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Vita di Giovambattista Vico scritta da se medesimo (parte sesta)

Posted by on Lug 25, 2017

Vita di Giovambattista Vico scritta da se medesimo (parte sesta)

Questo pensiero piacque sommamente al signor Doria, onde il Vico si diede a portarlo più inoltre in uso della medicina, perché de’ medesimi egizi, i quali significarono la natura con la piramide, fu particolar medicina meccanica quella del lasco e dello stretto, che ‘l dottissimo Prospero Alpino con somma dottrina ed erudizione adornò.

E vedendo altresì il Vico che niun medico aveva fatto uso del caldo e del freddo quali li diffinisce il Cartesio: – che ‘l freddo sia moto da fuori in dentro, il caldo, a roverscio, moto da dentro in fuori, – fu mosso a fondarvi sopra un sistema di medicina: non forse le febbri ardenti sieno d’aria nelle vene dal centro del cuore alla periferia, che più di quel che conviene a star bene dilarghi i diametri de’ vasi sanguigni turati dalla parte opposta al di fuori; ed al contrario le febbri maligne sieno moto d’aria ne’ vasi sanguigni da fuori in dentro, che ne dilarghi oltre di quel che conviene a star bene i diametri de’ vasi turati nella parte opposta al di dentro; onde, mancando al cuore, ch’è ‘l centro del corpo animato, l’aria che bisogna tanto muoverlo quanto convenga a star bene, infievolendosi il moto del cuore, se ne rappigli il sangue, in che principalmente le febbri acute consistono; e questo sia quello «quid divini» che Ippocrate diceva cagionare tai febbri. Vi concorrono da tutta la natura ragionevoli congetture, perché egualmente il freddo e ‘l caldo conferiscono alla generazion delle cose: il freddo a germogliare le semenze delle biade e ne’ cadaveri alla ingenerazione de’ vermini, ne’ luoghi umidi e oscuri a quella d’altri animali, e l’eccessivo freddo egualmente che ‘l foco cagiona delle gangrene ed in Isvezia le gangrene si curan col ghiaccio; vi concorrono i segni, nelle maligne, del tatto freddo e de’ sudori colliquativi, che dànno a divedere un gran dilargamento de’ vasi escretòri; nelle ardenti, il tatto infocato ed aspro, che con l’asprezza significa troppo al di fuori essersi i vari corrugati e stretti. Che sarebbe se quindi restò a’ latini, che riducessero tutti i morbi a questo sommo genere: «ruptum», che vi fosse stata una antica medicina in Italia, che stimasse tutti i mali cominciassero da vizio di solidi e che portino finalmente a quello che dicono i medesimi latini «corruptum»?

Quindi, per le ragioni arrecate in quel libricciuolo che poi ne diede alla luce, s’innalzò il Vico a stabilire questa fisica sopra una metafisica propia; e con la stessa condotta delle origini de’ latini favellari ripurgò i punti di Zenone dagli alterati rapporti di Aristotile, e mostrò che i punti zenonistici sieno l’unica ipotesi da scendere dalle cose astratte alle corpolente, siccome la geometria è l’unica via da portarsi con iscienza dalle cose corpolente alle cose astratte, di che costano i corpi; – e, diffinito il punto quello che non ha parti (che è tanto dire quanto fondare un principio infinito dell’estensione astratta), come il punto, che non è disteso, con un escorso faccia l’estension della linea, così vi sia una sostanza infinita che con un suo come escorso, che sarebbe la generazione, dia forma alle cose finite; – e come Pittagora, che vuole per ciò il mondo costar di numeri, che sono in un certo modo delle linee più astratti, perché l’uno non è numero e genera il numero ed in ogni numero dissuguale vi sta dentro indivisibilmente (onde Aristotile disse l’essenze essere indivisibili siccome i numeri, ch’è tanto dividergli quanto distruggergli), così il punto, che sta egualmente sotto linee distese ineguali (onde la diagonale con la laterale del quadrato, per essemplo, che sono altrimente linee incommensurabili, si tagliano ne’ medesimi punti), sia egli un’ipotesi di una sostanza inestensa, che sotto corpi disuguali vi stia egualmente sotto ed egualmente li sostenga. Alla qual metafisica anderebbero di séguito così la logica degli stoici, nella quale s’addottrinavano a ragionare col sorite, che era una lor propia maniera di argomentare quasi con un metodo geometrico; come la fisica, la quale ponga per principio di tutte le forme corporee il cuneo, in quella guisa che la prima figura composta, che s’ingenera in geometria, è ‘l triangolo, siccome la prima semplice è ‘l cerchio, simbolo del perfettissimo Dio. E così ne uscirebbe comodamente la fisica degli egizi, che intesero la natura una piramide, che è un solido di quattro facce triangolari, e vi si accomoderebbe la medicina egiziana del lasco e dello stretto. Della quale egli un libro di pochi fogli col titolo De aequilibrio corporis animantis ne scrisse al signor Domenico d’Aulisio, dottissimo quant’altri mai delle cose di medicina; e ne tenne altresì spessi ragionamenti col signor Lucantonio Porzio, onde si conciliò appo questi un sommo credito congionto ad una stretta amicizia, la quale coltivò egli infino alla morte di questo ultimo filosofo italiano della scuola di Galileo, il quale soleva dir spesso con gli amici che le cose meditate dal Vico, per usare il suo detto, il ponevano in soggezione. Ma la Metafisica sola fu stampata in Napoli in dodicesimo l’anno 1710 presso Felice Mosca, indrizzata al signor don Paolo Doria, per primo libro del De antiquissima italorum sapientia ex linguae latinae originibus eruenda. E vi si attaccò la contesa tra’ signori giornalisti di Vinegia e l’auttore, di cui ne vanno stampate in Napoli in dodicesimo pur dal Mosca una Risposta l’anno 1711 e una Replica l’anno 1712; la qual contesa da ambe le parti e onorevolmente si trattò, e con molta buona grazia si compose. Ma il dispiacimento delle etimologie gramatiche, che era incominciato a farsi sentire nel Vico, era un indizio di ciò onde poi, nelle opere ultime, ritruovò le origini delle lingue tratte da un principio di natura comune a tutte, sopra il quale stabilisce i princìpi di un etimologico universale da dar l’origini a tutte le lingue morte e viventi. E ‘l poco compiacimento del libro del Verulamio, ove si dà a rintracciare la sapienza degli antichi dalle favole de’ poeti, fu un altro segno di quello onde il Vico, pur nell’ultime sue opere, ritruovò altri princìpi della poesia di quelli che i greci e i latini e gli altri dopoi hanno finor creduto, sopra cui ne stabilisce altri di mitologia, co’ quali le favole unicamente portarono significati storici delle prime antichissime repubbliche greche, e ne spiega tutta la storia favolosa delle repubbliche eroiche.

