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TEORIE RAZZISTE

Posted by on Mar 30, 2020

TEORIE RAZZISTE

  Nel XIX secolo le teorie razziste ebbero una ampia diffusione in Europa, in relazione non soltanto al colonialismo, ma anche al formarsi delle identita’ nazionali: non soltanto Belgio, Italia e Germania trovarono la loro unificazione in questo secolo, ma fermenti separatisti di identita’ nazionale si manifestarono anche nei grandi imperi multietnici austriaco, turco e russo, destinati a sfaldarsi con la prima guerra mondiale. In quest’epoca il termine razza veniva applicato alle popolazioni umane con una certa disinvoltura e non sempre con connotazioni negative, spesso come sinonimo di popolazione, stirpe o etnia; il concetto sembra derivare direttamente da quello di popolo caro al Romanticismo, una corrente della filosofia il cui travisamento costituisce una base di molte idee razziste. In questa congerie di idee e teorie il vero razzismo si distingue per l’intenzione malevola, di classificare e ordinare razze “migliori” e “peggiori”; tra queste, le prime avrebbero il diritto di opprimere le seconde.

 KNOX: THE RACES OF MEN
    Il saggio “The races of men” del medico e antropologo scozzese Robert Knox (1791-1862) fu pubblicato la prima volta nel 1850 (e poi in una seconda edizione riveduta nel 1862). La prima edizione del libro e’ gratuitamente disponibile sul sito web di Google Books [1]. Knox nella prefazione spiega che il suo interesse e’ quello dell’antropologia fisica, anzi della “storia zoologica” dell’uomo; alquanto contraddittoriamente, pero’, afferma anche che “La razza e’ tutto: letteratura, scienza, arte, in una parola tutta la civilizzazione dipende da essa.” Si pone quindi l’ingenuo paradosso per cui dall’aspetto fisico, o dalle misure antropometriche, sarebbe possibile derivare o spiegare le conquiste culturali della popolazione. Knox e’ consapevole che la sua “filosofia zoologica” non e’ condivisa: gli storici precedenti e contemporanei parlano di nazioni piuttosto che di razze (ed e’ ovvio: molti eventi della storia riguardano incontri/scontri tra popolazioni vicine, indistinguibili dal punto di vista dell’antropologia fisica); ma egli si dichiara fiducioso che l’accettazione delle sue ipotesi portera’ ad un cambiamento di prospettiva. Knox, anzi si premura di confutare le antiche ipotesi ippocratiche che attribuivano al clima le differenze tra le popolazioni umane. Questa ammissione e’ interessante perche’ ci conferma dall’interno che i teorici della razza non invocavano l’appoggio di una (inesistente) tradizione classica e si pretendevano innovatori, ed e’ superfluo notare che Ippocrate aveva ragione e Knox aveva torto.
    Dopo queste affermazioni di principio il libro procede in modo piuttosto disordinato a descrivere le varie (presunte) razze umane e la loro storia, insieme con le leggi generali che dovrebbero governarla. Le descrizioni di Knox scivolano costantemente dall’antropologia fisica a considerazioni etiche, culturali e politiche: gli zingari “non pensano”; gli ebrei “non hanno orecchio musicale, ne’ amore per la scienza o la letteratura”; i cafri sono “privi di disciplina”; etc. Un ovvio difetto del modo di procedere di Knox viene candidamente in luce a proposito della descrizione degli ebrei: “nella lunga lista di persone notevoli di discendenza ebraica compilata dal sig. Disraeli, non ho trovato neppure un carattere comportamentale tipico degli ebrei; e pertanto essi non sono ebrei ne’ hanno origine ebrea”. Il pregiudizio razzista di Knox e’ cosi’ forte che l’individuo viene assegnato o meno ad una razza in funzione del fatto che il suo comportamento sia conforme a cio’ che l’autore si aspetta: Knox non deriva le caratteristiche della razza dall’osservazione empirica, le conosce gia’. E’ ovvio che se Knox considera ebreo chi si comporta come lui ritiene si debbano comportare gli ebrei, ed esclude chi si comporta diversamente, non puo’ trovare altro che conferme ai suoi pregiudizi; ma naturalmente questo modo di procedere e’ il contrario del metodo scientifico.
    I “dati” di Knox sono quanto di piu’ grossolano e soggettivo si possa immaginare: altezza, colore degli occhi, della cute e dei capelli, “carattere”, etc.; e con questi dati Knox pretende di distinguere un numero sorprendente di razze umane: non bianchi da neri, ma gli abitanti del Galles (di origine Celtica) da quelli della Scozia (di origine Sassone)! Va da se che la “razza” Sassone, alla quale Knox ritiene di appartenere in quanto scozzese e’ considerata tra le “migliori” (ne’ mai e’ esistito alcun teorico della razza che ritenesse di appartenere ad una razza inferiore). Knox e’ inoltre un seguace piu’ o meno rigoroso del fissismo, la teoria che si oppone all’evoluzionismo e critica le teorie precedenti che fin dai tempi di Ippocrate avevano ritenuto che le popolazioni umane si diversificassero a seguito degli stimoli climatici e ambientali. Secondo Knox, infatti, le razze sono eterne ed immutabili e il meticcio e’ meno vitale dei suoi parenti di razza pura e condannato alla scomparsa. Non e’ sempre facile seguire le argomentazioni di Knox che spesso confonde il concetto di specie con quello di razza; ma e’ evidente che spesso vanno contro le conoscenze degli allevatori del bestiame che possono selezionare varieta’ genetiche degli animali domestici in tempi relativamente brevi.
    Non e’ il caso di descrivere ulteriormente le teorie di Knox (il trattato occupa 400 pagine!), ma e’ interessante interrogarsi sul relativo successo di un testo cosi’ inadeguato rispetto alle sue pretese di scientificita’. Non e’ facile proporre una interpretazione sociologica solida: sarebbe stato necessario fare un’indagine tra i suoi lettori dell’epoca. Si puo’ notare pero’ l’evidente parallelismo storico tra l’espansionismo coloniale del XIX secolo e lo sviluppo delle teorie razziste che lo giustificano. Knox ritiene che la “razza” sassone della quale si sente membro abbia una superiorita’ fisica e morale sulle altre, e che questa superiorita’ giustifichi la colonizzazione di territori abitati dalle “razze inferiori”. In fondo il razzismo di Knox gli serve a lenire o a prevenire un qualche barlume di senso di colpa: lo sterminio associato all’impresa coloniale e’ eticamente giustificabile perche’ le popolazioni sconfitte non sono umane allo stesso titolo di quelle vincitrici.
 
