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UNA STORIA MATRIGNA, QUELLA DELL’ITALIA SAVOIARDA

Posted by on Mag 15, 2018

UNA STORIA MATRIGNA, QUELLA DELL’ITALIA SAVOIARDA

Per un decennio, dal 1860 al 1870, e in alcuni casi anche oltre, un intero popolo, già catalogato come “… affricani, caffoni verminosi, infi…di, etc.”, pur davanti ad una sicura sconfitta, quasi fatalisticamente, e, perché no, avvolto da un’aura romantica, tra la scelta di vivere in ginocchio o di morire in piedi, non ebbe esitazioni.

Quegli uomini, gli ultimi uomini che osarono alzare la testa, che si sacrificarono in nome della indipendenza del Regno delle Due Sicilie, scrissero le pagine piú belle della storia di una Nazione sovrana da oltre 700 anni.

Luoghi comuni come l’amor di patria, la falsa retorica risorgimentale, ma un ancor piú concertato disegno riduttivo e calunniatore, hanno fatto sí che alle migliaia di insorgenti Duosiciliani venisse affibbiato il titolo di brigante, e che, cosa imperdonabile, venisse distrutto il passato storico di una grande Nazione.

La storia della fine del Regno delle Due Sicilie è una storia matrigna, imposta da 140 anni dai lacchè, sedicenti storici, con l’unico scopo di infangare ed annullare la memoria storica, di cancellare le radici di un popolo che aveva osato rifiutare la libertà giacobina e savoiarda.

Guardati con sospetto, tenuti sotto il tallone del piú feroce e arbitrario dispotismo, briganti ieri, camorristi e mafiosi oggi. I briganti sono un ricordo, la mafia e la camorra, che a ben ragione possono essere indicate come le espressioni dello stato unitario savoiardo, vivono e si moltiplicano piú che per la loro capacità organizzativa, per la premeditata inazione dei governi post-risorgimentali ed attuali.

Briganti erano le centinaia di migliaia di Duosiciliani uccisi negli scontri con l’esercito invasore, trucidati nelle loro case, briganti erano gli abitanti di 54 paesi rasi al suolo, briganti erano le donne violate, i preti crocifissi, i 56.000 soldati borbonici chiusi nei campi di concentramento di S. Maurizio Canavese e di Fenestrelle a morire di fame e stenti

Ma, per battere quei briganti, il liberale e democratico piemonte dovette far scendere in campo piú di 120.000 soldati di linea, affiancati da quasi 400.000 guardie nazionali. Se questo fu brigantaggio…!

L’esercito piemontese affrontò una guerra interminabile, la piú feroce e sanguinosa della sua storia militare, cercando di mettere la sordina, di far trapelare il meno possibile, arrivando financo a nascondere il numero dei soldati caduti.

Il governo piemontese, se avesse lasciato campo libero alla stampa dell’epoca, non avrebbe piú potuto invocare la “volontà popolare” espressa durante i ridicoli plebisciti per legittimare l’annessione del Reame Duosiciliano.

I barbari piemontesi, sorpresi dalla massiccia reazione popolare, macchiarono la loro bandiera (ma, era mai stata senza macchia?) con un comportamento, a dir poco, … piemontese.

Il 21 gennaio 1861, resi furenti dalla serie di scacchi subiti dai “briganti”, massacrarono 356 combattenti borbonici fatti prigionieri a Scurcola Marsicana, senza tener conto, in barba ad ogni convenzione militare, che Re Francesco II combatteva a Gaeta, che a Scurcola la bandiera che sventolava era quella del Regno delle Due Sicilie, la stessa che garriva al vento sulle fortezze di Messina e della gloriosa Civitella del Tronto.

La consorteria massonico-savoiarda era discesa al sud con l’intento sí di abbattere la Dinastia Borbonica, ma anche con finalità conservatrici, sia sul terreno politico che economico-sociale. Finalità che avevano l’appoggio incondizionato dei latifondisti meridionali, i quali vedevano un pericolo nella politica spesso enunciata e già molte volte applicata dai Borbone con l’assegnazione di terre ai contadini.

Il costo di tale patto scellerato doveva necessariamente ricadere sui contadini e su tutto l’ex Regno. Inoltre la conquista di un mercato vasto come quello del Sud avrebbe finalmente visto lo sviluppo delle rachitiche industrie piemontesi e lombarde.

Per la legge del contrappasso, quasi miracolosamente, le fiorenti industrie napolitane vennero spazzate via: le fonderie di Mongiana (Cosenza), dove gli “inetti meridionali” riuscivano a produrre le traverse (lunghe ognuna 34 m) per il primo ponte in ferro in Italia sul fiume Garigliano, le officine di Pietrarsa, dove venivano costruite le prime locomotive quando gli altri stati italiani, in primis il piemonte, le importavano dall’Inghilterra, gli innumerevoli e moderni, per l’epoca, cantieri navali, che produssero la prima nave a vapore che solcò il mare, tutto finito, distrutto, trasferito ad ingrassare i parassiti del futuro triangolo industriale.

La scelta era tra essere “briganti o emigranti”, e molti, tanti, scelsero di diventare prima briganti, poi emigranti.
Briganti che fecero schiumare di rabbia e diventare verdi per il terrore gli impennacchiati Cialdini, Fumel, Pinelli e che fecero pensare seriamente al potere politico piemontese di abbandonare quella terra che tanto costava sangue e … disonore.

Fu guerra e non brigantaggio, senza quartiere, senza alcuna regola cavalleresca. Fu una gara alla ricerca della massima crudeltà.

Guerra che cominciò all’indomani della proclamazione dell’unità della loro Italia, il 17 marzo 1861, una data da non dimenticare mai perché fu la data che diede inizio alla mattanza.

Non è possibile accertare il numero di coloro che presero parte attiva alla guerra contro gli invasori, ma parecchi storici concordano nel quantificarlo in circa 85.000, numero raggiunto quando gli scontri divennero intensissimi e, considerando il numero dei fucilati, uccisi in combattimento e i prigionieri, non sembra inverosimile parlare di circa 400.000 combattenti.

pubblicato da Gianni Ciunfrini

 

 

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