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UNA CONGIURA GIACOBINA A PALERMO

Posted by on Mar 8, 2020

UNA CONGIURA GIACOBINA A PALERMO

La radicalizzazione della rivoluzione in Francia, giunta nel gennaio 1793 alla decapitazione di Luigi XVI e nell’ottobre all’esecuzione di Maria Antonietta, ebbe pronte e gravi conseguenze sull’atmosfera politica nei domini borbonici nell’Italia meridionale, sia per l’ovvia avversione di una monarchia assoluta verso le «idee francesi», sia perché la regina Maria Carolina era sorella di Maria Antonietta, e dunque gli avvenimenti di Parigi la toccavano anche sul piano affettivo.

Entrato nella coalizione guidata dall’Inghilterra contro la repubblica «regicida», re Ferdinando espulse i francesi dai suoi regni con decreto del 7 settembre 1793, inviò un corpo di spedizione all’assedio di Tolone e scatenò all’interno una caccia senza quartiere contro i seguaci dei principi rivoluzionari, i giacobini.

Uno smilzo fascicolo di documenti rimasto fra gli «Incartamenti» della «Real Segreteria» vicereale1 – sfuggito alle poche ricerche degli studiosi che in tempi lontani si sono occupati dell’argomento2 – fornisce preziose e precise, pur se incomplete, informazioni su un’indagine contro i giacobini siciliani connessa con la scoperta nel marzo 1794 della congiura organizzata dai club napoletani, che costò la vita a Emmanuele De Deo, Vincenzo Vitaliani e Vincenzo Galiani ed ebbe un lunghissimo strascico di indagini e processi che giunsero a coinvolgere perfino Luigi de’ Medici.

Il 14 giugno di quell’anno il primo ministro napoletano John Acton trasmetteva a Caramanico alcune informazioni pervenute al governo: nello scorso aprile «una società della Terra di Portopalo» aveva offerto all’incaricato francese in Genova, du Tilly, l’estrazione in contrabbando «con speronare maltesi e siracusane, rimanendo a carico loro di equipaggiarle di gente fida» di un carico di «cinquemila mine di grano», equivalenti a circa 2100 salme. La società, costituita da un numero imprecisato di soggetti, comprendeva i sacerdoti Giuseppe Campisi e Gaetano Sofia, il vicario Salvadore Bonfanti e suo fratello Pietro.

Nell’operazione risultavano coinvolti, quali fideiussori di un’anticipazione di cinquantamila lire genovesi – circa 9500 ducati – richiesta per l’invio del carico, il marchese di Portopalo e il proconservatore di Noto, marchese di Trezzano. Non si trattava però di perseguire una delle tante azioni di contrabbando che in quegli anni si praticavano lungo tutte le coste dell’isola, e questo spiegava l’intervento diretto del capo del governo napoletano:

la «società» in questione infatti si dichiarava pronta a far giungere nei viaggi di ritorno «alla spiaggia romana, in Napoli e Calabria lettere e persone alla disposizione dello stesso Tilly». Era insomma una cospirazione volta a diffondere in Sicilia le tanto temute idee giacobine, congiura di vaste proporzioni dato che nella lettera si riferiva anche di un secondo nucleo di sospetti rivoluzionari composto da ben diciotto membri residenti in Vittoria. Anche questo gruppo sarebbe stato in corrispondenza con Tilly al quale avrebbe promesso «mille empietà» chiedendo in cambio «ajuto, lumi, istruzioni, coalizzazione e denaro». Acton ne indicava però per nome soltanto quattro: due sacerdoti, don Francesco Neri e don Giuseppe Ditello (?), Nicola Di Filippo e Nicola Nappa.

Acton contava per «estirpare i disturbatori della pubblica quiete» sullo zelo e sulle attività di Caramanico «per far vegliare sulla condotta di tutti costoro, e per dare tutte quelle

1 ASP, Real Segreteria. Incartamenti, b. 5296, carte sciolte. Vi si trova tutta la documentazione qui utilizzata,

salvo specifica indicazione contraria.

2 F. Scandone, Il giacobinismo in Sicilia, «Archivio Storico Siciliano», N.S., anno XLIII, Palermo, 1917,

pp. 279-315 e N.S., anno XLIV, pp. 266-361; G. Lo Forte, Sul giacobinismo in Sicilia, «Archivio Storico per la Sicilia», Palermo, 1942, pp. 316-368.

provvidenze e disposizioni» opportune «per venire in chiaro dell’infame carteggio […]» e per giungere all’arresto delle persone indicate.

La pronta esecuzione dell’ordine di Acton fu affidata dall’avvocato fiscale Felice Damiani al suo delegato di Lentini, Gioacchino Guzzardi, al quale, secondo una circolare del 1° luglio, l’intero apparato repressivo «delle città e terre demaniali e baronali del regno» era obbligato a fornire in qualunque momento e in qualunque forma «ajuto, braccio, soccorso di gesti, approntamento di ogni materiale […] sotto pena della sovrana indignazione e di confinamento nel Marettimo e nel castello di Messina».

