Alta Terra di Lavoro

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“Una settimana senza soldi e senza cellulare per annunciare l’amore di Dio”

Posted by on Set 15, 2017

“Una settimana senza soldi e senza cellulare per annunciare l’amore di Dio”

Come si annuncia la buona notizia? Come ha voluto Gesù: “Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento” (Mt 10,9-10).

Solo in questo modo, cioè solo mettendo a disposizione la loro vita, i discepoli sono credibili. Si è chiuso martedì 12 il periodo di circa tre mesi in cui 13.000 fra uomini, donne, preti, seminaristi, giovani e meno giovani, appartenenti al Cammino neocatecumenale, hanno annunciato in tutte le nazioni in cui sono presenti che Gesù ha vinto la morte e ci ama. In una parola hanno annunciato il Vangelo, la buona notizia. Sono stati inviati due a due (maschi e femmine separati), dopo che le coppie sono state estratte a sorte, come a sorte è stata estratta la località di missione, senza soldi, senza cellulare, senza niente. Avevano solo la Bibbia, il salterio, il rosario, il crocifisso e il biglietto di andata e ritorno per il posto della missione. E’ quasi incredibile ma tutti, dico tutti, anche quelli che hanno dormito sempre all’aperto racimolando qualcosa per sopravvivere (anche le briciole date alle oche nei parchi, come è successo a Gabriel a Tudela del Duero), tutti sono tornati dopo una settimana contenti. Una settimana, questa infatti era la durata della missione. Andando per strada, nei parchi, nei bar, nei centri commerciali, si incontrano persone di ogni tipo. E spesso succedono fatti singolari, per non dire miracolosi, per non dire incontri che Dio ha espressamente previsto, permesso e voluto. Così racconta Cletha, 50 anni, indiana, in missione a Hubli: “abbiamo incontrato una ragazza che sembrava sconvolta, le abbiamo annunciato la vittoria di Cristo sulla morte, è scoppiata a piangere e ci ha consegnato dei soldi che aveva in borsa: le servivano per acquistare veleno per farla finita (di casi del genere, di persone che stavano per uccidersi, ne sono stare incontrate parecchie). La chiesa, corpo di Cristo, somiglia al suo Signore: è splendida. E quando si vede, quando si intravede lo splendore della chiesa, si resta stupefatti. Qualche testimonianza fra quelle che, al ritorno, ho avuto modo di ascoltare:

“Sono Francesca, 44 anni, di Verona, avvocato, sposata con Andrea. Da 4 anni, dopo aver lasciato tutto, siamo catechisti itineranti in Kenya e Tanzania. Io sono stata inviata insieme ad una sorella tanzana, Eva, nella città di Arusha, nel nord. Questa missione è stata per me umanamente una follia (due donne, sole, senza soldi, cellulare, vestiti di ricambio, senza sapere dove dormire, come muoversi… in Africa!), ma una “follia” benedetta da Dio. Sono partita piena di timore, sentendomi impreparata ed incapace di affrontare la realtà africana senza mio marito, ma nella precarietà e povertà dell’ospitalità che abbiamo ricevuto, in una parrocchia della periferia con strade polverose e piene di immondizia, dormendo in una stanza con un solo letto per entrambe, con un bagno senza porta, senza doccia e con poca acqua, ho sperimentato una gioia, una pace, una felicità enorme, un’intimità con Cristo mai vissuta così intensamente: stare con Dio non solo basta, ma appaga ogni desiderio. Pur nel disagio, nella difficoltà di parlare la lingua swahili, in alcuni casi anche nell’umiliazione del rifiuto, annunciare la Buona Notizia e l’amore di Dio mi rallegrava profondamente. Le persone erano molto colpite dalla nostra esperienza personale, soprattutto quella di Eva, anche lei moglie senza figli (maledizione grandissima e sofferenza insuperabile per la cultura africana): il vescovo, nel lungo incontro che abbiamo avuto con lui, le ha chiesto più volte se davvero credesse che questa sua croce fosse redenta e, ancora più stupito, le ha domandato se suo marito fosse rimasto con lei! Lui e molti parroci si sono meravigliati del tipo di missione che stavamo facendo, increduli per il fatto che eravamo davvero partite senza nulla e (curiosamente) stupefatti per il nostro annunciare la buona notizia per le strade a tutti: cristiani cattolici, non cattolici, musulmani. In sintesi: in un luogo che io non avrei mai scelto ed in condizioni certamente non confortevoli, una settimana in perfetta letizia, in cui si è manifestata tangibilmente la Provvidenza”.

