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1799, insorgenze negli abruzzi contro i francesi

Posted by on Giu 21, 2019

1799, insorgenze negli abruzzi contro i francesi

Sta per finire l’anno 1999, l’anno in cui sono stati spesi (e … incassati, ovviamente, da quelli del “giro”) molti miliardi per festeggiare il secondo centenario dell’avvento dell’effimera “repubblica partenopea” e dell’invasione francese. Festeggiamenti che ci fanno riflettere su come questa gente, vero cancro sociale, intende il mondo, cioè alla rovescia: gli invasori diventano “liberatori”, i traditori diventano eroi, i ladrocini diventano finanziamento alle truppe “liberatrici” e gli assassini, gli stupri ed ogni genere di violenza diventano “atti liberatori”. Il 1799 fu, invece, un anno tristissimo, non solo per l’Abruzzo, ma per tutto il centro-meridione d’Italia. Ancora piú triste perché questa mala pianta, dopo duecento anni, non è stata ancora estirpata. Per tali motivi, ancora una volta, mediante le preziose ricerche dell’autore di questo inserto, LUIGI TORRES, vogliamo ricordare quegli avvenimenti, che furono l’inizio di altri ben piú gravi, che culminarono nel 1860, quando perdemmo la nostra indipendenza e fummo trasformati in una ormai silente colonia di quello che oggi è chiamato “triangolo industriale”.

Altra nota interessante è, inoltre, la conferma del tradizionale sistema di difesa attuato nelle Due Sicilie, cioè quello dell’organizzazione spontanea delle “masse” dei cittadini in caso d’invasione da parte di truppe nemiche, fatto che dimostra la malafede degli attuali libri scolastici sul cosiddetto “brigantaggio”, che nel 1860 (poiché riguardava la conquista delle Due Sicilie) veniva chiamato tale, allo stesso modo degli invasori francesi, mentre le insurrezioni popolari contro le truppe tedesche avvenute negli anni 1944 – 45 venivano chiamate “resistenza”.

Come sempre la storia “ufficiale” è quella scritta dai vincitori, ma … “adda passà sta nuttata“. (a.p.)

I ladroni e assassini francesi invadon

o gli Abruzzi

A contrastare l’invasione si svilupparono movimenti insorgenti antifrancesi, formati per la prima volta da ingenti masse popolari, a reclutamento volontario regionale. Non poteva mancare perciò, su tali eventi, un momento di riflessione per giustificare le legittime reazioni del popolo meridionale ed abruzzese in particolare, prime di una lunga serie di insorgenze popolari contro i molti tentativi di occupazioni e aggressioni del nostro patrio suolo. Le truppe di Championnet dilagano in Italia, occupando città e castelli, travolgendo tutto con incendi, depredazioni e morti. I “frutti” dello sconvolgimento erano evidenti su tutte le terre che i francesi andavano occupando e che consistevano, in Abruzzo e altrove, nello spogliare di denaro l’erario, d’armi le armerie, i granai delle vettovaglie, e nel vestire, pascere, alloggiare e pagare i soldati francesi.
La conferma ce la dà lo storico B. Giardetti (Memoria su Matteo Manodoro, generale dei briganti) : i francesi “… facevano la guerra vivendo alle spalle dei popoli conquistati, requisendo denaro, viveri e quant‘altro fosse loro necessario. E non solo detraevano i raccolti e il bestiame dalle campagne, ma doveva essere fornito loro anche il vestiario e le calzature”.
Ampia conferma dei tanti significativi episodi ladreschi compiuti dagli invasori è possibile attingerla dal libro di Coppa Zuccari, dal quale si va ad estrapolare qualche significativo episodio. “In una situazione veramente gravosa erasi trovato il Duhesme nel momento della marcia da Chieti a Sulmona: quasi tutti gli uomini della sua Divisione erano sforniti di scarpe.” Il generale Paolo Thiébault, capo di S.M. e poi comandante di una Brigata del Duhesme, escogita subito il rimedio d’inviare commissari per tutte le case dei Comuni attraversati “… cominciando dalle piú agiate, ma senza eccezione di classe e d‘impiego”, fintantoché non si riesce a recuperare, in soli cinque giorni, diecimila paia di scarpe con cui vestire i suoi soldati, “denudando nei piedi” la povera gente. Cosicché, in soli cinque giorni, le truppe con le quali operavano i generali Rusca e Monnier vengono calzate, anticipando cosí la marcia.
Il gen. Filippo Guglielmo Duhesme in queste attività supera tutti, perché, ovunque è presente, sotto la parvenza di una legittima perquisizione, egli taglieggia, ruba, sequestra denaro e oggetti preziosi alle popolazioni sottomesse, in nome di una sua fantasiosa pubblica necessità. Oltre all’episodio della requisizione delle scarpe, il Duhesme è rimasto in triste memoria presso le genti abruzzesi per altri analoghi episodi, riportati sempre dal Thiébault nel suo “Diario”. Si narra che, dopo la resa di Pescara, il Duhesme, prima di lasciare il suo quartier generale di Moscufo, avesse impartito istruzioni al suo staff di scegliere dodici ufficiali “intelligenti ed onesti” – si noti bene la precisazione “intelligenti ed onesti” – da mandare a riscuotere presso ogni Comune conquistato cinquecentomila franchi con la meschina giustificazione che “lo stipendio è arretrato e mancano i fondi a varii esercizi; io ne ho bisogno pel mio spionaggio. Inoltre ho un rango e una famiglia che mi costano duecentomila franchi”. Al che Thiébault, con i modi garbati, gli risponde che il denaro sarebbe stato reperito, ma per giusta causa e giammai per le finalità private da lui esposte, aggiungendo: “Dove volete che io prenda ufficiali degni di una tal fiducia? Come impedire che essi facciano per loro stessi quello che voi volete fare per voi stesso? Come impedire che, seguendo il vostro esempio, altri capi non s‘aggiudicheranno simili

