Alta Terra di Lavoro

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Eleonora ed Andrea in compagnia di Lombroso e Niceforo

Posted by on Ott 5, 2020

Eleonora ed Andrea in compagnia di Lombroso e Niceforo

La tragedia dell’assassinio di Andrea ed Eleonora meritava un bel po di silenzio per l’assurdità dell’accaduto e per il rispetto delle famiglie che mai avrebbero potuto immaginare di vivere simili momenti, ma come si sa il diritto di cronaca non fa sconti a nessuno. Per giorni abbiamo visto giornali e tv che oltre a cercare di fornire la ricostruzione più vera sulla tragedia hanno ospitato un esercito di studiosi, psicologici e psichiatri che volevano a tutti i costi dare delle spiegazioni razionali e logiche come se fossero davanti al “Prof. Freud” per cercare di passare un esame. Per la maggioranza delle persone che in silenzio sta vivendo questa tragedia, le cose sono meno complicate di come vogliono farle apparire, non c’è nessuna spiegazione ma c’è solo la certezza che esiste il bene e il male e che solo il principe di quest’ultimo ha ispirato un simile atto.

Purtroppo non potevano mancare le solite tesi positiviste e razziste che accompagna la nostra terra da 200 anni a questa parte e che trovano il loro approdo più naturale nelle teorie di Cesare Lombroso ed Alfredo Nicefero e che hanno come paladini più servili e opportunisti persone che qui sono nate. Non voglio aggiungere altro se non invitare a leggere l’articolo di seguito ricordando che anche Marco Travaglio ha dato il suo buon contributo

Claudio Saltarelli

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/09/30/quel-bravo-figlioe-la-terra-del-male/5948585/

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Eleonora de Fonseca Pimentel e Maria Antonietta Macciocchi a confronto

Posted by on Nov 1, 2019

Eleonora de Fonseca Pimentel e Maria Antonietta Macciocchi a confronto

     Nella sua marcia  per restituire al legittimo sovrano un regno che i giacobini napoletani, tramandati poi come eroi, patrioti e martiri, avevano consegnato alle fameliche ed insaziabili truppe francesi, il Cardinale Ruffo era accompagnato dall’abate Domenico Sacchinelli,suo segretario, e  da Domenico Petromasi, Commissario di guerra e tenente colonnello dei Regi Eserciti di S. M. Siciliana.

     Nell’armata dei sanfedisti erano confluiti anche personaggi dal passato per niente esemplare, che sperando in una probabile amnistia qualora fosse stato raggiunto lo scopo della riconquista del regno pensavano di poter ripulire la propria fedina penale. Durante le azioni di guerra, però, alcuni di essi non erano riusciti  ad evitare che il loro istinto ladresco o sanguinario avesse il sopravvento. Le devianze, però, furono costantemente tenute a bada dal Cardinale anche con la promulgazione di ordini che prevedevano pene severissime per chi si fosse macchiato di comportamenti delittuosi. Il Cardinale, però, non godeva del dono dell’ubiquità, così non poteva evitare che alcuni componenti dell’improvvisato esercito si comportassero in deroga ai suoi ordini.

     Pur cattive e reprensibili, le azioni di costoro, che avvenivano in concomitanza  di atti di più ampia e considerevole portata, andavano a costituire i contenuti di quella che sarebbe diventata “storia”. Tali azioni o fatti, venendo registrati contemporaneamente al loro svolgersi, non erano altro che “cronaca” pura e semplice. Ciononostante essa veniva riportata in maniera diversa sia che il cronista – poi storiografo – fosse di simpatie liberal-giacobine sia che simpatizzasse invece per i “crocesegnati”. Tra i due orientamenti, però, esisteva una sostanziale differenza che da allora si è protratta senza variazione fino ai nostri giorni, quella, cioè, che mentre i primi – tra cui il Cuoco, il Colletta, il Botta, la Pimentel – erano poco attendibili perché parlavano di fatti che si svolgevano lontano da loro, i cronisti – poi storiografi – realisti, tra cui il Petromasi e il Sacchinelli, erano presenti ai fatti di cui parlavano.

