Alta Terra di Lavoro

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Vedi Napoli e poi muori: una città che danza su un vulcano

Posted by on Mag 4, 2017

Vedi Napoli e poi muori: una città che danza su un vulcano

     Vedi Napoli e poi muori! Quasi quanto “O sole mio”, questa frase ha fatto il giro della Terra. Almeno dopo Thomas Mann, Gustav Mahler e Luchino Visconti, nessuno ignora più che in Italia e a Venezia che la morte dà i suoi appuntamenti. A Napoli, patria dei “lazzaroni”, la vita non perde mai i suoi diritti. Napoli, la sua cartolina in un golfo chiaro sotto un vulcano, i suoi quartieri spagnoli come un dedalo di fuliggine, il suo splendore barocco, le sue facciate scrostate, decorate di panni che si asciugano al vento d’Africa, i suoi merletti di una medina o di una principessa decaduta.

Napoli la ladra, la sua camorra tentacolare, la sua miseria da ex-voto, le sue superstizioni da s. Gennaro, il cui sangue, ogni anno, si liquefa alla data fissa, i suoi sciami di Vespa, il suo rumore incessante, il suo concerto di clacson, di belcanto; la città di Sophia Loren, del malocchio e della pizza. Napoli, che dimena i fianchi. Sotto i suoi luoghi comuni, chi la riconosce veramente? Napoli, il più spesso non è che una tappa: sin dalla primavera, i turisti si precipitano verso Ercolano, Pompei; i suoi pontili, in oro aliscafi, s’ingombrano di folle impazienti delle spiagge d’Ischia, di Capri. Napoli vale più delle sue cartoline e molto meglio della sua reputazione. Le sue chiese, i suoi palazzi, le loro facciate screpolate testimoniano un tempo in cui questa città da nessun altro luogo aveva barattato il suo statuto sbilenco per quello di una capitale, quella del reame delle Due Sicilie. Qui, come a Parigi, era il tempo dei lumi e dei Borbone. Sotto il loro regno, in meno di trent’anni, Napoli cambiò volto. Era la terza città d’Europa e il suo San Carlo, edificato in meno di un anno, il primo teatro del mondo. Il marchese e scrittore francese Donatien Alphonse François de Sade la prendeva per scenario nei sollazzi della sua Juliette. A Portici, a Caserta, a Procida, si costruivano, a tutta forza, ville, residenze, come dei casini di campagna, dei padiglioni da caccia o cinesi. Napoli viveva da nababbo, i suoi castrati facevano scintille, il Vesuvio aveva ridotto l’attività. La vecchia Europa danzava su un vulcano.

A meno di essere cotto per Hozier o per Louis de Rouvroy, duca di Saint-Simon, le genealogie sono di una noia crudele. Riassumiamo: il primo dei Borbone di Napoli si chiamava Carlo III. Era il figlio dell’ultima dei Farnese e di Filippo V di Spagna; così pure, conseguentemente, il pronipote di Luigi XIV. Come il suo avolo, Carlo III aveva il gusto della caccia e della costruzione. Caserta, la Versailles locale, ben ci dice la sua ambizione.

Il rango secolare di capitale del Sud, sempre tenuto da Napoli, è attestato dal Palazzo Reale, tutto nel cuore della città. Ai gradini del palazzo, ecco Gioacchino Murat, re di Napoli, in posa statuaria, in una nicchia, il capo coperto da un bicorno arrogante, gallonato come un portiere d’albergo. Di fronte a lui, dall’altro lato dell’immensa piazza del Plebiscito, il suo sguardo abbraccia la chiesa di S. Francesco di Paola e il colonnato dorico ordinato, sotto la sua responsabilità, nel 1809, all’architetto Leopoldo Laperuta. Il palazzo rimonta ai tempi della dominazione spagnuola.

