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Vita di Giovambattista Vico scritta da se medesimo (parte nona)

Posted by on Ago 28, 2017

Vita di Giovambattista Vico scritta da se medesimo (parte nona)

Aggiunta fatta dal Vico alla sua Autobiografia (1734)

 

Uscita alla luce la Scienza nuova, tra gli altri ebbe cura l’autore di mandarla al signor Giovanni Clerico ed eleggé via più sicura per Livorno, ove l’inviò, con lettera a quello indiritta, in un pacchetto al signor Giuseppe Attias, con cui aveva contratto amicizia qui in Napoli, il più dotto riputato tra gli ebrei di questa età nella scienza della lingua santa, come il dimostra il Testamento vecchio con la di lui lezione stampato in Amsterdam, opera fatta celebre nella repubblica delle lettere. Il quale con la seguente risposta ne ricevé gentilmente l’impiego:

«Non saprei esprimere il piacere da me provato nel ricevere l’amorevolissima lettera di V.S. illustrissima del 3 novembre, la quale mi ha rinovato la rimembranza del mio felice soggiorno in cotesta amenissima città: basta dire che costà mi trovai sempre colmo di favori e di grazie compartitemi da quei celebri letterati, e particolarmente dalla gentilissima sua persona, che mi ha onorato delle sue eccellenti e sublimi opere; vanto ch’io mi son dato con gli amici della mia conversazione e letterati che doppo ho praticato ne’ miei viaggi d’Italia e Francia. Manderò il pacchetto e lettera del signor Clerico, per fargliele recapitare in mano propria da un mio amico di Amsterdam; ed allora averò adempito i miei doveri ed eseguito i pregiati comandi di Vostra Signoria illustrissima, alla di cui gentilezza rendo infinite grazie per l’essemplare mi dona, il quale si è letto nella nostra conversazione, e ammirato la sublimità della materia e copia di nuovi pensieri, che, come dice il signor Clerico [che doveva egli aver letto nell’accennata «Biblioteca»], oltre il diletto e proffitto che se ne ricava da tutte le sue opere lette attentamente, dà motivo di pensare a molte cose per rarità e sublimità peregrine e grandi. Chiudo pregandola a portar i miei ossequiosi saluti al padre Sostegni

Ma neppure di questa il Vico ebbe alcuno riscontro, forse perché il signor Clerico o fusse morto o per la vecchiezza avesse rinnonziato alle lettere ed alle corrispondenze letterarie.

Tra questi studi severi non mancarono al Vico delle occasioni di esercitarsi anco negli ameni; come, venuto in Napoli il re Filippo quinto, ebbe egli ordine dal signor duca d’Ascalona, ch’allora governava il Regno di Napoli, portatogli dal signor Serafino Biscardi, innanzi sublime avvocato, allora regente di cancellaria, ch’esso, come regio lettore d’eloquenza, scrivesse una orazione nella venuta del re; e l’ebbe appena otto giorni avanti di dipartirsi, talché dovettela scrivere sulle stampe, che va in dodicesimo col titolo: Panegyricus Philippo V Hispaniarum regi inscriptus.

Appresso, ricevutosi questo Reame al dominio austriaco, dal signor conte Wirrigo di Daun, allora governatore dell’armi cesaree in questo Regno, con questa onorevolissima lettera ebbe il seguente ordine:

 

«Molto magnifico signor Giovan Battista di Vico, catedratico ne’ reali Studi di Napoli. – Avendomi ordinato S.M. cattolica (Dio guardi) di far celebrare i funerali alli signori don Giuseppe Capece e don Carlo di Sangro con pompa proporzionata alla sua reale magnificenza ed al sommo valore de’ cavalieri defonti, si è commesso al padre don Benedetto Laudati, priore benedettino, che vi componesse l’orazione funebre, e dovendosi fare gli altri componimenti per le iscrizioni, persuaso dello stile pregiato di Vostra Signoria, ho pensato di commettere al suo approvato ingegno tale materia, assicurandola che, oltre l’onore sarà per conseguire in sì degna opera, mi resterà viva la memoria delle sue nobili fatiche. E desiderando d’essergli utile in qualche suo vantaggio, gli auguro dal cielo tutto il bene. Di Vostra Signoria, molto magnifico signore,

Da questo Palazzo in Napoli, a 11 ottobre 1707 (di propia mano)

affezionato servidore

CONTE DI DAUN»

 

Così esso vi fece l’iscrizioni, gli emblemi e motti sentenziosi e la relazione di que’ funerali, e ‘l padre prior Laudati, uomo d’aurei costumi e molto dotto di teologia e di canoni, vi recitò l’orazione, che vanno in un libro figurato in foglio, magnificamente stampato a spese del real erario col titolo: Acta funeris Caroli Sangrii et Iosephi Capycii.

Non passò lungo tempo che, per onorato comando del signor conte Carlo Borromeo viceré, fece l’iscrizioni ne’ funerali che nella real cappella si celebrarono per la morte di Giuseppe imperadore.

Quindi l’avversa fortuna volle ferirlo nella stima di letterato; ma, perché non era cosa di sua ragione, tal avversità fruttògli un onore, il qual nemmeno è lecito desiderarsi da suddito sotto la monarchia. Dal signor cardinale Wolfango di Scrotembac, viceré, ne’ funerali dell’imperadrice Elionora fu comandato di fare le seguenti iscrizioni, le quali esso concepì con tal condotta che, sceverate, ognuna vi reggesse da sé e, tutte insieme, vi componessero una orazion funerale. Quella che doveva venire sopra la Porta della real cappella, al di fuori, contiene il proemio:

 

Si digni in terris reges

qui exemplis magis quam legibus

populorum ac gentium corruptos emendant mores

et rebuspp. civilem conservant felicitatem

Helionora – ut augusti coniugii sorte ita virtute

foemina in orbe terrarum vere primaria

quae uxor materque cæsarum

vitæ sanctimonia imperii christiani beatitudini

pro muliebri parte quamplurimum contulit

animitus eheu dolenda optimo cuique iactura!

 

La terza desta il dolore:

 

Qui summam

ex Carolo caesare principe optimo

capitis voluptatem

cives

ex Helionora eius augusta matre defuncta

aeque tantum capiatis dolorem

uae felici foecunditate

uod erat optandum

ex Austria domo vobis principem dedit

et raris ac praeclaris regiarum virtutum exemplis

quod erat maxime optandum

vobis optimum dedit.

 

La quarta ed ultima porge la consolazione:

 

Cum lachrymis

nuncupate conceptissima vota

cives

ut

helionorae

recepta coelo mens

qualem ex se dedit Leopoldo

talem ex Elisabetha augusta Carolo imp.

a summo Numine

impetret sobolem

ne sui desiderium perpetuo amarissimum

christiano terrarum orbi

relinquat.

La prima delle quattro ch’avevano da fissarsi sopra i quattro archi della cappella, contiene le lodi:…..segue

Giovambattista Vico: “Opere” a cura di Paolo Rossi

fonte

classicitaliani.it

 

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