ALLA TAVOLA DI FRA’ DIAVOLO
ITRI – “N’ gicco” ha una mano sola. Ma, con quella, impugna decisamente “u marracciu”, una sorta di machete con cui mena gran fendenti, a dritta e manca. E procede spedito, nonostante i suoi 73 anni. Siamo passati sotto e sopra le recinzioni che, alle porte di Itri, una appresso all’ altra, sbarrano gli accessi alla campagna. “N’ gicco”, però, di sicuro non si ferma davanti ai divieti d’ accesso. “Io analfabeta sono.
E tengo i ferri…”. Le tenaglie per i fili spinati. E “u marracciu” per aprirsi il passo tra le ramaglie. Avanti, dunque, verso la “tavola dei briganti”. A sentirne parlare, nei bar di Sperlonga e di Gaeta, veniva il dubbio che questo famoso desco di pietra da dodici posti sul quale, si narra, Fra’ Diavolo banchettava e teneva i suoi consigli di guerra, fosse uno di quei particolari che la fantasia popolare aggiunge alla leggenda, per colorirla un po’ . Tutti dicevano che c’ era; ma nessuno l’ aveva mai vista. E se tutti la collocavano, genericamente, in un luogo sperduto, nessuno riusciva poi a fornire le indicazioni per localizzarla. Un mito nel mito. Fortuna che, alla fine, è saltato fuori “N’ gicco”, che poi sarebbe il diminutivo di Francesco. In lombardo-veneto l’ avrebbero chiamato “Cecco”; ma qui siamo tra Roma e Napoli, in quella che ai tempi dei Borboni si chiamava Terra di Lavoro. Dunque avanti, appresso a “N’ gicco” che questi campi che odorano di timo li conosce da quando ci pascolava le pecore da bambino. Indossò il saio per un voto Certo, venire a verificare l’ effettiva esistenza di questa leggendaria tavola, nascosta da qualche parte nei recessi della montagna, non aggiungerà granché alla storia di Frà Diavolo, un soprannome che Michele Pezza si conquistò ancor ragazzo quando, per un voto della madre, fu costretto a indossare un saio che mal si conciliava con la sua vivacità. E – anche questo, certo, c’ è da immaginarselo senza bisogno di vederla – una lastra di pietra, per quanto ben levigata dalle vicende della geologia, alla fin fine non deve essere un grande spettacolo. Le storie dei briganti, però, s’ è già detto a proposito del Passatore e di Tiburzi, prima che la storia di un uomo, sono la storia di una terra, del suo dialetto, delle sue superstizioni. E questa scarpinata, che ora ci trascina su un cornicione di terra mezzo franato, aggrappati ai rosmarini che sbucano tra una roccia e l’ altra, a strapiombo su un precipizio di ginestre, è la ricerca di un luogo inteso nel suo senso più ampio: un “topos”, diciamo. Questo vallone verso il quale marciamo non è, semplicemente, uno dei rifugi di Fra’ Diavolo; è l’ essenza stessa delle sue avventure, il contesto senza il quale le gesta del primo guerrigliero moderno della storia italiana sarebbero inconcepibili. Cosi come “N’ gicco”, il vecchio pastore ribelle, rappresenta, meglio delle parole di tanti eruditi, la memoria dei “cafoni” che con Fra’ Diavolo combatterono e morirono. Finalmente: questo è l’ imbocco del vallone di Riace. Un taglio netto e scosceso che, dalle pendici degli Aurunci, cala verso il luccichio del mare. Non è facile arrivarci. E non è facile, adesso, addentrarsi. Ecco perchè, spiega “N’ gicco”, da sempre, “chi se ne doveva fuj veniva a lu vallone de Riace”. C’ erano stati i briganti. C’ erano stati i disertori della prima guerra mondiale. E, nel ‘ 44, c’ era stata la gente che fuggiva dalla battaglia di Cassino. Itri, antica stazione della via Appia, lo raccontano già quegli sfondi che sono serviti a girare “La Ciociara”, è terra di passaggio, abituata all’ andirivieni degli eserciti stranieri: saraceni, spagnoli, tedeschi, marocchini… Nel 1798 è il turno dei francesi calati alla conquista del Regno di Napoli. Michele Pezza, ventisettenne, all’ epoca