250 ANNI DI SETE A SAN LEUCIO
Il 25 marzo del 1776 venne posta formalmente la prima pietra del villaggio di San Leucio, alle pendici tifatine del Montesammarco di Caserta, non distante dalla nascente reggia vanvitelliana. Con la creazione di una piccola fabbrica di richiestissimi veli “con un successo superiore all’aspettativa” ebbe inizio lo sviluppo dell’arte serica borbonica.
L’intera zona, già di proprietà dei principi Acquaviva, era stata acquistata nel 1750 da Carlo di Borbone con tutto il Belvedere per farne una riserva di caccia. L’erede Ferdinando, che in gioventù vi aveva trascorso tante belle giornate all’aria aperta, l’aveva fatta recintare nel 1773, e vi aveva fatto costruire una nuova residenza e una vaccheria per l’allevamento delle mucche sarde, poi incaricando l’architetto Francesco Collecini della ristrutturazione dello stesso Belvedere per il nuovo borgo, che si sarebbe dovuto chiamare “Ferdinandopoli”.
Erano gli anni del terribile vaiolo, che nel 1777 colpì a morte il trentenne Filippo, fratello di Ferdinando. Il ventiseienne Re, con la consorte Maria Carolina e il primogenito Carlo Tito appena nato, si era trasferito a Caserta per evitare che la famiglia reale fosse contagiata dallo sventurato congiunto. Egli stesso, assai cattolico, sfidò con gran coraggio il rischio delle primissime inoculazioni contro il virus e le condanne degli ambienti religiosi, nonché le dure critiche dell’ancor più cattolico padre, preoccupatissimo a Madrid, al quale scrisse a inoculazione compiuta per informarlo che, dopo un bel po’ di pustole comparse sul viso e sul corpo, le cose procedevano bene e si sentiva più tranquillo.
Sotto il Natale del 1778 un altro tragico lutto colpì Ferdinando e Maria Carolina. L’innesto del vaiolo nel piccolo Carlo Tito, erede al trono, non produsse gli effetti sperati, e l’amato principino, a dicembre, morì a soli quattro anni non ancora compiuti.
Il Re, profondamente scosso e addolorato, abbandonò San Leucio, rifugio di una spensieratezza ormai andata e non più consentita dalla grande sofferenza. L’identica sorte toccata in seguito ad altri figli morti di vaiolo rese ancora più doloroso quel luogo di svago, che fu ripensato. Ferdinando, alla luce del crescente successo del prodotto serico borbonico, decise di accentrare in un nuovo opificio tutte le lavorazioni (nel 1782 era stata inaugurata la lavorazione delle calze di seta; nel 1785, la lavorazione dei drappi di seta).
I lavori di trasformazione e ampliamento del Belvedere, da tenuta reale ad edificio generale della seta, terminarono undici anni dopo, quando, nel 1789, il borgo fu definitivamente convertito in una comunità industriale per “l’utile dello Stato e delle famiglie”, destinato a essere abitato dalle famiglie degli operai delle manifatture seriche in esse impiegati nella produzione delle più belle sete d’Occidente. Il borgo fu dotato di tutto quanto necessario all’istruzione scolastica e professionale dei coloni, mandati a formarsi in Piemonte e in Francia. Per i bambini fu ordinata l’inoculazione obbligatoria.
Contemporaneamente, dalla Stamperia Reale, usciva la pubblicazione “Origine della popolazione di S. Leucio”, contenente tutta una serie di leggi che di fatto fissarono l’origine della società industriale, però basata su un ordinato sviluppo sociale. Si trattava di un quadro normativo di valore universale, comunemente conosciuto come “Statuto di San Leucio”, che affermava diritti, doveri, e principi di parità e meritocrazia, ponendo grande attenzione al ruolo della donna, cui, per la prima volta nella cultura occidentale, fu riconosciuta l’uguaglianza con l’uomo e il diritto di scelta matrimoniale.
Il borgo delle seterie di San Leucio, resta luogo di riflessione su quello che è vero e proprio punto di partenza della sociologia industriale d’Europa, nonché primo e unico esperimento concreto nella storia delle monarchie di convivenza dei sovrani con i sudditi, interrotto nel 1799 dai venti giacobini della rivoluzione francese.


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