22 DICEMBRE 1798 ASSALTO DEI FRANCESI A NERETO E IMPROVVISA LORO FUGA
I FRANCESI IN ITALIA
Nel 1796 la Francia era impegnata nella guerra contro l’Austria. Il Direttorio affidò al giovane generale Napoleone Bonaparte l’incarico di invadere il Piemonte e la Lombardia. Milano fu conquistata il 15 maggio 1796. Pian piano dall’Italia settentrionale furono cacciate le numerose divisioni austriache. Ci fu il trattato di Campoformio il 17 ottobre 1797, Francia e Austria cessarono dicombattere, però l’Austria si annetteva i territori della Repubblica di Venezia.
In più parti i francesi furono accolti come liberatori, in particolare dall’alta borghesia. Nacquero le repubbliche ”giacobine”. Furono aboliti i privilegi feudali, fu proclamata l’uguaglianza dei cittadini, vennero perseguitati i patrioti più accesi e furono chiusi alcuni giornali. All’interno delle repubbliche il potere era in mano alle assemblee elette dai cittadini, ma di fatto erano i francesi a scegliere gli uomini di governo, ad approvare la formulazione e l’applicazione delle leggi e dei tributi [1]
L’INVASIONE DEI FRANCESI IN VALVIBRATA E IN ALTRE LOCALITÀ DELLA PROVINCIA DI TERAMO
Il Re di Napoli era mollo preoccupalo dei successi riportati dall’esercito napoleonico. Per garantire l’incolumiltà1 del suo Regno promosse un arruolamento in tutte le provincie.[2] Poiché i francesi erano arrivati nel vicino Stato Pontificio, cercò di creare una robusta linea di difesa in tutta la fascia sud che costeggiava il fiume Tronto. Lo sconfinamento dei francesi verso il Regno di Napoli doveva essere evitato con tutti i mezzi.
Oltre all’utilizzo dei volontari pagati con 25 grana al giorno, in tutta la zona cli frontiera (zona di S. Scolastica di Corropoli in un primo momento e poi a Nereto, Torano, S. Omero, Civitella e Teramo in una fase successiva) furono accantonati i reggimenti Puglia, Regina e Real Napoli, seguiti da un parco di grossa artiglieria. Era il 12 luglio 1796. Tutta la truppa era comandata dal generale Pignatellì-Cerchiara, che fissò il suo quartier generale nella Badia di Corropoli e a Nereto. Le truppe furono distribuite tra Corropoli, Nereto, Torano, S. Omero, Controguerra e Colonnella[3] Poiché non vi erano ambienti sufficientemente spaziosi, gli uomini erano costretti a vivere in condizioni di grande disagio.
Si sviluppò un terribile tifo nervoso che si propagò anche tra la popolazione civile. Tantissime erano le persone che giornalmente morivano•.[4] Per correre ai ripari, fu deciso di effettuare degli spostamenti: i granatieri furono spostati a Campli. il reggimento Regina ad Atri. il Real Napoli a Penne e il Puglia a Chieti. A Teramo restarono i volontari. Si ammalò anche il Generale Pignatellii, però di altra grave malattia. Ebbe il permesso di tornarsene a Napoli. Giunto a Sulmona ci fu un aggravamento della malattia. Volle vestirsi in grande uniforme e volle mettersi a sedere su una sedia dicendo che sarebbe stato vergognoso per un militare morire nudo, in un letto.[5] Il comando fu assunto da Zannoni. Il giorno 15 luglio, a Corropoli furono fustigati sette soldati, del Real Napoli che avevano disertato.[6]
Intanto il Re di Napoli continuava a sollecitare l’arruolamento dei volontari, promettendo compensi di ogni genere.
Ospedali vennero allestiti a Sellante (nel soppresso Convento del Carmine), a Mosciano (nel Convento dei frati, oggi “7 fratelli”) ed a Giulia (in vari edifici privati)[7]
I soldati non avevano il necessario per dormire e per mangiare.
I comuni non erano più in grado di reperire fondi per affrontare le enormi spese e non disponevano più di stalle, paglia, fieno, alloggi.
Il 27 agosto 1796 pervenne un dispaccio con l’ordine che tutte le persone abili, dai 16 ai 55 anni, si armassero con roncole, aste, accette, spade ed altri arnesi simili e si recassero ai confini al primo avviso che fosse stato dato loro per mezzo del suono delle campane.[8] Come compenso costoro sarebbero stati esentati dai pesi f1scah per un decennio.
