggiori creatori d’alta moda del secondo dopoguerra.

In “Bianco, rosso e…” di Alberto Lattuada (Italia, 1972), a colori, 99 minuti) la campana impersona suor Germana, che lascia la Libia per andare a prendere di un ospedale italiano. Là Annibale Pezzi (Adriano Celentano), un convalescente cronico e protetto dal partito comunista, si sente intoccabile e spadroneggia sull’ospedale, dagli interventi medici alla quantità del cibo.

Il film avrebbe potuto chiamarsi “la buona suora e il marxista”, benché Sophia Loren è una religiosa un po’ troppo seducente per essere onesta.

Però l’intenzione di Lattuada, cineasta proteiforme, voleva andare al di là dei contrasti ideologici per tracciare il punto di forza di una vera complicità tra la religione e la politica totalitaria. Dal riso alle lacrime, egli mostra e dimostra, senza avere la tracotanza di essere veramente convincente. Si può molto giustamente essere sedotto!

Ne “Il diavolo in calzoncini rosa” di George Cukor (Usa, 1960, 100 minuti di durata) Sophia Loren è la vistosa primadonna italiana Angela Rossini, che, per riempire la platea, non esita a mostrarsi in scena sommariamente vestita. E’ una stravagante commedia imparentata con il western, dai toni farseschi e dall’asmatico ritmo, una delle meno esaltanti pellicole del grande Cukor, il regista delle donne per l’abilità nel manovrare il gentil sesso. Qui, con Sophia Loren, boccoli d’oro e provocante calzamaglia, indecisa tra diversi pretendenti e diversi stili di vita, non c’è santo che tenga. Ella è impacciata, ma in sensualità fa sempre scintille. “A quei tempi – scrive Paolo Mereghetti – la Loren era il massino della provocazione erotica”.

Il film – è inutile dirlo – fu prodotto da Carlo Ponti, marito dell’attrice, per la Paramount.

Alfredo Saccoccio

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