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Una vita francese”, un adattamento ristretto del romanzo del Dubois di Alfredo Saccoccio

Posted by on Set 12, 2017

Una vita francese”, un adattamento ristretto del romanzo del Dubois di Alfredo Saccoccio

Storia di un povero tipo sotto la Quinta Repubblica, “Une vie française”, il romanzo di Jean-Paul Dubois (ed. de l’Olivier) apparso nel 2004, attraversa una cinquantina d’anni di storia, partendo dal settembre 1958. Un romanzo ampio, profondo e grave, tragico e pieno d’umorismo, la cui costruzione poggia su un gioco di andirivieni tra la vita politica movimentata di un’epoca e il quotidiano banale di un antieroe chiamato Paul Blick.

L’adattamento in immagini di un tale libro, che taglia senza tradire, esige la scelta di un partito preso capace, malgrado i tagli drastici che esso implica, di apportare la propria lettura, di rendere conto dell’essenziale e dello spirito del romanzo. Per “Une vie française”, Jean-Marc Culiersi e Jean-Pierre Sinapi (anche regista del telefilm) hanno avuto la buona idea di costruire il loro soggetto partendo dal momento in cui Marie (Pauline Etienne), la figlia di Paul Blick (Jacques Gamblin), precipita nella schizzofrenia. Suo padre, un fotografo, di ritorno da un lungo viaggio all’estero, che è passato a fianco della sua vita e non ha cessato di fuggire la realtà, va improvvisamente a svegliarsi, a riprendere il corso della sua storia per toglierne i segreti e tentare così di riportare Marie alla luce, la cui nascita fu il più bello dei regali.

Ella ha 20 anni, lui 50. Ribelle e tumultuante ieri, Marie si è rinchiusa da alcuni mesi in un mutismo che l’ha condotta in una clinica specializzata; mutismo che nessuno riesce a spezzare. Passivo ieri ,“un tipo integralmente disimpegnato”, dice di lui la madre Claire (Edith Scob), Paul diverrà infine attivo, attore di un combattimento che intraprende per salvare la figlia. Egli prova a capire, ma ciò che accade alla figlia è dell’ordine dell’incomprensibile, perché non si sa tutto di queste malattie.

 

FLORILEGIO DI RICOMPENSE

 

Il movimento di andirivieni tra la piccola e la grande storia su cui poggia il romanzo sbanda leggermente nel telefilm verso un movimento di andata e ritorno, tra il presente ed il passato. Il testa a testa padre/figlia trascina dei flashes-back che ci conducono al trauma fondatore nella vita di Paul Blick – la morte in piena giovinezza del fratello Vincent (Solal Forte) – poi all’impegno politico che il suo matrimonio con Anna (Mathilda May), proveniente dalla borghesia provinciale, interrompe per sempre. Il magnifico telefilm, della durata di 90 minuti, che alterna il bianconero e il colore, oscilla così dalla nostalgia al dramma.

Prodotto da Florence Dormoy (Scarlett Production), girato in 35 millimetri, “Une vie française” ha ricevuto, al tredicesimo Festival delle creazioni televisive di Luchon 2011, il premio per il miglior regista per Jean-Pierre Sinapi e quello per la migliore musica (firmata Tony Hymas, un compositore molto conosciuto oltre Manica).

Ricompense meritate a cui possono aggiungersi due scappellate:  la prima a Gérard Simon, il capooperatore, la cui luce contribuisce alla bellezza del bianconero e alla tessitura dell’immagine; la seconda all’attrice Pauline Etienne, che, malgrado un ruolo senza parola, riesce ad esprimere una violenza ed una forza inaudite, benché murate. Un’emozione allo stato puro.

L’avevamo vista ne “Le Bel Age”, di Laurent Perreau, al fianco di Michel Piccoli, ed eravamo presi d’ammirazione per l’attrice di origine belga, ma residente a Parigi.

