Alta Terra di Lavoro

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Sul palcoscenico del Teatro Paone di Formia “L’avaro” di Molière

Posted by on Giu 7, 2017

Sul palcoscenico del Teatro Paone  di Formia “L’avaro” di Molière

Grosso successo di pubblico ha riscosso, al Teatro “Remigio Paone” di Formia, per la rassegna “Senza sipario”, “L’avaro” di Jean-Baptiste Poquelin, meglio conosciuto come Molière (1622-1673), il più grande autore comico del teatro francese. La pièce, un classico, un capolavoro del teatro di tutti i tempi e di tutti i Paesi, uno dei successi più sicuri di ogni tempo, rappresentata da “Le Nuvole” e dal Teatro Stabile di Napoli “La Stanza Blu”, per la regia di Rosario Sarno, ha visto la straordinaria interpretazione di Nunzia Schiano, nel ruolo dell’avaraccio esoso e nocivo, che passa da un registro all’altro della recitazione, ben coadiuvata da Tonia Garante e Stefano Ferraro, che hanno impersonato Elisa, la figlia di Arpagone, e Valerio, il maggiordomo, che, in realtà, è il figlio di un nobile napoletano scomparso in mare.

L’attrice campana si è calata magnificamente nella parte delineando il carattere di Arpagone, avido, scontroso, intrattabile, irascibile, brontolone, che maltratta la figlie Elisa, bastona un servo per un nonnulla, lesina il mangiare imponendo al cuoco/cocchiere, Mastro Giacomo, di predisporre il castagnaccio fra i primi piatti di un pranzo frugale. Sordo e cieco a qualsiasi sentimento, per risparmiare, lascia andare tutto in malora. Vedovo, tiene i figli Elisa e Cleante a stecchetto negando loro il necessario, anzi rimproverandoli per le “spese pazze” a cui essi si abbandonano, che sarebbero state, a suo dire, la causa della sua morte, sgozzato da qualcuno, perché ritenuto imbottito di scudi.

La scena si apre su una tenebrosa soffitta, occupata da svariati oggetti ammucchiati da Arpagone negli anni.

Il ricco borghese ha, alle sue dipendenze, un intendente, una sorta di factotum, una numerosa servitù e possiede una carrozza con due cavalli. L’intendente lo serve perché è innamorato della figlia Elisa. I servitori sono cenciosi, i cavalli, abituati ad austeri digiuni, sono “essenze di cavalli”, incapaci di stare dritti sulle zampe, a cui mancano i ferri agli zoccoli, non riuscendo più a tirare la carrozza.

Arpagone, nome derivato da un verbo greco e da un vocabolo latino, che significano arraffare e raffio, è un sordido spilorcio che esercita l’usura ad interessi strozzineschi, servendosi di intermediarii. Ha riscosso, da poco, un rimborso di diecimila scudi d’oro in monete sonanti, che custodisce in una cassetta. Questo tesoro, che costituisce la sua vita, la sua anima, gli è causa di angosciosa inquietudine. Animato da tali passioni, con il cuore inaridito e con la mente presa dalla smania di accumulare denaro, non se ne distacca un solo attimo, come “un amante che non sappia staccarsi dalla tomba dell’amata”. Il tesoro è il suo sangue, le sue viscere, per cui non ha più requie, sospettoso di tutto e di tutti, che, nella sua ossessione congiurano per derubarlo. Questo timore lo induce a sotterrare nel giardino la cassetta contenente i luigi d’oro.

Nel frattempo, Arpagone armeggia per combinare il matrimonio tra la figlia Elisa ed Anselmo, un vedovo stagionato (50 anni) ma danaroso, che non pretende dote da lui. Arpagone, nella sua insensibilità, è pronto a sacrificare la figlia, perché Anselmo costituisce “un buon partito”. Sentimenti all’asta.

Il lacché Saetta segue Arpagone e capisce dove lo stesso ha seppellito la cassetta e la dissotterra consegnandola a Cleonte. Il vecchio taccagno, che si accorge del furto si dispera. A questo punto della pièce, c’è un monologo rimasto celebre. Arpagone cerca con accanimento il colpevole. I serventi si palleggiano accuse e sospetti. L’intendente Valerio, che ha salvata Elisa, in mare, dalla furia delle acque, mentre stava annegando, e che ama la ragazza, sentendo parlare di “tesoro rubato”, crede si tratti di Elisa, per cui si confessa colpevole. L’equivoco dura parecchio, fino a quando capisce che si tratta, invece, di una cassetta piena di monete. Frattanto Anselmo riconosce in Valerio e in Marianna i suoi due figli che gli furono rapiti bambini. Rinuncia, dunque a sposare Elisa in favore di Valerio, onesto nei suoi sentimenti.

Arpagone, riavuta la cassetta da Cleante, ne è tanto felice da acconsentire al matrimonio di quest’ultimo con Marianna.

“L’avaro” è una commedia di briosa vivacità, soprattutto nel primo atto, scena quinta, quando Valerio adula il padrone a iosa. Furbo, loda Arpagone, che, si sa, è “la ragione incarnata”, non sbaglia mai, sebbene…, tuttavia…, converrebbe pur considerare… Non bisogna precipitare le cose. Occorre dare ad Elisa almeno un po’ di tempo. Ne va di mezzo la felicità di tutta la vita. Così Valerio entra nelle grazie di Arpagone, che si considera fortunato di averlo al suo servizio. Valerio, per piacergli, si traveste e recita con lui, per procacciarsi la benevolenza di Arpagone, sfoggiando dinanzi a lui le stesse inclinazioni e applaudendolo in ciò che egli fa. Valerio, quando Arpagone vuole maritare la figlia, trasecola, ma si domina. Non lo contraria, ma pensa a come metterlo nel sacco.

Lo spettacolo andato in scena a Formia è stata una mescolanza de “L’avaro” di Molière e dell’”Aulularia” di Plauto, fusi in un’unica pièce, classici riadattati dal regista Rosario Sparno. La prima commedia ricalca “La pentola” di Plauto, idolo del popolo di Roma, ma aggiornando la tematica dell’avarizia con possente originalità.

In ultima analisi, possiamo dire che la geniale farsa, sotto il velo della forma comica, è un dramma tragico. Molière non vi scherza sulla famiglia, sulla vecchiezza, sull’autorità paterna, ma vi sferza, a sangue, i vizi, i difetti, le cattiverie e gli errori che possono rendere ridicola la famiglia, odiosa la vecchiaia, abusiva l’autorità paterna. In poche parole, essa è una commedia di costume, le cui creature sono vive e reali, i cui difetti sono affettuosamente “compatiti” dall’autore, perché, secondo il suo modo di pensare, è all’istinto che conviene cedere, mentre detestabili sono la ragione ed ogni convenienza.

Alfredo Saccoccio

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