    GOBINEAU: ESSAI SUR L’INEGALITE’ DES RACES HUMAINES
    Arthur de Gobineau (1816-1882) non era, come Knox, un medico specializzato in antropologia; era invece un politico e uno storico. Il suo “Essai sur l’inegalite’ des races humaines”, pubblicato nel 1853-1855, pur pretendendosi scientifico, e’ una miscela di congetture, opinioni ed ipotesi basate su “dati” storici e geo-politici. La traduzione inglese della prima edizione del saggio e’ disponibile gratuitamente sul sito web di Google Books [2]. Il primo capitolo del libro enuncia il “dato” empirico fondamentale di Gobineau: gli stati e gli imperi del passato ebbero, come gli esseri viventi, una nascita, una maturita’ ed una fine; la loro evoluzione e’ quindi governata da una legge comune storico-sociale. Le spiegazioni sull’evoluzione e sulla decadenza degli stati e degli imperi del passato elaborate dagli storici sono parziali e insufficienti e mancano di riconoscere la necessita’ di un fattore comune.
    Nei capitoli successivi Gobineau si sforza di elaborare la seguente legge universale della formazione e decadenza degli imperi. Inizialmente una tribu’ geneticamente omogenea (una razza pura o un gruppo appartenente ad una razza pura) e proprio per questo “forte” si lancia in una serie di imprese di conquista. Il successo e’ garantito dalla forza che sarebbe posseduta dalle razze pure, e dimostra la purezza della razza conquistatrice (l’argomento e’ ovviamente circolare: vinci perche’ sei forte e la dimostrazione del fatto che sei forte e’ la tua vittoria). Man mano che il successo militare consegna alla tribu’ vittoriosa nuovi territori abitati da altre tribu’, si assiste ad un inevitabile mescolamento razziale: infatti le tribu’ conquistate apparterranno spesso a razze inferiori, come dimostrato dal fatto che perdono le guerre. L’incrocio dell’originale razza conquistatrice con le razze conquistate ne contamina la purezza e realizza una condizione di meticciato. Poiche’ le razze impure o i meticci, sono deboli, o almeno piu’ deboli dell’originale razza conquistatrice, quanto piu’ l’impero si allarga, tanto piu’ si contamina e si indebolisce. Ad un certo punto la debolezza della popolazione dell’impero e’ cosi’ marcata che la struttura soccombe ad una guerra con una tribu’ confinante, piccola ma proprio per questo piu’ pura dal punto di vista razziale e quindi piu’ forte.
    La tesi di Gobineau e’ intuitiva e per cio’ stesso semplice: anche un bambino potrebbe capirla. Insieme con la semplicita’ viene evidentemente la credibilita’ e infatti Gobineau sembro’ credibile a Hitler e ai suoi gerarchi, i campioni della rozzezza culturale e politica nell’Europa del novecento. Una ulteriore ragione del successo della teoria di Gobineau e’ che se fosse vera fornirebbe ai governanti una indicazione sul modo di prevenire la distruzione politica del proprio paese: impedire i matrimoni inter-razziali (come cercarono di fare i nazisti). Qualunque critico appena attento puo’ osservare che: 1) esistono molte ipotesi alternative a quella di Gobineau (e piu’ credibili) che possono spiegare gli stessi fenomeni storici analizzati da questo autore; 2) non e’ garantito (ed e’ poco credibile) che la decadenza di tutti gli imperi del passato sia conseguenza di un’unica legge storica universale; 3) l’associazione tra purezza razziale e forza militare e’ arbitraria, non dimostrata e fondata su un ragionamento circolare, privo di validita’ logica; 4) la stessa assunzione dell’esistenza di razze umane e’ indimostrata e infatti la ricerca sulla genetica delle popolazioni dimostra che queste non hanno l’omogeneita’ genetica caratteristica delle razze degli animali da allevamento; l’uso di “prove” storiche per assunti di biologia e’ improprio; 5) i dati storici usati da Gobineau per costruire la teoria sono deboli e sarebbero criticati da qualunque storico; ad esempio molti imperi del passato decaddero molto dopo il periodo della loro massima espansione (e quindi sopravvissero a lungo alla loro presunta contaminazione razziale).
    Ci sono alcune ulteriori osservazioni rilevanti sulla teoria di Gobineau. In primo luogo Gobineau riteneva che le razze umane fossero ereditarie e immutabili, fatto salvo naturalmente il problema della loro contaminazione, e che fosse possibile stabilire una graduatoria di valore dalla razza “migliore” alla “peggiore”. Inoltre, apparentemente, questa scala era monodimensionale: migliore significava per lui piu’ combattiva e sanguinaria; non c’e’ posto nella teoria di Gobineau per valori quali le attitudini artistiche o le capacita’ logiche.
 
