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Vita di Giovambattista Vico scritta da se medesimo (parte decima)

Posted by on Ott 4, 2017

Vita di Giovambattista Vico scritta da se medesimo (parte decima)

Sì fatte iscrizioni poi non si alzarono. Però, appena era passato il primo giorno de’ funerali, che il signor don Niccolò d’Afflitto, gentilissimo cavaliere napoletano, prima facondo avvocato ed allora auditor dell’esercito (e privava appo ‘l signor cardinale, la quale gran confidenza, con le grandi fatighe, portògli appresso la morte, che fu da tutti i buoni compianta), egli volle in ogni conto dal Vico che la sera si facesse ritruovare in casa per fargli esso una visita, nella quale gli disse queste parole:

– Io ho lasciato di trattare col signor viceré un affare gravissimo per venir qua, ed or quindi ritornerò in Palazzo per riattaccarlo; – e tra ‘l ragionare, che durò molto poco, dissegli: – Il signor cardinale mi ha detto che grandemente gli dispiaceva questa disgrazia che vi è immeritevolmente accaduta -. Allo che questi rispose che rendeva infinite grazie al signor cardinale di tanta altezza d’animo, propia di grande, usata inverso d’un suddito, la cui maggior gloria è l’ossequio verso del principe.

Tra queste molte occasioni luttuose vennegli una lieta nelle nozze del signor don Giambattista Filomarino, cavalliere di pietà, di generosità, di gravi costumi e di senno ornatissimo, con donna Maria Vittoria Caracciolo de’ marchesi di Sant’Eramo; e nella raccolta de’ Componimenti per ciò fatti, stampata in quarto, vi compose un epitalamio di nuova idea, ch’è d’un poema dramatico monodico col titolo di Giunone in danza, nel quale la sola Giunone, dea delle nozze, parla ed invita gli altri dèi maggiori a danzare, e a proposito del subbietto ragiona sui princìpi della mitologia istorica che si è tutta nella Scienza nuova spiegata.

Sui medesimi princìpi tessé una canzone pindarica, però in verso sciolto, dell’Istoria della poesia, da che nacque infino a’ dì nostri, indirizzata alla valorosa e saggia donna Marina Della Torre, nobile genovese, duchessa di Carignano.

E qui lo studio de’ buoni scrittori volgari ch’aveva fatto giovine, quantunque per tanti anni interrotto, gli diede la facultà, essendo vecchio, in tal lingua come di lavorare queste poesie così di tessere due orazioni, e quindi di scrivere con isplendore di tal favella la Scienza nuova. Delle orazioni la prima fu nella morte di Anna d’Aspromonte contessa di Althan, madre del signor cardinale d’Althan, allora viceré; la quale egli scrisse per esser grato ad un beneficio che avevagli fatto il signor don Francesco Santoro, allora segretario del Regno. Il qual, essendo giudice di Vicaria civile e commessario d’una causa d’un suo genero, che vi si trattò a ruote giunte, ove, due giorni di mercordì l’uno immediato all’altro (ne’ quali la Vicaria criminale si porta nel regio Collateral Consiglio a riferire le cause), il signor don Antonio Caracciolo marchese dell’Amorosa, allor regente di Vicaria (il cui governo della città per la di lui interezza e prudenza piacque a ben quattro signori viceré), per favorire il Vico, a bella posta vi si portò; a cui il signor Santoro la riferì talmente piena, chiara ed esatta, che gli risparmiò l’appuramento de’ fatti, per lo quale sarebbesi di molto prolungata e strappata dall’avversario la causa. La qual esso Vico ragionò a braccio con tanta copia, che contro un istrumento di notaio vivente vi ritruovò ben trentasette congetture di falsità, le quali dovette ridurre a certi capi per ragionarla con ordine e, in forza dell’ordine, ritenerle tutte a memoria. E la porse così tinta di passione, che tutti quei signori giudicanti per loro somma bontà non solo non aprirono bocca per tutto il tempo ch’egli ragionava la causa, ma non si guardarono in faccia l’uno con l’altro; e nel fine il signor regente sentissi così commuovere che, temprando l’affetto con la gravità propia di sì gran maestrato, diede un segno degnamente mescolato e di compassione inverso il reo e di disdegno contro l’attore: laonde la Vicaria, la qual è alquanto ristretta in render ragione, senza essersi pruovata criminalmente la falsità, assolvette il convenuto.

