Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

1799: UN ANNO DRAMMATICO PER RIPALIMOSANI

Posted by on Dic 22, 2020

1799: UN ANNO DRAMMATICO PER RIPALIMOSANI

Nella piazza principale di Ripalimosani, all’alba del 3 febbraio 1799, l’artigiano Domenicangelo Camposarcuno, detto “Coccitto”, vestito “di sarica di panno color blu, camiciola e calzoni anche blu di velluto, fascia di lana verde intorno, calzette di lana color violaceo e scarpe bianche appuntate .. con fucile, pugnale e baionetta”, seguito da un gruppo di contadini armati di scure, abbatterono in un attimo l’albero della libertà innalzato dai repubblicani innanzi alla chiesa di S. Michele.

Questo è solo l’inizio di quella drammatica giornata che, fortunatamente più unica che rara nella storia di Ripa, fu teatro di sanguinosi omicidi commessi dai “cafoni” inferociti contro i nuovi padroni terrieri, ma prima di proseguire con il mesto racconto è opportuno analizzare il quadro storico di quell’epoca ed i motivi che portarono all’esasperazione totale dei contadini, non solo ripesi, e a farsi giustizia a modo loro.

Già qualche anno prima, la Rivoluzione Francese stava sconvolgendo tutti i regni dell’Europa non soltanto per il propagarsi delle sue ideologie rivoluzionarie, ma anche per opera del generale dell’esercito francese Napoleone Bonaparte che stava avanzando in tutto il continente.

In Italia tali ideologie precedettero la calata del generale e ne prepararono il terreno tanto che a Roma un presidio d’avanguardia napoleonica osò penetrare negli appartamenti pontifici ed intimare il vecchio Papa Pio VI, ivi regnante da più di un ventennio, ad abbandonare Roma per far posto alla Repubblica Romana di stampo francese (15 febbraio 1798). Stessa sorte toccò al Re di Napoli Ferdinando IV di Borbone che, non resistendo a lungo alla pressione del popolo e delle truppe francesi, fu costretto a riparare in Sicilia, mentre il Regno di Napoli diventava la Repubblica Partenopea (22 gennaio 1799).

Re Ferdinando, però, riuscì a riordinare in Sicilia un esercito di fedelissimi, soldati mercenari, appena sufficienti per marciare verso Napoli, e coadiuvato dagli uomini del Cardinale Ruffo, riconquistò il trono il 18 giugno 1799. Ivi, rafforzandosi, continuò la marcia verso Roma dove rovesciò il 30 settembre 1799 la Repubblica Romana. Un anno, dunque, intenso di avvenimenti e movimenti, non solo in Italia. Ma perché le masse dei contadini non guardavano con molta simpatia gli ideali della Rivoluzione Francese?
 
Dopo anni e anni di regime feudale il contadino viveva di stento e carico di gravezze ed angherie di ogni genere. C’era quindi una volontà di rinnovamento. I contadini tuttavia, rozzi ed ignoranti com’erano, restavano confusi e distaccati dalle idee francesi; tanto più che gli stessi giacobini, la nuova classe dirigente della Repubblica, non avevano ancora assimilato fino in fondo quegli ideali, nè andarono incontro alle reali esigenze di un popolo che aveva più fame di pane che di metodi. Anzi, essi fecero man bassa di tutto distorcendo le vere finalità della rivoluzione. Famosa è rimasta la versione popolaresca in modo satirico del motto “egalitè, libertè, fraternitè. tutto a me e niente a te!”.

Ripalimosani in quell’anno, come anche in altre diverse località molisane, terrorizzò con fatti di sangue la Provincia intera.

Il paese fu una delle prime terre ad innalzare l’albero della libertà che consisteva in un naturale albero, per lo più di quercia o di pioppo, che si ripiantava con tutte le sue radici nella piazza principale, come simbolo repubblicano del potere popolare, adornato spesso di fiori e fettuccie tricolori per sottolineare l’idea nazionalistica di quegli anni, ma quel giorno “a colpi di scure l’abbattono”, come ci descrive il Mancini nella sua monografia su Ripalimosani, “facendo suonare le campane all’armi, saccheggiano, distruggono, uccidono. Incendiano la casa comunale distruggendone l’archivio; assalgono le case dei patrioti, le vuotano, vi appiccano il fuoco, dandosi perdutamente ai più orrendi delitti di sangue”.