    MADISON GRANT: THE PASSING OF THE GREAT RACE
    Madison Grant (1865-1937) avvocato americano con l’hobby dell’antropologia e’ alquanto successivo a Knox e Gobineau: il suo trattato sul razzismo, The passing of the great race [3], apparve infatti nel 1916. Hitler possedeva una copia della prima traduzione tedesca di questo libro e ne era entusiasta, al punto da scrivere una lettera di congratulazioni all’autore [4]. Il testo e’ noioso per le frequentissime ripetizioni e in pratica raccoglie una serie di pregiudizi e preconcetti presentati come scoperte scientifiche; la tesi dell’autore e’ che una mitica razza europea (che Grant chiamava “nordica” e corrispondente a quella che Hitler chiamava “ariana”) avesse conquistato e dominato il mondo conosciuto (o almeno l’Europa) in tempi preistorici, prima di mescolarsi con le razze inferiori e disperdersi (tranne che nella sua culla tedesco-scandinava). I discendenti di questa razza, supremi per vigore fisico e intelligenza, potrebbero vantare diritti sul governo del mondo e schiavizzarne le altre razze.
    Se il lettore riesce a finire il libro, vi trova alcune perle che meritano un commento. In primo luogo Grant si confronta con i due capisaldi antirazzisti dell’illuminismo: la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America (1776) e la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo dei rivoluzionari francesi (1789). I due documenti hanno una ovvia e innegabile affinita’, ma Grant inventa una strana distinzione tra loro. Secondo Grant (che come americano si sente legato alla Dichiarazione d’Indipendenza), quando i padri costituenti americani scrivono: “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness” essi non intendono col termine “all men” tutti gli uomini, come si e’ sempre letto, ma se stessi, inglesi trapiantati in America, e gli inglesi della madrepatria. Secondo Grant, i padri costituenti americani possedevano schiavi, non considerati come inclusi tra gli “all men”, e intendevano con la loro dichiarazione rivendicare l’uguaglianza di diritti soltanto tra i “veri” uomini, anglosassoni inglesi o americani. Per contro quando i rivoluzionari francesi scrivono “Les hommes naissent et demeurent libres et egaux en droits. Les distinctions sociales ne peuvent etre fondees que sur l’utilite’ commune” essi intendono veramente tutti gli uomini ma sono dei “loose thinkers”, pensatori di scarso valore, come quegli americani che pretendono di imitarli senza capire la distinzione fatta da Grant. A parte l’arbitrarieta’ dell’interpretazione Grantiana di questi grandi documenti della civilta’ occidentale, e’ interessante notare come la posizione razzista si contrappone a quella illuminista per porsi nel solco della tradizione romantica del “volk”.
    Un secondo argomento notevole di Grant e’ la pretesa che gli individui che nascono da genitori di razze diverse non sono ibridi con caratteristiche intermedie a quelle attribuite alle razze parentali, come pensavano Knox e Gobineau, ma sono membri della razza inferiore. Questa teoria sara’ adottata dai membri del Ku Klux Klan: un solo antenato nero basta per considerare interamente nera la persona. Ancor piu’ sorprendentemente, secondo Grant, in una relazione tra individui di razza diversa, il figlio e’ inferiore dal punto di vista razziale, se e’ di razza inferiore il padre: cioe’, secondo Grant, il padre concorre in misura maggiore della madre a determinare la qualita’ razziale dei figli. Queste nozioni sarebbero state insostenibili gia’ settant’anni prima, all’epoca di Knox; e Knox, che almeno era medico, non le cita mai nel suo libro. Probabilmente rappresentano un convincimento di Grant e di pochi altri.
 
