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Un diavolo che non odora di zolfo di Alfredo Saccoccio

Posted by on Apr 23, 2018

Un diavolo che non odora di zolfo di Alfredo Saccoccio

 

I tempi sono duri per Machiavelli. Gli italiani ed anche i francesi, istruiti, credono, per esperienza, che sono ritornati dei principi fiorentini. La tonalità dell’ora è alla trasparenza e alla morale. Niente qui che sia per glorificare la memoria dell’illustre ammiratore di Cesare Borgia.

Il colpo più rude, tuttavia, sarà venuto dalla parte che Machiavelli attendeva di meno. Incensato o detestato, questi poteva illudersi di essere restato, finora, un diavolo. Non gli mancava più che di essere disolforato da un’edizione dotta. La traduzione francese de “Il Principe”, in data 1553, fu accettata dalla censura ecclesiastica con riserve minori. La messa all’indice dell’opera non contava per niente ?

La denuncia del “machiavellismo” è apparsa in realtà ad una data precisa, nel 1576, con l’ “AntiMachiavelli” di un avvocato protestante, Innocent Gentillet, che accusava il libro dell’ex consigliere dei Medici di aver ispirato il massacro di San Bartolomeo e di essere divenuto il viatico dei tiranni. Seguì Bodin. I gesuiti e molti altri, tra cui Federico II, seguirono i loro passi.

In realtà, Machiavelli non avrebbe mai pensato “a radunare e ad unificare le sue osservazioni e le sue riflessioni in una teoria unitaria”. Inutile, dunque, andare a cercare, tra i “Discorsi” repubblicani e le tesi de “Il Principe”, un progetto ed una coerenza che non vi si trovano.

Puro prodotto di una fine del Quattrocento dominata dai conflitti tra principati, l’ex segretario della Repubblica di Firenze, impaziente di entrare nelle grazie dei Medici, avrebbe soprattutto voluto provare la sua disponibilità consacrandosi ad un’opera di umanità, anzitutto animata da preoccupazioni civiche, e presto dominata dallo spirito cortigiano.

“Il Principe” non sarebbe, in queste condizioni, niente di più che una teoria del potere, classica e datata; notevole soltanto per il suo progetto di far riporre su una “religione laicizzata” e sulla persona di un monarca assoluto, crudele ma razionale, l’unità di un’Italia percepita come un’entità sfocata, letteraria e sentimentale”.

Celebre è la frase che invita il principe a non curarsi “di incorrere nella infamia di quelli vizii, sanza quali e’ possa difficilmente salvare lo stato “ (capitolo XV). L’interesse del monarca non si separa da quello dello Stato: l’interesse comune è insieme preso in conto e distinto dal bene comune. Riflessioine da filosofo.

“Il Principe” è, in verità, un’opera immensa, perfettamente padrona delle sue intenzioni e dei suoi concetti.

In quanto ad umanesimo cortigiano, la rivoluzione machiavellica ha posto le basi dei Tempi moderni con tanto di forza e senza dubbio più coerenza quanto l’opera contemporanea di Erasmo da Rotterdam. E’ Machiavelli che ha strutturato il nuovo ordine della laicità rovesciando a beneficio di Cesare il ragionamento tomistico che aveva distinto Dio da Cesare nell’interesse di Dio.

E’ lui che, dopo aver separato il cielo dalla terra, ha separato la politica dalla morale o, per parlare come Max Weber, l’etica della responsabilità dall’etica della convinzione. Dio, secondo la Chiesa, è innocente del male sulla terra ? ammette l’abile fiorentino. Ebbene, se il Principe è condotto talvolta a fare il male, secondo i codici della Chiesa, ne concludiamo che egli fa forse il Bene nell’ordine voluto da Dio.

E’ da dire che Machiavelli si rende mallevadore di Hitler o Stalin ? Nient’affatto. Se questo cortigiano paradossale ha scritto “Il Principe”, è soprattutto per mettere in guardia i Medici contro la tentazione di fare qualsiasi cosa. Come la Creazione è legata, il maestro è legato, nella scelta delle sue azioni, dal popolo che attende da lui “la tranquillità e l’unione”.