I patrioti ripesi che persero la vita furono:
Carlo Maria Ferrante; Cecilia Catamario consorte del predetto; Luigi Ferrante, figlio dei predetti Carlo e Cecilia; Sisto Ambrogio Ferrante; Nicolangelo Maria Trivisonno; Francesco Trivisonno; Nicolangelo Marinelli; Domenicangelo Tancredi; Luigi Biagio Antonio Marinelli; Luca Antonio Sabetta; altri furono inseguiti per le campagne. Uno di essi, Giuseppe Ferrante, ferito alla testa, creduto morto venne abbandonato ma riavutosi si fece medicare a Campobasso. Altri ancora si rifugiarono nel palazzo marchesale, l’ingresso del quale non fu forzato solo per il timore di “cadere nel profondo trabocchetto”.

La folla, arringata pure dai contadini Matteo Trivisonno, Gaetano D’Alessandro e Gennaro Palermo, ed infiammata dalle parole della moglie di quest’ultimo: Rosa Trivisonno detta “la Rosetta” la quale gridava: “eme nnettà (cioè dobbiamo ripulire) a Ripe de tutte i zazzere e perrecchelle (i galantuomini); eme fa sparì pure i rerechelle” (le radici). Insomma fu “un’orgia di sangue che cessò dopo due ore”.

Avuta notizia della strage, le truppe repubblicane si portarono da Campobasso a Ripa, circondarono l’abitato e procedettero a numerosi arresti e ad undici fucilazioni.

“Le teste degli sciagurati vennero esposte alle mura della città, in gabbie, e le loro spoglie, sepolte in comune, in una fossa nelle vicinanze della cappella di San Giovanniello”.

Fra questi non vi erano il Camposarcuno e il D’Alessandro, i quali, sfuggiti alla cattura, si aggregarono al terribile brigante Carlozzi Giovanni, di Montagano, detto “Furia”, che terrorizzava i paesi circostanti.

Il 20 ottobre 1801 i due ripesi caddero in una imboscata, e circondati reagirono ingaggiando un conflitto a fuoco durante il quale “Coccitto” fu ucciso e D’Alessandro ferito ed arrestato. Il corpo del primo venne deposto davanti alla chiesa di S. Michele e la sua testa, staccata dal tronco, esposta prima in cima ad una piramide elevata sulla piazza e poi, per timore di essere trafugata, rinchiusa in una gabbia appesa all’angolo del Palazzo.

Vero è che i contadini molisani, e di tutto il Mezzogiorno, fino a quegli anni hanno sopportato troppo, ed il vedere un cambiamento rivoluzionario di grande portata, che peggiorava la loro condizione, divenne il pretesto per giustificare il loro sfogo che spontaneamente portava alla violenza più crudele.

Per avere un’idea del loro stato, così scriveva il Galanti nel 1781 nel suo libro “Descrizione dello stato antico ed attuale del Contado di Molise”: “Il contadino vive del proprio stento perché caricato di gravezze e soffre angarie di ogni genere che i padroni dei fondi sono così facili e diligenti ad introdurre . Si fa quasi sempre della giustizia un abuso orribile. Per ogni minimo trascorso (e talvolta supposto) un povero contadino è imprigionato e, per le cause più ingiuste, gli si sequestrano e vendono i beni fino ad un asino che talvolta è tutto il suo patrimonio, fino agli strumenti del suo lavoro.”

Similmente il nostro compaesano Francesco Longano nella sua opera “Viaggio per lo Contado del Molise” del 1789 descrive il miserevole tenore di vita dei mezzadri fittuari, e quasi a profetizzare scrisse che lo stesso sarebbe stato “una feconda sorgente di commozioni popolari e di guerre intestine”.

Fu facile allora per il Cardinale Ruffo riuscire a mobilitare migliaia di contadini che inquadrati in bande (sanfediste) si scatenarono contro le persone e le cose del nuovo regime. La stessa Chiesa considerava ciò una nuova crociata contro gli infedeli, anche se quei nuovi ideali si sposavano perfettamente con quelli del Vangelo!

Difatti alla fine, per fortuna, quella ideologia francese ebbe la meglio travolgendo tutto, sebbene imposta dalla cruenza di Napoleone che dove interveniva lui crollava il mondo antico e sorgeva il nuovo, in tutti i paesi occupati scomparivano le disuguaglianze di diritto tra le varie classi sociali, non vi erano più né nobiltà né più clero come corpi onnipotenti.

Insomma un nuovo mondo, quello moderno basato sulla democrazia, sulla giustizia uguale per tutti, sul diritto della proprietà privata, stava nascendo come un parto tra dolori e sofferenze, ed a distanza di due secoli tuttora quelle ideologie hanno ancora parecchio da dire.

Bibliografia:
– A. Mancini: “Ripalimosani appunti e note di storia paesana” – 1939
– Nicolino Camposarcuno: “Il Gazzettino”
– Sabino D’Acunto: “Il molise attraverso i secoli” – 1987

Antonio Iammarino

fonte

http://www.ripalimosanionline.it/1799.php

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.