gratificazioni? Qualunque cosa noi tentiamo, questi ufficiali faranno di tutto per esigere il doppio della somma che dichiareranno; per mancanza di tempo ricorreranno alle misure spicce piú odiose, commetteranno ogni sorta di esazioni, finiranno per fare ribellare il paese e macchieranno cosí in mille guise il vostro nome, che essi copriranno d‘infamia in questo modo …”. Le parole forbite e moderate del Thiébault a nulla valgono, tant’è che il Duhesme, dopo averlo ascoltato, in tutta risposta mette in libertà il suo subordinato con un ordine perentorio dando ad intendere che gli andava tutto bene quello che gli aveva riferito, ma di darsi comunque da fare per trovare un mezzo migliore di quello proposto, purché provvedesse a reperire il denaro richiesto: “… non posso darvi che due ore di tempo”.

L’inizio delle insorgenze

Perciò le masse si armano e, in nome del Re, della religione e della Patria, a far data dal 15 dicembre 1798 danno vita ad un movimento “insorgente antigiacobino”, iniziato con ribellioni spontanee all’invasore, che si propagheranno come rivolta nazionale sostenuta dal clero, dalla borghesia e dalla nobiltà. Il gen. Lemoine, sconfitte le truppe del gen. Sanfilippo presso Terni, procede verso l’Abruzzo, dalla parte di Cittaducale, senza incontrare alcuna resistenza; vi fa ingresso il giorno dell’Immacolata. La notizia, divulgata con apposito manifesto del Re, induce il Camerlengo dell’Aquila Giovanni Pica a indire pubblica riunione nella Cattedrale di S. Massimo, per incitare la popolazione ad armarsi ed accorrere verso le gole di Antrodoco per ostacolare l’avanzata del nemico prima che questo fosse riuscito a sorpassare i confini abruzzesi. L’appello è accolto benevolmente da molti giovani che, armatisi, accorrono verso Antrodoco, ma a causa della loro inesperienza combattiva, al semplice impatto con le agguerrite truppe d’oltralpe, rimangono immantinentemente sconfitti. Umiliati e delusi per il tragico epilogo, quegli avventurosi volontari si danno alla macchia per poi far rientro clandestino ai loro paesi. Nonostante i reiterati tentativi di resistenza, il 16 dicembre il gen. Lemoine fa il suo ingresso in L’Aquila, che conquista facilmente col ferro e col fuoco, strada per strada, casa per casa. “Generale inesperto” – lo definisce Thiébault nelle sue “Memorie” – “aveva commesso numerosi errori, i suoi maggiori successi furono dovuti all‘eroismo delle sue truppe, col coraggio indicibile del Gen. Point …” che, come si andrà a raccontare fra poco, pagherà il suo ardore con la vita nell’attacco di Popoli.

Il giorno dopo i francesi conquistano il Castello. Prontamente provvedono alla soppressione del Magistrato cittadino e, in sua vece, nominano una Commissione amministrativa provvisoria, composta dai collaborazionisti Alfonso Micheletti, Vittorio Ciampella, Alessandro Colucci, Gennaro Mari, Michele Rotondo e Carlo Leoni. Tale commissione sarà sostituita nel febbraio 1799 da una “Municipalità”, piú stabile, composta da Giuseppe Picella, Luigi Ienca, Giuseppe Fiorilli e Bernardino Muzii, presieduta da Francesco Guelfi.

Il 19 dicembre il gen. Lacombe emette un “proclama”, tendente a placare gli animi dei cittadini Aquilani, addossando la colpa dei funesti avvenimenti esclusivamente al comandante e ai magistrati borbonici “…tanto vili quanto prima erano stati insolenti”. Poi aggiunge: “io ho impedito il disordine per quanto mi è stato possibile…”, cui fa seguire l’invito:

“Abitanti intimoriti ritornate alle vostre Case; Mercanti riaprite i vostri Magazzini: Artisti restituitevi al lavoro e voi utili Agricoltori riprendete i vostri Aratri e le vostre nuove fatiche vi renderanno quel frutto dai terreni negletti e calpestati pel solo vostro colpevole errore. Deponete le armi e la tranquillità rinascerà nelle vostre fertili Contrade: non ascoltate piú le voci di chi vi seduce e vi inganna, la vostra Religione, i vostri Altari, le vostre Persone, le vostre Proprietà saranno rispettate: io ne impegno la mia parola d‘onore. Nell‘abbandonare i vostri Lari, voi esponete i vostri beni, mentre li salvate al contrario col rimanervi pacificamente. Oggi ancora il paese conquistato di Arischia ha sonato le campane a martello all‘avvicinarsi di alcuni francesi incaricati dell‘approvvigionamento dell‘armata; ed ha fatto fuoco contro di essi. Io vi dichiaro che se mai simili eccessi verranno altra volta commessi io non ascolterò piú che la giusta indignazione che devono inspirare, e che vendicherò col ferro e col fuoco gli oltraggi fatti ai Soldati Francesi” (sembra di leggere il bando del famigerato Pinelli, n.d.r.).

