Alta Terra di Lavoro

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STORIA DEL PROSCIUGAMENTO DEL LAGO FUCINO ED ECONOMIA

Posted by on Apr 13, 2018

STORIA DEL PROSCIUGAMENTO DEL LAGO FUCINO ED ECONOMIA

 I Marsi, abitanti dei paesi situati sulle rive del Lago Fucino…
I Marsi, abitanti dei paesi che si affacciavano sul Lago Fucino, erano rinomati per la loro abilità nell’arte di guarire malattie e ferite e per la loro conoscenza delle virtù delle piante, dal succo delle quali sapevano estrarre filtri e veleni. I Marsi erano chirurghi, medici, farmacisti, maghi, stregoni. Essi sapevano incantare i serpenti e guarivano dai loro morsi con segni e parole.  I ricercatori antichi facevano discendere i Marsi da un certo Marso figlio di Circe. Nei monti da loro abitati, crescevano in abbondanza numerose specie di piante medicinali, di cui essi avevano saputo osservare gli effetti terapeutici, ma in quei monti abbondavano colubri e vipere ed essi conoscevano molto bene questi rettili, sia nelle abitudini sia nella anatomia. I Marsi avevano una particolare devozione per la dea Angizia ed il centro del suo culto pare fosse una città situata sul monte Salviano dove si trovava un bosco consacrato alla dea di cui ci parla Virgilio nei versi dell’Eneide. Della città si impadronirono i Romani verso l’anno 420 di Roma quando questi conquistarono la Marsica e Strabone ci dice che il lago di Fucino, sulle sponde del quale la città sorgeva, era come un piccolo Mediterraneo.

Prima idea del prosciugamento del Lago Fucino…
L’ambiziosa repubblica romana sottometteva i popoli vicini ai Marsi e isolava, per quanto era possibile, questi ultimi. Qualche secolo dopo i Marsi combattevano nelle guerre sociali per aver riconosciuti i diritti di cittadini romani. Intanto Roma era diventata una potenza nel Mediterraneo. Fu poi il tempo di Giulio Cesare che per primo concepì il progetto del prosciugamento del lago di Fucino allo scopo di sottrarre terre alle acque per destinarle alle colture e dunque all’approvvigionamento della città. L’uccisione di Giulio Cesare fece si che l’opera non si realizzasse fin quando non salì al trono imperiale Claudio che riprese e realizzò alcuni dei progetti del suo predecessore. E’ certo che i Marsi sollecitarono con insistenza il prosciugamento del loro lago per dare terre ai vecchi legionari del paese. Sempre Svetonio aggiunge: “Egli intraprese il prosciugamento del lago, non meno per desiderio di guadagno che di gloria e rispose con un rifiuto ai molti che si offrirono di eseguire l’opera a loro spese senza altro compenso che la concessione delle terre prosciugate.” Così Claudio consigliato da Narciso, contro ogni regola e dignità, prese a sé l’esecuzione dei lavori.

La naumachia…
Svetonio ci informa che compiuto l’emissario, dopo undici anni di incessanti lavori, con l’impiego di trentamila uomini, Claudio volle celebrare l’inaugurazione in modo solenne. Volle che si festeggiasse la grandiosa opera con una battaglia navale. Una cinquantina di vascelli disposti in due flotte con diciannovemila ribaldi presi dalle prigioni, dovevano scontrarsi. Tutta Roma giunse sulle rive del lago per assistere allo scontro e tra questi cera anche il dotto Plinio che descrive con ammirazione i lavori compiuti. Sulle sponde del lago s’era innalzato un padiglione da dove l’imperatore e la sua corte avrebbero potuto assistere alla naumachia. Dal fondo del lago, con un ingegnoso meccanismo, si fece uscire un tritone d’argento e con uno squillo di tromba si dette inizio al combattimento.

