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SULLO SPIRITO DEI GIACOBINI

Posted by on Giu 26, 2016

SULLO SPIRITO DEI GIACOBINI

ripeto spesso nelle mie riflessioni la frase di Mark Twain “se votare fosse utile non ce lo avrebbero mai fatto fare” e in questo referendum ne ho la conferma e mi sto schiattando di risate. La scozia vuole rimanere, stanno sezionando la popolazione per capire e per trovare la strada di uscita perché businessman non vogliono uscire. Cameron è stato capace con una botta sola a fare una strage, ha ammazzato gli dei, o meglio i falsi miti, europa che non sa cosa fare la Gran Bretagna ha ormai certificato che vive solo di ricordi di grandezza ed è una nobile decaduta, la classe dirigente inglese che per ora non ratificherà nulla, le multinazionali e le banche che devo perdere qualche notte per vedere come confezionare la prossima fregatura. Personalmente penso che chi ha cuore, come me, una visione europeista i risultati delle elezioni del 23 sono stati i migliori possibili.  di seguito un articolo che merita di essere letto e che ci confortano nella scelta di parlare e scrivere spesso sul 1799 spartiacque storico fondamentale. 

SULLO SPIRITO DEI GIACOBINI

 

E’ in situazioni come quelle determinate dall’esito del referendum britannico (la “Brexit”), che il vero, totalitario e terroristico spirito del giacobinismo, che si nasconde nell’intimo di ogni moderna fazione progressista o riformista, torna prepotentemente alla luce.

Quando si sentono eminenti personalità (anche di casa nostra) appartenenti alla fazione, da un lato, giudicare non opportuno che  questioni tanto importanti e delicate vengano laciate decidere direttamente alla popolazione (come a dire: finchè si tratta di bagatelle… d’accordo… ma le cose serie no), dall’altro sottolineare come, a loro dire, sia stata la parte peggiore dei britannici, la più incolta, vecchia, ottusa e paurosa a votare a favore dell’uscita, mentre la parte migliore, ossia la gente della City, i giovani, gli istruiti, gli aperti ecc. erano contrari… non si hanno più dubbi!

E’ la vecchia ma inossidabile tesi giacobina del “Piccolo popolo”, adombrata già mentre erano in corso gli eventi rivoluzionari da Augustin Barruel (1741-1820) nelle sue monumentali “Memorie per servire alla storia del giacobinismo” (1798 prima edizione francese, 1802 prima italiana), e poi compiutamente analizzata, oltre un secolo fa, dal grande e dimenticato (benché proprio quest’anno ricorra il centenario della sua morte) storico e sociologo francese Augustin Cochin (1876-1916) in lavori quali: “La campagne électorale de 1789 en Bourgogne” (1904), “La Crise de l’histoire révolutionnaire: Taine et M. Aulard”(1908), “Les sociétés de pensée et la démocratie moderne: Études d’histoire révolutionnaire” (pubblicato postumo nel 1921), “L’Esprit du jacobinisme. Une interprétation sociologique de la Révolution française” (pubblicato postumo solo nel 1979), “La Révolution et la libre-pensée” (pubblicato postumo in Francia nel 1921 e in Italia, con il titolo di “Meccanica della Rivoluzione”, dalla Rusconi nel 1971).

La tesi è semplice: il vero popolo, per i giacobini (antichi e moderni), ossia quello che ha il diritto di decidere, di votare, di governare, quello in pratica davvero sovrano, non coincide perfettamente e naturalmente con la totalità della popolazione di una data nazione, ossia con il “grande popolo” (“grande” – come anche “piccolo” – intesi da loro esclusivamente in senso quantitativo), ma solo con quella parte di esso, il “Piccolo popolo”, composto dai pochi soggetti “educati” alla politica, colti, consapevoli, illuminati, in poche parole dalle persone perfettamente allineate con l’ideologia giacobina (cioè sedicente progressista).

