Alta Terra di Lavoro

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1799, LA STORIA AL CONTRARIO

Posted by on Feb 14, 2021

1799, LA STORIA AL CONTRARIO

     Solitamente, al termine di un conflitto, è il vincitore che impone il suo punto di vista, stabilendo il criterio secondo il quale debbono essere registrati i fatti e i personaggi che ne sono stati i protagonisti; quali documenti registrare e quali distruggere; chi può consultarli e chi no.

      Nel caso della Repubblica Napoletana del 1799, invece, questa regola non trova applicazione, perché punto di vista, compilazione del martirologio, agiografia e calendario delle ricorrenze e delle commemorazioni sono diventati competenza esclusiva – gelosamente difesa – della parte soccombente. Lo stravolgimento di questa millenaria regola, stando al modo come le stratificazioni delle abitudini diventano caratteristica di una specie, semplicisticamente definibile una stranezza o una anomalia, cela, invece, un disegno più subdolo: quello di nascondere i propri torti facendo ricadere la colpa sulla parte avversa. E l’espediente (de Fonseca Pimentel docet) sembra funzionare, se ancora oggi si fanno accesi dibattiti sull’argomento. E’ proprio di pochi giorni fa una nuova discussione nata tra un lettore e il direttore del Corriere del Mezzogiorno per un articolo a firma di Pietro Treccagnoli pubblicato sul Corriere il 22 gennaio di quest’anno.

     Nell’articolo si invitano i giacobini odierni (ai quali non viene contestato il diritto ad essere tali) ad usare un poco di moderazione nella celebrazione delle vittime della Repubblica Napoletana, e a non insistere nel definire  la repressione del Borbone  un bagno di sangue che fece inorridire le cancellerie dell’intera Europa. L’invito viene rivolto senza toni da quaresimalista. In sostanza, viene chiesto almeno di non  pretendere addirittura di elevare agli onori dell’altare persone che, a “voler essere benevoli”, si sono schierate dalla parte dell’invasore,e, a voler essere obiettivi, sono da considerare a tutti gli effetti traditori. E’ contro questa insistenza che l’estensore dell’articolo, invita a non piangere i caduti né come Martiri (con l’iniziale rigorosamente maiuscola) né come “emblemi dell’armonia perduta (accarezzandone) amorevolmente le effigi alla prima occasione che capita per spiegare come, decapitata della meglio gioventù, Napoli non ebbe più occasione di riprendersi”.

     Ora, se, per un eccesso di magnanimità e di infinita misericordia, vogliamo assolvere i vari Pagano, Cirillo, Serra di Cassano, Caracciolo, de Fonseca, Sanfelice, ecc. riconoscendogli come attenuante la buona fede  (cosa molto improbabile,visto che i sunnominati erano considerati la crema dell’ intellettualità), perdonandogli anche le fucilazioni fatte all’ultimo momento di vita della breve repubblica (come quella dei Baccher e compagni) non possiamo, per un principio di uguaglianza, non riconoscere a Ferdinando e a Carolina il diritto di prendere provvedimenti contro coloro che avevano attentato alla loro vita e brigato per abbattere la dinastia, procurando alla nazione un numero sterminato di vittime (questo, sì, un bagno di sangue che, però, non fece inorridire l’Europa), di stupri di massa, di rapine e saccheggi.

     Consideriamo la cosa  anche dal punto di vista di chi ha visto in pericolo non solo il proprio regno, ma la propria vita.

     La Repubblica Napoletana, nata come succube di un “giacobinismo d’importazione”, è stata, come uno Stato ideale, solamente vagheggiata, lontana dalla realtà, come non potette fare a meno di ammettere lo stesso Cuoco (1).

     Il lettore entrato in contraddittorio con il direttore del Corriere – devo dire, senza la pacatezza del Treccagnoli – esordisce affermando che il Ruffo “ eccitò i più retrivi istinti delle plebi meridionali”; come se farsi ammazzare per scacciare un esercito invasore fosse stata un’azione riprovevole, mentre azione degna di essere tramandata come eroica era da considerarsi quella di far invadere la propria nazione da un esercito straniero e di prendere a cannonate i propri concittadini. Ma il punto su cui il lettore insiste maggiormente, facendone un capo d’accusa per i Treccagnoli, è che quest’ ultimo “ignora che uno dei primi atti di quella repubblica fu l’abolizione dei fedecommessi e della primogenitura!”

     Figurarsi come la cosa potesse interessare i lazzari o le “plebi” che non avevano né un tetto sotto cui ricoverarsi né un qualcosa che potesse somigliare anche lontanamente ad un letto!!

     Rispondendo al lettore, il direttore conclude:”… Per quanto mi riguarda, diffido sempre di chi pensa d’avere in tasca la verità e, in nome di questa, distribuisce scomuniche appena qualcuno osa pronunciare una parola non scritta nel copione. Lei senza dubbio ricorderà  la pratica staliniana di cancellare le tracce degli avversari dalle foto e dai documenti: ebbene, non vorrei che ci stessimo avviando su questa china, demonizzando a priori chi prova a spalancare le porte delle chiese in cui si celebrano i riti del conformismo per intonare un salmo diverso. Sarebbe un segnale inquietante per una città che, ridotta ormai all’insussistenza sulla scena nazionale, trova rifugio in una dimensione tribale nella quale ciascuno difende i suoi totem a scapito della libertà di critica”.

     Vorrei sbagliarmi, ma, nello stratagemma di demonizzare la parte avversa per coprire le proprie colpe, vedo molte analogie e un tenace filo che lega intimamente tra di loro la Repubblica Napoletana con i suoi “Martiri” all’epopea del Risorgimento con i suoi “eroi”.

Castrese Lucio Schiano – 11 febbraio 2021

  (1)

“Le idee della rivoluzione di Napoli avrebbero potuto essere popolari, ove si avesse voluto trarle dal fondo istesso della nazione. Tratte da una costituzione straniera, erano lontanissime dalla nostra; fondate sopra massime troppo astratte, erano lontanissime da’ sensi, e, quel ch’è piú, si aggiungevano ad esse, come leggi, tutti gli usi, tutt’i capricci e talora tutt’i difetti di un altro popolo, lontanissimi dai nostri difetti, da’ nostri capricci, dagli usi nostri… Se mai la repubblica si fosse fondata da noi medesimi, se la costituzione, diretta dalle idee eterne della giustizia, si fosse fondata sui bisogni e sugli usi del popolo; se un’autorità che il popolo credeva legittima e nazionale, invece di parlargli un astruso linguaggio che esso non intendeva, gli avesse procurato dei beni reali, e liberato lo avesse da que’ mali che soffriva… forse… chi sa?… noi non piangeremmo ora sui miseri avanzi di una patria desolata e degna di una sorte migliore… La nostra rivoluzione, essendo una rivoluzione passiva, l’unico mezzo di condurla a buon fine era quello di guadagnare l’opinione del popolo. Ma le vedute de’ patrioti e quelle del popolo non erano le stesse: essi avevano diverse idee, diversi costumi e finanche due lingue diverse”. (V. Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799)

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