Questo “bando di guerra” viene fatto pervenire al Duhesme, avvisandolo dei suoi movimenti verso Sulmona. Il messaggio viene ricevuto, a Tocco da Casauria, dalcapitano Girad, della Brigata Monnier, che provvede di conseguenza al successivo inoltro. Sulla base del dettato del “proclama”, il Gen. Duhesme ha cosí il permesso di adeguare il dispositivo offensivo nel modo piú conveniente.

Gli invasori francesi distruggono e rubano

Il gen Lemoine, lasciato un consistente presidio in L’Aquila, procede verso il Centro Abruzzo per portarsi a Popoli, ove l’attendeva il gen. Duhesme, che aveva intanto invaso la Regione dalla parte del Tronto. Superate le varie resistenze opposte all’avanzata, il 24 dicembre le truppe francesi occupano Popoli che conquisteranno soltanto cinque giorni dopo. Entrambe le divisioni, cosí riunite, procedono verso la Valle Peligna e l’Alto Sangro, per portarsi a Capua, secondo il programmato piano d’invasione. Il 23 cade la Fortezza di Pescara. La cittadina della Valle Peligna piú seriamente provata dal vandalismo dei francesi del gen. Lemoine fu, come si è accennato, Popoli.

Le truppe d’oltralpe, nel dicembre 1798, dopo aver saccheggiato L’Aquila (16 dicembre) e discese le svolte popolesi (oggi meglio conosciute per l’annuale cronoscalata automobilistica di ferragosto), la mettono a ferro e a fuoco. Il danno provocato in quelle giornate è ingente: solo i danni materiali ammontano a duecentomila ducati, “… un danno insopportabile e dissanguatore”, senza considerare il bilancio dei caduti, che, come di consueto, non costituiscono cifra economicamente computabile. Al sopraggiungere delle truppe francesi, la popolazione peligna reagisce con diffidenza, con ostilità e, in diversi casi, analogamente ad altre città italiane, con rivolte.

Per Popoli stava per sopraggiungere il periodo piú freddo e oscuro della sua storia. Le truppe di occupazione di Lemoine si rivelano oltremodo violente e spietate. Per ridurre gli effetti devastanti dell’occupazione militare, vengono loro offerti trattamenti di tutto rispetto, ma al cadere dei primi morti, esse reagiscono in modo violento e sproporzionato. Delle turpi violenze usate verso la cittadina di Popoli, ci serviamo di due fonti documentarie: una preminentemente storica, l’altra tratta dagli atti notarili dell’epoca.

Il documento CCCLXX, raccolto da Coppa-Zuccari in Popoli, presso l’archivio privato della famiglia Tesone, in merito alla presa di Popoli, cosí riferisce: “… è facile immaginare lo sgomento, la paura e la disperazione dei cittadini quando gli stranieri, con orribile fracasso, irruppero nell‘abitato. I difensori fuggirono e i francesi diluviarono nella case, ed essendo affamati, molli d‘acqua e intirizziti dal freddo, vi fecero terribili cose. In questo mezzo vennero in Popoli le Colonne condotte da Monnier e Duhesme e crebbero i gridi e i tumulti, i danni dei cittadini e molti stettero in grave pericolo di vita” (Coppa-Zuccari, L’invasione francese negli Abruzzi, 1798 – 1810, L’Aquila 1993). Ecco il passo specifico dell’entrata dei francesi in Popoli, ripreso dalla raccolta degli atti notarili del Notaio Michele Antonio Carosi, conservati nell’Archivio di Stato di Sulmona:

“… Il giorno memorabile de‘ ventiquattro del mese di dicembre del caduto anno millesettecentonovant’otto, vigilia di Natale, fu questa miseranda, disgraziata Terra sopraffatta ed invasata dalle Nemiche Truppe Francesi ch‘entrarono come cani arrabbiati, e tigri stizzite, ed inferocite, e posero a fuoco ed a sacco tutto il paese senza eccezione, e senza rispetto (neanche) alle chiese … quel saccheggio durò cinque giorni e cinque notti … fra l‘altro (venne saccheggiata anche) l‘Osteria Ducale, ora confiscata dalla Maestà del Nostro Sovrano D. Ferdinando IV, che Iddio sempre Feliciti, che dopo essere stata saccheggiata in tutte le parti, bruciavano anche tutte le porte … al numero di sette, un grosso stipone con pancone ch‘esiste nella cucina e tutte le tavole da mangiare, tanto da ridurla a una spelonca”.

Altrettanto accadeva in casa di Don Vincenzo De Vera, dopo che con la famiglia era riuscito a mettersi in salvo, alla notizia dell’infuriare degli animaleschi invasori d’oltralpe. Questi ultimi, infatti, occupano militarmente la casa trasformandola in loro quartiere e dopo averla utilizzata, rubano e fracassano i mobili e gli arredi, tanto quelli di pregio che quelli usuali, consumando tutte le provviste alimentari immagazzinate. Nell’abbandonare la casa, lasciano aperte le botti di vino, danno da mangiare ai loro cavalli le provviste di grano, e, come se non bastasse tutto quello scempio, danno alle fiamme gli infissi e i mobili ingombranti che non erano riusciti a trasportare. (V. Moscardi, L’invasione francese nell’Abruzzo aquilano, Polla, 1998)

