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“Alti” e “Bassi” dalla Pace di Caltabellotta e lo scoppio della Peste Nera/ Storia della Sicilia del professore Massimo Costa 20

Posted by on Lug 17, 2021

  • La ricomparsa della Trinacria come emblema della Sicilia
  • Politica di Federico III: feudatari tenuti a freno, scomparsa della servitù della gleba e conquista in Grecia del Ducato di Atene e Neopatria
  • La conquista in Grecia del Ducato di Atene 
  • La discesa dell’Imperatore Enrico VII illude i Siciliani e riprende la guerra contro Napoli
  • I Papi ad Avignone
  • Alleanza coi tedeschi e lotta sempre più stanca contro gli Angioini
  • Morte di Federico III
  • La lenta crescita del potere feudale erode l’autorità dello Stato
  • Morto Pietro II, la Reggenza va all’energico Duca d’Atene, ma la Peste Nera si abbatte sulla Sicilia

La ricomparsa della Trinacria come emblema della Sicilia

In realtà, cessato il fragore delle armi, la Sicilia aveva conquistato di fronte al mondo intero il diritto alla propria piena indipendenza, seppure nei limitati confini dell’Isola, e seppure senza più quell’impero mediterraneo che era stato del primo e più grande Regno di Sicilia. Già tre giorni dopo la Pace di Caltabellotta il re abbandonò il titolo di “Re di Trinacria”, che riteneva umiliante, e prese a chiamarsi semplicemente “Re di Sicilia”. Il mondo aveva ora “Due Sicilie”, ciascuna con un proprio re: a Napoli e in “Trinacria”. In ossequio al Trattato, Federico sposa Eleonora d’Angiò, nel 1303, dalla quale ottiene numerosi figli, maschi e femmine. Sulla “Trinacria” va anche detto che la solerzia papale nel trovare un nome alternativo, avendo riservato il nome “Sicilia” al re di Napoli, valse a dissotterrare dalle memorie classiche un termine e un’icona dell’Isola di cui non si aveva più traccia dalla fine dell’antichità classica e che si era forse perduto, anche se la scarsità delle fonti iconografiche non ci consente di dirlo con assoluta certezza. Il termine sarebbe stato presto ripreso da Dante nella Commedia, e il simbolo classico riprese così ad essere l’emblema più tipico della Sicilia, anche se non in via ufficiale.

Politica di Federico III: feudatari tenuti a freno, scomparsa della servitù della gleba e conquista in Grecia del Ducato di Atene e Neopatria

La Sicilia ad ogni modo beneficia da questo periodo di pace. Il re aveva dovuto concedere numerose “regalìe” e quindi le finanze regie erano un po’ ridotte. Ma c’era ancora un buon equilibrio tra i poteri del Re, del Parlamento, delle Città, dotate tutte di magistrati elettivi, e delle Signorie feudali. I Siciliani tornano a casa a lavorare. I mercenari catalani, che non erano abituati a stare senza far nulla, sono spediti da Federico in Oriente, dove costituiscono la Compagnia dei Catalani, una compagnia di soldati di ventura, che però si richiama sempre a Federico come fedeltà feudale. I rapporti con l’Aragona si normalizzano, ma restano piuttosto freddi. I rapporti con Napoli sono sempre tesi, ai limiti di una ripresa del conflitto. Un conflitto sul fondaco e sul protettorato su Tunisi, fu affidato all’arbitrato di Giacomo d’Aragona che diede ragione ai Napoletani a sfavore dei Siciliani (1309), dimostrando ancora una volta la sua ostilità contro la Sicilia. Le legislazioni di Federico nei vari Parlamenti furono degne di nota. Il Parlamento di Messina (1310) vietò i maltrattamenti degli schiavi musulmani che si fossero convertiti al Cristianesimo, e l’emancipazione dei servi greci (che dovevano essere ancora numerosi, specie in Val Demone). Sta di fatto che in Sicilia la servitù della gleba rapidamente scompare, sostituita precocemente dal lavoro salariato nei campi. Intraprende riforme a carattere moralizzatore e religioso, dimostrandosi per certi versi molto più buon cristiano di quei papi che lo andavano scomunicando per motivi politici.