Ogni autorità diviene “odiosa” quando è giudicata “eccessiva”. Il monarca non è per niente senza opinione: la sua sicurezza e quella dei suoi sudditi non fanno che uno. In fondo, lungi dal dominare il destino e di disporre del suo popolo, il principe ha come principale risorsa quella di “prendere l’occasione”, di mettere la “fortuna” dalla sua parte e di truccare in atti di volontà quello a cui lo costringe la necessità. La politica è un’arte del meno male.

Un’altra grande lezione che ci piace ricordare di Niccolò Machiavelli è la specificità del politico. Se i popoli non chiedono al potere che “la tranquillità e l’unione”, è dunque che il resto (intendiamo la felicità) non è di sua competenza. Ed è così che la tranquillità di un popolo non è sufficiente, se essa è acquisita senza l’unione. Solo l’unione permette ad un popolo di resistere, non solo ai suoi vicini, ma anche ai suoi padroni.

Infine, il teorico dell’arte della guerra ha percepito, ben prima di Clausewitz, il divario tra i fini e i mezzi, che i sociologi designano con il nome di “effetto perverso”. Una decisione morale può avere conseguenze immorali, e reciprocamente.

Così, commenta Machiavelli, la generosità pubblica del secondo secolo d. C. ha rovinato lo Stato, obbligando quest’ultimo a togliere più imposte e scontentando tutti. Non è necessario risalire fino agli Antonini per verificare la pertinenza di questa analisi.

L’opera più celebre del Machiavelli (1469-1527), “Il Principe”, scritta nel 1513 e stampata nel 1532, è un testo austero, poco diffuso fino al XIX secolo. Tuttavia esso non ha mai cessato di affascinare, di intrigare, di ispirare torrenti di esegesi. Il libro ha la sua leggenda nera di “vademecum” inquietante di una pleiade di monarchi e di uomini politici, da Carlo V a Talleyrand, senza parlare di numerose confutazioni che ha suscitate (Federico il Grande) e di una moltitudine di recuperi ulteriori diversamente ispirati. Però questo libello appassionato è anche nel cuore di un gran numero di filosofie politiche.

E’ in un’Italia spezzettata, attraversata da conflitti acuti e da guerre, che è cresciuto Machiavelli, in una Firenze rude, colorata, dotta, lacerata, scaltra… irresistibilmente piacevole. Fra gli avvenimenti che lo segnano, l’ingresso delle truppe di Carlo VIII a Firenze, nel 1494. Il giovane uomo vede il suo Paese indebolito, la spedizione francese ben preparata, i mercenari poco affidabili. Il successo delle predicazioni del frate domenicano Girolamo Savonarola, che vuole fare di Firenze una “nuova Gerusalemme”, lo colpisce e l’inquieta. Sullo sfondo di guerre e di preghiere, Machiavelli forgia il suo pensiero conducendo missioni diplomatiche. I primi testi che abbiamo di lui sono dei rapporti.

I principali pilastri del pensiero di Machiavelli sono usciti dai meandri della realtà. Quando il pensatore privilegia gli effetti di un atto e sceglie di trascurare le intenzioni, quando egli insiste sulla cattura dell’occasione, sul momento propizio, quando spiega come la natura di un’epoca favorisce tale azione e non talaltra, cià proviene da quello che egli ha saputo osservare. Che un principe debba “imparare a poter non essere buono”, la frequentazione di Cesare Borgia glielo ha mostrato.

Machiavelli e Guicciardini : come consigliare i principi

Nel Cinquecento Firenze ebbe due grandi pensatori politici, Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini. Per ragioni diverse, l’uno e l’altro non ebbero i ruoli di primo piano a cui essi ambivano. I due trovarono nei libri un rimedio alla loro frustazione.

Firenze beneficiava di un prestigio incomparabile, le strade erano frequentate da geni, le sue banche erano fra le più prospere d’Europa. Però la città fu in preda a gravi crisi politiche e a minacce esterne, che la condannarono al declino. Questa congiuntura drammatica fu l’orizzonte dell’opera del Machiavelli e del Guicciardini. Uno storicoo americano, Felix Gilbert, analizza quello che li avvicina e quello che li separa.