La coraggiosissima reazione abruzzese

In quel giorno rimasto memorabile, una forte tormenta di neve e ghiaccio avvolge tutta la valle. Quattro donne, fuggite nella campagna circostante per evitare il fuoco delle armi francesi, vanno incontro a morte ben piú atroce: l’indomani mattina saranno ritrovate assiderate dal gelo. La reazione dei Popolesi diventa decisa, sostenuta, grazie ad uno sparuto gruppo di audaci soldati napoletani, i quali riescono ad incitare tutta la popolazione e ad opporsi alla furia devastatrice degli uomini-belva del gen. Lemoine. Il popolese Pietro Rico, giovane e coraggioso, di umili origini, appostato tra le rovine fumanti del Lanificio Cantelmo, con un sol colpo di archibugio riesce ad abbattere il gen. Point. Oltre al Point, al Lemoine Popoli costa la perdita di ben trecento uomini. Allora la battaglia divampa in tutta la sua crudezza da parte degli assalitori, inviperiti per l’uccisione del loro comandante, con intensità crescente. Al frastuono delle armi da fuoco, fanno eco i lenti rintocchi delle campane mezzane di tutte le chiese e, in particolare, di quella grande della Chiesa di S. Lorenzo, posta nella parte alta del paese, per riunire i cittadini a consiglio e gli uominivalidi per l’approntamento alla difesa.

Quella giornata, iniziata all’insegna della preparazione della venuta del Salvatore, portatore di pace e di amore, si chiude con un triste bilancio di morte. Da ambo le parti in lotta le perdite sono ingenti. I soldati dell’esercito regolare napoletano, che per primi avevano organizzato la resistenza armata, vistisi ormai perduti, cercano la salvezza dandosi alla fuga verso sud, per ricongiungersi all’esercito borbonico ormai in rotta. Ed è la tragedia!

“I cittadini furono derubati, percossi, feriti – rievoca lo storico popolese Di Donato – molti passati a fil di spada. Ottocento soldati ebbero il permesso del casso e del fuoco, durato sei (cinque) giorni. Furono depredate case, chiese, abitazioni private. Incendiati i conventi. Fu rapita anche la grande urna d‘argento, tempestata di pietre preziose, di S. Bonifacio. Pagò anche il protettore la parte sua. Vennero incendiate le due Taverne e la casa comunale, che perse il suo archivio. Ma si continuò la lotta sporadica per le strade… Una donna uccise un capitano francese con una pietra e venne messa al muro …”.

Quelle di Popoli sono ricordate come le festività natalizie piú gelide e squallide che essa ricordi in tutta la sua storia. E, dopo Popoli, è la volta dei restanti comuni della valle. (Di Donato, Popoli e i Popolesi, Popoli, 1976). Leggiamo, in tal contesto, un altro brano della cronaca, tratta anch’essa dagli atti notarili del Dott. Perrotti:

“…essendo nel giorno 5 gennaio del corrente anno, venuta in questa città la seconda colonna delle truppe francesi, che avea giorni prima invaso l‘Abruzzo; siccome da vari cittadini insieme con molti Introdacquesi si fece fronte a detta truppa, e non solo restarono in detta città morti molti francesi, ma restò anche ferita in essa il gen. Duhesme, che era Capo di detta colonna; cosí detta truppa saccheggiò in detto giorno varie Chiese, case e botteghe di essa Città. Essi costituiti De Felicis Trippitella (Luigi), Pansa (Panfiloantonio) e d‘Alessandro (Loreto) attestano inoltre, che tra le botteghe saccheggiate vi fu quella di scarperia tenuta dai fratelli De Crescentis della Terra di Scanno … E siccome nel susseguente giorno di lunedí sette di detto mese di gennaio esso D. Vincenzo De Felicis vedendo non intieramente saccheggiata la bottega predetta, stimò di togliere la roba rimastavi, essi De Crescentis di lui cognati, liberandola da altro saccheggio che poteva tenersi, motivocché tuttavia dimorava in essa Città detta truppa francese; cosí per non trasportare molto lontano detta roba consistente in cuoi e scarpe, pensò il medesimo far riportare tutto nella bottega ossia nell‘offizio della Regia Posta di questa stessa città, mentre detto offizio si trova pochi passi distante da detta bottega di scarperia”.

Ma i danni cagionati dai francesi in L’Aquila e Popoli non rimangono fatti isolati. Altrettanto si verificava in tutti i paesi della Marsica: da Collarmele ad Avezzano, da Capistrello a Celano, a Cappelle e poi a Carapelle, a Barisciano, tanto a S. Demetrio che a Capestrano e via via in tutti i luoghi attraversati dalla loro criminale avanzata.

I francesi si dirigono verso Napoli

Alla fine di dicembre, il Duhesme riceve ordini di lasciare in Abruzzo le guarnigioni necessarie a mantenere l’ordine pubblico e di riunirsi con le restanti forze a Sulmona con il gen. Lemoine per poi muovere congiuntamente verso Capua. In esecuzione di tali ordini, il gen. Duhesme divise le forze in tre colonne, rispettivamente al comando dei generali Rusca, Monnier e Thiébault, prescrivendo alle prime due di trovarsi riunite entro il 15 gennaio a Sulmona, dove anch’egli si sarebbe fatto trovare. Lungo la strada, la colonna “Rusca” viene attaccata da una banda di realisti comandata dal pratolano Sante Rossi, che riesce a ritardare la marcia di ventiquattrore. Il Rusca, di rimessa, incita i suoi a vendicare il gesto “attaccando due villaggi alla baionetta” all’incrocio di Pratola – Corfinio (allora denominato ancora Pèntima) – Roccacasale.