     Ovviamente l’essere testimoni oculari o addirittura attori di azioni di guerra non costituisce di per sé garanzia di obiettività. Per cui sia al Petromasi che al Sacchinelli  non può essere accordata credibilità solo per il fatto che gli stessi si trovavano sul luogo degli avvenimenti. La fiducia loro riconosciuta è dovuta al fatto che, nonostante di parte, quando venivano commessi abusi o atti più gravi da appartenenti alla crociata questi sono stati puntualmente riportati senza ricorrere a tentativi per occultarli o ricorrere addirittura a falsificare gli avvenimenti per far ricadere le colpe sulla parte avversa. Per quanto riguarda  il Sacchinelli, la sua narrazione dei fatti si può paragonare all’ opera di un cineoperatore, tanto è precisa e aderente ai fatti, e proprio in virtù di tale precisione l’abate può permettersi di contestare le inesattezze o addirittura le falsità del Cuoco, del Colletta e del Botta. Una per tutte: << Lo storiografo Generale Colletta continuando il suo libello famoso contro del Cardinale Ruffo, e scrivendo tante menzogne quante parole, espose che la città di Catanzaro fu presa per capitolazione e ne foggiò anche a suo modo gli articoli. Alle immaginarie favole vi aggiunse anche l’ignoranza di topografia inescusabile in Colletta, che, prima di scrivere la sua storia, occupò la carica di Intendente della Calabria Ultra e quella di Direttore  di Ponti e Strade. Chi non sa che, partendosi da Monteleone si incontra prima Catanzaro, situata sul golfo di Squillace, e, dopo due giornate di cammino si giunge a Cotrone (sic), situata al di là del Capo delle Colonne? Ciò nonostante il Colletta fece prima arrivare il Porporato in Cotrone, rifiutare la capitolazione offerta dai repubblicani, prendere di assalto quella Piazza, farla saccheggiare dalle sue truppe, che non aveva come pagarle, e poi lo fece marciare a mettere l’assedio a Catanzaro>>[1] 

     Questo modo di raccontare gli avvenimenti ha distinto, come detto, i due orientamenti o, se vogliamo, le due “scuole”. Quello dei realisti, sanfedisti, crocesegnati, neoborbonici o insorgenti lo abbiamo visto, e vedremo nelle righe successive che esso viene suffragato anche dalla testimonianza di autori dell’altro schieramento. Se non è indice di obiettività questo, non so quali criteri di giudizio adottare per definire obiettiva e affidabile una qualunque opera!  

     Per quanto riguarda invece il modo della “scuola” liberal-repubblicana-giacobina di trattare la storia, esso, dalle colonne del Monitore alle pagine degli ultimi storiografi, non ha registrato il minimo mutamento.

     Partiamo dal Monitore, specchio della visione esclusivamente politica che la Pimentel ha del mondo. In esso la marchesa, usando non di rado un linguaggio violento, non riesce ad operare una netta separazione tra il compito della giornalista, che deve riferire i fatti, e il ruolo di ideologa di regime. Nelle notizie riportate nel Monitore, infatti, le ragioni ideologiche finiscono per prevalere sull’obiettività, e la redattrice – sicuramente cosciente della cosa – molto spesso modifica i fatti o li inventa addirittura.

     Tra i tanti a disposizione, riportiamo solo due esempi per dimostrare sia la cosciente diffusione di menzogne spacciate per verità che la costruzione di falsi per giustificare un proprio fine.

     Penso che siano noti ai più sia l’orientamento religioso dei figli della rivoluzione francese che le atrocità da essi commessi nei luoghi di culto, gli atti sacrileghi riservati  agli oggetti sacri e le violenze messe in atto contro i religiosi di ogni ordine. Ebbene, nell’articolo di fondo del Monitore del 19 ventoso (9 marzo), la Pimentel, rivolta a quei cittadini che non ne volevano sapere di giacobini, di liberali o di repubblica, così si rivolge loro: <<Cittadini … perché pugnate, e per chi?…non pel nostro culto, la nostra Religione , che voi vedete intemerata ed intatta …>> .