Il 7 gennaio 1797 il Tenente Colonnello del Reggimento Puglia, cavaliere Tresca, a causa dell’epidemia mori nell’ospedale di Giulia e lasciò tutti I suoi avere per far celebrare messe, per i soldati e per opere di beneficenza.[9]
Per far fronte alla grave situazione economica furono requisiti oggetti d’oro e d’argento che si conservavano nelle chiese e nelle case private. In cambio i proprietari ricevevano “fede di credito” creati a vuoto Esibendo queste fedi, al termine della guerra, tutti potevano essere rimborsati con somme che corrispondessero al valore degli oggetti requisiti.
ALA DESTRA
Dopo Zannoni il comando passò prima a Salandra e poi a Micheroux. Il 20 novembre giunse l’ordine che le truppe dovevano portarsi nella zona di frontiera. Tutti si riunirono nel punto di più facile accesso per i francesi, cioè nella piana di Gabbiano di Corropoli. Queste truppe costituivano l’ala destra dell’esercito napoletano. In totale erano 8.000 soldati. Le tende e il materiale da guerra erano sistemati in grande ordine.[10] I francesi si trovavano esattamente a Torre di Palma, oltre il fiume Tronto ed erano pronti all’attacco.
L’esercito napoletano intanto oltrepassò il Tronto per mezzo di un ponte di barche e sfondò la cavalleria francese.
Avanzò il Reggimento Regina, ma presto si disperse sotto il violento cannoneggiamento dei francesi. Avanzò poi il Reggimento Puglia che si disperse come il precedente. Avanzarono allora due battaglioni del Real Napoli, salirono la collina e sorpresero i francesi alle spalle sconfiggendoli.
Dopo la vittoria tornarono nella pianura di Gabbiano e notarono con sorpresa che il loro campo era stato totalmente abbandonato dai napoletani e il materiale da guerra era disseminato dappertutto.[11]
Il generale Micheroix che stava a Pescara si rese conto che la guerra per loro ormai era persa.
I tradimenti
L’esercito napoletano era stato tradito da Micheroux e da altri ufficiali. Questi comunicarono i segreti dei loro piani strategici ai francesi. Poi fecero in modo da far disertare i soldati. Gli ufficiali napoletani venivano pagati sia dal Re di Napoli che dai francesi.
I francesi nel teramano e nell’ascolano.
Duhesme, il generale francese, attraversò il Tronto ed anch’egli sistemò il suo quartier
generale alla Badia di Corropoli. Verso Teramo fu mandato il generale Rusca. Si era ai primi di dicembre del 1798.
Rusca si presentò a Civitella ed ordinò la resa di quel forte. Dentro c’erano circa 30 invalidi,
90 reclute e 64 francesi che erano stati fatti prigionieri durate i primi scontri.
Il castellano Lacombe si arrese. Il giorno 9 Rusca entrò a Campli e l’11 a Teramo.[12]
I francesi imposero subito forti tasse alla popolazione. Obbligarono il vescovo Luigi Maria Pirelli a versare 4.000 ducati, però il vescovo riuscì a pagarne soltanto 1.700.
I francesi saccheggiarono il seminario e portarono via olio, vino, salami, prosciutti, formaggio e tanti altri generi alimentari e oggetti preziosi.[13]
Tutto questo provocò estesi risentimenti in particolare tra le classi popolari.
Ci furono insurrezioni un po’ dovunque. Ad Ascoli gli insorti, guidati dal brigante Sciabolone, ebbero la meglio sugli occupanti.
A L’Aquila gli insorti erano guidati da Giovanni Salomone, ex armigero baronale, a Popoli fu ucciso il generale francese Point, a Chieti stava per soccombere il generale Duhesme, e fu salvato Grazie grazie all’arrivo del generale Rusca.
A Nereto furono uccisi alcuni francesi. Il 20 dicembre 1798 i francesi si scontrarono a Controguerra con le masse raccolte da Filiberto Orsetti. Altro scontro si verificò il giorno 22 nella pianura del fiume Tronto.
Il 20 dicembre 140 francesi si stavano dirigendo ad Acquasanta (AP) per impossessarsi del paese. Alcuni diedero l’allarme suonando le campane a martello. Gli abitanti si armarono, corsero incontro ai francesi e ne uccisero cento. Gli altri 40 si arresero. Sempre il 20 dicembre, tre ufficiali francesi furono sequestrati in località Cartecchio di Teramo. Questi ufficiali ignoravano che dalla città i francesi fossero stati cacciati dai ribelli.
Il successo dei teramani però ebbe breve durata perché il 22 dicembre, 500 francesi, favoriti dai giacobini locali, tornarono a Teramo facendo una strage e imprigionando tanti cittadini che il 30 dicembre 1798 furono fucilati a Porta S. Giorgio. Ebbero salva la vita solo quelli che pagarono 3-400 ducati.[14]
I francesi occuparono Napoli il 23 gennaio 1799 e proclamarono subito a Repubblica partenopea.