Un atto del Notar De Vincentis Giovanni Stefano (29.12.1799) cosí attesta:

“Essendo stata la truppa francese attaccata il 24.12.1798 dalle Armate del Sovrano a Popoli, il Rev. Don Gennaro Santoro di Pratola, con circa 70 e piú persone venuto, raggiunge le vicinanze di Popoli e proprio sotto Terenziano dovette ritirarsi anche perché la truppa reale si ritrova. Il Sacerdote recuperò un cannone lasciato dai reali che fu usato contro i francesi in seguito ad attacchi delle masse di Pratola e del Gen. Pronio (…). Detto Sacerdote riforniva tutti di armi e munizioni, non curante degli ordini del generale francese e fu costretto ad andare fuggiasco. Nonostante fosse invitato a rifornire di vettovaglie e di altri generi le truppe francesi, si rifiutò sempre (…). Di nuovo con il Gen. Pronio attaccò i francesi sul ponte Pentima. I francesi poi saccheggiarono la casa del prete e per sfuggire ad essi questi abbandonò tutto per un periodo di mesi due” (Archivio di Stato, Sez. di Sulmona).

L’azione antifrancese messa in atto dalla banda partigiana realista inizia dall’alto del bosco circostante l’attuale diruto Complesso Chiesa-Convento di S. Terenziano, ubicato in posizione dominante sulla sottostante valle (a prima vista sembra piú una casa fortificata o una torre di avvistamento-castello) dove si era appostata su una collinetta, tra la fitta vegetazione, che domina la strada Popoli – Sulmona. Da lí i realisti fanno rovinare a valle una nutrita sassaiola, accompagnandosi con i pochi fucili a disposizione, uccidendo un capitano francese col suo cavallo; quell’incidente innescava ancora una volta la pronta reazione della colonna francese del Rusca persaccheggiare la cittadina di Roccacasale e procedendo ad alcune fucilazioni.

Pronio respinge i francesi a Roccacasale

Nel castello di Roccacasale abitavano nel periodo considerato il barone Giuseppe Maria De Sanctis, di anni 69, figlio primogenito di Giambattista, figlio di Francescantonio, secondogenito, la moglie Donna Giacinta, il fratello Diamante, i servi Saturnino Trotta, di anni 28 e Maria Anna. Il barone Giuseppe Maria, dopo la tremenda sconfitta subita, stava appunto rientrando coi suoi cavalieri, quando giunto a Popoli, veniva avvicinato dal capomassa Giuseppe Pronio, con circa settecento uomini racimolati alla men peggio nei paesi della vallata, che, in nome del Re, gli offre il comando della sua banda, posta a difesa della Gola d’Intramonti (il passo a monte dell’abitato di Popoli), ultimo baluardo contro l’avanzata francese verso la capitale Napoli. La resistenza che i francesi incontrano in quella località dura cinque giorni, al termine dei quali, il 14 gennaio 1799, col sopraggiungere dei rinforzi degli uomini del gen. Duhesme, gli invasori riescono a sbaragliare le forze condotte dal De Sanctis e dal Pronio, purtroppo male addestrate, poco armate e scarsamente organizzate. Il giorno dopo le truppe francesi irrompono nella valle ed assaltano il Castello menzionato, a difesa del quale si trovano, al momento, il capitano Giambattista De Sanctis e suo fratello Pietro con le rispettive famiglie e i tre figli di Giambattista. Per tre giorni i francesi combattono accanitamente, ma attaccati di fronte e alle spalle, con frequenti imboscate, da gruppi di artiglieri ritiratisi dalla difesa di Popoli, vengono respinti con gravi perdite e costretti a ritirarsi a Pescara. Pietro, durante quel combattimento, postosi a difesa della torre, perde la vita.

“Il 5 gennaio 1799, il giorno di sabato e propriamente alla vigilia dell‘Epifania, furono uccisi dai Galli – con nostra rabbia e paura per cui fummo costretti a prendere la fuga sui monti e per questo siamo rimasti incolumi – i seguenti uomini: – Reverendo Don Donato Taddei, curato, 77 anni; Sante Colarocco, marito di Di Marco Domenica, di Alessio, 60 anni circa; Donantonio Colarocco, marito di Sclocco Apollonia, 44 anni; Crescenzo d‘Eliseo, marito di Manini Rosa, 38 anni; Francesco Anzellotti di Donantonio, 21 anni; Giovanni Battista di Giambattista, di anni 70 e sua moglie Caterina Silla, anni 60; Rocco Marotta, 72 anni; Felice Amabile, figlia di Rocco, marito di Anzelotti Palma, di Bernardino, 30 anni; Valentino Marotta, 24 anni; Angelo Sclocco, marito di D‘Ascanio Angela, figlia di Domenico, 40 anni; Matteo D‘Eliseo, 24 anni; Andrea Casasanta, ‘combustus fuit’ (fu trovato bruciato), 79 anni; Giuseppe Di Dionisio, marito di Marotta Geltrude, anni 63; Andrea D‘Ascanio, marito di D‘Isidoro Serafina, anni 35; Giovanni Di Vico, marito di Gizzoni Lucia, anni 64; Andrea D‘Angelo, anni 35. Lo stesso giorno il Paese fu evacuato e dato alle fiamme dai sopraddetti Galli e ai morti è stata data sepoltura perché morti per la fede Cristiana e propriamente sepolti nella Chiesa della Madonna delle Grazie. Firmato: Don De Vincentis Costantino” (Archivio Parrocchiale – Roccacasale).

