11 GENNAIO 1861 SI RIFIUTANO DI PASSARE NELL’ESERCITO PIEMONTESE
11 GENNAIO 1861 I SOLDATI NAPOLETANI ORGOGLIOSI DI ESSERE SOLDATI DI FRANCESCO II DI BORBONE SI RIFIUTANO DI PASSARE NELL’ESERCITO PIEMONTESE
Dopo la fine del Regno delle Due Sicilie, decine di migliaia di soldati borbonici furono imprigionati in condizioni estremamente dure in campi e fortezze del Nord Italia, lontano dalla loro terra e spesso in situazioni disumane. Dopo la conquista sabauda del Regno delle Due Sicilie nel 1860-61, i soldati dell’esercito borbonico, rifiutando di arruolarsi nell’esercito piemontese o mostrando fedeltà al re Francesco II, furono massicciamente arrestati e imprigionati. Questi uomini, considerati pericolosi per la stabilità del neonato Regno d’Italia a causa della loro lealtà al precedente regime e della possibile adesione al movimento brigantesco, furono diffusi in vari luoghi di detenzione lontani dal Sud. Il trasferimento degli internati avvenne principalmente via mare fino a porti del Nord, come Genova, da cui furono smistati in forti e campi di raccolta quali Fenestrelle, San Maurizio Canavese (vicino a Torino), Alessandria, Milano, Bergamo, e altre località del Nord Italia. Altre migliaia furono reclusi in isole come Ponza, Elba, Gorgona, Capraia e nella Sardegna interna. Le condizioni nei campi erano estremamente dure: i prigionieri venivano ammassati in spazi sovraffollati e malsani, con scarse forniture di cibo e acqua, esposti al freddo rigido delle Alpi senza abiti adeguati. Molti preferirono subire una sorte difficile piuttosto che sottomettersi al nuovo regime, tanto che si verificarono suicidi, rivolte e numerosi ammutinamenti. I detenuti erano spesso sottoposti a misure di “rieducazione” attraverso una disciplina rigida finalizzata a farli abiurare alla fedeltà al re borbonico per arruolarli nell’esercito sabaudo. Tuttavia, la maggior parte resistette a queste pressioni. Le testimonianze d’epoca e le ricerche storiche indicano che si trattò di una vera e propria catastrofe umana, con migliaia di morti per fame, malattie, maltrattamenti e disperazione. Nei campi, come quello di Fenestrelle, i corpi dei deceduti venivano spesso gettati nella calce viva senza sepoltura, per nascondere le evidenze delle dure condizioni di detenzione. Nonostante ciò, molti soldati conservarono dignità e lealtà fino alla morte. E quanto numerosi fossero ancora i prigionieri, nel dicembre 1872 (DODICI ANNI DOPO L’ INVASIONE), si può comprendere da questo carteggio. “Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con una implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi d’Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti.
Bisogna dunque pensare ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le impressionabili popolazioni del mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte.
I briganti, per esempio, che sono atterriti dall’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro alla morte.”
Emilio Visconti Venosta, ministro degli esteri, a Carlo Cadorna, ministro a Londra, 19 dicembre 1872 (D.D.I., 2° serie, vol. IV, n.235), dodici anni dopo la conquista, alla ricerca di un’isola sulla quale deportare le migliaia di “briganti” che stipavano i lager sabaudi.
E’ parte, questa, di un carteggio più corposo che coinvolge Inghilterra e Patagonia e Argentina e Tunisia e Borneo e Danimarca e Australia e chissacchì.
Il progetto non riuscì mai a trovare attuazione, perchè tutti quei soggetti interpellati rifiutarono di concedere territori, ma è del carteggio, la frase del Visconti Venosta che denuncia la precaria e brigantesca situazione della Romagna:
“…Abbiamo passato questi anni a fare grandi sforzi per metterci in misura di far fronte ai nostri impegni finanziari; un sentimento analogo di dovere ci impone di porre un termine alle condizioni anormali della Romagna, del Napoletano e della Sicilia…”.
Molti generali Borbonici furono corrotti, ma i semplici soldati sterminati… solita tecnica inglese di conquista. Infatti su 100.000 soldati del sud solo 100 si arrivarono nell’ esercito piemontese, gli altri furono mandati a morire nei campi di concentramento per i soldati borbonici.
I “lagher dei Savoia”, rappresentano un’epoca di vessazioni e sofferenze per molti di essi. Questi campi, furono utilizzati per la rieducazione forzata di soldati che non avevano continuato il servizio militare obbligatorio. Le condizioni di vita erano estremamente difficili, con un alto tasso di mortalità e sofferenze. Le conseguenze dell’evento del 1861, quando i soldati napoletani rifiutarono di passare nell’esercito piemontese, furono gravi. Secondo alcune fonti, circa 100.000 soldati del Regno delle Due Sicilie furono mandati nei campi di concentramento dopo la resa, mentre solo un centinaio riuscì a unirsi all’esercito piemontese. Questo evento è considerato un momento significativo nella storia del Risorgimento italiano e ha lasciato un’impronta duratura nella memoria storica del Sud Italia.
Risentimento e divisione: l’evento contribuì a creare un senso di risentimento e divisione tra il Nord e il Sud Italia, che persiste ancora oggi.
L’evento è ancora oggi oggetto di dibattito e riflessione storica, con alcuni che lo considerano un momento di eroismo e resistenza, mentre altri lo vedono come un episodio di disobbedienza.
Ma i campi di concentramento per i soldati borbonici rappresentano una pagina dolorosa della storia italiana ottocentesca, testimonianza delle difficoltà e delle tensioni nel processo di unificazione del Paese. Questi fatti sottolineano l’importanza di una riflessione storica approfondita e rispettosa per ricordare le sofferenze di chi visse quei drammatici anni lontano dalla patria, spesso dimenticata e marginalizzata nella narrazione ufficiale.
I GENOCIDI VANNO RICORDATI TUTTI
fonte
un popolo distrutto


invio in corso...