Il lago comincia a vuotarsi…
Tacito, che scrive 50 anni dopo gli avvenimenti, racconta che dopo l’orribile carneficina, si fece grazia a coloro che sopravvissero…ed aggiunge:” Finita la festa, si aprì il passaggio delle acque e ben presto si scopri l’errore nel livellamento dello spiano; sicché il lago non avrebbe potuto essere prosciugato, né fino a fondo né a mezzacqua. Dopo alcun tempo, approfondito il sotterraneo, per radunar di nuovo il popolo alla riapertura dell’emissario, si dette, su di un’arena di ponti, lo spettacolo di un combattimento di gladiatori. Si apprestò anche un convito vicino al luogo ove dovevano prendere corso le acque, il che fu causa di un grande spavento per i commensali. Le acque si precipitarono con tal furia, da trascinar seco le cose vicine e smuover le lontane, e ognuno rimase esterefatto dal rumore.” Claudio visse due anni ancora dopo l’apertura dell’emissario che ebbe luogo verso la metà dell’anno 52 d.c.

Il ritorno del lago…
Dall’imperatore Claudio a Traiano la storia non dice più nulla del lago del Fucino. Sia Traiano che il suo successore Adriano vi lavorarono e le terre prosciugate appartenevano al territorio d’Alba. La Marsica, divenne ben presto, per gli abitanti di Roma, una contrada di villeggiatura, come sembrano dimostrare i numerosi resti di sontuose abitazioni rinvenute nelle pianure dei Campi Palentini, d’Alba, e di Trasacco. I molti monumenti che esistevano ad Alba e a Marruvio, rendono testimonianza dello stato fiorente del paese dove, sebbene il lago fosse diminuito dai 5 ai 6.000 ettari, offriva ancora la possibilità di pesca. Durante il tempo in cui l’emissario fu in azione e moderò in parte il regime del lago la Marsica visse i suoi tempi migliori e le popolazioni non cancellarono mai dalla memoria il ricordo di quella età dell’oro. Finchè Roma fu la capitale dell’impero si ebbero lavori di manutenzione dell’opera, ma quando Roma decadde venne meno il controllo e ciò produsse man mano il ricolmarsi del canale di scolo e l’ostruzione dello stesso. Queste fiorenti contrade decaddero così come decadde l’impero ed ebbero a sopportare calamità e interminabili lotte nel tempo del feudalesimo.

Al tempo dei Borboni…
Federico II, in un editto del 1240 ordina il ripristino dell’emissario di Claudio;ma i lavori non vennero condotti in modo diligente, e nel 1600 il Fucino toccò il suo massimo grado di escrescenza. Nel 1752 emersero gli avanzi dell’antica Marruvio, segno che il lago si era ritirato. Poi le acque cominciarono a risalire lentamente ed il re Ferdinando IV esentò dalle tasse le terre inondate. Si cominciò a studiare con sistematicità il regime delle acque del lago al fine di intervenire per imporre un freno alle inondazioni. L’ingegnere Stile fornì una dettagliata relazione sull’opera di Claudio al monarca Ferdinando IV e fornisce a noi contemporanei la rappresentazione della situazione due secoli fa. Dopo il lavoro dello Stile il governo si decise ad intraprendere i lavori di spurgo dell’emissario. Le vicende politiche di quegli anni permisero al Fucino di sopravvivere ancora una volta, infatti, Murat, che nel frattempo era sul trono di Napoli, non si occupò del lago.

La prima ipotesi del prosciugamento definitivo…
Quando tornò sul trono Ferdinando IV, si diedero battaglia i fautori del prosciugamento e i detrattori dell’opera. Afan de Rivera, che godeva della fiducia del sovrano, stabilì un piano che sottopose all’attenzione del re articolato in vari punti (281) e concepito in economia e che prevedeva non il prosciugamento totale del lago, ma solo una parte di esso, dal momento che il prosciugamento completo avrebbe comportato la fine della pesca e privato coloro che traevano reddito da essa di una rendita che doveva essere risarcita. Inoltre si legge nello studio condotto dal Rivera:”…è da notarsi che il pesce del Fucino non solamente forma un saporito alimento per una gran parte degli Abruzzi, ma benanché in gran copia si trasporta nello stato pontificio, donde passa in cambio nella regione dei Marsi una considerabile forma di denaro. Esaminate e messe a calcolo sotto tutti i diversi rapporti l’esposte osservazioni, può agevolmente dedursene che l’intero prosciugamento del Fucino darebbe vantaggi molto minori di quelli che si otterrebbero se si riducesse alla metà della superficie, che suole avere nei suoi limiti ordinari.”