è stato appena condannato per un duplice omicidio. Ma la giustizia di re Ferdinando gli ha commutato la pena capitale in tredici anni di servizio militare: “fuciliere di montagna”, di un esercito che si squaglia. Ferdinando IV è fuggito, lanciando un appello: “Io accorrerò presto… intanto armatevi e marciate”. Fra’ Diavolo è uno dei pochi che lo prendono sul serio. Raccoglie qualche centinaio di contadini e di sbandati. E, nella gola di Sant’ Andrea, tende un’ imboscata all’ avanguardia nemica. I francesi per qualche ora non riescono a passare. E’ l’ inizio della leggenda. Fra’ Diavolo si ritira; ma, forte della fama conquistata, continua gli arruolamenti. In pochi giorni mette assieme un piccolo esercito, completo di cappellani dall’ assoluzione facile. Morde e fugge. Attacca i distaccamenti isolati. E saccheggia i paesi, in nome di una regola che proclama: “Chi tene pane e vino, ha da esse giacobino”. E’ imprendibile. C’ è da immaginarselo, nascosto in questo vallone, che se la ride dei dragoni. “Presto in piedi e tardi in battaglia”, aveva detto “N’ gicco”. La marcia è iniziata di prima mattina. Il sole, adesso, è già alto. Ma, tra queste due pareti a picco, la luce arriva solo verso mezzogiorno, filtrata dal soffitto di foglie di una macchia irsuta e selvaggia che incombe sul letto sassoso di un torrente, l’ unico passaggio agibile. C’ è una serpe, uno di quei frustoni che da queste parti sembrano poter assumere dimensioni amazzoniche. “N’ gicco” scatta come una molla: “Vipera o no, io gli dò giù”. Antichi rancori. Riviene in mente Fra’ Diavolo che, parlando la lingua delle credenze popolari, si diceva invulnerabile grazie a un talismano che teneva nel giubbotto: una testa di vipera che lui stesso aveva schiacciato. La serpe, intanto, è riuscita a sgusciare nel folto di un cespuglio dalle foglie arrotondate. “N’ gicco”, come si chiama questa pianta? “Capa tuosta. Un legno duro, che non lo trovi uguale. Ma come si dice propriamente, in dialetto italiano, non so”. Figurarsi, quasi due secoli or sono, quei francesi che non credevano alle superstizioni, si capivano a malapena coi settentrionali e, alla fin fine, ma in nome della Libertà, dell’ Uguaglianza e della Fratellanza, si comportavano come e peggio dei briganti nostrani, saccheggiando i villaggi, stuprando, incendiando. La riconquista di Napoli Ovvio che la gente, tra i due mali, scegliesse il bandito itrano. Fatto sta che quando il cardinale Ruffo, convertite alle bandiere della Santa Fede le bande di Panzanera e Scozzafava, inizia dalle Calabrie la sua marcia alla riconquista di Napoli, Fra’ Diavolo ha ormai un seguito di quattro o cinquemila uomini. La Repubblica partenopea, accerchiata, cade nel giugno del 1799. Da una parte arrivano i sanfedisti. Cantano “E’ finita l’ uguaglianza, viva Dio e sua Maestà, c’ ha aiutato Mamma Maria, viva Dio e l’ artiglieria”. Dall’ altra le truppe di Pezza: “Fra’ Diavolo è arrivato, ha portato i cannoncini, pe’ ammazza’ li giacobini”. Ruffo, tuttavia, diffida di quel capomassa divenuto troppo potente. E lo tiene bloccato a Capodichino. Per Fra’ Diavolo, che sognava un ingresso trionfale a Napoli, è un boccone amaro. Seguito da una seconda umiliazione: quando la guarnigione francese di Gaeta, assediata da mesi dai briganti, si arrende, il cardinale gli impedisce di saccheggiare la città. L’ ammiraglio Nelson e il re, però, pensano che quel bandito possa anche essere utile. Lo gratificano del grado di colonnello e lo aggregano alla spedizione contro la Repubblica romana. Fra’ Diavolo e “Senzaculo”, il suo fido luogotenente, si installano tra Velletri e Albano. Ma, più che in azioni guerresche, si distinguono per le razzie di vino dei Castelli. Il colonnello passa il limite, al punto