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700° anniversario della morte di Dante Alighieri, un poeta nella lotta del secolo

Posted by on Giu 5, 2021

700° anniversario della morte di Dante Alighieri, un poeta nella lotta del secolo

Nove mesi prima della nascita a Firenze, nel maggio del 1265, sotto la costellazione del gemelli, di uno dei più grandi, se non il più grande, poeti dell’umanità, una cometa illumina il cielo della città toscana, “la città dei gigli”. Un’altra costellazione di nomi propri e stellati sembra presiedere alla vita dell’artista e ci ricorda quello che diceva il poeta tedesco Friedrich Holderlin:”il nome è il destino”. La madre di Dante si chiama Bella (diminutivo di Gabriella?),      l’amore del poeta si chiama Beatrice, cioè  quella che dà felicità, e il nome stesso del divino fiorentino annuncia bellezza e sofferenza che verranno: Dante, “colui  che dà”, diminutivo di Durante, “colui  che dura”, e Alighieri, il patronimico che significa “portatore d’ali”. Eccoci, per la grazia di questo onomastico, all’origine di un poema cattedratico  (“La Divina Commedia”) e al centro dell’esistenza del suo autore, una vita in cui si alternano il sublime e le prove e che racconta Jacqueline Risset nel suo appassionante “Dante, una vita”. Si doveva già alla stessa Jacqueline Risset una traduzione de “L’Inferno”, de “Il Purgatorio” e de “Il Paradiso”.  Lavoro scoraggiante ed erculeo a credere, tra gli altri, ad Antoine Rivaroll, che vi si arrischiò nel XVIII secolo e che imprecava contro il francese, lingua troppo casta e timorata, che impaurisce  ad ogni frase di quest’opera impressionante. Jacqueline Risset  ha ripulito la stalla di Augia all’Università con una traduzione scrupolosa ma limpida, che evita la trappola degli arcaismi sapienti e riesce a dare un’idea della “fragrante dolcezza”, de “la luce nuova” e del “dolcissimo idromele” de “la lingua volgare e illustre” che Dante magnificò tramite il suo poema d’oltretomba.

   Tutto comincia a Firenze, dove il giovanissimo rampollo di una famiglia di una modesta nobiltà  passeggia “la testa tutta cinta di sogni”, come dice graziosamente la Risset. Egli assiste alle processioni, ascolta le conversazioni variopinte e i poemi ambulanti, di cui ricorderà le rime. Dante Alighieri passeggia nella campagna incantata della Toscana, in quel paesaggio da leggenda, che comunica l’idea di perfezione terrestre. Questi scenari vanno a proteggere un’educazione piena di battisteri e di cipressi del pensiero, che invita anche ad una dolce fantasticheria: Dante apprende la grammatica, il disegno, la geometria, la retorica, l’aritmetrica, l’astronomia, la dialettica. Egli sa danzare, si interessa alle tecniche, si lega con i migliori musicisti del suo tempo, studia Aristotile, non tralascia i neoplatonici, si estasia su S. Francesco d’Assisi e conosce Virgilio Marone. “la dolce guida”.

   La grande opera sarà ugualmente nutrita dall’esperienza sensibile del mondo, dai suoi affari, dai suoi dolori e dalla sue speranze. Esce fuori dal libro di Jacqueline Risset l’immagine di un Dante tutto umano, malgrado il suo prodigioso poema, che faceva dire alla megera di Verona che non era straordinario che egli avesse la barba crespa e il colorito così bruno dopo un tale viaggio negli Inferi…Dante ha conosciuto l’amore casto ed impossibile, le taverne, la gioia della speculazione intellettuale e delle passeggiate a cavallo, il matrimonio e i figli, Jacopo, Pietro ed Antonio. Egli ha scambiato dei sonetti satirici ed ingiuriosi con l’amico Forese Donati, inserito nei canti XXIII e XXIV del “Purgatorio”. Come altri giganti, Cervantes, Camoens e Céline, l’artista ha vissuto l’esperienza essenziale: la guerra. Egli fu valoroso e conobbe la paura alla battaglia di Campaldino contro gli aretini, nel 1289, a soli 24 anni, o quando combatte con i quattrocento cavalieri lottanti contro Pisa. Dopo l’amore, le fiamme e le vertigini dell’esaltazione cortese, prima della spedizione  nell’aldilà, Dante ha abbracciato la realtà e il mondo, ivi compresa, nella sua manifestazione più tangibile e apparentemente più prosaica, la preoccupazione della città e del bene pubblico, cioè quello che si chiama ancora, ai nostri giorni, la politica. Vi si incontra un altro Dante, sorte di Kissinger medioevale, commenta la biografa, uomo d’azione sincero e teorico sottile. Egli entra il politica a trent’anni. Durante l’estate del 1300, Dante occuperà il priorato, la più alta funzione del governo fiorentino. Egli sarà anche l’interlocutore di Bonifacio VIII, il pontefice che sogna  di annettere la Toscana alla Santa Sede, a cui non piace molto lo spirito di indipendenza di Firenze, l’indisciplinata. Dal partito guelfo, cioè all’origine favorevole al papa, Dante raggiungerà, con i guelfi bianchi, il capo dei ghibellini e dell’imperatore, Enrico VII. Quando i terribili guelfi neri prenderanno il potere a Firenze, nel 1302, Dante è condannato a morte, accusato di baratteria. Egli lascia la sua città, non rivedendola  più. A Verona, a Padova, a Venezia, Dante erra come “un pellegrino quasi medicante”, ma a cui “il mondo è patria come ai pesci il mare”. Egli incontrerà l’immenso Giotto, riceverà l’ospitalità di alcuni aristocratici generosi ed ammirativi. Dante è divenuto “una nave senza vele e senza timone”, ma “una nave che naviga cantando”. E che canti! Quelli de “La Divina Commedia”, che meraviglia gli uomini da più di sette secoli. Terminato il capolavoro, Dante muore il 13 settembre 1321, a causa della malaria, come il suo maestro Virgilio, attraversando le terre sul delta paludoso del Po. Lo si seppellisce a Ravenna. Il suo corpo non sarà mai trasferito a Firenze, malgrado il pentimento della sua città natale e il fatto che un artista aveva promesso di creare una tomba degna del poeta e di cui egli aveva già disegnato i piani: questo architetto si chiamava Michelangelo Buonarroti, un nome tanto carezzante quanto quello di Alighieri, il portatore d’ali, il padre della lingua italiana, che era avanti, di qualche anno luce, rispetto ai neotradizionalisti e ai neomodernisti cattolici.    

  Alfredo Saccoccio

1 Comment

  1. Grande Alfredo!

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