Probabilmente per la difficoltà nelle comunicazioni dovute allo stato precario del sistema stradale, Guzzardi si mise in azione solo il giorno 20, quando si presentò in Siracusa al Brigadiere Giuseppe Della Torre per chiedergli uomini e mezzi per portare a termine una missione non meglio specificata per ragioni di segretezza.

Ottenute due squadre, composte ciascuna da quindici uomini al comando di «un tenente di accreditata condotta e di uno sperimentato sergente» procedette quindi all’arresto a Portopalo di Campisi, Sofia e Salvadore Bonfanti che vennero rinchiusi nella fortezza di Capo Passero. Pietro Bonfanti scampò alla cattura essendo partito il giorno precedente per Malta. Data la pericolosità dei soggetti, per maggior sicurezza Bonfanti e Sofia furono poi tradotti nottetempo in Siracusa via mare sotto forte scorta dal Della Torre, che motivò la scelta di non procedere al trasferimento per via di terra dovendosi in tal caso «passare per Noto e per Avola, popolazioni sospette»: osservazione che lascia intendere come agli occhi dei funzionari borbonici in quel momento i «giacobini» non fossero così isolati come si ritiene. Accurate perquisizioni, peraltro senza alcun esito, vennero compiute anche nelle case del marchese di Portopalo e del marchese di Trezzano.

Intanto si procedeva ad arresti anche dall’altra parte dell’isola ad opera del delegato del fiscale Damiani a Marsala, barone Giuseppe Perniciaro, al quale Acton rivolgerà poi una lode particolare: a Trapani vennero incarcerati Francesco Barracco, già noto alle autorità per essere in corrispondenza con l’avvocato pugliese Rocco Lentini, fondatore del club rivoluzionario «Libertà o morte», e rifugiatosi proprio in Sicilia3 dopo la scoperta della congiura napoletana; il fratello di Francesco, Gregorio Barracco, il medico Domenico Greco e Gaspare Lombardo. Secondo le risultanze delle indagini riferite da Damiani, Francesco Barracco e Domenico Greco «tenevano notturni segreti congressi in casa di persona capace scienziata ove intervenivano letterati, sacerdoti e nobili, e si trattava del giacobinismo». Sotto inchiesta era anche un monaco mercedario, fra’ Fedele Scalabrino.

La documentazione rinvenuta coinvolgeva anche altri siciliani residenti a Napoli, tra i quali il pittore trapanese Giuseppe Erranti e Nicola Ortoleva.

Per tutti costoro – prescriveva Acton in una lettera inviata al Caramanico il 16 agosto – il re voleva che si istruisse un processo «compito di tutto punto sino al costituto de’ carcerati, e trattandosi di vicendevoli chiamate, ed imputazioni fra correi, anche coll’atto di convalida della tortura delle confessioni di ciascuno in capite sociorum». Da Napoli si sarebbe provveduto a trasmettere a Palermo gli esiti degli interrogatori di Erranti e Ortoleva al fine «di rendere perfetto il citato processo». Evidentemente alcuni degli arrestati avevano rilasciato dichiarazioni compromettenti, denunciando altri compagni di cospirazione, e il primo ministro si attendeva nuove rivelazioni anche dai prossimi arresti.

Acton forniva anche precise istruzioni circa la procedura da seguire per «isbarbicare i più deboli filamenti» di un così grande male. Gli imputati dovevano essere divisi in tre classi: doveva essere subito incarcerato colui che fosse «stato manifestato da un reo confesso per

3 Lo Scandone lo dice rifugiato in Siracusa: Il giacobinismo in Sicilia cit., p. 306 dell’anno XLIII.

suo compagno in Club o Congiura o Cooperazione o Rivoluzione»; doveva eseguirsi l’arresto immediato anche di colui che, chiamato in correità, avesse a sua volta confessato;

non doveva invece procedersi alla carcerazione di chi fosse stato incolpato di giacobinismo «da altro correo assente o che non contestasse collo stesso reo confesso»: erano cioè ritenute non sufficientemente provate le dichiarazioni «de relato» o non sostenute dalla testimonianza esplicita di un reo confesso. Si preannunciava comunque l’invio da Napoli a Palermo di una copia del processo in fase di istruzione da parte della Giunta delegata per procedere contro i giacobini napoletani perché servisse «di norma per lo più facile scoprimento di delitti di Stato».

Finì invece su un binario morto, almeno per il momento, il filone d’indagine sul gruppo di Vittoria. Guzzardi infatti – riferì Damiani a Caramanico il 24 settembre – «conferito nel silenzio della notte» nella cittadina in una data imprecisata svegliò capitano di giustizia per procedere all’arresto dei quattro sospetti elencati da Acton: ma «con sua sorpresa e meraviglia» intese da costui che quei nomi gli erano del tutto sconosciuti, né figuravano nei libri della numerazione delle anime. Il Guzzardi aveva comunque chiesto l’elenco nominativo degli altri quattordici sospetti per indagare se si nascondessero sotto falso nome.