La conquista in Grecia del Ducato di Atene 

All’estero riprese la politica di potenza della Sicilia. Approfittando di una rivolta dei musulmani di Gerba, Federico va in aiuto della guarnigione assediata e recupera l’isola con l’appendice delle Isole Kerkennah (1309). Capolavoro politico-militare fu però la conquista in Grecia del Ducato di Atene (1311), cui si aggiunse presto quello di Neopatria (1319), ad opera della Compagnia dei Catalani. La Sicilia ora aveva anche possedimenti nel cuore della Grecia, al pari dei più potenti stati marinari italiani, come Genova o Venezia. Il Ducato d’Atene era il primo titolo del Regno superiore alla contea, e fu affidato al secondogenito Manfredi, e, quando questi morì prematuramente (1317), fu affidato al terzogenito Guglielmo. Lo sviluppo economico, demografico e culturale della Sicilia del primo Trecento, sotto Federico, è di tutto rispetto. Non mancarono anche primi segnali di anarchia baronale, purtroppo. L’aristocrazia, di fondamentale importanza nella Guerra del Vespro, cominciava ad accumulare troppi diritti, fino a minacciare l’autorità regia, stretta dalle continue necessità della guerra. Ma la Casa Regnante sotto Federico III riuscì sempre a tenere a freno ogni eccesso, arrivando a colpire con l’esilio il conte Giovanni Chiaramonte, colpevole di una vendetta privata, tra le famiglie più in vista della nobiltà di origine normanna. Nel 1325 egli e il figlio Pietro II, in una legislazione parlamentare, puniscono la prassi di alcuni nobili di controllare le elezioni municipali per mezzo di loro clienti, vanificando gli elementi di democrazia che il re vi aveva introdotto.
Con la dinastia Aragona fu stabilizzato il dominio specifico delle regine di Sicilia, la cosiddetta Camera Reginale, che comprendeva Siracusa e diverse altre città, quasi tutte del Val di Noto, e le relative entrate pubbliche. La Camera Reginale aveva una sua amministrazione separata, come una vera e propria provincia a sé del Regno.

La discesa dell’Imperatore Enrico VII illude i Siciliani e riprende la guerra contro Napoli

La pace sarebbe durata a lungo, se non fosse stato per la discesa dell’imperatore Enrico VII, che destò speranze di riscatto per il partito ghibellino. Enrico propose a Federico un’alleanza per spartirsi il Regno di Napoli. Per Federico III sarebbe stata la fine dell’incubo. Riunisce il Parlamento e proclama nuovamente la guerra contro Napoli, attirandosi di nuovo contro il Papa, i Guelfi del Nord Italia, la Francia (1312), con scomuniche annesse. Federico sbarca in Calabria, ma lì viene raggiunto della notizia della prematura morte di Enrico VII e del disimpegno dei Tedeschi sull’Italia. Si ritrovava di nuovo la Sicilia sola contro tutti. Cerca di saldarsi con i Ghibellini, sbarca a Pisa, dove gli offrono la signoria della città. Ma lì si rende conto che in Italia il partito ghibellino è allo sbando e debole; sperava di riceverne aiuto e si trovava davanti chi chiedeva aiuto a lui. Decise di tornare in Sicilia e cercare di difendersi là. Nel frattempo comunica alla nazione che il primogenito Pietro è dichiarato erede al trono. I Napoletani sbarcarono di nuovo in Sicilia, occuparono qualche terra (Castellammare), diedero il guasto alla campagna, ma poi dovettero ritirarsi. Il vero fatto è che anche loro ormai avevano difficoltà a trovare alleati disposti a morire per loro. E anche la Sicilia era logorata da questa guerra, finanziariamente ed economicamente. Tra piccole scaramucce, proposte di pace, tregue e riprese di ostilità la guerra tra Napoli e Sicilia si protraeva ormai stancamente.

I Papi ad Avignone

Nel frattempo i Papi si erano trasferiti ad Avignone, sotto stretta protezione angioina (la Provenza apparteneva agli Angiò) e continuarono la politica filofrancese, ma con minore preoccupazione per la Sicilia, ormai lontana. Giovanni XXII fece cedere a Federico tutte le città occupate in Calabria, in cambio di una promessa di pace che però non venne. Federico tentò di ingraziarselo, riprendendo per qualche tempo il titolo di “Re di Trinacria”, ma vedendo che non gli fruttava niente si allea con i Ghibellini e manda una spedizione a Genova, nel tentativo (vano) di reinsediarli al potere. Tornato in Sicilia tassa i Siciliani per la guerra, e in particolare tassa le rendite ecclesiastiche, senza proteste dal clero isolano, che dipendeva da lui, ma attirandosi le ire del papa, che nuovamente lo scomunica, e che lancia sulla Sicilia un interdetto che sarebbe durato dal 1321 al 1335.