Machiavelli apparteneva alla piccola nobiltà, mentre il Guicciardini, più giovane aristocratico fiorentino, fece un bel matrimonio che l’introdusse nella prima cerchia del potere. Francesco fu ambasciatore in Spagna, governatore di Modena, poi della Romagna, consigliere del pontefice Clemente VII, eccetera eccetera. Sembrava promesso ai più alti destini, ma, a più riprese, egli

scommise sul cattivo cavallo. Egli esaltò l’ingresso di Firenze e della Santa Sede nella lega di Cognac, costituita dai francesi contro gli spagnoli. Ciò provocò il sacco di Roma e la caduta dei Medici. Dopo essere stato esiliato, Guicciardini ritornò nella sua patria in quanto consigliere del duca Alessandro, che fu rovesciato alcuni anni più tardi. Disgustato, egli consacrò i suoi ultimi anni a scrivere la sua “Storia di Italia”, in cui commenta gli avvenimenti degli ultimi quattro decenni.

Sono forse queste delusioni che lo spinsero a dire che la fortuna, il caso, mettono in scacco i calcoli più razionali. Guicciardini ne dà degli esempi in “Ricordi politici e civili”, opera redatta dal 1512 al 1530, testo alla sua maniera inclassifcabile , come osservò Jean Mehu: “Diario ? Ricordi ? Note ? Consigli ? Propositi ? Pensieri ? Riflessioni ? Perché no, in fondo, Ricordi molto semplicemente.”

Guicciardini sa che non si può governare gliuomini con la morale dristiana, perché essi non sono né buoni né ragionevoli. Questo pessimismo lo conduce ad un avvicinamento pragmatico alla politica. Al contrario di Machiavelli, al quale rimprovera il suo dogmatismo, Guicciardini non pensa che ci sia regime ideale, dipendendo tutto dalle circostanze. Il modello romano glorificato dall’autore de “Il Principe” non è imitabile. L’obiettivo che occorre fissarsi, è l’indipendenza dello Stato, la sicurezza degli abitanti ed il buon funzionamento della giustizia.

Guicciardini ha, anch’egli, le sue preferenze: il migliore dei regimi è una Repubblica aristocratica che eviti tanto gli eccessi della dittatura quanto quelli di un regime popolare. In ciò egli si oppone a Machiavelli per il quale non c’è alternativa alla democrazia diretta governata dal principe.

Se egli ha poca fiducia nel popolo, Guicciardini non ha che una scarsa considerazione per i suoi dirigenti. La corruzione dei preti gli fa scrivere che, se le sue funzioni non glielo avessero impedito, avrebbe amato Martin Lutero. Egli non è molto tenero con i differenti papi che ha servito: gli uni erano immorali, gli altri incompetenti o deboli. Non è più indulgente per i capi di guerra, che giudica mediocri. Quanto alla dittatura dei Medici, che gli avvenimenti l’hanno costretto a servire, essa ha tenuto lontano dal governo l’aristocrazia e ha esasperato il popolo.

Guicciardini ha vedute profonde sulla situazione della sua patria. Firenze non è Venezia che può poggiare sull’alto mare. La città toscana è circondata da Stati indipendenti, che, una volta vinti, non si conservano che al prezzo di grandi sforzi. Essa ha per vicina la Chiesa, che “è potente e non muore mai”. Guicciardini sa che l’arrivo dei francesi e degli spagnoli ha sconvolto le regole del gioco nella Penisola. Egli non pensa all’unità d’Italia.

A questo proposito, Felix Gilbert osserva in “Machiavelli e Guicciardini. Politica e storia a Firenze nel XVI secolo” che non fu una preoccupazione essenziale di Machiavelli, contrariamente all’opinione corrente. In definitiva, cosa differenzia i due pensatori ? Guicciardini era più saggio, più concreto di Machiavelli, la cui Realpolitik rasenta l’utopia. Però egli non aveva il genio letterario, l’immaginazione intellettuale del suo grande contemporaneo. Gli uomini amano la dismisura. Ciò spiega il trattamento disuguale che la posterità ha loro riservato

Alfredo Saccoccio

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