     Per quanto riguarda poi l’invenzione di notizie di sana pianta rimando all’episodio dei soldati russi sbarcati a Manfredonia e spacciati per detenuti fatti evadere dalle prigioni a cui erano state fatte indossare divise di militari russi.[2]

     Ovviamente i due citati non sono gli unici esempi di informazione scorretta. A noi sono serviti solo per dimostrare la scarsa attendibilità delle notizie riportate dal Monitore qualora lo si volesse utilizzare come fonte per ricerche storiche sulla breve parentesi della Repubblica Napoletana. Inoltre vogliamo rimarcare, come detto, che, dal primo numero del Monitore alle ultime opere sul momento storico e sui personaggi che ne hanno avuto parte, il metodo di trattare l’argomento non ha subito la minima variazione, culminando con i lavori della Macciocchi”Cara Eleonora” e “Altamura. La strage delle innocenti”.

     Cominciamo da quanto detto da Silvio Vitale [3]:<< … la “leggenda nera” del Cardinale Ruffo è davvero dura a morire. Essa infatti è stata recentemente rilanciata da Maria Antonietta Macciocchi in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera con riguardo alla vicenda di Altamura.[4] In esso l’ex deputata comunista denuncia la “ferocia misogina dei crocesegnati” guidati da quel “vero bandito” che fu il Ruffo. Racconta di aver scoperto nel Fondo Ginguené (che la scrittrice cita erroneamente come Guinguené) della BibliotecaRichelieu di Parigi un “quaderno manoscritto di un anonimo napoletano” in cui si descrive “lo stupro di massa consumato in Altamura dalle bande dei sanfedisti contro le suore di clausura del Monastero del Soccorso” il 10 maggio 1799. Qui la Macciocchi cita a vanvera Fra’ Diavolo, Mammone e Gennaro Rivelli, figlio della balia di Ferdinando IV, che non risulta abbiano mai soggiornato in quella città. Ciò nonostante, secondo la Macciocchi, il Rivelli avrebbe assalito il monasteroe, dopo aver affondato “il pugnale nel bianco seno” della badessa, avrebbe, insieme con la sua “masnada”, compiuti “accoppiamenti lubrichi”; dopo di che “quaranta cadaveri di suore si ritrovarono sul pavimento della chiesa”>>[5]  La risposta alla Macciocchi sta già in opere che la scrittrice avrebbe fatto bene a consultare. Il citato  Petromasi riferisce che in Altamura v’erano tre monasteri di monache. Due d’essi erano stati teatro di “ignominie” e le monache erano fuggite con i “patrioti” prima dell’ingresso in città dei sanfedisti. Le monache del terzo, che erano rimaste nel loro chiostro, si recarono “all’accampamento del saggio Porporato onde ottenere un asilo che le assicurasse da qualunque insulto in quella tumultuaria confusione. Non ebbe allora altra mira lo zelante Prelato, che ordinare due probe persone di custodirle; quindi furono poste in un convento detto di Monte Calvario non discosto dal campo. Ivi furono trattenute fino la sera,verso cui, riassettate le cose, fu ordinato dallo Eminentissimo Duce di ricondursi nel loro monastero, ove, nonostante il saccheggiamento, nulla si fa loro mancare pel necessario sostegno”.[6] Il Sacchinelli riferisce solo incidentalmente di un monastero, ma delle monache dice che erano state “ espulse da’ patrioti repubblicani”[7]