Alleanza coi tedeschi e lotta sempre più stanca contro gli Angioini

Ma Federico, accusato dalla pubblicistica papale di non fare l’omaggio feudale al Papa, di essere tiranno, eretico, nemico di Dio, e così via, tira dritto: nel 1320 associa al trono Pietro II, dopo un voto del Parlamento a Siracusa e l’incoronazione, come sempre, a Palermo (1321). A Palermo, per compensarla dei tanti aiuti dati durante la guerra, è concesso (1320) il privilegio che il suo Bàjulo avesse il titolo di Pretore (una sorta di sindaco), titolo che avrebbe mantenuto sino al 1861. Anche Pietro II si sposa, ormai adulto (1323), con Elisabetta di Carinzia. L’alleanza storica con la Germania continuava, siglata da un nuovo trattato di alleanza difensiva tra Federico III e l’imperatore Ludovico IV il Bavaro (1327). Quest’imperatore scese a Roma e impose un antipapa, Nicolò V. La Sicilia non seguì l’Impero in quel breve scisma, ma gli restò fedelmente alleata sul piano politico. Pietro II, con una flotta, giunse nel Lazio, aiutò l’imperatore nelle sue operazioni in Toscana. Il ritiro di Ludovico IV lasciò di nuovo i Siciliani soli, ma di fatto né Napoli, né la Sicilia avevano soldi o voglia di combattere; la guerra continuava solo sul piano teorico. Negli ultimi anni di regno ci furono ancora alcuni episodi nell’eterna guerra con gli Angioini di Napoli, ma nessuno degno di nota, mentre i sovrani erano impegnati a rintuzzare l’arroganza baronale, e a limitare l’uso pubblico delle armi, che si stava diffondendo in modo un po’ troppo preoccupante. Una rivolta dei musulmani di Gerba (1337) avrebbe fatto perdere il possedimento siciliano, mentre il quartogenito Giovanni, fu fatto “marchese” di Randazzo, primo titolo superiore a conte, interno all’Isola (il Ducato di Atene e di Neopatria era infatti un possedimento estero).

Morte di Federico III

Quando morì, nel 1337, Federico fu pianto da tutto il Regno, considerato un vero Padre della Patria ed eroe dell’indipendenza siciliana. Lasciava un regno ricco, civile, con una considerazione internazionale, e una Nazione in crescita. Purtroppo il figlio Pietro II non si rivelò all’altezza di tanto padre. Si appoggiò sin troppo sul potere dei fratelli Damiano e Matteo Palizzi, esponenti di una potente famiglia messinese, e tanto bastò perché la Sicilia entrasse in una vera e propria guerra civile, complice la potenza baronale, ormai non più a freno. La Corona non è più arbitra ma parte in campo. Il primo a insorgere è il conte di Geraci, Francesco Ventimiglia. Ma Pietro II seda facilmente la rivolta e riporta l’ordine, anche se durante la repressione del moto il conte di Geraci muore accidentalmente. Pietro II dimora in questi anni stabilmente a Catania, restando sempre Palermo la capitale nominale. Proprio mentre Pietro ebbe il primo erede, il piccolo Ludovico, perse il fratello Guglielmo, duca d’Atene. Il ducato greco passa a Giovanni, Marchese di Randazzo (1338). Nel frattempo re Roberto d’Angiò riprendeva le ostilità contro la Sicilia, sempre spalleggiato dai Papi avignonesi, occupando Lipari e per qualche tempo Milazzo. Nel 1339 Pietro II fu dichiarato decaduto dal trono da Papa Benedetto XII, colpito da scomunica, la Sicilia da interdetto e da scomunica per tutti i suoi abitanti. Viene proibito il commercio con la Sicilia (il primo caso al mondo di sanzioni economiche?). Per fortuna nessuna repubblica italiana tenne conto di queste sanzioni e gli affari continuarono come sempre.