    IL DARWINISMO SOCIALE
    Il termine darwinismo sociale riferisce ad un guazzabuglio di teorie socio-filosofiche elaborate in contesti diversi e da pensatori diversi, non tutte collegate esplicitamente alle tematiche razziali di Knox e Gobineau. Il denominatore comune di queste teorie puo’ essere riassunto in questi termini: la teoria evoluzionistica di Darwin pone l’accento sulla selezione naturale come strumento di controllo e miglioramento della specie; l’uomo e’ un prodotto della natura e non puo’ sottrarsi a questa legge, quindi anche tra gli uomini e tra le societa’ umane vige la legge della sopravvivenza del piu’ adatto. E’ ovvio che il darwinismo sociale puo’ essere usato per giustificare l’oppressione coloniale e il diritto naturale delle “razze superiori” ad opprimere le “inferiori”. E’ altrettanto ovvio che la pretesa di derivare una legge etica da una legge naturale e’ assurda e dovrebbe ripugnare a qualunque filosofo; ma non ripugno’ a tutti. Il darwinismo sociale si basa su idee intuitive e non richiede necessariamente la ben piu’ articolata e solida teoria evoluzionistica di Darwin; per tale motivo non ci si deve stupire di ritrovare idee simili formulate in epoca pre-darwiniana. Ad esempio un precursore delle tesi del darwinismo sociale e’ certamente il marchese De Sade (1740-1814) che in varie opere di contenuto erotico-filosofico cerco’ di avanzare una morale “naturalistica” che sancisse il diritto del piu’ forte di opprimere il piu’ debole.
    Il fondatore del darwinismo sociale fu probabilmente il filosofo inglese Herbert SPENCER il quale nel libro Progress: its law and cause (del 1857) ne presento’ i primi fondamenti. E’ notevole che le riflessioni di Spencer sono contemporanee (e talvolta addirittura precedenti) a quelle di Darwin e di conseguenza il darwinismo sociale crebbe insieme a quello naturalistico invece di seguirne le orme: lo stesso aforisma della “sopravvivenza del piu’ adatto” e’ di Spencer e fu adottato da Darwin soltanto nella terza edizione dell’Origine delle specie.
    Il darwinismo sociale fu entusiasticamente adottato da molti governi e da molte dittature, ad esempio da Adolf HITLER nel Mein kampf, e non sempre in chiave razziale: infatti la teoria si presta a giustificare qualunque oppressione dell’uomo sull’uomo, non solo quella razzista.
 