L’approvazione del progetto del De Rivera…
Brisse e L. De Rotrou sostengono, in ” Prosciugamento del lago del Fucino ” che Afan De Rivera fosse spinto da due motivi a non proporre che la metà del prosciugamento del lago. Da una parte, egli non avrebbe voluto spaventare con un progetto tanto radicale il re Ferdinando, dall’altra, egli vedeva nella sua proposta un’equa conciliazione tra coloro che, per timore d’averne danni, osteggiavano la restaurazione dell’emissario, e quelli che, considerando il lago come un nemico ne chiedevano ripetutamente il ripristino. Il progetto del Rivera venne approvato dal Consiglio Superiore e con decreto reale nel 1838. Il re aspettava che qualche compagnia privata presentasse una proposta al governo per realizzare l’impresa. L’industria invece di accogliere con premura l’occasione non rispose affatto. Nessuno voleva avventurarsi in un’opera così controversa e nuova per il paese.

L’appalto alla società realizzatrice dell’opera…
Nel 1852 un francese stabilitosi da tempo a Napoli, Tommaso Dagiout s’impegnava a formare una società per la realizzazione dell’opera a condizione che la società rimanesse proprietaria di tutte le terre prosciugate. La metà del capitale sociale era sottoscritta dal principe A. Torlonia. Dopo alterne vicende il Principe divenne il solo proprietario di tutte le azioni della società e si dedicò con accanimento alla realizzazione dell’impresa. Scelse come ingegnere capo della sua impresa il signor F.M. de Montricher. Il principe visitava più volte i cantieri per verificare lo stato di avanzamento dei lavori.

Iniziano i lavori per il prosciugamento…
Scrivono il Brisse- De Rotrou.-“Nei primi tempi, del 1854, si era obbligati a dare agli operai,prima di andare al lavoro, la metà del loro salario quotidiano, perché avessero potuto comprare i viveri di cui avevano bisogno per la giornata, e alla fine di questa bisognava dar loro il restante della paga. Gli è vero che il salario non era molto elevato, ma a quel tempo i viveri erano a buon mercato nel paese, e l’Abruzzese in generale è molto sobrio. A poco a poco furono abituati a non prendere che un acconto nella settimana, per aspettare la paga il sabato sera, poi questa fu rimessa alla quindicina, e infine alla prima domenica di ogni mese, ma ci vollero più di due anni per arrivare a codesto. Si davano acconti ai più bisognosi, quali venivano a riscuotere il loro credito il giorno della paga.”. I paesi di Luco e Capistrello diedero il maggior numero di operai, mentre gli abitanti della città di Avezzano non presero mai parte ai lavori. I campi Palentini offrivano un’animazione inusuale: una fornace, vaste tettoie, una vasta cava e dai sei agli ottocento uomini occupati nei vari lavori. Torlonia aveva fatto costruire una cappella per le celebrazioni religiose, tuttora esistente. Mentre proseguono i lavori e scorre la vita degli operai tra tanto lavoro e tanta miseria, si compie l’unità d’Italia.

I lavori proseguono…
La regione del Fucino lontana dai grandi centri, alla frontiere con gli Stati Romani, risenti comunque di quei gravi e inusuali avvenimenti, ma il principe Torlonia dette ordine di proseguire nei lavori. Bande di briganti si rifugiavano nella zona, ma gli operai continuarono il lavoro ed il principe si ingegnò a stabilire contatti con il nuovo governo per derimere le questioni catastali e per eliminare alcune clausole a lui sfavorevoli sottoscritte al tempo del re Ferdinando. Ci furono spesso contestazioni per stabilire in modo definitivo i limiti delle terre del bacino cedute al Principe. Testimonia Brisse-De Rotrou :-” Fu, in verità, il momento più tristo e più delusorio che questa impresa benefica ebbe attraversare”. Le domande di rivendicazione di proprietà e le agitazioni e minacce di violenza tuttavia alla fine terminarono. I lavori di limitazione si fecero e nel luglio del 1862 alla linea delle acque del lago fu posta la statua di ghisa di nostra Donna con la scritta ” A DEVOZIONE DI ALESSANDRO TORLONIA, POSTA SULLE SPONDE DEL FUCINO AN. MDCCCLXII”