Così non ogni azione, ogni scelta, ogni decisione popolare sono vere e rispettabili manifestazioni della sovrana volontà dei popoli, ma solo quelle provenienti dal “Piccolo popolo” (che può arrivare a ridursi anche a pochissime persone, e perfino a coincidere con la sola nomenclatura di partito). Ciò che, invece, desidera il “grande popolo” non conta se in contrasto con la volontà del “Piccolo”; tanto che il “grande popolo” può essere tranquillamente definito plebaglia, massa, accozzaglia di persone e non propriamente popolo e, pertanto, anche represso (con leggi o azioni di forza) senza che ciò costituisca crimine o attentato alla libertà (anzi in tale repressione deve intendersi quale legittimo mezzo per eliminare ogni ostacolo alla libertà e al progresso).

Ora questa tesi, in apparenza, parrebbe analoga a quella che sta alla base delle monarchie o delle aristocrazie (i pochi migliori sono chiamati a governare i molti), posizione in fondo sostenuta da Aristotele e dominante per tutta l’antichità. In realtà vi sono alcune fondamentali differenze che distinguono radicalmente le due posizioni e rendono assolutamente più pericolosa quella della (occulta) oligarchia progressista.

La prima inquietante anomalia sta nel fatto che a determinare l’esistenza di una oligarchia è una fazione che si definisce (e si sente) democratica e che fa del principio di uguaglianza (evidentemente nella sua celebre versione orwelliana: “Tutti gli animali sono uguali, ma ve ne sono alcuni più uguali degli altri”) il fulcro di ogni politica istituzione.

A rendere la cosa gravemente totalitaria è però il fatto che il regime democratico nell’atto di prendere il potere, elimina invariabilmente tutti i valori e i contrafforti tradizionali da sempre capaci di mitigare e contenere lo strapotere delle caste dominanti (perché formalmente inutili dal momento che, sempre formalmente, non dovrebbero più esistere caste dominanti), creando invece meccanismi impersonali che sanciscono il potere, di fatto inappellabile, della nuova ufficiosa casta oligarchica.

Infine, la macchina democratica mette naturalmente in atto una serie di sistemi (sociologici, psicologici, legali, tecnologici, pedagogici e culturali) impliciti e capillari di condizionamento e controllo dell’opinione (atti a impedire qualsiasi seria opposizione del “grande popolo” nei confronti del “Piccolo popolo”) di sconcertante portata ed efficacia, assolutamente sconosciuti ai tempi andati.

Uno dei primi casi, riscontrati nel nostro Paese, di esplicito e pratico riferimento alla tesi giacobina del “Piccolo popolo”, risale alla concitata stagione della nefasta Repubblica napoletana.

Siamo nel mese di gennaio del 1799. I maggiorenti giacobini italiani che, con l’aiuto dei loro omologhi francesi e delle truppe di occupazione dell’esercito repubblicano di Francia, avevano rovesciato la monarchia borbonica per imporre la Repubblica, a seguito di un’insorgenza popolare, si ritrovano asserragliati in Castel sant’Elmo. Qui assistono sgomenti alla ribellione dei napoletani che, in massa, si opponevano alla nuova repubblica e chiedevano il ritorno del re. Incapaci di accettare che quella fosse la vera volontà popolare, conclusero che gli insorgenti, benché maggioranza più che assoluta, non rappresentassero davvero il popolo di Napoli, ma fossero una indegna marmaglia (strumentalizzata dalla Chiesa e dagli aristocratici), tanto che li definirono con il nome spregiativo di “Lazzari” o “Lazzaroni”, come a tutt’oggi sono ancora ricordati.

E il vero popolo di Napoli dov’era, da chi era costituito? La lettera, scritta da uno dei notabili asserragliati nel castello (la celebre, perché donna, Eleonora Fonseca Pimentel) e indirizzata al generale francese Championnet per invitarlo a condurre le sue truppe, di stanza in Abruzzo, a Napoli per reprimere la rivolta (cosa che avvenne e provocò la morte di circa diecimila “Lazzaroni”), rivela il mistero. La Pimentel scrive esplicitamente al generale francese di affrettarsi a intervenire perchè, nonostante la rivolta popolare dei Lazzaroni, tutta la nazione napoletana è con loro! In breve la donna, da brava giacobina, nella sua paranoia ideologica, considerava loro stessi, ossia le poche decine di maggiorenti repubblicani presenti nel castello assediato, il “Piccolo popolo” cioè il vero e unico popolo sovrano: il fatto che loro fossero una trentina e gli insorti oltre 100 mila… non significava nulla.

 

Gianfranco Petronio

fonte

www.arbitercohortis.eu

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