In data 16 agosto risultano spedite a Caramanico altre due lettere, oltre quella già ricordata: con la prima Acton gli comunicava che il re, intesi gli sviluppi dell’inchiesta in corso, «informandosi al parere della Giunta delegata del Processo di Stato» aveva deciso che la Gran Corte di Palermo, «per osservanza della Costituzione di cotesto Regno della Sicilia» procedesse «di giustizia […], derogandosi a qualunque privilegio di foro, con adoperare il più sollecito procedimento nelle forme le più straordinarie […] in uso secondo il rito di cotesto Regno» contro gli accusati di corrispondenza con Tilly, e che il viceré fosse autorizzato a dare eventuali nuove «provvidenze superiori» che si rendessero necessarie per garantire la «brevità di tal procedimento».

L’avvocato fiscale della stessa Gran Corte era incaricato, con una seconda lettera, di prendere «tutte le opportune e legali delucidazioni de’ sentimenti e delle massime adottata e smaltite» dal dottore Emmanuele Sarra, originario di Vittoria e recentemente trasferitosi da Napoli a Malta, ove «manifestatosi per giacobino» settimanalmente diffondeva le notizie pervenutegli dai suoi compagni di fede rimasti nella capitale del regno, e ciò al fine di scoprire se il Sarra avesse «allacciato altri» in questa rete di principi sovversivi «per potersi accorrere dalla suddetta Gran Corte ad oggetto di tagliarne i progressi». Guzzardi istruì quindi il processo contro gli arrestati dell’estate 1794, ma le carte rimaste non forniscono informazioni circa il suo esito. Nei confronti dei sospetti è plausibile che il procedimento si sia protratto a lungo, se ancora l’8 settembre 1796 Lopez y Rojo inviava a Napoli una supplica del marchese di Portopalo e del marchese di Trezzano i quali, malgrado le accuse nei loro confronti fossero scomparse sia dall’istruttoria che dal dibattimento, continuavano a chiedere invano che venisse riconosciuta ufficialmente la loro innocenza. Pare che Domenico Greco sia rimasto in carcere per un anno e mezzo prima di essere scarcerato: ma si ignora se il processo a suo carico sia stato celebrato.

Le denunce contro i giacobini intanto cominciavano a giungere anche da parte di comuni sudditi. Il 13 settembre 1794 veniva accusato di «giacobinismo» Salvatore Ungaro di Castroreale4.

Il 16 aprile 1795 una denuncia anonima inviata al viceré in nome del «popolo di Canicattì» indicava come «giacobini» il sacerdote Nicola Adamo ed il fratello5, mentre Michele Martino Fardella, per aver perseguitato i giacobini di Trapani, pochi mesi dopo

4 ASP, RSI, b. 1129, carte sciolte.

5 ASP, RSI, b. 3834: memoriali decretati dal 16 al 19 aprile 1795, n. 25.

chiedeva quale ricompensa l’attribuzione di un titolo nobiliare6. A Sciacca era il sacerdote Calogero Augello a lanciare la solita accusa contro i fratelli Francesco e Mario Tagliavia, precisando che i due, oltre a condurre una vita immorale, erano «arrivati al punto da far leggere al ricorrente le lettere per tirare al di loro partito qualunque sorta d’individui, purché non parlassero» e chiedendo di restare anonimo per non essere soggetto «ad essere ucciso»7. Ma si ricordi che la denuncia della congiura a capo della quale era Francesco Paolo Di Blasi, avvenuta il 30 marzo 1795, aveva ormai avviato una vera e propria campagna diretta a svellere definitivamente la pianta delle «idee francesi» dall’isola.

Va comunque ricordato che tra tutti i veri o supposti «giacobini» scovati nell’estate 1794 il solo Pietro Bonfanti è ancora registrato come tale in una anonima «Nota di tutti li detenuti in questo Regno di Sicilia per cause di Stato» compilata sul finire del 1799 e pubblicata da Antonino Cutrera nel 19308.

6 ASP, RSI, b. 3838: memoriali decretati dal 29 al 31 luglio 1795.

7 ASP, RSI, b. 3839: memoriali decretati dal 20 al 26 agosto 1795, n. 158.

8 Antonino Cutrera, La reazione dei Borboni in Sicilia nel 1799, «Rassegna Storica del Risorgimento», a. XVIII, 1931, supplemento al fascicolo I, XVIII Congresso sociale di Palermo, 7-9 maggio 1930, pp. 268-

295. Sui numerosi arresti di giacobini siciliani in quegli anni, si rinvia comunque al saggio dello Scandone.

Augusto Marinelli

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