Poco dopoi, fu onorevolmente richiesto dal signor don Adriano Caraffa duca di Traetto, nella cui erudizione era stato molti anni impiegato, che egli scrivesse la vita del maresciallo Antonio Caraffa suo zio; e ‘l Vico, che aveva formato l’animo verace, ricevé il comando perché ébbene pronta dal duca una sformata copia di buone e sincere notizie, che ‘l duca ne conservava. E dal tempo degli esercizi diurni rimanevagli la sola notte per lavorarla, e vi spese due anni, uno a disporne da quelle molto sparse e confuse notizie i comentari, un altro a tesserne l’istoria, in tutto il qual tempo fu travagliato da crudelissimi spasimi ippocondriaci nel braccio sinistro. E, come poteva ogniun vederlo, la sera, per tutto il tempo che la scrisse non ebbe giammai altro innanzi sul tavolino che i comentari, come se scrivesse in lingua nativa, ed in mezzo agli strepiti domestici e spesso in conversazion degli amici; e sì lavorolla temprata di onore del subbietto, di riverenza verso i prìncipi e di giustizia che si dee aver per la verità. L’opera uscì magnifica dalle stampe di Felice Mosca in quarto foglio in un giusto volume l’anno 1716, e fu il primo libro che con gusto di quelle di Olanda uscì dalle stampe di Napoli; e, mandata dal duca al sommo pontefice Clemente undecimo, in un brieve, con cui la gradì, meritò l’elogio di «storia immortale», e di più conciliò al Vico la stima e l’amicizia di un chiarissimo letterato d’Italia, signor Gianvincenzo Gravina, col quale coltivò stretta corrispondenza infino che egli morì (1718).

Nell’apparecchiarsi a scrivere questa vita, il Vico si vide in obbligo di leggere Ugon Grozio, De iure belli et pacis. E qui vide il quarto auttore da aggiugnersi agli tre altri che egli si aveva proposti. Perché Platone adorna più tosto che ferma la sua sapienza riposta con la volgare di Omero; Tacito sparge la sua metafisica, morale e politica per gli fatti, come da’ tempi ad essolui vengono innanzi sparsi e confusi senza sistema; Bacone vede tutto il saper umano e divino, che vi era, doversi supplire in ciò che non ha ed emendare in ciò che ha, ma, intorno alle leggi, egli co’ suoi canoni non s’innalzò troppo all’universo delle città ed alla scorsa di tutti i tempi né alla distesa di tutte le nazioni. Ma Ugon Grozio pone in sistema di un dritto universale tutta la filosofia e la filologia in entrambe le parti di questa ultima, sì della storia delle cose o favolosa o certa, sì della storia delle tre lingue, ebrea, greca e latina, che sono le tre lingue dotte antiche che ci son pervenute per mano della cristiana religione. Ed egli molto più poi si fe’ addentro in quest’opera del Grozio, quando, avendosi ella a ristampare, fu richiesto che vi scrivesse alcune note, che ‘l Vico cominciò a scrivere, più che al Grozio, in riprensione di quelle che vi aveva scritte il Gronovio, il quale le vi appiccò più per compiacere a’ governi liberi che per far merito alla giustizia; e già ne aveva scorso il primo libro e la metà del secondo, delle quali poi si rimase, sulla riflessione che non conveniva ad uom cattolico di religione adornare di note opera di auttore eretico.