In quegli stessi giorni, Giovanni Raffaele d’Espinosa e il sacerdote D. Gaetano Gatta di Anversa degli Abruzzi si recano di casa in casa per preparare gli uomini alle armi e mettere d’accordo i capi delle masse ivi raccolte. Si costituisce una lega armata dei Comuni di Anversa, di Bugnara, d’Introdacqua e di altri paesi della Marsica e dei dintorni di Celano e di Pescina. Quando poi i francesi, il 15 marzo 1799, faranno ritorno a Roccacasale, per ritorsione cingeranno nuovamente d’assedio il Castello attaccandolo dall’alto della rocca. La furibonda battaglia che ne conseguirà in quell’altrettanto terribile giornata ci è stata tramandata da uno degli eredi, A. De Sanctis, in una specifica monografia che racconta passo passo gli assassinii, le violenze e le ruberie dei lerci francesi.

I francesi a Sulmona

Il 24 dicembre è anche la volta di Sulmona. Le truppe di Lemoine vi fanno ingresso senza che i Sulmonesi oppongano alcuna resistenza. Vi rimarranno alcuni giorni. Si dice che Sulmona, per ragioni di opportunità militari, viene risparmiata dal sacco e dall’incendio, anche se nelle prime azioni si contano una trentina di fucilati. Il 29, Lemoine, fattosi sostituire dal Rusca, ripassa per Popoli perché chiamato a S. Germano. Approfittando dell’assenza, sorge Pronio con la sua banda in ritiro da alcuni giorni ad Introdacqua, che viene a contrastare le truppe francesi a Pentima (oggi Corfinio), rinforzato dalle masse di Francesco Giacchesi, opponendo energica resistenza. I francesi in quella circostanza hanno la meglio e, per vendicarsi dell’atto di ribellione, sottopongono la stessa Pentima ad un crudele saccheggio. Il Rusca, conclusa la vicenda operativa in Popoli, riprende la marcia per Sulmona che occupa militarmente il 2 gennaio, seguito di lí a poco da Duhesme. La città, questa seconda volta, si ribella, scatenando tutto il suo furore contro l’invasore.

Giuseppe Pronio, alle prime luci dell’alba del 4 gennaio, con la sua banda, per lo piú composta di contadini e pastori reclutati nei giorni precedenti nelle campagne e sui monti del comprensorio peligno, giunge nelle vicinanze dell’allora Convento dei Domenicani, oggi Caserma “Umberto Pace” ospitante le truppe francesi del gen. Duhesme. In quell’azione le masse del Pronio sono coadiuvate da quelle di Gio. Raffaele d’Espinosa, provenienti da Bugnara ed Anversa, e dai sacerdoti D. Pelino Rossi di Pratola Peligna, D. Gaetano Susi d’Introdacqua, D. Gaetano Gatta di Anversa, i quali si erano dimostrati molto solleciti nei giorni precedenti a reclutare masse popolari, armi e munizioni. Quegli stessi uomini, simulando di nascondere le zappe sotto i lunghi pastrani e mantelle, indossati per la circostanza, al segnale convenuto tirano fuori i fucili a pietra focaia e aprono il fuoco. Il quartiere viene presto cinto d’assedio e contro di esso la lotta divampa furibonda. I francesi, barricati all’interno dell’edificio, sono costretti a resistere impotenti, opponendosi con tutte le loro forze, fintantoché gli uomini della banda Pronio non riescono ad appiccare il fuoco, costringendoli ad uscire. La lotta prosegue ancor piú cruenta per l’intera giornata per le vie cittadine. Ecco la cronaca degli avvenimenti che ne fa lo storico introdacquese R. Mampieri, in un suo saggio di qualche ventennio fa:

“Il combattimento divampò per tutto il giorno, verso sera il Pronio alla testa dei suoi sferra un attacco decisivo scontrandosi col generale francese, con due pistolettate lo ferisce gravemente, i suoi, incitati dall‘esempio del loro capo, caricano furiosamente mentre la gente del luogo getta sugli invasori acqua bollente, tegole, sedie, ed altri oggetti varii, i francesi furono costretti ad abbandonare Sulmona. Pronio con la sua banda si attestò sulla collinetta dove ora si trova l‘attuale villa e là attese che i francesi tornassero all‘attacco. I francesi ricevettero i rinforzi da un‘altra colonna proveniente dall‘Aquila ed attaccano di nuovo. Pronio tiene duro, ma i francesi sono decisi e perciò il generale ordina la ritirata sui monti d‘Introdacqua facendo abbattere molti alberi per interrompere la strada e coprire la ritirata”.

“Meritava” la città di Sulmona di essere saccheggiata e poi data alle fiamme. “Tale giusto castigo – scrive il gen. Thiébault nel suo “Diario”, piú volte menzionato, – non poté infliggersi, perché essa doveva servire come luogo di tappa per la mia brigata, e, poiché era piena di feriti lasciativi dal gen. Lemoine”, il quale, dopo aver definito briganti gli individui delle masse del Pronio, non può disconoscere, nel contempo, il loro fiero spirito combattivo. Per dare un giusto esempio – riferisce sempre il Thiébault – il Duhesme fa fucilare trenta abitanti della città con giudizio sommario, accusandoli di essere partigiani del Pronio, quantunque la mancanza di fonti archivistiche non abbiano confermato il fatto come effettivamente accaduto. A Sulmona le truppe francesi sono solo di passaggio o, tutto al piú, vi restano pochi giorni, appena sufficienti per risolvere questioni logistiche connesse con i rifornimenti ed il riassetto. Il Rusca rimane a Sulmona fino all’indomani notte (alle tre del 5 gennaio); eludendo la vigilanza del Pronio, parte alla volta di Isernia, seguito il 9 dalle truppe del Duhesme, costretto, invece, a combattere con le masse poste a contrastare il passo dei francesi nelle Gole di Castel di Sangro.