Considerato che, sia il Petromasi sia il Sacchinelli sono autori che nulla omettono della spedizione del Ruffo e pertanto non mancano di segnalarne anche gli inevitabili risvolti negativi e, rilevato che entrambi furono presenti in quei giorni ad Altamura, ve n’è abbastanza per arguire che la “strage delle innocenti” sia pura invenzione. Va inoltre aggiunto che, sul finire dell’Ottocento, un autore notoriamente avverso al Ruffo, Ottavio Serena, nel ricostruire la vicenda, riportò la memoria di un anonimo altamurano che conferma l’intervento del Cardinale. Questi ordinò che le monache dei monasteri del Soccorso e di S. Chiara “trasportate fossero nelle rispettive abitazioni e ivi fossero custodite” e dispose altrettanto per le monache di clausura, le quali “ se ne uscirono, e lasciarono in abbandono i Monasteri, e si ritirarono tutte unite in casa sicura di un Signore con la guardia permessa dal Ruffo”.[8] La stessa versione la dette Massimo Lelj[9] di orientamento sfavorevole ai sanfedisti. Per questo le due ultime testimonianze acquistano grande significato per dimostrare la scarsa attendibilità del lavoro della Macciocchi.

     Questo modo di trattare gli argomenti con uno stile più da romanziera che da storiografa fa dire all’Agnoli che la narrazione della Macciocchi è “svolta in chiave al contempo horror e sentimental-femminista” , mentre il Sanguinetti, riprendendo un giudizio espresso da Alessandro Galante Garrone, definisce la Macciocchi “ notoriamente screditata nel campo storico per le sue gravi inesattezze e fantasiose invenzioni” e colloca il suo lavoro “ all’interno del genere letterario del romanzo d’appendice piuttosto che in quello storiografico”.

     Alle affermazioni della Macciocchi replicarono inoltre:

Giuseppe Castelli sull’Avvenire del 25 febbraio 1999 con l’articolo “Troppe leggende sul Cardinale Ruffo”

Giovanni Formicola sul Roma del 27marzo 1999 con “Altamura, gli errori di M. A. Macciocchi”

Francesco Maurizio di Giovine su Cronache del Mezzogiorno con “La menzogna di Altamura”.

     Da tutte queste repliche e contestazioni la Macciocchi risulta del tutto screditata come storica perché non è riuscita ad evitare che l’ ideologia contaminasse l’obiettività della narrazione … proprio come la sua creatura prediletta: la de Fonseca Pimentel.  

Castrese Lucio Schiano


[1] D. Sachinelli – “Memorie storiche sulla vita del Cardinale Fabrizio Ruffo. Le contestazioni alle opere di V. Cuoco, C. Botta e P. Colletta” – Edizione Controcorrente, Napoli, 2007; pgg. 133-134

[2] D. Sacchinelli – Op. cit. pag.227. Riportato al termine del mio articolo “Ancora sulla de Fonseca Pimentel” pubblicato sul Blog dell’Ass. Identitaria Alta Terra di  Lavoro il 25 ott. 2019

[3] Silvio Vitale – Introduzione alle Memorie storiche … di D. Sacchinelli – Ed. Controcorrente 2007, pagg.XX, XXI, XXIII, XXIV

[4] M. A. Macciocchi “La strage delle innocenti” – Corriere della Sera, 17 febbraio 1999, pag.33

[6] D. Petromasi – Storia della spedizione dell’Eminentissimo Cardinale D. Fabrizio Ruffo …Editoriale Il Giglio, pag.24

[7] D. Sacchinelli, op. cit. pag. 181 par. 110

[8] O. Serena “Altamura nel 1799”, Roma 1895

[9] M. Lelj “La Santa Fede. Spedizione del cardinale Ruffo (1799)” – Milano, 1936; pagg. 127-147

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Ancora sulla Eleonora de Fonseca Pimentel