22 Dicembre 1798
ASSALTO DEI FRANCESI A NERETO E IMPROVVISA LORO FUGA
Come abbiamo già trattato in un altro capitolo, i francesI avevano sconfitto gli eserciti napoletani e si erano impadroniti del nostro Regno di Napoli. Agli inizi della seconda quindicina di dicembre del 1798, alcuni francesi , alcuni dei quali invalidi, stavano attraversando il territorio cittadino per raggiungere la loro base di Giulianova, quando furono selvaggiamente aggrediti da un gruppo di neretesi fedeli del Re di Napoli. Nello scontro furono uccisi alcuni francesi.
La reazione degli ufficiali napoleonici fu immediata e la spedizione punitiva non si fece attendere. Il generale Planta, ottenuta la necessaria autorizzazione da parte del generale Duhesme del comando regionale di Chiet i, alla guida di 600 uomini armati fino ai denti si diresse verso Nereto per saccheggiare uccidere e distruggere col fuoco l’intero abitato.
Nereto che fino a quel momento era stata un’isola di tranquillità, si trasformò improvvisamente in un luogo di dolore. La notizia dell’imminente attacco aveva creato panico e smarrimento generale. Molti capifamiglia si riunirono in piazza, come a consiglio, e pronunciarono parole di profondo sdegno nei confronti di quei concittadini che con il loro comportamento irresponsabile avevano causato quella situazione che si stava trasformando in momenti di grande dolore e lutto. Al fine di rallentare la marcia dei nemici e di rendere più difficoltoso il trasporto dei cannoni, molti uomini avevano tagliato e posti di traverso lungo la strada tutte le querci ed altri alberi grandi che vegetavano ai bordi.
Coloro che potevano farlo, fuggivano, ma lai medesima cosa non potevano fare gli anziani, i malati, i bambini e le lor o mamme. Impotenti e piangendo costoro attendevano rassegnati l’imminente fine. L’unica speranza per sfuggire alla morte era quella di invocare la protezione della Madonna della Consolazione che da anni, in varie maniere, aveva protetto gli abitanti di quella cittadina.
Giungevano notizie che il nemico si stata avvicinando. Era la notte del 22 dicembre 1798. Si udiva già il rullo dei tamburi e la luce della luna permetteva di vedere da lontano il luccichio delle baionette e di altre armi francesi.
Anziani, donne e bambini intanto si radunarono attorno alla chiesa e, in ginocchio rivolevano ad alta voce accorate preghiere a Maria Santissima della Consolazione. Nella speranza di avere il soccorso degli abitanti dei luoghi vicini, pensarono di salire sul campanile per suonare la campana a stormo, proprio come in passato aveva ordinato il Re di Napoli in caso di pericolo.
Nicolina Tonelli, donna ultrasettantenne, debole e zoppa, in pochi attimi salì sul campanile e, raggiunto il piano, si mise a suonare a martello una campana. Nel frattempo cominciarono a giungere i francesi e lei si nascose all’interno della campana grande per non farsi prendere dai colpi degli archibugi.
Nicolina continuava a chiedere aiuto alla Madonna e la medesima cosa facevano i neretini rimasti nei pressi della chiesa.
I francesi, man mano che arrivavano, si radunavano nel largo dell’Addolorata, poi piazza Dante Alighieri, della Verdura intorno al 1930, del Commercio, oggi piazza Marconi. Si attendeva il momento dell’attacco, ma questo non giungeva. Agli ufficiali francesi si avvicinarono le autorità locali. Ci furono delle lunghe trattative ed alla fine si giunse ad un accordo. Anziché avanzare, i francesi iniziarono la ritirata.
Il popolo, di fronte allo scampato pericolo, si rese conto che vi doveva essere stato il miracoloso intervento della Madonna della Consolazione. Tutti entrarono in chiesa e, facendo corona attorno ai religiosi in ginocchio sull’altare, rivolsero preghiere si ringraziamento alla loro miracolosa Madonna.
Nel frattempo erano giunti a Nereto cittadini dei paesi vicini che inseguirono i francesi in fuga. A causa della fuga frettolosa e del panico, di soldati ne perirono molti. Successivamente si apprese che i francesi si erano spaventati di una grossa armata che, minacciosa, si avvicinava contro di essi.
In base agli accordi, Nereto dovette versare ai francesi circa duemila ducati e dovette purtroppo accettare la fucilazione dei responsabili della morte dei soldati francesi, uccisi durante il loro pacifico passaggio in paese per rientrare nella sede di Giulianova. Si gridò al miracolo e, perché la memoria dello scampato pericolo non andasse perduta, ogni anno, alle due ore di notte del 22 dicembre, si suonò la campana grande fino al 1806. La tradizione fu interrotta, ma col passare degli anni fu ripresa.[15]
Durante l’invasione francese furono tantissime le spedizioni punitive a danno di varie località del teramano, dell’intero Abruzzo e delle Marche. Tanti furono i cittadini fucilati, anche per colpe minime. Molti morivano però anche a causa della terribile epidemia che si era sviluppata in seguito all’ammassamento delle truppe.