Combattimenti a Castel di Sangro

Il passaggio per Rocca Valle Oscura (l’odierna Rocca Pia), dopo Sulmona – Pettorano sul Gizio, avvenne tra il 9 e il 10 gennaio 1799, fortunatamente senza che si verificasse quel disastro preannunziato di incendi e fucilazioni, dato che nelle fonti documentarie locali del tempo non è fatta alcuna menzione. Questo “scampato pericolo” secondo taluni studiosi è attribuibile, molto probabilmente, al merito del capomassa Pronio, il quale per evitare una occupazione militare del suo paese natale di Introdacqua, come avevano minacciato i francesi, con prevedibili ingenti danni, pattuisce di non attaccarli in Rocca Valle Oscura. Ipotesi, questa, che si potrebbe accettare per buona, se si considera che nel tratto Pettorano – Rocca Valle Oscura, il Pronio, con la sua banda avrebbe potuto provocare un vero massacro, con ripetute azioni di guerriglia, come aveva già operato precedentemente nelle Gole d’Intramonti, a monte di Popoli e di S. Terenziano.

Il trasferimento da Sulmona avviene lungo l’Altopiano delle Cinque Miglia – definito dal “corrispondente di guerra” francese Thiébault nell’opera citata “una delle gole piú belle che esistono … per le quali il vento del nord vi arriva e vi si ingolfa”. Giunti a Castel di Sangro, i francesi trovano un consistente sbarramento stradale composto da alte barricate e uomini armati con il compito precipuo di ostacolare loro il passo per l’accesso ad Isernia.

Infatti – continua Thiébault – “avvertiti dal passaggio del gen. Lemoine, che arrivavano altre truppe francesi, gli abitanti avevano atterrate le porte, merlate le case, trasformato i conventi e sinanco le chiese in vere fortezze, ove corsero a pigliar la difensiva molti degli insorti scampati al combattimento di Miranda. Furono prese a cannonate le porte, ma senz‘alcun frutto, cosicché si dovette ordinare la scalata delle mura di cinta. Grazie alla loro invitta bravura, le truppe penetrarono nella città, dove le aspettava tutto quello che il furore e la disperazione hanno sempre suggerito contro un nemico. Sui nostri prodi si faceva piovere il fuoco dai merli e dalle crociere; da sopra le case si gettavano i sassi, i mattoni, e ancora le travi. Le quali ultime contribuivano a sbarrare le vie, insieme con le barricate fatte appositamente. S‘aggiunga una pioggia di tizzoni accesi, d‘olio, e, in mancanza di questo, di acqua bollente. Ogni passo necessitava un nuovo assalto o un nuovo atto di eroismo: infatti non si poté spegnere il fuoco delle case che l‘impadronirsi di esse, e non fu possibile impadronirsene se non sfondando le porte a colpi di scure. Questa poco lieta vittoria costò il sacrificio di molti uomini al battaglione della 64ma e alla legione cisalpina; meno male che furono vendicati quanto piú fu possibile. E il massacro non si limitò alla città; l‘11° reggimento essendo riuscito con rapida marcia a passar di molto avanti a loro, quegli insorti che tentavano di fuggire, furono presi a sciabolate, e tutti gli uomini trovati con le armi in mano, o riconosciuti d‘aver preso parte alla resistenza, furono passati a fil di spada. In questa specie di linciamento militare ne perirono quindicimila, il che però non poté impedire che due delle nostre scolte non fossero sgozzate la notte seguente. Quanto alla città, essa avrebbe meritato di essere messa a fuoco e fiamme, o d‘essere rasa al suolo; ma, non altrimenti di Sulmona, essa fu conservata perché dovevano ivi pernottare la brigata Monnier e la mia: fu saccheggiata e piú che decimata”.

Nonostante tutto il gen. Monnier non giunge nei tempi previsti perché colpito da un incidente dovuto all’inclemenza del tempo, per il quale motivo era stato costretto a permanere a Sulmona, fino a quando cioè la perturbazione non fosse cessata. Intanto tutti gli uomini componenti il nucleo esplorante, sorpresi da una furiosa bufera di neve nelle gole di Pettorano sul Gizio, dispersi tra i monti, vengono trovati morti per assideramento.

Giuseppe Pronio, un eroe del popolo

Benché il 23 gennaio venisse instaurata l’effimera “repubblica partenopea”, Giuseppe Pronio continua a svolgere il suo ruolo. Egli resta, infatti, ancora l’esclusivo dominatore di queste terre, il capo indiscusso del movimento “insorgente” antigiacobino per eccellenza, e gli sarà attribuito il grado di colonnello, elevato poi a generale con nomina regia. Egli impartisce indiscriminatamente i suoi ordini a tutte le truppe a massa della vallata, cioè in quella specifica zona nei cui confini è compreso l’Alto Sangro. Il 6 settembre 1800, il capitano D. Samuele di Salle, a nome di Ferdinando IV (da pochi mesi ritornato a Napoli) e di D. Giuseppe Pronio, presiede all’allistamento delle nuove masse in Abruzzo, portando a conoscenza della popolazione un proclama del Pronio del seguente tenore:
“Il principale oggetto della mia nuova spedizione in queste patrie contrade si è appunto in adempimento di sovrano comando, quello cioè del nuovo allistamento delle Masse negli Abruzzi da porsi in attività semmai quod absit venissero le frontiere del Regno minacciate da qualche altra invasione di gente nemica. Parlando di Sanniti mi lusingo di non aver bisogno alcuno di elettrizzare il loro natio entusiasmo … e quella fedeltà e coraggio che gli … ha sempre distinti, massimamente nelle prossime passate vicende. Quindi mi auguro … che rendendomi sempre segni del glorioso nome de‘ Sanniti, farà ognuno di essi a gara per sollecitamente ascriversi nell‘onorevole rollo delle Masse apruzzesi … che dovranno ad ogni ordine essere pronte ad armarsi in difesa della Religione, dello Stato e delle proprie famiglie. Dato in Introdacqua lí 22 agosto 1800. Giuseppe Pronio Colonnello” (Archivio di Stato – Sulmona)

