ALTA TERRA DI LAVORO PRIMA DELL’UNITA’ ITALIA
Emilio Pistilli
Quando Cassino (ancora San Germano) ricadeva nel Circondario di Sora che poteva definirsi la Manchester d’Italia.
Senza voler essere filoborbonici è utile dare un’occhiata a quel che era il nostro territorio – in Terra di Lavoro – dal punto di vista sociale ed economico prima dell’unificazione, avvenuta nel 1861.
Un quadro, del tutto sommario, ce lo fornisce lo storico Raffaele De Cesare, di sicuro non filoborbonico, nel suo libro “La fine di un Regno” del 1895, dove passa in rassegna, basandosi sulle sue cognizioni personali, lo stato del Circondario di Sora attorno agli anni 1857-58.
Riporto quanto egli scrive senza che vi sia bisogno che io aggiunga altro.
Nel circondario di Sora fiorivano quattro cartiere: quella del Fibreno, di proprietà del conte Lefebvré; un’altra, appartenente ad una società napoletana, diretta dal belga Stellingwerf; una terza di Roessinger e una quarta di Courier. Bravi inoltre la grande fabbrica di panni-lana di Enrico Zino, che forniva l’esercito del panno color rubbio per i calzoni della fanteria. Altre fabbriche di pannilana le esercitavano Polsinelli e i fratelli Manna, in Isola del Liri; Pelagalli, Ciccodicola, Sangermano e Bianchi, in Arpino; Lanni, Picano e Cacchione, a Sant’Elia Fiume Rapido. Ricordo inoltre la grande cartiera dei Visocchi in Atina e ricordo pure che il governo esercitava le miniere di ferro in San Donato Val di Comino, e il minerale veniva poi trattato in una magona, espressamente costruita nel territorio di Atina, fra il 1857 e il 1858. Sul Sarno, sull’Irno e sul Sabato erano le fabbriclie di cotone, di lino e di lana, fondate da industriali svizzeri, francesi e anche nazionali, le quali prosperavano, unicamente per il sistema protezionista cbe informava la legislazione doganale del Regno.
Il circondario di Sora poteva dirsi la Manchester del napoletano. Insieme alle industrie vi fiorivano i buoni studii, pe’ benefìci influssi della storica abbazia di Montecassino e del buon collegio Tulliano di Arpino, che i gesuiti non giunsero mai ad abbattere. Appartenevano a quel circondario Antonio Tari, di Terelle; Ernesto Capocci, di Picinisco; Giustiniano Nicolucci, d’Isola del Liri, oggi professore nell’ Università di Napoli, Giuseppe Polsinelli e Angelo Incagnoli, di Arpino, l’ultimo dei quali in gioventù pubblicò alcune lezioni di storia della filosofìa, e fu poi deputato e mori amministratore del Fibreno; Giustino Quadrari, di San Donato Val di Comino, interprete dei papiri ercolanesi, e Giacinto Visocchi, di Atina, morto innanzi tempo per un’infermità contratta in un acquedotto, dove si era dovuto rifugiare, per sottrarsi alle persecuzioni della polizia, della quale era strumento in quel comune un famigerato capo urbano.




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