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Il Teatro, la Musica, la storia, l’arte la tecnologia bisogna ridare tutto ai Napoletani

Posted by on Giu 30, 2016

Il Teatro, la Musica, la storia, l’arte la tecnologia bisogna ridare tutto ai Napoletani

pubblico di seguito un articolo di Adriana Dragoni ma prendo spunto per cacciare via tutti i noiosi, inutili e incapaci uomini di cultura che si son presi Napoli. Vogliamo il Festival Musicale del 700 napoletano, vogliamo il festival della musica classica napoletana, vogliamo le mostre della pittura, della scultura e dell’arte moderna solo dei napolitani, vogliamo conoscere la storia delle accademie napoletane, vogliamo il festival del cinema napoletano, vogliamo il festival della sceneggiata napoletana, vogliamo il festival del Teatro napoletano, vogliamo geologi ed ingegneri napoletani che ci fanno le opere pubbliche, vogliamo di nuovo il banco di napoli, insomma vogliamo che tutto quello che i napoletani creano nel mondo per il mondo possano esporre a napoli. Tutto il resto è noia basta vedere come compongono il tabellone del festival del teatro a napoli per vedere come continua forte la teoria  “NAPOLI STARA PEGGIO MA NOI STAREMO TUTTI MEGLIO” Si puo sopportare che un Roberto De Simone sia escluso dalla cabina di comando? che il Maestro Enzo Amato non puo fare al San Carlo il suo festival? Che Bruno Leone con le sue Guarattelle venga ignorato? Vogliamo fare il festival della musica popolare, non del centro sud Italia come la chiamano, ma della nazione napolitana perché è NAPOLETANA? insomma pretendiamo tutto questo.

Napoli Teatro Festival 2016: Stasera c’è spettacolo. To play!

 

Che cosa è il teatro? si domandano Donatella Furino ed Emma Campili, ideatrici e registe dello spettacolo “Stasera c’è spettacolo? To play!”. “Innanzi tutto è un luogo” si rispondono. Ma soprattutto un luogo dove ci sono gli attori- aggiungiamo. Questi possono rendere teatro anche un posto che non lo è. Infatti ora ci troviamo qui,  ci sono poltroncine e tavolinetti, circondati da alti alberi e dal verde.

Siamo a Napoli, alla Riviera di Chiaia, nel magnifico parco della villa Pignatelli, un tempo residenza aristocratica di sir Richard Acton, poi del banchiere tedesco Carl Mayer Rothschild e infine dei principi Pignatelli, fin quando la principessa Rosina non la donò, nel 1955, allo Stato italiano che ne ha fatto museo. Vorrei aggiungere che si tratta di una costruzione ottocentesca, ora è alle nostre spalle, tutta bianca, in stile neoclassico, ed è opera di Pietro Valente e dell’architetto, e archeologo appassionato, Guglielmo Bechi (1798/1852), un fiorentino a tal punto napoletanizzato che, venuto a Napoli quattordicenne, vi rimase per cinquant’anni, finché non se ne andò in cielo.

E sembrerà strano, per quelli che hanno passato in tempi diversi, più o meno lontani, le estati della loro giovinezza a fare i bagni a Posillipo, nel mare di Villa Bec, sapere che questa Villa Bec era stata un vasto podere di proprietà di Bechi, che vi aveva scoperto i resti di una villa di epoca romana.

“Ora vi mostriamo come sono gli attori fuori dal palcoscenico” ci dice Donatella, mentre è seduta tra noi, tra poltroncine e tavolinetti. E gli attori, che erano confusi tra gli spettatori, incominciano a recitare la parte degli attori fuori dal palcoscenico, nello spazio, tra poltroncine e tavolinetti, occupati dagli spettatori. Vengono in scena chi qua, chi là, e sono tanti, una trentina, e fanno gran confusione. Tutto molto realistico. E vivace.

Gli attori recitano a soggetto, si capisce, seguendo un canovaccio: qui ci sono due che giocando a carte bisticciano, un tale che si vanta gigionando di un passato di grande attore, la prima donna che viene apostrofata dalla rivale con “sei un cane” e risponde “tu sei una cagna” e poi finiscono a prendersi a capelli tutt’e due, c’è il dongiovanni che vanta a una giovane una sua amicizia con il commendatore, e ci sono quelli che mettono pace  e quelli che mettono zizzania, quelli che mettono allegria con le loro battute e quelli che… e sembra proprio che sul carro di Tespi ci sia un’umanità molto comune, dalla musa non troppo ispirata.

“Volete veder recitare?” propone poi Donatella “che dite dell’Amleto? non tutto quanto intero, solo alcuni pezzi; e li volete staccati o  messi insieme tutti di fila? Vabbene, messi tutti insieme di fila” E s’incomincia. Con un esperimento interessante: la graduale trasformazione dall’immediato realismo al gesto teatrale. Due amici di Amleto, Rosencrantz e Guidenstern, vanno da lui, che già incomincia a dare segni di pazzia. Dapprima l’incontro è reso con lo stesso tono realistico precedente; sono tre ragazzi napoletani d’oggi, che s’incontrano: abbracci calorosi, pacche sulle spalle e così via.

La scena si ripete e diventa più pacata, si ripete ancora e diventa ancora più contenuta, per poi acquistare via via un tono genuinamente teatrale. Subito dopo, si scatena la pazzia di Amleto, che sale sul palcoscenico, ce ne è uno improvvisato davanti a noi, e impazza. Incontra la madre Geltrude, l’aggredisce e poi la bacia. Veramente una potente recitazione quella di Geltrude, che alterna atteggiamenti di difesa e di timore, di fronte alla veemenza di Amleto, a naturali toni, amorosamente materni.

Fuori dal palcoscenico, molto forte e drammatico è il monologo di quella che dovrebbe essere Ofelia: è una giovane, ha gli occhi bendati e racconta del suo amore e della violenza subita. Ecco: questo è teatro. È un insieme di forti sentimenti, di emozioni, di suggestioni che riescono a catturare gli animi. Questi che ora abbiamo visti sono i sentimenti e le passioni di un tempo.

“Da quanti possono essere compresi oggi, quando questi forti appassionati sentimenti vanno scomparendo?” si domanda Donatella. Forse il teatro a questo serve. Ad allontanare dall’uomo il destino di diventare un automa, a conservargli la capacità di provare veri, forti sentimenti e di saper ascoltare e comprendere quelli altrui. Infine Emma e Donatella invitano gli spettatori a intervenire anche loro, a recitare quello che desiderano. Allora, di volta in volta, ci saranno interventi diversi, da quello di chi vuole mettersi in mostra a quello di chi ha già esperienza di teatro, a quello dello sperimentatore di se stesso e così via.

Ma il teatro rappresenta la realtà o è finzione? Comunque, seppure  solo commedia, il teatro è ancora una commedia umana. Ed è vita.

 

Adriana Dragoni

fonte agenziaradicale.com

 

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