“Mi chiamo Elia, ho 32 anni, sono sacerdote della Diocesi di Roma. Sono stato inviato ad Ancarano, un paesino in provincia di Ascoli Piceno. Sono tornato da questa esperienza rinnovato nell’anima perché io, che sono un ragazzo attento all’aspetto esteriore, ho sperimentato la precarietà di dormire 5 notti all’aperto senza potermi mai lavare e digiunando molte volte. In tre occasioni mentre dormivamo sono venuti dei ragazzi a deriderci e a scattarci delle foto. Per me è stato molto umiliante soprattutto nell’ultima notte quando volevano rubarmi le scarpe. In quel momento, quando sono andati via questi ragazzi, ho avuto un combattimento interiore molto forte, nel quale stavo per maledire questa esperienza, ma ho sentito forte la presenza di Cristo che mi diceva “Sono con Te”. Questo ha fatto scendere la pace nel mio cuore e mi sono addormentato. Prima di andarcene abbiamo saputo che il luogo dove abbiamo dormito era un giardino appartenente ad un istituto di suore che, una volta abbandonato, è diventato luogo di riti satanici. Per questo motivo credo sia stata provvidenziale la presenza di Cristo attraverso due semplici missionari che hanno offerto scomodità per questo paese”.

“Sono Sara, 42 anni, giornalista. Sono stata in un paesino dell’appennino abruzzese. Abbiamo annunciato l’amore di Dio e la vittoria di Cristo sulla morte per strada, nelle case, al bar, vedendo accendersi la speranza negli occhi di coloro che ascoltavano. Il Signore ci ha accompagnato e, anche se il parroco non ci ha accolto, non ci è mancato il cibo e abbiamo dormito tutte le notti sul pavimento di una sala che ci è stata offerta. La gente era stupita della nostra totale precarietà, disposte a rischiare, scomode, eppure nella gioia. Alla fine sembrava che non volessero più lasciar andar via “le missionarie”. “Sono Armando, 38 anni, presbitero itinerante. Sono stato inviato a Milano, in centro. Nessuno ci ha accolti (ad eccezione di un presbitero ortodosso, che ci ha offerto una cena), nessun parroco ci ha ospitati né tantomeno le pochissime persone che ci hanno ascoltato: nessuno credeva che fossi un prete cattolico. Ho dormito per strada con i barboni e sono stati loro ad ascoltare la buona notizia e a provvedere per il cibo e qualche cartone per dormire. “Ai poveri è annunciata la buona notizia”: ho sperimentato che Dio c’è e che i poveri sono quelli che lo accolgono”.

“Sono Lucio, 69 anni, 8 figli, itinerante. Sono stato inviato a Genova dove ci hanno accolto solo i barboni della stazione: uno di loro ci ha accompagnati a dormire insieme a lui e ad altri 8 al pronto soccorso dell’ospedale. Abbiamo avuto la grazia di annunciare alle prostitute la buona notizia ricordando quanto ha detto Gesù: “le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli”. Tutte hanno ascoltato il Vangelo poi tutte hanno baciato il crocifisso”.

“Sono Denis, 35 anni, sono prete dello Zambia inviato a Lusaka. Abbiamo incontrato un ubriaco che ci si è avvicinato chiedendo aiuto. Diceva di non volere soldi, ma “una parola”. Gli ho detto che Dio lo amava e quell’uomo ha cominciato a piangere come un bambino: era un prete cattolico la cui vita, da quando era stato scomunicato, si era trasformata in un inferno”. È la forza morale dei cristiani, quella che rende uomini e donne di ogni ceto e di ogni età capaci di rischiare e di mettere in gioco la propria vita, che ha dato forma e vita a quello che si chiama occidente. E che l’occidente, oggi letteralmente a pezzi, ha rifiutato. In quest’Italia stanca, senza guida, senza morale e senza figli, con gente che viene da altri mondi sparsa un po’ dappertutto senza alcuna possibilità di essere integrata nel tessuto sociale e culturale locale, questi missionari sono una speranza. Sono La speranza.

Angela Pellicciari

 

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