Posted by on Ott 25, 2019

Ancora sulla Eleonora de Fonseca Pimentel

Riprendendo il discorso sulla de Fonseca, vorrei partire da un’affermazione fatta dalla Urgnani – estimatrice della marchesa – nell’introduzione del suo libro. L’autrice, muovendosi sempre nell’alveo della consolidata tradizione storiografica scritta prima dai giacobini e poi dai loro eredi spirituali, definisce il lavoro dei revisionisti “ambigue riletture” tendenti “a stravolgere il senso di quel passato che ha portato all’unità d’Italia”. Già l’uso dell’aggettivo “ambigue ” per definire le ricerche degli storici revisionisti può dare un’idea di come verranno affrontati e discussi sia il personaggio de Fonseca che il suo contributo alle vicende ed alla situazione storica e socio – politica di quella che diverrà, di nome e di fatto, Repubblica Italiana. Dato il taglio dell’opera, la sua pubblicazione non poteva non essere sponsorizzata che dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, a cui va la riconoscenza dell’autrice, e “in particolare, a Gerardo Marotta, che stanziando una modesta ma significativa somma a titolo di borsa di studio, hanno permesso di portare a temine questo progetto, al quale altre fonti avevano già negato il necessario supporto istituzionale” . A riprova di come vengano rigorosamente seguite le direttive impartite agli storici allineati, salta subito agli occhi il ricorso ad una comune terminologia per definire lo stesso argomento. Nel 1998, infatti, la Urgnani , per l’azione di revisione, ricorse al verbo “stravolgere”, e la Presidente della Società Napoletana di Storia Patria, dottoressa Renata De Lorenzo , nel 1999, adopera proprio lo stesso verbo in occasione dell’ annunciata rimozione del busto di Cialdini dalla Camera di Commercio di Napoli: << … La Società Napoletana di Storia Patria, cui competono anche i pareri sulla toponomastica, si esprime contro una visione del passato che stravolge gli spazi e il loro portato simbolico …>> . Questa visione revisionista del passato che “stravolgerebbe” il portato simbolico si permette di ravvisare in Cialdini un criminale di guerra mentre, secondo la visione della storiografia di regime, essendo gli eccidi di Pontelandolfo e Casalduni solo “presunti” (sic), la responsabilità di Cialdini sarebbe tutta da dimostrare. Ma ritorniamo adesso al personaggio de Fonseca per vedere quale contributo essa ha potuto apportare o ha apportato alla storia ed alla situazione socio – politica dell’Italia. Ovviamente, parlando di “contributo” (derivante da cum + tribuere), non ci si può esimere dal prendere in considerazione il significato del termine, il quale sta a indicare la partecipazione di una persona, con opere, consigli o danaro, per rendere realizzabile un’idea o un’impresa. Della Pimentel analizziamo, quindi, gli eventuali influssi che la sua opera di letterata prima e di giornalista poi hanno avuto sugli avvenimenti di fine ‘700 nel Regno delle Due Sicilie. A seguito di una serie di disavventure personali, tra cui un matrimonio mal riuscito, che fu per la nostra non causa di gioia e felicità, quanto piuttosto di dolori e di tragedie (come la morte di un figlio, a seguito di un aborto generato presumibilmente dai maltrattamenti del marito), la “tirannica”, “oscurantista” e “retrograda” Corte borbonica le offrì non solo un impiego retribuito come curatrice della biblioteca della regina, ma anche un sussidio mensile, in considerazione del suo stato di indigenza seguito al fallimento del matrimonio ed alle spese del lungo processo di separazione intentato dal padre. Per opportuna conoscenza, l’assegno concessole in data 6 agosto 1785 non le fu sospeso neanche quando perdette il posto di curatrice della biblioteca della regina né perdette l’altro assegno, quando, sospettata di tramare contro la Corte, fu rinchiusa nelle carceri della Vicaria, come attestato dalla stessa Urgnani . Questo per dimostrare quanto “insensibili” e “tirannici” fossero i Borbone! Nel periodo della frequentazione degli ambienti di corte, fra la “poetessa arcade” e i sovrani fu un ininterrotto idillio costellato da una lunga serie di sonetti, cantate e poemi in ottave per celebrare, da buona cortigiana, tutto quello che riguardava i sovrani, il loro