La fine del lago…
IL 9 AGOSTO DEL 1862 si designò fosse il giorno per ripetere l’operazione dell’inizio dello scolo delle acque, 1808 anni erano trascorsi dalla prima e fastosa inaugurazione dell’imperatore Claudio, ma anche in questa occasione viene predisposta una cerimonia semplice e commovente. Nulla dela spettacolare naumachia del precedente prosciugamento, ma uno spettacolo altrettanto imponente: questa volta non scorreva sangue umano a contaminare le acque del Fucino, ma le lacrime riconoscenti di tutto un popolo. Ben presto le acque non furono più trattenute che dalle argille fortemente battute che guarnivano gli spazi tra i vari piani dei travicelli; esse non tardarono a rovesciare questo debole riparo, e precipitando nel bacino di scaricamento, entrarono nella galleria sotterranea. L’emissario Torlonia è lungo in tutto 6301m. ed ha un pendio di 2 per 1000 sui primi 250 metri dell’imboccatura e dell1 per 1000 per il restante. La sua imboccatura sul Liri è a 637m.circa sul livello del mare.La potenza massima del suo esito è di 49 metri cubi al secondo.

I mutamenti economici dopo il prosciugamento…
Nel 1875 il Lago fu definitivamente svuotato e circa un anno dopo furono completate le opere idrauliche di sistemazione: emersero circa 16.000 ettari di fertile pianura. Una porzione, 1.770 ettari secondo le stime più attendibili, fu restituita ai comuni rivieraschi, mentre un esteso latifondo di circa 14.000 ettari diventava proprietà di torlonia. Di questa fertile terra una parte venne data in affitto (poco meno di 8.000ettari), una parte affidata ai mezzadri (circa 2.000 ettari) e altri ettari rimasero incolti o occupati da infrastrutture. Con il passar del tempo, però si assistette ad una eccessiva frammentazione dei poderi, anche in seguito al fenomeno del subaffitto: agli inizi del 1920, 10.000 ettari di proprietà erano gestiti da circa 10.400 affitturi; con solo una trentina di appezzamenti superiori ai 5 ettari, mentre molti erano inferiori ad un ettaro. Così gli abitanti di Fucino, che fino ad allora avevano basato la loro economia sulla coltivazione delle zone pedemontane e, soprattutto, sulla pesca, dovettero riconvertirsi ad agricoltori. Non solo gli abitanti del luogo, ma una nuova popolazione di circa 50.000 persone provenienti dal teramano, dal chietino e dalla Romagna, si trovarono a gestire una terra fertilissima. Sembrò quasi un miracolo che le terre rendessero fino a 20 – 30 volte il seme e si approfittò a tal punto di questa sensazionale fertilità che nel giro di pochi anni essa diminuì drasticamente, come ben sottolinea l’appellativo di “coltura vampiro” che fu dato a quelle tecniche agricole. Intorno al 1890 la situazione socio-economica del Fucino era quasi tragica. Le tensioni sociali erano dovute al fatto che molte terre erano state date ai contadini venuti da fuori e non ai residenti ( una cosa analoga era già succesa con gli operai francesi che avevano lavorato all’impresa del prosciugamento).