Per tal cagione il Vico scrisse la orazione sudetta, che va nella raccolta de’ Componimenti che ne fece esso signor Santoro, stampata in quarto foglio. Dove, con l’occasione di due signori figliuoli di sì santa principessa i quali s’impiegarono nella guerra fatta per la successione della monarchia di Spagna, vi fa una digressione con uno stile mezzo tra quello della prosa e quello del verso (qual dee essere lo stile istorico, secondo l’avviso di Cicerone nella brieve e succosa idea che dà di scriver la storia, che deve ella adoperare «verba ferme poetarum», forse per mantenersi gli storici nell’antichissima loro possessione, la quale si è pienamente nella Scienza nuova dimostrata, che i primi storici delle nazioni furono i poeti); e la vi comprende tutta nelle sue cagioni, consigli, occasioni, fatti e conseguenze, e per tutte queste parti la pone ad esatto confronto della guerra cartaginese seconda, ch’è stata la più grande fatta mai nella memoria de’ secoli, e la dimostra essere stata maggiore. Della qual digressione il principe signor don Giuseppe Caracciolo de’ marchesi di Sant’Eramo, cavaliero di gravi costumi e saviezza e di buon gusto di lettere, con molta grazia diceva voler esso chiuderla in un gran volume di carta bianca, intitolato al di fuori: Istoria della guerra fatta per la monarchia di Spagna.

L’altra orazione fu scritta nella morte di donna Angiola Cimini marchesana della Petrella, la qual valorosa e saggia donna, nelle conversazioni che ‘n quella casa sono onestissime e ‘n buona parte di dotti uomini, così negli atti come ne’ ragionamenti insensibilmente spirava ed ispirava gravissime virtù morali e civili; onde coloro che vi conversavano erano, senz’avvedersene, portati naturalmente a riverirla con amore ed amarla con riverenza. Laonde, per trattare con verità e degnità insieme tal privato argomento: «ch’ella con la sua vita insegnò il soave-austero della virtù», il Vico vi volle fare sperienza quanto la dilicatezza de’ sensi greci potesse comportare in grande dell’espressioni romane, e dell’una e dell’altro fusse capace l’italiana favella. Va in una raccolta in quarto foglio ingegnosamente magnifica, dove le prime lettere di ciascun autore sono figurate in rame, con emblemi ritruovati dal Vico ch’alludono al subietto. Vi scrisse l’introduzione il padre don Roberto Sostegni, canonico lateranense fiorentino, uomo che e per le migliori lettere e per gli amabilissimi costumi fu la delizia di questa città; nel quale peccando di troppo l’umor della collera (che fecegli spesso mortali infermità, e finalmente d’un ascesso fattogli nel fianco destro cagionògli la morte, con dolore universale di tutti che l’avevano conosciuto), egli l’emendava talmente con la sapienza che sembrava naturalmente esser mansuetissimo. Egli dal chiarissimo abate Anton Maria Salvini, di cui era stato scolare, sapeva di lingue orientali, della greca e molto valeva nella latina, particolarmente ne’ versi; nella toscana componeva con uno stile assai robusto alla maniera del Casa, e delle lingue viventi, oltre alla francese, ora fatta quasi comune, era inteso dell’inghilese, tedesca ed anche alquanto della turchesca; nella prosa era assai raziocinativo ed elegante. Portossi in Napoli con l’occasione, come pubblicamente per sua bontà il professava, d’aver letto Il Diritto universale, che ‘l Vico aveva mandato al Salvini; onde conobbe ch’in Napoli si coltiva una profonda e severa letteratura, e ‘l Vico fu il primo che volle esso conoscere, con cui contrasse una stretta corrispondenza, per la quale or esso l’ha onorato di quest’elogio.

Giovambattista Vico:

“Opere” a cura di Paolo Rossi

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