    GLI AVVERSARI DEL RAZZISMO
    Le teorie razziste per il loro scarsissimo valore ebbero vita molto breve e furono squalificate assai presto, in pratica pochi anni dopo la loro formulazione. Sopravvissero alla loro confutazione per ragioni politiche, in quanto funzionali al colonialismo e, successivamente, ai regimi totalitari fascista e nazista; ma qualunque scienziato serio avrebbe dovuto sapere, ben prima del ‘900 che queste teorie erano false ed erronee.
    Charles DARWIN (1809-1882) fu spesso citato dai razzisti come un sostenitore, in quanto l’ipotesi della sopravvivenza del piu’ adatto poteva essere invocata per giustificare l’oppressione dei popoli colonizzati. In realta’ la teoria di Darwin confutava molte delle premesse razziste di Knox. In particolare nel libro “L’origine delle specie attraverso la selezione naturale” (del 1859) Darwin, oltre a riportare osservazioni naturalistiche compiute nel corso del suo viaggio sul Beagle, riferiva dei suoi esperimenti come allevatore di piccioni. In questi esperimenti Darwin aveva trasformato mediante poche generazioni di incroci selettivi piccioni della varieta’ chiamata “pavoncello” in piccioni della varieta’ chiamata “tombolo”. Questo dato dimostrava, ovviamente, che le razze non erano affatto immutabili come avevano preteso Knox e Gobineau. Del resto l’intera idea dell’evoluzione era contraria all’ipotesi dell’invarianza delle specie e delle razze (si deve tener presente che all’epoca il termine razza veniva spesso usato anche in contesti dove noi oggi useremmo quelli di specie o di etnia). Un altro punto di divergenza tra la teoria evoluzionistica ed il razzismo e’ che la prima suggerisce o ipotizza una genesi unitaria della specie, e la sua successiva differenziazione in etnie, mentre il razzismo presume che le razze siano presenti fin dal primo apparire della specie.
    Rudolf VIRCHOW (1821-1902), l’anatomopatologo tedesco che defini’ le basi cellulari della patologia, condusse negli anni 1860-1865 studi sulla “razza” dei suoi compatrioti tedeschi, soprattutto spinto dal crescente antisemitismo del paese, dimostrando che i parametri antropologici della popolazione erano soggetti ad ampie variazioni e che era impossibile utilizzarli per assegnare un individuo ad una razza piuttosto che ad un’altra. Virchow ritenne che i suoi studi dimostrassero che la popolazione tedesca era costituita da una mistura di molti ceppi etnici diversi. Probabilmente Virchow sottovalutava la varianza statistica dei suoi dati e forse oggi diremmo che la popolazione tedesca e’ relativamente omogenea dal punto di vista etnico ma presenta ampia varianza nei suoi parametri antropologici: ovvero che contiene molte varianti genetiche tra loro ricombinate e assortite.
    In sostanza i principi del razzismo, enunciati verso il 1850, erano stati dimostrati falsi e non mantenibili gia’ prima del 1870, e sarebbero caduti se non avessero avuto il sostegno del pregiudizio popolare e dei sistemi politici colonialisti e, piu’ tardi, di quelli totalitari nazifascisti.
    Franz BOAS (1858-1942) era un ebreo tedesco emigrato negli USA, antropologo e grande ammiratore di Virchow. Compi’ molti studi sul campo, tra gli esquimesi e i nativi americani e concepi’ una antropologia fisica moderna, solida dal punto di vista statistico e non etnocentrica. Scrisse molte opere specialistiche ed alcune divulgative tra le quali il libro Anthropology and Modern Life (pubblicato nel 1928, all’eta’ di settant’anni) [5]. In questo libro, che viene ancora ristampato, Boas confuto’ in modo definitivo molte idee dei teorici del razzismo, ed in particolare l’ipotesi che esistano popolazioni umane che possano essere assimilate a “razze pure”. Il libro di Franz Boas apparve quattro anni dopo il Mein Kampf di Hitler (del 1924-1925) che non era tanto un trattato razzista quanto una prolissa autobiografia politica e ideologica nella quale le scienze della razza erano considerate come verita’ acclarate piuttosto che come ciarpame ideologico, cinque anni prima della presa del potere di Hitler, e dieci anni prima del Manifesto degli Scienziati Razzisti voluto da Mussolini. E’ amaro constatare che se gli scienziati razzisti dei regimi nazifascisti avessero letto non gia’ le opere specialistiche di Virchow o di Boas del secolo precedente, ma almeno quelle divulgative contemporanee, destinate al pubblico piu’ ampio, vi avrebbero trovato in forma chiara e semplice la piena sconfessione degli assunti che si affannavano a cercare di dimostrare.
 
    RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E NOTE
    1: Il libro The races of man di R. Knox e’ interamente e gratuitamente disponibile sul web (si cerchi sul sito di Google Books).
 
    2: Una traduzione inglese del libro Essai sur l’inegalite’ des races humaines di A. De Gobineau e’ interamente e gratuitamente disponibile sul web (si cerchi sul sito di Google Books).
 
    3: Il testo completo del libro di Madison Grant e’ gratuitamente disponibile sul web a questo link: The Passing of the Great Race.
 
    4: Citato da T.W. Ryback “Hitler’s private library”
 
    5: Franz Boas, Anthropology and Modern Life, Dover Publications Inc, New York, USA, 1986.
 

fonte http://biochimica.bio.uniroma1.it/MedicineNonScientifiche/razzismo.htm

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