modo di vivere, il loro rapporto con il popolo, il loro modo di governare, ecc. Fermiamoci qui per il momento e facciamo alcune considerazioni. Dal 1760, anno del trasferimento a Napoli, al 1799, chi era la “vera” de Fonseca : la poetessa di corte o quella del sonetto “Rediviva Poppea “? In entrambi i casi, a parte l’indiscutibile bagaglio culturale di cui la de Fonseca era portatrice, ci troveremo di fronte ad un soggetto la cui grandezza storica ha molti punti in comune con quella dell’”eroe dei due mondi”, del “re gentiluomo”, del “grande statista”, ecc. ai quali è stato assegnato un posto di rilievo nei libri di storia ed un’eco imperitura nella memoria collettiva. Se infatti i sentimenti e lo spirito con cui sono stati composti i numerosissimi versi scritti, come detto, per tutte le occasioni relative ai sovrani sono quelli della de Fonseca di “ Rediviva Poppea ”, ci troviamo di fronte ad una persona fondamentalmente ipocrita e falsa e quindi senza alcun titolo per poter aspirare ad essere inserita nel “Pantheon dei martiri” o nell’Albo d’oro degli eroi. Se invece, a parte le iperboli proprie della poesia encomiastica, i sentimenti espressi sono veri, allora ci troviamo di fronte ad una persona ingrata e incoerente per la quale un sovrano che le ha permesso di condurre una vita all’altezza del suo rango, prima è “Legislator dei Popoli suggetti” e “di Regal genio acceso”, “Vindice … e difensor del giusto”,e subito dopo diventa “imbecille tiranno”. Anche in questo secondo caso l’ ingratitudine e l’incoerenza non costituiscono, certo, titoli di merito, specialmente se , del personaggio, vogliamo analizzare l’aspetto giornalistico e i suoi eventuali influssi politici, in considerazione del ruolo di “opinion maker” connesso all’attività divulgativa esercitata attraverso un organo di stampa. Da quanto sappiamo dal Sacchinelli , proprio nella sua veste di maggiore responsabile del Monitore, la de Fonseca non brillò di coerenza, e, pur di non far affievolire o addirittura estinguere nell’animo dei colleghi repubblicani lo spirito rivoluzionario, inventava notizie di sana pianta, notizie che puntigliosamente il Sacchinelli si prende la briga di contestare, come quella relativa allo sbarco dei russi a Manfredonia, fatti diventare servi di pena vestiti con divise dell’esercito russo(pag. 199 par. 124 op. cit.), notizia smentita sul campo, quando – a proposito della battaglia di Resina – “… Allora gli uffiziali Russi ordinarono la carica alla baionetta, e lo stesso a loro imitazione fecero gli uffiziali di de Sectis; ma il conflitto finì prima di cominciare, perché i soldati del vecchio Regio esercito, che erano coi repubblicani, vedendo gli antichi loro compagni d’armi e i veri soldati russi e non già forzati, come aveva pubblicato il Monitore della Pimentel, posarono i fucili a terra e si dichiararono prigionieri”.(Ib. Pag. 227) Queste sono le persone che una storiografia ormai incallita si ostina a presentare come “eroi” e “martiri”, ricorrendo anche ad una prosa ricercata come un abito su misura, che definisce “aristocratiche patriote” le “donne di testa”, amiche dei salotti culturali, ancorché vestite da uomo, con i capelli corti e la camicia “alla ghigliottina”, mentre le donne dei “briganti” verranno spregevolmente definite dagli epigoni “drude”, come se non avessero combattuto anch’esse per riprendersi terre, averi, tradizioni, cultura e memoria proditoriamente sottratti.

Castrese Lucio Schiano

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Eleonora Pimentel Fonseca, anniversari e celebrazioni

Posted by on Giu 27, 2019

Eleonora Pimentel Fonseca, anniversari e celebrazioni

 A volte mi chiedo come sarebbero giudicati dai loro contemporanei i discendenti degli Incas, degli Aztechi, dei Maya o degli Indiani d’America se alcuni di essi, divenuti addirittura storici di professione, considerassero liberatori  i conquistadores spagnoli o l’esercito nordista e si dessero da fare per introdurre nel calendario date e ricorrenze per commemorare il massacro di Sand Creek (29 novembre 1864) o di Wounded Knee (29 dicembre 1890) o per inserire busti o statue del colonnello John Chivington o di  James Forsyth.

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