Se non è una città-museo, il suo fascino va ben al di là

Ridotto a quasi niente, come ad un cumulo di macerie, per i bombardamenti del 1943, ha ormai ritrovato tutto il suo splendore, i suoi arazzi Gobelins. Se gli appartamenti reali non hanno francamente niente di indimenticabile, la scalinata di gala, “la più bella d’Europa”, secondo Montesquieu, e i soffitti dipinti del salone degli ambasciatori meritano, da soli, il viaggio. Nel 1739 lo scrittore e magistrato francese Charles de Brosses, brontolone, osserva che la situazione di Napoli è ancora quello che questa città ha di meglio, che egli non vi ha trovato “un bel pezzo d’architettura…”. Pressappoco nello stesso tempo e come se avesse preso in parola il presidente, Carlo III affidava a Giovanni Madrano e ad Angelo Carasale l’edificazione del palazzo di Capodimonte, che sorge sulla montagna di Posillipo, destinato ad accogliere la collezione Farnese, dal sovrano ereditata dalla madre. Dominante la città è la baia (“l’esposizione di questo palazzo è la migliore del mondo”, secondo il “Divino Marchese”), circondato da un parco di centoventiquattro ettari, disegnato da Ferdinando Fuga, Capodimonte fa l’effetto di una parentesi nel chiasso della città. Il piano, appena risistemato, in cui si accede per una scalinata, da cui tre cavalli potrebbero, di prospetto, salire i gradini senza imbarazzo, raggruppa una serie di tele che vanno dal Botticelli al Greco, da Mantegna al Tiziano, senza pregiudizio del Caravaggio o di Raffaello Sanzio. Per citarne solo alcuni…

Alcuni ritratti di re Borbone, alcuni dei quali eseguiti dalla signora Elisabeth Vigée-Lebrun, allora emigrata dalla Francia, non sono i meno emozionanti: stupefacente la rassomiglianza tra Maria Carolina d’Austria, sposa di Ferdinando IV, e sua sorella, Maria Antonietta, il cui destino tragico trovava allora il suo compimento in Francia, sullo sfondo della Conciergerie e dei bagni di sangue.

Contrariamente a Firenze, a Siena o a Venezia, Napoli non offre per niente i richiami, l’allestimento di una città museo. I suoi tesori così non si svelano, il suo irresistibile fascino va ben al di là dei Baedekers. In “Mare Mediterraneo”, nel 1965, Dominique Fernandez vantava, sotto la sua nefandezza, la sua miseria, la bellezza pregnante di Napoli, i suoi tesori insospettati: “Non c’è, nella penisola, città così fine, così ingegnosa, così colta…”. A voi verificare, se è così.

Per Hans Christian Andersen, l’allegra Napoli è “la capitale del mondo”. Egli sentiva che la sua patria era qui, dove si sentiva a casa. Nel diario di uno dei suoi viaggi in Italia scrive: “Alla salute di Napoli! E sia lode al buon Dio per la tanta magnificenza che ha concesso ai miei occhi di vedere e al mio cuore di apprezzare. Egli mi guidi sempre verso il bene, mi conceda tantissimi amici e me ne renda degno! Addio, mia Napoli!”.

La città del sud era un punto cruciale della sua esistenza.

“Non è da stupirsi-lo scrive Goethe in “Viaggio in Italia”, in data 2 marzo 1787- che nessun napoletano voglia abbandonare la propria città, che i loro poeti cantino in grandiose iperboli la beatitudine di questo luogo, anche se ci fosse un paio di Vesuvi in vicinanza” e ancora “Non dirò una parola della posizione della città e delle sue meraviglie che furono tante volte descritte e lodate! Essi dicono: vedi Napoli e poi muori!”.