Vi furono anche dei traditori. Tra quei giovani che sposarono la causa filofrancese si ricordano Angelo Pasquale, Ludovico Rosatore, Filippo Iuliano e Venanzio Pietroleonardo, tanto per citare alcuni nomi di Prezzani scelti da un vasto campionario di vili nostrani. Con il ritorno alla normalità, anch’essi subirono le pene riservate ai traditori e ai sovversivi, come la fucilazione e lo squartamento.

Anche Pacentro in quell’occasione diede molte prove d’irrequietezza, come l’aveva già dimostrata ad ogni trapasso tra feudatari diversi in frequenti avvicendamenti, osteggiando generalmente l’ultimo arrivato, perché considerato l’usurpatore del comune bene e della pace pubblica. E durante l’occupazione francese darà l’ennesima prova di risentita maltolleranza verso i nuovi occupanti, prendendo parte attiva nell’azione antifrancese, grazie alla presenza di valorosi agitatori, in grado di organizzare e condurre ampie masse popolari; tra i piú noti esordienti figurano: Bernardino Avolio, D. Pietro De Angelis e D. Lorenzo Massa. Ebbene, in quel contesto storico-politico, i Pacentrani reagiscono energicamente con un’insurrezione armata contro le autorità occupanti; l’azione viene purtroppo vanificata con la pronta repressione, ascrivendosi, per tali fatti, anche la bruttanomea di popolazione “assai feroce”, attribuita dagli stessi francesi. Anzi, la Giunta del Governo di Napoli, nella risoluzione del 14 settembre 1799, consiglierà il capomassa Pronio che rispetto alle “… tre feroci popolazioni di Introdacqua, Pratola e Pacentro faccia uso di tutta la destrezza e prudenza per togliere gli sconcerti che vi regnano e per stabilirvi la tranquillità e la subordinazione facendo uso, ad effetto di ottenere il disarmo, anche nel mezzo di consegnar le armi per conto di Sua Maestà”.

Non mancano, in tale circostanza, volontari pacentrani che si portano ai confini adducenti alla “Rocchetta” e a Caramanico, per ostacolare il movimento all’invasore d’oltralpe. Lo scontro tra il Rusca e le masse popolari prosegue fino a portarsi nel villaggio di Miranda, nel Molise. A Isernia era giunta nel frattempo la notizia del movimento delle truppe francesi e si preparavano celermente ad accoglierle nel modo dovuto, come avevano fatto i Sulmonesi nella giornata del 4 con lanci di pietre, tegole, mattoni, fuoco acqua ed olio bollente. Questo strano ricevimento costerà molto caro alla città d’Isernia, che registrerà – a detta del Rivera – circa quindicimila morti.

Entra in azione Michele Pezza, Fra’ Diavolo

Dopo quei fatti, il Duhesme ed il Lemoine raggiungono Venafro, dove si congiungono con il Comandante della spedizione il gen. Championnet per proseguire la manovra di avvicinamento verso Napoli. Anche qui all’opposizione delle masse abruzzesi-molisane, ardite e feroci, subentrano altre ancora piú fiere, prime tra tutte quelle di Michele Pezza, alias “Fra’ Diavolo”, maestro della guerriglia, la nuova forma di lotta da lui inventata e che da allora sarà tenuta sempre presente in qualsiasi manifestazione di opposizione allo straniero.

In questo trapasso di poteri, tra l’abruzzese Giuseppe Pronio, alias “Gran Diavolo”, e Michele Pezza, alias “Fra’ Diavolo”, i generali Duhesme e Lemoine avranno vita difficile e – come ci ricorda il Colletta nella sua opera – essi, ricongiuntisi col generale in capo Championnet, “… riferirono i sostenuti travagli e gli impedimenti e gli agguati, la nessuna fede degli abitanti, le morti de‘ Francesi, troppe e spietate; il gen. Duhesme portava ancor vive due ferite sul corpo; e narrando le maggiori crudeltà, citava i nomi spaventevoli di Pronio e di Rodio. E poi che il generale Championnet v‘ebbe aggiunto la storia de‘ tumulti e de‘ fatti popolari di Terra di Lavoro, e ricordato i nomi già conti per atrocità di Fra‘ Diavolo e di Mammone, viddero i generali francesi (adunati a consiglio nella città di Venafro) stare essi in mezzo a guerra nuova ed orrenda; essere stato miracolo di fortuna la viltà de‘ comandanti delle cedute fortezze; e non avere altro scampo per lo esercito che a tenerlo unito, e per colpi celeri e portentosi debellar le forze e l‘animo del popolo” (P. Colletta, Storia del Reame di Napoli, III, 38).

Luigi Torres

fonte http://www.adsic.it/2001/10/28/1799-insorgenze-negli-abruzzi-contro-i-francesi/

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