Negli atti di morte tratti dai libri parrocchiali di Nereteo, troviamo che tra il 1796 e il 1797, 28 furono i morti tra i civili e i militari. Tra lafie del 1700 e l’inizio del 1800, tra Chieti e Teramo, moriono oltre 57 persone, in massima parte fucilati (Cfr. Coppa-Zuccari, cit. p.172, doc. LIII).
Nell’archivio parrocchiale di Nereto, nel registro dei morti, alla data del 22 dicembre 1798, al foglio 78 verso, troviamo che alcuni inermi parrocchiani, mentre tentavano di fuggire furono barbaramente trucidati. Questi ultimi furono tutti sepolti nella chiesa di S. Naria della Consolazione (v. pp. 45 e 46).
È DDOCIÉNDANNE
Séme arrevate già a ddociéndanne
Da quande fu graziate stu paese;
fu la Madonna a nen fa’ fa’ li danne
che s’era misse a mmende li Frangese.
Quande vedò jò ‘mbiazza cèrqu’e can-
ne,
viécchije e frechì a corre lò li chiese;
quande sendò lu cambanò, llu ranne,
e tutte a piagne, nghe li muse appese,
je vinne pjta a chella sanda Donna.
E sié che fice? A li Frangese, bbàda,
nu mucchije de soldate, ‘na culonna,
je fice cumbarì mmezz’a la strdada.
Se ne scappèva, povere nemice,
jèva tutte a fa’ la terra pe li cice!
Vinicio Ciafrè
Aprile 1998
[1] Cfr. GABRIELE DE ROSA, Storia contemporanea, vol. 2°, Minerva Italica, Bergamo 1972;
ALDO BUDRIESI, Tu e la storia, vol 2, Loescher editore, Torino, 1972; RICCARDO NERI, Progetto Storia, vol 2, La Nuova Italia, Firenze 1990.
[2] Cfr. LUCIA LIBERALE, L’invasione Francese in Sulmona e nel Circondario, 1799-1815, Rotary Club-Sulmona, 1969, p. 47.
[3] Cfr. LUIGI COPPA-ZUCCARI, L’invasione francese negli Abruzzi, vol. 3, Tipografia Consorzio Nazionale, Roma, 1934, p. 23.
[4] Cfr. LUIGI COPPA-ZUCCARI, vol. 3°,cit., p. 29.vol. 4°, pp. 212-255 (documenti).
[5] Cfr. LUIGI COPPA-ZUCCARI, vol. 3°, cit., p. 32
[6] Cfr. LUIGI COPPA-ZUCCARI, vol. 3°, cit., p. 24
[7] Cfr. LUIGI COPPA-ZUCCARI, vol. 3°, cit., p. 29
[8] Cfr. LUIGI COPPA-ZUCCARI, vol. 3°, cit., p. 31
[9] Cfr. LUIGI COPPA-ZUCCARI, vol. 3°, cit., p. 31
[10] Cfr. LUIGI COPPA-ZUCCARI, vol. 3°, cit., p. 46, n. 1
[11] Cfr. LUIGI COPPA-ZUCCARI, vol. 4°, cit., pp. 397 e 398, documento CLXXVII; Cfr. PANCRAZIO PALMA, Compendio della storia civile del Pretuzio. Ed. Giuseppe Marsilli, 1850, p. 293 e segg. Edizione 1914, pp. 309 e 310.
[12] Cfr. PANCRAZIO PALMA, Compendio della storia civile del Pretuzio. Ed. Giuseppe Marsilli, 1850, p. 294.
[13] Cfr. LUIGI COPPA-ZUCCARI, vol. 3°, cit., pp. 53-56.
[14] Cfr. LUIGI COPPA-ZUCCARI, vol. 3°, cit., da p. 63 a p. 75 (Testo e note).
[15] Nell’archivio comunale di Nereto siconservava una ricca documentazione riguardante il perioro dell’invazione francese. Intorno al 1930, quando l’archivio della vecchia sede fu portato nel nuovo edificio comunale, detta documentazione andò totalmente distrutta (Cfr, Coppa-Zuccari, L’invasine francese negli Abruzzi (1798-1815), Vol 4°, tipografia Consorzio Nazionale, roma, p. 864, nella voce “Nereto”).
testo inviato da
Tito Rubini




foto di Adriana Gandolfi





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