“Non soggiornare- lo scrive André Maurelle in “Un mois en Italie- fossero pure quarantotto ore, a Napoli, è privarsi del godimento più intenso, è riconoscere uno dei più grandi fascini dell’Italia, non sarebbe che dal punto di vista puramente fisico della dolcezza di vivere, del pittoresco e della maestà naturale” e ancora “E’ divenuta banalità (cantare lo splendore, l’esuberanza, la luminosità della città, n. d. s.), dopo che tanti grandi scrittori l’hanno celebrata. Non posso opportunamente dire che una cosa, è che non ho mai visto di così magnifico nell’ampiezza, e di una grazia più regale. Napoli emana il fascino che si attribuisce alle regine delle quali un sorriso trascina il delirio del loro popolo. Dopo tanti anni, non mi stanco di contemplare il suo paesaggio, dal Vesuvio a Posillipo, e i suoi dintorni, da Sorrento a Baia. Vi rivengo ogni primavera, e vi penso in tutte le altre stagioni. “Se fossi esule (che pretensione!) è a Napoli che andrei a vivere”, ripeto ogni giorno questa dichiarazione. E se, qualche anno non ho potuto spingermi fin là, resto insoddisfatto, come uno a cui manca qualcosa, fino al prossimo viaggio. Perché? Perché è lei, e non ho il sussiego di aggiungere con Montaigne: perché sono io. No, è lei semplicemente, e chi l’avvicina resta soggiogato per la vita. I miei amici napoletani mi sembrano i più felici degli uomini della terra, e sono certo che ogni viaggiatore li estimerà come faccio io, e sognerà una vita che lo confinerà tra di essi…E la dolcezza di vivere, non la si sente veramente che a Napoli in tutta la sua sottigliezza piena. Sotto questo sole che rischiara senza accecare, riscalda senza bruciare, sotto questa brezza marina carezzante e fresca, si è invasi da una beatitudine che dirò attiva, poiché niente delle nostre sensazioni vive, intense è soppresso”.

Lo scrittore francese parla del pittoresco, inesauribile, che concorre tanto alla gioia di Napoli, ed accenna all’acutezza d’intelligenza del popolo napoletano.

Di Napoli, lo scrittore spagnolo Castelar scriveva: “Non si può trovar mai un luogo più classico, più degno dell’egloga antica, più acconcio al riposo dell’anima e che più di questo lasci prendere alla natura i colori e le ispirazioni dell’anima nostra. Come la scultura è l’arte pagana per eccellenza, l’arte che armonizza la idea e la forma in un soave riposo; così la Campania è la terra delle Egloghe, la terra delle Georgiche, la terra pastorale per eccellenza, dove i monti ripetono l’eco immortale della dolcissima zampogna di Virgilio, e gli animali e le piante si trasformano agli occhi del pensiero colle metamorfosi cantate da Ovidio”.

Il proverbio “Vedi Napoli e poi muori!” è ben trito, ma esprime una incontestabile verità, secondo il quale “questa contrada è un pezzo di cielo caduto sulla terra!”; contrada più favorita dall’universo, secondo K. Ph. Moritz, Charles-Marguerite Dupaty e Johann Wolfgang Goethe.

Un altro proverbio napoletano dice: Napoli è “un paradiso abitato da diavoli”. Alcuni viaggiatori stranieri celebrano, a gara, la bellezza della città e dei suoi monumenti, si interessano alle curiosità dei dintorni, ma i giudizi che essi portano sul governo e sulla popolazione sono caratterizzati dalla più grande severità.

Tutti, però, per quanto concerne le bellezze, ritengono Napoli senza rivali in tutta Europa, considerata un dono divino, poiché in nessuna regione del mondo conosciuto la potenza creatrice della natura ha riunito con più prodigalità i più preziosi dei suoi doni per offrire agli occhi dell’uomo un’immagine della bellezza ideale più compiuta.

Il poeta o romanziere dotato dell’immaginazione più ardente, nell’ora del più sublime entusiasmo, non può, in niente, presentire la sua perfezione se non è ispirato da questa realtà stessa. Di questo quadro grandioso e magnifico, che occorre vedere, nessuna descrizione può darne l’idea.

 

di Alfredo Saccoccio

 

 

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