che viene arrestato e imprigionato a Castel Sant’ Angelo. Fra’ Diavolo, però, è Fra’ Diavolo. Riesce a fuggire. Raggiunge Palermo, dove il re accoglie la sua supplica, lo grazia e gli concede perfino una pensione. Michele Pezza, restaurati i Borboni, diventa così un rispettabile ufficiale. Si sposa e si stabilisce a Napoli. Ma questo è il periodo più triste della sua vita. La buona società lo evita. Ed è inseguito dai debitori, per via di tutte le ricevute firmate nel corso delle sue scorrerie. Aveva requisito animali, vestiti, cibarie, “in nome di Sua Maestà”. Il re però, adesso, a pagare non ci pensa proprio. I creditori se la prendono con lui. Gli pignorano tutto. E certi vicini irrispettosi, con un tiro di immondezza, gli macchiano irreparabilmente l’ alta uniforme. Sarebbe un tramonto inglorioso. Se i francesi, nel 1806, non tornassero in Italia. Il copione si ripete. Il re fugge. Fra’ Diavolo prende la via della macchia. Ma, stavolta, la guerriglia non riesce a decollare. E’ un braccato. Ma è proprio in questo periodo che si conquista una grande notorietà, specie all’ estero. In Italia il suo è un nome orecchiato, ma di cui pochi – nonostante le insegne delle trattorie e gli agiografi che inneggiano al “Leonida napoletano” – conoscono la biografia. Nel resto d’ Europa e anche in America le sue gesta, invece, ispirano varie opere cinematografiche e letterarie, tra cui un’ operetta di Auber, una commedia di successo a Broadway e un film di Stanlio e Ollio, ritmato dalla famosa canzoncina: “Quell’ uom dal fiero aspetto, guardate sul cammino, lo stocco ed il moschetto, ha sempre a sé vicino…” Certo è che Giuseppe Bonaparte, insediatosi sul trono di Napoli, più che dei soliti Sciabolone e Mammone, è continuamente tormentato dal mito di Fra’ Diavolo. Lo stesso Napoleone, poi, preme sul fratello affinchè la faccia finita con quel bandito che, contando sull’ appoggio delle navi inglesi, appare e scompare a Maratea, a Sapri, a Palinuro, a Sperlonga. Molte volte i francesi credono di averlo in pugno; ma non c’ è niente da fare. A Sora, dove Pezza si è asserragliato con qualche centinaio di fedelissimi, il paese viene stretto in una morsa, conquistato, rastrellato. Fra’ Diavolo, però, ancora una volta, sembra impossibile, si dilegua. Braccato e arrestato I Bonaparte friggono. E decidono di scatenargli addosso un intero reggimento. Comanda la caccia Sigisbert Hugo, il padre di Victor, che, scaramuccia dopo scaramuccia, riesce a distruggere quello che resta della banda. I francesi, ormai, lo braccano da vicino. E, alla fine, lo arrestano, nei pressi di Salerno: Fra’ Diavolo è solo, lacero e affamato. Lo portano a Napoli e, al termine di un frettoloso processo, lo condannano a morte. Il colonnello Michele Pezza conclude la sua carriera nel novembre del 1806, portando sul patibolo di piazza Mercato l’ enigma di una personalità mai ben decifrata. “Assassino di assassini capo”? O “insorto legittimo, in lotta contro il conquistatore”, come scriverà, anni dopo, Victor Hugo? Mah… “N’ gicco”, al proposito, non si pronuncia. Tanto oggi, dice, i briganti “stanno tutti ‘ n miezzo a la piazza”. E poi a chi volete che interessi, ancora – sì, eccola qui, sepolta sotto un mucchio di rovi, all’ ombra di un fico selvatico – una storia come quella di questa famosa tavola di Fra’ Diavolo? Basterebbe scendere ancora un po’ – un’ ora o due, al massimo – e alla fine del vallone sbucheremmo, come fantasmi, sulla via Flacca, intasata dalle auto dei bagnanti. No, meglio risalire la montagna e puntare a Sud, lungo le strade dell’ interno, verso il cuore di quel fenomeno drammatico e dimenticato che fu il brigantaggio dell’ Italia post unitaria.
LUCA VILLORESI
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