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9 MAGGIO 1898: CANNONATE DI BAVA BECCARIS A MILANO

Posted by on Ott 10, 2021

9 MAGGIO 1898: CANNONATE DI BAVA BECCARIS A MILANO

La «protesta dello stomaco» a Milano è spenta nel sangue a Milano. Fu un aumento del grano da 35 a 60 centesimi al chilo, un’enormità per chi di fatto si nutriva di solo pane, a far scoppiare agitazioni, scioperi, manifestazioni in tutta Italia. La situazione più grave si determinò a Milano dove il generale Bava Beccaris  (nella foto) e le sue truppe massacrarono i dimostranti. Impossibile ancora adesso a distanza di quasi 120 anni, sapere quanti furono i morti. 

Dopo le «quattro giornate di Milano» del 1898, per l’opinione pubblica l’anziano ufficiale diventò un brutale sicario e il sovrano Umberto I il suo mandante. L’odio popolare crebbe nei mesi successivi fino a quando, il 29 luglio 1900, l’anarchico Gaetano Bresci «vendicò» le vittime milanesi con tre colpi di pistola che colpirono il sovrano a spalla, polmone e cuore chiudendo con lo spargimento di altro sangue una vicenda iniziata nella primavera di due anni prima. Nell’aprile del 1898 infatti l’aumento del costo del grano, causato dagli scarsi raccolti e dalle ridotte importazioni di grano statunitense per la guerra ispano – americana, fece esplodere la proteste in diverse piazze italiane. Le prime agitazioni ebbero luogo in Romagna e Puglia il 26 e 27 aprile, per poi estendersi a macchia d’olio e in forma sempre più accesa, nel resto del Paese, tanto da indurre il governo a decretare lo stato d’assedio per Firenze il 2 maggio e per Napoli, due giorni dopo. A Milano il malcontento esplose il 6 maggio all’ora di pranzo, quando la polizia fermò in via Galilei alcuni operai della Pirelli sorpresi a distribuire volantini contro il governo presieduto da Antonio Starabba, marchese di Rudinì, rappresentante della destra storica. Gli arrestati furono poi rilasciati ma ormai la tensione era salita alle stelle e alle 18.30 una folla di un migliaio di persone prese d’assedio la Questura milanese. Partirono i primi colpi d’arma da fuoco che ferirono mortalmente due manifestanti e un poliziotto. Il 7 maggio fu dichiarato lo sciopero generale che ben presto divenne rivolta aperta e dai cortei si passò alle barricate a Porta Venezia, Porta Vittoria, Porta Romana, Porta Ticinese e Porta Garibaldi. Il governo decretò lo stato d’assedio anche per Milano, nominando il generale Fiorenzo Bava Beccaris Regio commissario straordinario. Ufficiale di carriera, 67 anni, reduce delle guerre di Crimea e della seconda e terza d’Indipendenza, stabilì il suo quartiere generale sul sagrato del Duomo, decidendo di muoversi come in un campo di battaglia; è da lì che fu pianificato il massacro. E come in un campo di battaglia misurò le forze in campo, 4mila tra soldati e agenti di polizia per contenere 30/40mila mila manifestanti e passò all’azione. Inizialmente fece intervenire la cavalleria, ma le barricate ostacolavano le cariche e presto l’azione si disperse in mille piccoli scontri. L’8 maggio gli scontri ripresero. A Porta Ticinese venne eretta una barriera che avrebbe respinto qualsiasi attacco, anche per la presenza di centinaia di manifestanti. E Bava Beccaris rispose con i cannoni. I pezzi caricati a mitraglia della 2° batteria a cavallo spazzarono la piazza, provocando un numero imprecisato di morti e feriti, ma soprattutto lo sbandamento dei dimostranti. Tanto che in serata Beccaris potè telegrafare a Roma che la rivolta si poteva considerare domata. Gli scontri invece continuarono anche il 9 maggio, con scariche di fucileria da entrambe le parti. Così il vecchio generale decise di ricorrere nuovamente ai cannoni con i quali venne abbattuto il muro di cinta del convento dei Cappuccini di viale Piave dove si erano rifugiati alcuni rivoltosi. L’uso spregiudicato dell’artiglieria piegò effettivamente la rivolta, causando però un bagno di sangue mai quantificato. Secondo la Prefettura, le vittime accertate furono 88, 400 i feriti mentre secondo il cronista e politico repubblicano Paolo Valera, sarebbero state almeno 118 e i feriti oltre 400. Alcune fonti fecero salire il numero dei morti prima a 300, forse la stima più probabile, altre addirittura a 800. Per evitare conseguenze infatti molti familiari di morti e feriti non denunciarono i decessi né portarono i parenti all’ospedale. La sanguinosa repressione fruttò a Fiorenzo Bava Beccaris, poi passato alla storia come «il macellaio di Milano», la croce di Grande Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia il 5 giugno e la nomina a Senatore il 16. Più tardi fu un accanito sostenitore dell’entrata in guerra dell’Italia e successivamente tra i primi a suggerire a Vittorio Emanuele III la nomina di Benito Mussolini a presidente del Consiglio. Morì a Roma nel 1924, all’età di 93 anni.

La causa di fondo degli eccidi perpetrati a Milano come risposta alla fame dei cittadini sono tuttavia da ricercare nella incapacità politica della classe dirigente italiana di affrontare la questione sociale se non con il ricorso alla repressione, come era già accaduto per il cosiddetto brigantaggio, subito dopo l’unità d’Italia e per i moti dei fasci siciliani. Sia la destra che la sinistra storica, e in particolare i governi presieduti da Francesco Crispi, di fronte alle richieste di maggiore partecipazione popolare o di maggiore giustizia sociale non erano riusciti ad allargare le basi sociali dello Stato  che rimanevano in mano ad una élite molto ristretta la quale identificava il bene dello Stato con i propri interessi di classe. Di fronte a qualsiasi tentativo di ridefinire questi equilibri la risposta era sempre stata quella autoritaria e repressiva, che culminerà, proprio negli anni dei moti di Milano con la cosiddetta crisi di fine secolo e il tentativo di colpo di stato reazionario posto in atto dai governi di Antonio Di Rudinì e Luigi Pelloux con l’avvallo della corte e di Umberto I e teorizzato anche da eminenti esponenti del liberalismo come Sidney Sonnino nel suo articolo Torniamo allo statuto. Circa venti anni dopo, alla conclusione del primo conflitto mondiale, gli stessi ambienti favoriranno l’ascesa del fascismo che, da tale punto di vista, riprende una tendenza già in atto sin dagli inizi del Regno d’Italia e che riuscirà ad operare la nazionalizzazione delle masse, ma entro il contesto di un regime dittatoriale.

Galli Gabrile

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