Parla con lei

 

Tradire per meglio restituire l’essenza di un romanzo; non scegliere che un’idea forte e pescare nel libro gli elementi che vanno a nutrirla, coinvolgersi nella storia al punto di inserirvi la propria personalità. Tale è il segreto di un buon adattamento televisivo e ciò non è facile da applicare. Jean-Marc Culiersi e Jean-Pierre Sinapi che firmano il soggetto, l’adattamento e i dialoghi del telefilm, tratto dal romanzo eponimo di Jean-Paul Dubois, vera epopea psicologica, hanno messo questo metodo in pratica. “Noi abbiamo trovato la chiave della nostra narrazione leggendo l’ultimo capitolo del libro”, spiega Jean-Pierre Sinapi, anche regista del film. “Un padre, di ritorno a casa sua, scopre che la figlia è colpita da schizzofrenia e tenta di salvarla parlandole”, svelandole la propria vita.

Un padre, Paul Brick, nato in un ambiente operaio, che non ha cessato di colpevizzare durante la sua vita, è persuaso di essere responsabile della morte del fratello minore, Vincent, e dello stato della figlia, convinto che le radici del suo male si trovino nel suo passato, come se la ragazza fosse il ricettacolo innocente delle mancanze e delle rinunce del padre. Egli ha rinnegato i suoi ideali politici, egli l’araldo delle barricate del Maggio 68, portaparola dei maoisti, movimento sinistroide, estremista degli anni 70, sposando una ragazza fortunata, non si è abbastanza occupato dei suoi due figli. Allora decide di prendere a mezza vita la malattia di Marie e si persuade che può guarirla, standole continuamente al fianco, sperando così di modificare lo stato di Marie. Paul passa oltre gli ordini del medico responsabile della clinica (Nadine Marcovici), che impone un’infermiera durante i colloqui tra lui e la figlia, e  mette sottosopra Marie raccontandole il suo passato, i suoi traumi. Stimando, maldestramente, che uno choc le sarebbe salutare. “Queste cose, avrei dovuto dirtele, ma non ne ero capace.” Egli vuole far bene, ma, in realtà, come sottolinea Jean-Pierre Sinapi. “credendo  curare la figlia, cura se stesso attraverso lei. E’ un passo narcisistico che ha un effetto distruttore su Marie”. Per il Sinapi, “Paul Blick è un po’ l’uomo senza qualità di Musil. Malinconico, perfino depressivo, egli subisce molto”.

 

Commovente Jacques Gamblin

 

Non è che dopo aver accettato la presenza di un psichiatra, al momento dei

suoi incontri con Marie, che le confessioni di Paul saranno a lei benefiche. Marie finirà per reagire (la scena in cui, isterica, si dibatte nelle braccia del padre è magnifica. Non si saprà se Marie è guarita). “E’ possibile che i traumi familiari siano stati degli scatti nella schizzofrenia di Maria, ma essi in alcun caso la ragione”, spiega Jean-Pierre Sinapi, che si è circondato di due psichiatri e di un psicanalista per scrivere il soggetto. Però la relazione tra i due è infine quetata.

Il faccia a faccia sconvolgente tra il padre e la figlia, ridotta allo stato di “legume” tanto ella è assente, è magistrale. La macchina da presa si impadronisce dello sguardo di Gamblin smarrito, spaventato, commovente. Egli si chiede se ella lo guarda, se lo sente, se lo capisce. Gamblin è eccezionale (“ho scritto pensando a lui”, fa notare Jean-Pierre Sinapi). Con tutti i mezzi, Paul tenta di captare l’attenzione di Marie; il suo passato, immagini in bianconero della sua adolescenza tumultuosa  (“ho messo molto di me stesso nel periodo sessantottesco”, spiega il cineasta, che si scontra con il suo presente. Si è nel 2002. Il risultato del primo giro delle presidenziali viene a cadere. Chirac è di fronte a Le Pen. Grande differenza tra due epoche. Una riuscita totale che è valso a Jean-Pierre Sinapi, come abbiamo già accennato, il premio  per il  migliore regista al Festival della fiction di Luchon e, l’anno dopo, la migliore fiction da parte del Sindacato Francese dei Critici di Cinema.

Alfredo Saccoccio

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