Con questi studi, con queste cognizioni, con questi quattro auttori che egli ammirava sopra tutt’altri, con desiderio di piegargli in uso della cattolica religione, finalmente il Vico intese non esservi ancora nel mondo delle lettere un sistema, in cui accordasse la miglior filosofia, qual è la platonica subordinata alla cristiana religione, con una filologia che portasse necessità di scienza in entrambe le sue parti, che sono le due storie, una delle lingue, l’altra delle cose; e dalla storia delle cose si accertasse quella delle lingue, di tal condotta che sì fatto sistema componesse amichevolmente e le massime de’ sapienti dell’accademie e le pratiche de’ sapienti delle repubbliche. Ed in questo intendimento egli tutto spiccossi dalla mente del Vico quello che egli era ito nella mente cercando nelle prime orazioni augurali ed aveva dirozzato pur grossolanamente nella dissertazione De nostri temporis studiorum ratione e, con un poco più di affinamento, nella Metafisica. Ed in un’apertura di studi pubblica solenne dell’anno 1719 propose questo argomento: Omnis divinae atque humanae eruditionis elementa tria: nosse, velle, posse; quorum principium unum mens, cuius oculus ratio, cui aeterni veri lumen praebet Deus. E partì l’argomento così: «Nunc haec tria elementa, quae tam existere et nostra esse quam nos vivere certo scimus, una ilia re de qua omnino dubitare non possumus, nimirum cogitatione, explicemus. Quod quo facilius faciamus, hanc tractationem universam divido in partes tres: in quarum prima omnia scientiarum principia a Deo esse; in secunda, divinum lumen sive aeternum verum per haec tria quae proposuimus elementa, omnes scientias permeare, easque omnes una arctissima complexione colligatas alias in alias dirigere et cunctas ad Deum, ipsarum principium, revocare; in tertia, quicquid usquam de divinae ac humanae eruditionis principiis scriptum dictumve sit quod cum his principiis congruerit, verum; quod dissenserit, falsum esse demonstremus. Atque adeo de divinarum atque humanarum rerum notitia haec agam tria: de origine, de circulo, de constantia; et ostendam origines omnes a Deo provenire, circulo ad Deum redire omnes, constantia omnes constare in Deo omnesque eas ipsas praeter Deum tenebras esse et errores». E vi ragionò sopra da un’ora e più.

Sembrò a taluni l’argomento, particolarmente per la terza parte, più magnifico che efficace, dicendo che non di tanto si era compromesso Pico della Mirandola quando propose sostenere «conclusiones de omni scibili», perché ne lasciò la grande e maggior parte della filologia, la quale, intorno a innumerabili cose delle religioni, lingue, leggi, costumi, domìni, commerzi, imperi, governi, ordini ed altre, è ne’ suoi incominciamenti mozza, oscura, irragionevole, incredibile e disperata affatto da potersi ridurre a princìpi di scienza. Onde il Vico, per darne innanzi tempo un’idea che dimostrasse poter un tal sistema uscire all’effetto, ne diede fuora un saggio l’anno 1720, che corse per le mani de’ letterati d’Italia e d’oltremonti, sopra il quale alcuni diedero giudizi svantaggiosi; però, non gli avendo poi sostenuti quando l’opera uscì adornata di giudizi molto onorevoli di uomini letterati dottissimi, co’ quali efficacemente la lodarono, non sono costoro da essere qui mentovati. Il signor Anton Salvini, gran pregio dell’Italia, degnossi fargli contro alcune difficoltà filologiche (le quali fece a lui giugnere per lettera scritta al signor Francesco Valletta, uomo dottissimo e degno erede della celebre biblioteca vallettiana lasciata dal signor Gioseppe, suo avo), alle quali gentilmente rispose il Vico nella Constanza della filologia; altre filosofiche del signor Ulrico Ubero e del signor Cristiano Tomasio, uomini di rinomata letteratura della Germania, gliene portò il signor Luigi barone di Ghemminghen, alle quali egli si ritruovava già aver soddisfatto con l’opera istessa, come si può vedere nel fine del libro De constantia iurisprudentis.

Giovambattista Vico: “Opere” a cura di Paolo Rossi

fonte

classicitaliani.it

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