L’altro problema era di tipo infrastrutturale, dato che le case coloniche progettate non erano state ancora realizzate e gli agricoltori dovevano risiedere nei paesi intorno, con la conseguenza che per andare a lavorare dovevano percorrere decine di chilometri al giorno. Nel 1886 si tentò di risolvere il problema costruendo, nell’area tra luco e Trasacco, 36 aziende, terminate nel 1890. In quegli anni fu anche realizzata la strada che collega Avezzano e Napoli e la ferrovia Avezzano – Roma. Intorno al 1890 cominciano a delinearsi le lotte contadine, che nascono soprattutto dal modo non esemplare con cui Torlonia gestisce l’atribuzione delle sue terre. Egli, anzichè trattare direttamente con i contadini che avrebbero lavorato la terra, sceglie di trattare con le influenti famiglie del posto a cui affida grossi appezzamenti di terreno da gestire senza regole. Questi gabellieri spezzettano la proprietà e la subaffittano a prezzi molto alti, imponendo ai contadini di pagare in monete d’oro e d’argento e ricavandone, quindi, grossi lucri. Gli alti prezzi degli affitti e la fame di terra alimentano la scontentezza del popolo dalla quale incomincia a nascere una coscienza sociale che promuove le lotte contadine; lotte che continueranno fino al fatidico 13 gennaio 1915: alle ore sette del mattino, inaspettatamente, un fortissimo terremoto (magnitudo 7) sostituisce ad ogni questione la priorità della sopravvivenza. Appena ripresi dallo stupore, e rialzata la testa per ricominciare, i marsicani sono travolti dalle vicende belliche. Ancora oggi, nei racconti dei sopravvisssuti, terremoto e guerra si sovrappongono. La ricostruzione vede l’inizio dell’industrializzazione del Fucino, con la costruzione di vari opifici (cartiera, essiccatoi per le fettucce di bietole e l’erba medica) e la realizzazione delle prime reti elettriche e di un secondo emissario, nel 1942, per il deflusso delle acque. Finisce la seconda guerra mondiale, ma restano i malcontenti legati alle difficili situazioni socio-economiche mai risolte. Rimane l’eco degli scontri del febbraio 1948, a cui segue la speranza della definitiva soluzione dei problemi con la riforma fondiaria. All’inizio del 1950 tutto il popolo marsicano è dentro la lotta per il lavoro e la terra, ma il potere armato di Torlonia, che sente vacillare la sua supremazia, sferra un ultimo colpo di coda che provoca i tragici fatti di Celano: il 30 aprile 1950, nella piazza principale, due sicari uccidono il socialista Antonio Berardicurti e il comunista Agostino Paris. Scrive Bruno Corbi: “carica d’odio e di paure, la reazione agraria, riarmando i fascisti, complice il governo, ha scritto un’altra pagina di sangue e morte, nel tentativo vano di arrestare così l’avanzata dei lavoratori che, giorno per giorno, nel sacrificio e nel dolore, lottano per costruire il mondo della vita e della pace”. I tragici eventi della primavera del 1950 inducono il governo centrale a inserire il Fucino nella legge stralcio che prevedeva l’esprorio del latifondo e l’assegnazione delle terre ai contadini che le avevano in affitto.

Per attuare la riforma fu istituito l’Ente Fucino (D.p.R. 7-2-1951): il suo primo compito fu quello di assegnare le terre ai contadini, in ragione di minimo un ettaro e massimo 4 ettari.. Ormai la modernità si è avviata e il boom economico degli anni sessanta vi trova terreno fertile. Si costruisce un nuovo zuccherificio (Celano), un lanificio, la centrale del latte, il caseificio, le cantine sociali, il patatificio e vari impianti di trasformazione che seguono la nascita dell’ agro-industria, che è la realtà di oggi. Negli ultimi anni svanisce il dominio della barbabietola (negli anni 80 viene chiuso lo zuccherificio di Avezzano) e si afferma il “polo orticolo” della Marsica con la patata, la carota, e successivamente, lattughe, cavolfiori, finocchi, radicchi. Il tentativo di diversicazione dell’offerta vede la nascita di innovative attività, come quella dei “fiori del lago” che propone la produzione di bulbi da fiori, nonché coltivazioni degli stessi fiori da recidere.

fonte

http://www.itisavezzano.it/pagine/b00012.asp

 

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