La lenta crescita del potere feudale erode l’autorità dello Stato

Ad ogni modo, nei pochi anni di regno di Pietro II l’unità del regno non era messa in discussione, né le divisioni interne favorirono più di tanto gli Angioini di Napoli, l’eterno nemico esterno, anch’essi esausti e in preda a loro problemi interni ed esterni. Preoccupante è però la concessione in ereditarietà delle maggiori cariche del Regno: i conti di Mistretta, gli Alagona, massimi esponenti della nobilità catalana, diventano prima a vita e poi in maniera ereditaria “Grandi giustizieri” del Regno, mentre i Chiaramonte, Conti di Modica, massimi esponenti della nobilità “latina”, diventano parimenti prima a vita e poi in maniera ereditaria “Grandi ammiragli”. Le istituzioni municipali, formalmente restando demaniali, vedono prima truccare le elezioni municipali, e poi svuotarle del tutto sotto l’influsso delle grandi famiglie. Palermo, formalmente sede del Regno, sarebbe diventata di fatto una Signoria dei Chiaramonte, che ivi costruiscono il loro grande palazzo, lo Steri (attuale sede dell’Università) che rivaleggia con il Palazzo Reale. Più fedeli alla Corona sarebbero stati gli Alagona, che però parimenti diventano a poco a poco di fatto “Signori di Catania”, con non minori abusi. La Città di Messina, massima potenza commerciale del Regno, riesce a salvarsi dall’egemonia dei Baroni, ma si governa quasi a repubblica marinara a sé stante, e poco a poco usurpa alla Corona il diritto di battere moneta, che da diritto sovrano diventa municipale, sol perché a Messina Federico II aveva posto la zecca. Ma ai tempi di Pietro II questo processo è solo agli inizi. Nel 1340 i Palizzi sono cacciati dal Regno, dopo aver inutilmente istigato il re contro il fratello Giovanni (il marchese di Randazzo e duca d’Atene), ingiustamente accusato di complottare contro di lui. È la regina Elisabetta, che per i due fratelli aveva un debole, a salvar loro la vita e a consentire loro di riparare a Pisa. Raimondo Peralta viene fatto Cancelliere al posto di Damiano Palizzi. In questo contesto (1341) muore anche la regina madre, Eleonora d’Angiò, moglie di Federico III, che, senza prendere i voti, aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita a Catania in un monastero di benedettini, dove aveva una cella per sé, e dove si fece seppellire con abito monastico. Mentre sembrava che il regno fosse relativamente pacificato (restava solo Lipari occupata dai Napoletani) e l’ordine ristabilito, re Pietro muore prematuramente nel 1342, a soli 37 anni, inaugurando una serie di morti reali che avrebbero condannato la Sicilia a perdere la propria casa regnante.

Morto Pietro II, la Reggenza va all’energico Duca d’Atene, ma la Peste Nera si abbatte sulla Sicilia

Alla sua morte sopravvivono tre figli minori, il piccolo Ludovico, Giovanni, e Federico, che nasce pochi mesi dopo la morte del padre. Tutore per il nipote Ludovico, di soli quattro anni, è lo zio Giovanni, duca d’Atene. Giovanni è un governante di polso, della stessa tempra del padre Federico. Senza potere reale non poté, in pochi anni, combattere tutti i mali del Regno, ma restaura alquanto l’autorità regia rispetto allo strapotere dei baroni. Fa incoronare a Palermo il nipote, doma una rivolta a Messina, caccia gli angioini da una nuova fugace spedizione ordita dalla regina Giovanna che era successa a re Roberto, e poi anche da Lipari nel 1347 (che occupavano dal 1339). La disfatta angioina era legata a una guerra civile che dilaniava Napoli dopo l’uccisione del principe consorte, fratello del re d’Ungheria. La regina fu costretta a un Trattato di Pace “definitivo” con la Sicilia: Napoli riconosceva in perpetuo l’indipendenza della Sicilia, con il solo diritto alla retrocessione dell’Isola in caso di estinzione della casa sovrana. Altra concessione era quella di tornare al titolo riduttivo di “Re di Trinacria”, lasciando quello “di Sicilia” a Napoli; sarebbe stato mantenuto il censo a favore della Chiesa, con una sanatoria sul passato. Al di là della forma, questo trattato significava il completamento e il consolidamento del Trattato di Caltabellotta del 1302, che ancora formalmente dava alla Sicilia un’indipendenza solo transitoria. Insomma sarebbe stato un vero successo per la Sicilia. Sarebbe stata però ancora una volta l’opposizione papale che voleva porre condizioni durissime alla Sicilia, in termini di vassallaggio e riparazioni, a fare saltare l’accordo. E così ripresero, ma sempre più stancamente, le ostilità tra i due regni. Ma sulla Sicilia doveva cadere una tegola ancor peggiore in quegli anni. La Sicilia, infatti, fu il primo dei paesi occidentali ad essere colpito dalla Peste Nera. Il terribile morbo si abbatté su di essa scardinando il tessuto economico e sociale come un formidabile colpo. Comprendendo la gravità del male il Duca Giovanni si ritirò nei boschi dell’Etna, sperando che il clima più salubre della montagna lo avrebbe salvato. Ma così non fu: raggiunto dal male, morì nel 1348, e con lui l’ultimo bastione di governo centrale della Sicilia.

Massimo Costa

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